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TRA REFERENDUM ED ELEZIONI REGIONALI
post pubblicato in diario, il 16 settembre 2020
Per quanto riguarda il referendum, oggi ciò che manca è "la qualità" più della quantità. Una qualità che dovrebbe essere difesa dalla sinistra, mentre la destra ne fa uno slogan quando ha fatto di tutto per distruggerla. Davvero c’è troppa confusione! E ci viene in mente che il Diritto allo studio è sacrosanto, dalle elementari ai livelli più avanzati per tutte le classi sociali. Ne guadagnerebbe anche la politica oggi mal rappresentata da tanti personaggi ignoranti. In verità i partiti dovrebbero selezionare meglio i loro iscritti in particolare quando poi offrono loro ruoli di rilievo. Ci vorrebbe una legge che impedisse a gente incolta, incompetente, e talvolta anche indagata per vari reati, di entrare in politica e addirittura candidarsi alle elezioni! E inoltre non ci sembra giusto che, mentre tanti giovani laureati siano costretti ad espatriare, compresi i cosiddetti 'cervelli', venga permesso a gente che non ha ancora 30 anni di entrare in Parlamento e di avere accesso ad importanti ministeri, a rappresentarci nel Parlamento europeo, con incarichi di grande responsabilità che richiederebbero cultura, competenza, conoscenza dell'inglese e quant'altro. E poi perché non tagliare i costi abolendo tanti privilegi che ancora esistono? E perché non modificare prima la legge elettorale? E perché con circa mille seguaci si può fondare un nuovo partito? A che serve questo referendum se non si risolvono le suddette cause? Purtroppo i grandi partiti progressisti sono ora divisi, mentre quelli conservatori trovano intese. E se un domani con nuove elezioni ci trovassimo di fronte ad un parlamento dimezzato nelle mani di partiti illiberali, dove finirebbe la democrazia? Altro errore è dare una connotazione simile a quella di elezioni nazionali, sia a referendum che ad elezioni regionali con l'obiettivo di affondare il presente governo, senza pensare alle conseguenze gravissime per l'Italia in crisi per Covid ed errori pregressi addebitabili a tutti i partiti e....senza considerare il contesto internazionale attuale. Sono una semplice cittadina che si sforza di capire decisioni assurde e preoccupanti. Giovanna D'arbitrio
PREMIO PAVONCELLA 2020: I NOMI DELLE VINCITRICI
post pubblicato in diario, il 7 settembre 2020
“Il Covid blinda il Pavoncella, ma non toglie splendore alle sue Eccellenze in Rosa”: questo è il titolo del II comunicato stampa di Romano Tripodi, dal quale apprendiamo che sarà l’Auditorium del Parco Nazionale del Circeo, a Sabaudia, ad ospitare, il 19 settembre, alle ore 17,30, a Sabaudia, la IX edizione del Premio internazionale alla creatività femminile, un evento che deve alla dott. Francesca d’Oriano non solo la sua origine, ma anche il suo crescente rilievo. Collaborano con lei la Giuria, presieduta da Chiara Palazzini e dal Comitato scientifico presieduto da Michele Guarino. Presidente onorario del Premio sarà quest’anno la senatrice Paola Binetti. Nel rispetto delle norme igieniche anti Covid19, è stata scelta una sede diversa per la riduzione dei posti disponibili con conseguenziali inviti a numero chiuso. Una versione del Premio che nulla toglie all’importanza dell’Evento e alle straordinarie vincitrici del Premio, che gode del prestigioso patrocinio della Presidenza del Consiglio. Ed ecco i nomi delle vincitrici nel suddetto comunicato stampa: “ Scorrendo i nomi delle 10 vincitrici di questa edizione, spiccano i Riconoscimenti Speciali conferiti alla senatrice a vita Liliana Segre, quale Donna dell’Anno; al Giudice della Corte Costituzionale, Silvana Sciarra, come Donna dello Stato e per lo Stato ed al Prefetto di Lecce, Maria Rosa Trio, per gli importanti traguardi raggiunti nei tre anni in cui ha rappresentato lo Stato italiano nella complessa e difficile Provincia di Latina. Ampio spazio è stato dedicato alla Medicina, sezione in cui brillano la Prof. Rosa Sessa, Associato di Microbiologia e Microbiologia Clinica presso la “Sapienza” di Roma e la dott. Emanuela Dell’Aquila, medico oncologo del Campus Bio-Medico di Roma. Alla prima, da oltre dieci anni Direttore del Centro di Ricerca per Malattie Sociali presso il Dipartimento di Malattie Infettive della “Sapienza” va il Pavoncella per la Ricerca scientifica. Rosa Sessa è stata infatti fra le prime ricercatrici al mondo a studiare il Chlamydia trachomatis, un microorganismo responsabile di importanti patologie femminili. Alla dottoressa Dell’Aquila sarà conferita la borsa di studio assegnatale nel ricordo del professor Gerardo Giocoli, Pioniere e Maestro della Ostetricia e Ginecologia, in Italia. Un premio che vuole essere, per Emanuela Dell’Aquila anche un riconoscimento al suo ruolo di Ambasciatrice del Telefono Rosa. Ad infonderle da ragazza, l’amore per la Natura fu Piero Angela con le trasmissioni di Quark. Un amore, che dopo la laurea, è diventato per Sandra Di Domenico, impegno di vita e professionale, quando è entrata a far parte del Corpo Forestale dello Stato. Era il 1994 e l’inizio di una carriera che l’avrebbe portata, da giovane ufficiale a compiti di comando, sino a raggiungere il grado di tenente colonnello e responsabile del Reparto Carabinieri per la Biodiversità di Fogliano. Trent’anni di un percorso complesso che l’hanno vista svolgere sul territorio nazionale, dalla Campania alla Emilia Romagna, un’azione a 360 gradi in difesa della Natura e dell’Ambiente. Va invece a Sarah Abdel Masih il Pavoncella quale Donna manager del 2020. Il suo settore, quello alberghiero, è stato la grande vittima della pandemia da Covid19 ma questo non le ha impedito , quale direttrice di alcuni dei più prestigiosi hotel di Milano, di proseguire nel suo lavoro, puntando ad altri e prestigiosi traguardi professionali, senza dimenticare il suo prossimo in difficoltà. Nel periodo di massima emergenza, Sara Abdel Masih, madre greca e padre egiziano, ha ospitato nei suoi alberghi pazienti in quarantena e medici bisognosi di una dimora temporanea. Camilla Baresani con “Gelosia” (La Nave di Teseo Editore) ed Emma Giammattei per “Paesaggi” (Edizione Treccani) sono le vincitrici rispettivamente per il Romanzo e la Saggistica, della sezione letteraria di questa nona edizione del “Pavoncella alla creatività femminile” Camilla Baresani, scrittrice e giornalista, attraverso la vita dei suoi personaggi, racconta in stile spontaneo, quasi colloquiale ed allo stesso tempo graffiante, l’esistenza confusa ed annebbiata dalla gelosia di tre persone, tra profumi, passioni e vendette che riflettono, come in uno specchio, crisi politico-economiche, speciali ed etiche dell’Italia di oggi ,scrive Giovanna D’Arbitrio. Emma Giammattei, professore ordinario di letteratura italiana nella Facoltà di lettere dell’Università “Suor Orsola Benincasa” di Napoli, delinea in “Paesaggi”, opera decisamente poderosa e di grande spessore culturale, l’evoluzione, dal primo Novecento ad oggi, del concetto di Paesaggio nelle rappresentazioni e nella legislazione, come nelle contiguità dei saperi e nelle opinioni della comunità nazionale. Ed il discorso sul paesaggio fa da sfondo agli attentati all’ ambiente, alla situazione climatica, alla crisi della Natura. Per l’Impegno nel Sociale il “Pavoncella” va, con pieno merito, a Lucia Vedani, presidente di Casamica, l’organizzazione di volontariato che dal 1986 continua a dare accoglienza ed ospitalità ai malati costretti a spostarsi da un capo all’altro del Paese per cure mediche, soprattutto oncologiche, ed ai loro familiari. Rimane viva e palpabile in questa nona edizione della Pavoncella la presenza di Lea Mattarella, nel cui ricordo saranno assegnate due borse di studio ad altrettante allieve dell’Accademia di Belle Arti di Napoli, Marta Perroni, e dell’Accademia di Belle Arti di Brera, Marta Rizzato. Il Responsabile per la Comunicazione Romano Tripodi” ”. Nel comunicato sono messi in rilievo anche il sostegno della Regione Lazio, del Parco Nazionale del Circeo, della Provincia di Latina, della Città di Sabaudia, dell’Università di Cassino e del Lazio Meridionale, dell’Accademia diBelle Arti di Brera, dell’Accademia di Belle Arti di Napoli, delle Associazioni culturali noprofit “ArteOltre” e “Medicina e Frontiere”, nonché dell’amministrazione comunale del sindaco Giada Gervasi e quello altrettanto valido degli Sponsor, compagni di viaggio, come Acea, Scovaventi, Chopard, Casale del Giglio, Prodotti Plastici Senepa,Unaprol, Grimaldi Lines, Cassa Rurale ed Artigiana dell’Agro Pontino. Giovanna D’Arbitrio
SMARTPHONE DIPENDENTI
post pubblicato in diario, il 30 agosto 2020
SMARTPHONE E TABLET DIPENDENTI (Li regaleremo anche ai neonati?)- Scrissi questo articolo diversi anni fa, ma è ancora molto attuale. Eccolo: “Secondo l’indagine “2013 Mobile Consumer Habits” condotta da Harris Interactive Mobile Consumer Habits, un numero crescente di persone era ormai dipendente dal proprio smartphone. Tale studio evidenzia, infatti, che più di un terzo degli intervistati lo usa anche a cinema o a teatro, mentre il 12% lo utilizza sotto la doccia con una copertura impermeabile fornita dai nuovi modelli a tenuta stagna. Addirittura il 9% non riesce a staccarsene nemmeno quando fa l’amore. Nella fascia d'età dai 18 ai 34 poi il fenomeno è ancora più eclatante. Marc Barach, dirigente marketing di Jumio, dichiara che "le persone vedono gli smartphone come delle vere e proprie estensioni di se stesse, così li portano e li usano ovunque": il 19% li usa in chiesa e purtroppo il 55% durante la guida, facendo aumentare in modo significativo il numero di incidenti stradali e di pedoni investiti per distrazione provocata da utilizzo di cellulari e tablet . La ricerca dell’Ohio State University, pubblicata sulla rivista “Accident analysis and prevention”, dimostra che gli incidenti stradali sui pedoni sono raddoppiati dal 2005 al 2010. Il database del National Electronic Injury Surveillance System, monitorando le strade, ha rilevato che sono soprattutto i giovani dai 16 ai 25 anni d’età a causare incedenti stradali per uso di cellulare non solo per parlare o inviare sms, ma anche per navigare su Internet durante la guida. Come combattere tutto ciò? Forse con l’inasprimento delle sanzioni del codice stradale? Oppure con corsi di formazione per prevenire? Senz’altro il fenomeno è in crescita: lo studio americano, in effetti, ci avverte che di questo passo il numero delle vittime è destinato a raddoppiare entro il 2015. L’indagine non parla di minori, ma ci sembra ancor più preoccupante l’uso crescente che ne fanno adolescenti e bambini, perfino quelli in età prescolare, davvero sorprendenti per la padronanza nell’uso delle nuove tecnologie, acquisita imitando genitori già tablet dipendenti . Ed è davvero impressionante il numero di ore trascorse dai ragazzi con vari aggeggi tecnologici che oggi, oltre alla Tv, completano i moderni arredamenti delle loro camere…. con gran sollievo di babysitter e talvolta anche di genitori che ben volentieri se ne servono per essere più liberi…spesso più liberi di chattare sui social invece di occuparsi dei figli. Ed è davvero impressionante vedere tante persone che per lavoro stanno lunghe ore davanti ad un computer, considerare “rilassante” passare il tempo sui social. Perfino i nonni trascorrono ore in tal modo, forse per solitudine nel loro caso? E si permettono anche di rimproverare i figli. Dove sono i giochi di un tempo? Quale esempio stanno dando ai figli?! Daremo cellulari anche in mano ai neonati?” Giovanna D’Arbitrio
ESTATE 2020
post pubblicato in diario, il 20 agosto 2020
Dopo il lungo lockdown, gli anziani sono usciti con una certa remora dalle loro case, muniti di mascherine e con il fermo proposito di rispettare distanze e altre misure anti-Covid. Con pazienza hanno aspettato che si sbloccasse l’accesso tra regioni e paesi esteri per rivedere i propri cari residenti fuori della Campania, accettando a malincuore di non poterli nemmeno abbracciare e baciare. Quanti sacrifici! Abbiamo sopportato con coraggio non solo che questo mortale virus ponesse limiti a libertà fondamentali, ma anche ad affetti familiari nonché a spontanee ed amorevoli esternazioni fisiche dei nostri sentimenti, sorretti in tutto ciò solo dalla speranza di porre fine a questo difficile periodo. Purtroppo molti, in particolare giovani, più interessati a movida che alla salute, hanno dimenticato il triste quotidiano elenco di centinaia di morti, non considerando nemmeno l’imperversare del virus in tanti paesi stranieri, da loro scelti per le vacanze. Sembra assurdo che, malgrado la pandemia continui a far vittime in altri paesi, con tanti incantevoli luoghi italiani tra mare, laghi, fiumi, monti e campagne, si preferisca passare le vacanze all’estero, con il rischio di riportare il virus in patria! Insomma a quanto pare scarseggiano senso di responsabilità e rispetto verso se stessi e gli altri: si continua ad infrangere regole, incuranti e increduli verso una probabile seconda ondata che potrebbe colpire ormai tutte le fasce d’età come evidenziano i recenti dati sull’incremento di casi Covid. E come non pensare alla riapertura delle scuole, di fondamentale importanza proprio per i giovani? Come si potranno rispettare le necessarie distanze nelle classi pollaio delle nostre affollate scuole statali? Dove reperiremo nuovi insegnanti, nonché più aule, banchi, sedie ed altre suppellettili che già mancano da tempo in tanti “Istituti Comprensivi”, creati ad hoc per risparmiare costi sulla pelle di alunni, personale docente e ATA? Purtroppo solo quando arrivano tragedie impreviste, vengono fuori gli errori fatti verso tutto ciò che è “pubblico”, come sanità, istruzione, lavoro, trasporti, sicurezza del territorio contro terremoti e alluvioni, controlli su strade, ponti e viadotti e quant’altro. E invece di porsi obiettivi prioritari per sanare tante trascurataggini, ogni tanto qualche politico tira fuori in clima elettorale la proposta di costruire grandi opere, mentre cadono ponti, crollano scuole e tanti pendolari aspettano per ore treni scassati che non arrivano mai in orario in piccole ferrovie fatiscenti, con notevole rischio di incidenti. Ed ora con quale spirito affronteremo il voto per referendum, elezioni regionali e comunali, mentre i partiti pensano solo a litigare tra loro e non al Bene dell’Italia? Ed è davvero assurdo che esponenti di governi passati si scaglino con tracotanza contro quello attuale, dimenticando i propri errori. Insomma di fronte a tutto ciò, in molti nasce un forte desiderio di ridurre il numero di parlamentari, ma… ridotta la quantità, chi ci garantirà la qualità? Perché per un incarico di così alta responsabilità non vengono richiesti un curriculum su studi fatti, competenze acquisite e soprattutto una fedina penale pulita, come si fa per essere assunti nelle aziende, nelle scuole e in altri campi? Ed infine come si fa a governare un paese con una miriade di partiti e partitini, correnti e correntine, mentre i grandi partiti di frantumano e perdono peso? E mentre le sinistre si dividono, le destre trovano intese. Finiremo per votare come al solito per ciò che sembra meno pericoloso, per difendere democrazia e libertà…ma basterà? Speriamo bene. Giovanna D’Arbitrio
PREMIO PAVONCELLA 2020
post pubblicato in diario, il 20 agosto 2020
Dal 1° comunicato stampa di Romano Tripodi, apprendiamo che anche quest’anno avrà luogo a Sabaudia Il Premio Pavoncella dedicato alla creatività femminile, un importante evento culturale nato nel 2011 per iniziativa di Francesca d’Oriano, Presidente dell’associazione Arte/Oltre. A causa del Covid 19, la nona edizione, programmata per giugno, avrà luogo invece il 19 settembre, sempre a Sabaudia, sotto l’importante Patrocinio della Presidenza del Consiglio. La Giuria, tutta al femminile, sarà presieduta dalla prof. Chiara Palazzini che subentra a Carolina Rosi. Presidente del Comitato d’onore sarà invece la senatrice Paola Binetti. Il Premio si propone di offrire un riconoscimento alle donne che si distinguono in svariati campi, come arte, letteratura, ambiente, imprenditoria, ricerca scientifica, impegno nel sociale e quant’altro. E anche per questa edizione si darà gran rilievo a medicina e ricerca scientifica, avvalendosi del contributo del Comitato Scientifico presieduto dal prof. Michele Guarino. Quest’anno tre sono le donne prestigiose che saranno premiate per il loro impegno: a Liliana Segre, senatrice a vita, e a Silvana Sciarra, giudice della Corte Costituzionale vanno rispettivamente gli speciali riconoscimenti di Donna dell’Anno e Donna dello Stato per lo Stato, mentre a Lucia Vedani, presidente di CasAmica, va il premio per l’Impegno nel sociale. Ed ecco una parte del primo comunicato stampa di Romano Tripodi: “Brillano tra le “Eccellenze in rosa” di questa nona edizione, la Senatrice a vita Liliana Segre, cui va lo Speciale Riconoscimento di Donna dell’Anno 2020, e la Giudice della Corte Costituzionale, Silvana Sciarra, premiata quale Donna dello Stato, per lo Stato. Costretta a vivere, alla soglia dei novant’anni, sotto scorta, per le sue idee, la sua storia, il suo impegno personale contro ogni forma di violenza, di discriminazione, razzismo ed antisemitismo, Liliana Segre, che ha conosciuto da ragazza, la tragedia della Shoah, ha fatto sì che tutto ciò potesse tradursi in un messaggio di Pace, recepito come tale, dalle giovani generazioni. Silvana Sciarra, prima donna eletta dal Parlamento, Giudice della Corte Costituzionale, ha tra i suoi meriti quello di aver portato alla Consulta, un valore aggiunto, contribuendo a quell’equilibrio di generi che arricchisce il pluralismo e l’originalità delle decisioni, in virtù di un confronto profondo con i colleghi. Per l’impegno nel sociale sarà premiata Lucia Vedani, presidente di CasAmica, l’organizzazione di volontariato che dal 1986 continua a dare accoglienza ed ospitalità sia ai malati costretti a spostarsi in altre città per cure mediche, soprattutto oncologiche, ed interventi chirurgici sia ai loro familiari. Rimane viva anche in questa nona edizione del “Pavoncella” la presenza di Lea Mattarella, nel cui ricordo saranno assegnate due borse di studio ad altrettante allieve dell’Accademia di Belle Arti di Napoli e dell’Accademia di Belle Arti di Brera che la ebbero appassionata e generosa docente. Una terza borsa di studio sarà assegnata nel ricordo del professor Gerardo Giocoli, Pioniere e Maestro della Ostetricia e Ginecologia, alla dottoressa Emanuela Dell’Aquila, medico oncologo del Campus Bio-Medico di Roma. A cura dell’Ufficio Stampa. Romano Tripodi”. In attesa delle altre nomine, ci complimentiamo con gli organizzatori del Premio Pavoncella, per la lodevole valorizzazione della creatività femminile. Giovanna D’Arbitrio
LE VOCI DI DENTRO, E. DE FILIPPO INSEGNA
post pubblicato in diario, il 13 maggio 2020
Forse l’unico aspetto positivo del drammatico lockdown per il Coronavirus è stato finora il “silenzio”: tra strade vuote, fiori primaverili e animali in libertà, abbiamo ritrovato un po’ di tranquillità per riflettere spegnendo il televisore e pensando in pace all’interno della nostra anima. Un silenzio che inoltre ci è sembrato anche un segno di rispetto per le vittime del virus e per le loro famiglie. Già da tempo avevamo notato una difficoltà a comunicare davvero, talvolta perfino in gruppi di amici e parenti, per una crescente tendenza a voler “parlare piuttosto che ascoltare”, un bisogno di prevaricare nelle conversazioni che rendeva sempre più difficile conversare pacatamente, lasciando spazio anche agli altri. Si finiva per alzare la voce solo per partecipare a un discorso e poter esprimere le proprie idee, in una cacofonia di voci sovrapposte. Per non parlare di bla bla bla dei talk show televisivi, conflittualità tra partiti politici in continua campagna elettorale, linguaggio volgare e violento, egoismi nazionali e internazionali, odi razziali e religiosi e quant’altro. Ora che il Coronavirus sembra destare meno paura, ecco purtroppo riapparire le vecchie abitudini tra polemiche, gossip e chiacchiere in talk show televisivi e social, come sta accadendo per la liberazione di Silvia Romano, perfino in un momento ancora così tragico per il Paese, solo all’inizio della fase 2 nella lotta contro la pandemia, tra devastante crisi economica e perdita di lavoro per tanti italiani. Di nuovo caos e strumentalizzazioni politiche! E così parafrasando la frase, “Spara forte, più forte, non capisco” detta da un personaggio di “Le voci di dentro”, commedia amara di Eduardo De Filippo, ho pensato che presto risentirò la frase “parla forte, più forte, non capisco”, che più volte si dice quando non si ascoltano gli altri con attenzione e si fa solo un baccano senza senso. La commedia (scritta nel 1948 nel dopoguerra), purtroppo ancora molto attuale, mette in evidenza il malessere di un’umanità che non solo non sa più ascoltare le voci della coscienza, ma ha disimparato anche a comunicare. Ritorna il tema dell'ambiguità di rapporto fra realtà e irrealtà nella storia di Alberto Saporito che vive col fratello Carlo e lo zio Nicola: una notte sogna che i suoi vicini, i Cimmaruta, uccidono l'amico Aniello Amitrano e ne fanno sparire il cadavere. Nel sogno Alberto vede perfino dove sono nascosti i documenti che possono incriminare i vicini. Pensando che sia realmente avvenuto tutto ciò, l'indomani li denuncia e li fa arrestare, ma poi quando cerca i documenti e finalmente si rende conto di aver sognato il tutto, capisce il pasticcio che ha combinato. In effetti il suo sogno sarà l'evento scatenante della vicenda, portando a galla ipocrisie, amarezze e meschinità dei personaggi, nonché la loro incapacità a comunicare davvero tra loro. E l'incomunicabilità è in particolare simboleggiata da Zi' Nicola, detto Sparavierzi, che da tempo ha rinunciato a parlare, preferendo esprimersi con una specie di "codice Morse" dove punti e linee sono resi con lo scoppio di petardi differenti. In effetti secondo Zi’ Nicola “se l’umanità è sorda, anche lui ha il diritto di diventare muto” e pertanto vive isolato in sorta di palafitta, eretta al centro della scena, lontano dai fatti che si svolgono intorno a lui. Tornerà a parlare poco prima di morire, solo per esclamare: “Per favore, un poco di pace!”- Rifugiarsi quindi nel silenzio o nel sogno, visto come unico sfogo delle angosce umane, ancora una volta appare il tema centrale delle commedie eduardiane contro ipocrisie e bassezze, sullo sfondo di un'Italia appena uscita da quella guerra tra nevrosi e disillusioni e le difficoltà del quotidiano "tirare a campare”. E purtroppo se nemmeno il dramma del Coronavirus ci ha insegnato a comunicare davvero nella realtà, e non solo in modo virtuale sui social, se non abbiamo ancora imparato ad essere più rispettosi gli uni degli altri, a diventare meno egoisti e più solidali, forse chi è stanco di tutto ciò sarà costretto ad imitare Zi’ Nicola, rinunciando a parlare. Insomma meno chiacchiere per il Bene dell'Italia. L'Unione fa la forza Giovanna D'Arbitrio
NAPOLI: PASQUA AI TEMPI DEL CORONAVIRUS
post pubblicato in diario, il 13 aprile 2020
Pasqua 2020 sarà senz’altro ricordata come la Pasqua ai tempi del Coronavirus e in particolare, per noi napoletani, una Pasqua in una città insolitamente silenziosa, tra negozi chiusi e strade deserte, benché si tenti sempre di infangare la nostra città, mostrando nei Tg immagini di strade affollate e altre infrazioni al lockdown, senza mai mettere in evidenza aspetti positivi qui esistenti anche in tempi così difficili. Mentre il Presidente della Repubblica faceva appello all' Unità della Nazione e alla solidarietà di tutti gli Italiani, come sempre in Tv si mettevano in rilievo particolare i comportamenti scorretti di Napoli. Certo immagino che nei quartieri popolari, nei cosiddetti "bassi" dove convivono molte persone, sia davvero difficile restar chiusi dentro, come lo sarà in tutte le squallide periferie a livello internazionale, dagli slums londinesi alle banlieue parigine: i poveri oggi stanno soffrendo più degli altri e bisognerebbe aiutarli. E che dire delle polemiche dei politici sia a livello nazionale che europeo, mentre la gente muore?! Poi mi è giunto il messaggio di un’amica su WhatsApp, con uno scritto di Enrico Nappi, il post pubblicato su FB, diventato il simbolo di una Napoli che funziona, post virale che dopo solo 5 ore dalla sua pubblicazione in modo spontaneo aveva già raccolto più di 4mila condivisioni. Eccolo: ”Al sud l’epidemia avrebbe arrecato danni incalcolabili, dicevano. Il vero problema in Italia non era il coronavirus ma il mezzogiorno, dicevano. Perché i nostri cittadini non rispettano le regole. Perché i nostri ospedali non erano all’altezza. Perché i nostri medici, infermieri ed operatori sanitari sono noti assenteisti cronici. Dicevano. Poi abbiamo creato un protocollo di cura, ma non era efficace, dicevano. Il protocollo ha iniziato a funzionare e l’hanno deriso, insieme al suo creatore, finché non è stato utilizzato in mezza Italia. Intanto altrove i contagi erano fuori controllo mentre qui, al sud, contenuti seppur preoccupanti ma era colpa del fatto che “noi” stiamo di più a casa perché non andiamo mai a lavorare. Dicevano. Poi arriva #SkyUSA e dedica un servizio all’ospedale Cotugno di Napoli descrivendolo così “mentre la velocità della tempesta virale ha colto tutti di sorpresa al nord, travolgendo gli staff medici, le cose in questo ospedale sono andate diversamente: i livelli di sicurezza ed organizzazione sono altissimi e tutti gli operatori svolgono i loro turni seguendo protocolli organizzati talmente efficienti da farne ospedale italiano modello, l’unico in Italia al 100% dedicato ai pazienti Covid-19 con zero contagi tra il personale medico e paramedico”. 1 Aprile 2020: ci confermiamo eccellenza internazionale e non è uno scherzo. È una splendida realtà. Enrico Nappi”. Ecco il video da me pubblicato anche dal Riformista: https://www.ilriformista.it/lamerica-esalta-il-cotugno-e-lospedale-migliore-ditalia-contro-il-coronavirus-73243/?fbclid=IwAR3nDU1tMP0uRDpYMrjO-rHOlas71vyT9_6u-AV37ITjoBZ_I_vWYcJRDdk Squallido l’attacco del prof.Galli contro il dott. Ascierto durante la trasmissione Carta Bianca! Insomma Napoli è la città da attaccare “con mille nomee, mille luoghi comuni che da sempre hanno l' ambizione (mai realizzata ) di definirla, come afferma il dott. Mario Negri in uno scritto inviato alla sua amica, Lucia Mastropaolo, mia cugina. Ed egli continua scrivendo che “Napoli è la città degli ossimori, Napoli è tutto ed il contrario di tutto. ? la città della camorra e della munnezza ma anche dell' Arte dappertutto, della musica inesauribile e delle canzoni come colonna sonora indispensabile linfa di vita, della metropolitana più bella ma meno veloce d' Europa, del calcio passione eterna, di Diego Armando e dello stadio San Paolo, ma anche del gol subito all' ultimo minuto. Napoli è la città dei vicoli stretti stretti su cui si affacciano i cosiddetti "vasce”. Napoli è la città dove nelle ore di punta non trovi un posto macchina libero manco a pagarlo a peso d'oro, ma anche del lungomare senza auto, spettacolo naturale unico al mondo, e del fascino iper- romantico di borgo marinari. Napoli è la città dell' evasione scolastica record, della disoccupazione e dell'inevitabile arte di arrangiarsi, con troppi ragazzi che si laureano pericolosamente all' università della strada, ma altrettanto numerosi sono i giovani e i meno giovani "eroi" che lavorano 12 ore al giorno per 600/700 euro al mese e molte sono le primarie eccellenze che si affermano nel mondo dello studio e del lavoro. Napoli è la città delle colline del Vomero e di Posillipo, della meravigliosa Certosa di San Martino e della fortezza di Castel Sant' Elmo ,delle 100 Chiese, del Cristo Velato, è la città di Totò, Scarpetta , Eduardo e Peppino, di Matilde Serao, di Libero Bovio e delle più belle canzoni d' amore mai scritte, è la città del contrabbando di sigarette e della droga più o meno come in tutte le metropoli. Insomma, Napoli è una delle ultime città che ancora "vive", con e per tutte le contraddizioni dell' essere umano , ma "vive", e per di più vive nel più ricco e articolato modo possibile. Non è, e mai potrebbe essere, un Purgatorio triste e monotono, Napoli è un Paradiso che si paga al prezzo di qualche lingua di fiamme dell' Inferno. Niente a che vedere con la striminzita ed infantile identità “savianea” Napoli=Gomorra e Gomorra = Napoli, una squallida mistificazione della realtà cinicamente realizzata al solo fine del maxi-business. Al contrario, è l' altissima ispirazione di Giuseppe Ungaretti a trovare il minimo comun denominatore che collega le mille culture della nostra città. E questo file rouge per Ungaretti è il Silenzio, non certo delle voci ma delle Anime, conclusione solo apparentemente paradossale per una città che ha la "nomea" di essere caotica e chiassosa h24. Con la magica intuizione propria del grande poeta, Ungaretti ha perfettamente centrato l' analisi : è il silenzio eterno delle anime a rappresentare il vero DNA di una città che per fortuna è rimasta da sempre uguale a se stessa e che trova proprio nell' intimità di un silenzio evocativo della propria lunga e sofferta storia, la soluzione del primario ossimoro che la caratterizza: quello fra la forzata allegria della tarantella e l' infinita tristezza dei giovani costretti a trovare lavoro all' estero, ma che lasciano qui le loro anime”. Non posso aggiungere altro a questo toccante scritto che condivido in pieno con emozione. Buona Pasqua, Napoli silenziosa! Giovanna D’Arbitrio
IL FILM "FIGLI"
post pubblicato in diario, il 30 gennaio 2020
Il conflitto generazionale è stato sempre una costante in tutte le epoche, poiché da che mondo è mondo i giovani cercano di opporsi ai genitori per affermare la propria identità e portare idee nuove nella società in cui vivono. Amare riflessioni in verità scaturiscono purtroppo dalla visione del film “Figli”, diretto da Giuseppe Bonito, tratto dal monologo già recitato in teatro da Valerio Mastandrea “I figli ti invecchiano” scritto dal compianto Mattia Torre, sceneggiatore, scrittore e regista (in particolare di opere teatrali e televisive), scomparso nel 2019, il quale nel corso della sua malattia aveva affidato la realizzazione del film a Giuseppe Bonito, suo aiuto regista nel film Boris Il film racconta la storia di Nicola (V. Mastandrea) e Sara (Paola Cortellesi), coppia quarantenne innamorata, piccoli-borghesi senza particolari problemi: lui gestisce una salumeria e lei fa controlli sull’igiene dei ristoranti a Roma. Le difficoltà iniziano quando scoprono di aspettare il secondo figlio, Pietro, che dopo i primi tre mesi di vita disturba gli equilibri familiari con i suoi prolungati pianti notturni: sgradito alla figlia maggiore, Anna di 6 anni, complica anche la vita dei genitori che non riescono a coinvolgere i nonni egoisti per un aiuto quotidiano, né a trovare una valida babysitter. Anche se Nicola aveva promesso di collaborare con una divisione dei compiti 50/50, in realtà non sempre ci riesce pur sentendosi un supereroe quando si occupa di figli e faccende domestiche nel tempo libero. Sara si ribella e non vede l’ora di ritornare al suo lavoro . Il regista sfrutta alcuni stratagemmi per mettere in risalto le difficoltà della coppia: i personaggi vengono rimpiccioliti e immersi in un colore bianco latte che crea la sensazione di “isolamento”. Altre trovate sono sia il pianto del bambino coperto dalla “Patetica” di Beethoven, sia la finestra surreale dalla quale Sara e Nicola immaginano di lanciarsi come via di fuga da ogni problema e conflitto.Insomma Mattia Torre e Giuseppe Bonito provano a raccontare la quotidiana lotta delle coppie quarantenni in una nazione dove manca il sostegno delle istituzioni, ma in verità più violento appare il loro attacco contro la precedente generazione che "si è mangiata tutto" e che ora rappresenta la maggioranza demografica in possesso del potere economico e decisionale. Ci aspettavamo forse che il film trattasse di temi molto seri, pur se in tono ironico, ma purtroppo si rimane in parte delusi. In effetti più che reale il film appare surreale, con esagerazioni e ingiustificati attacchi alla precedente generazione, facendo di ogni erba un fascio. Ciò che non va nel racconto è la campionatura di genitori e nonni che rappresenta forse solo una parte della società italiana. In effetti Sara e Nicola non sono una coppia particolarmente indigente che non ha lavoro e non arriva a fine mese: hanno una casa confortevole, un’auto, possono offrire alla figlia attività pomeridiane, bei vestiti e feste di compleanno, si possono permettere una babysitter e una pediatra snob (consultata ben 2 volte!) con parcella a 200 Euro per ascoltare solo sciocchezze. E per quanto riguarda i loro genitori egoisti che rifiutano di fare i nonni, non rappresentano certo tutta la generazione italiana di sessantenni/settantenni! Ci dispiace contraddire il compianto Mattia Tore, senz’altro autore poliedrico ed intelligente, ma francamente negli spettatori di una certa età il film scatena una serie di proteste e domande: “Sara e Nicola si lamentano! E che devono dire i poveri giovani meridionali senza lavoro?! Loro sì che non possono permettersi di avere figli e nemmeno di sposarsi, a meno che non emigrino all’estero, anche se laureati! E quanto a genitori anziani e ora anche nonni, si tratta ad onore del vero di una generazione che si è dovuta occupare non solo dei propri vecchi con amore fino alla fine della loro vita, ma anche di figli e nipoti senza un attimo di riposo, ancora sulla breccia malgrado l’età a dare supporto fisico, morale ed economico con i loro risparmi, quando sono fortunati ad avere una pensione decente e nella vita non si sono concessi molti divertimenti.Sono quelli rintracciabili che a stipendio fisso hanno pagato sempre le tasse e che hanno subito politiche ingiuste sulle pensioni, insieme a istruzione e sanità, politiche che hanno costretto una parte di anziani a emigrare all’estero. Perché invece non parliamo di globalizzazione non radicata in solidarietà ed equità, ma in sfruttamento ed egoismo che non offrono opportunità ai giovani in Italia, che con le delocalizzazioni spostano il lavoro nel terzo mondo, accorpando aziende, riducendo posti di lavoro, distruggendo equilibri ecologici, creando nuovi virus (vedi coronavirus), indebolendo legami familiari, allontanando i figli dai genitori? Si, i figli ti invecchiano, perché non smetti mai di amarli e a preoccuparti per loro, anche quando sono grandi…ma danno anche tanta gioia e amore!”. La verità è che siamo tutti coinvolti, nonni, genitori, figli e nipoti, in un periodo epocale moto difficile che non richiede soltanto “accettazione”, come afferma la pediatra a 4 stelle con parcella a 200 Euro, ma impegno per un cambiamento positivo che crei speranza nel futuro, proprio per i giovani. Giovanna D’Arbitrio .
ADDIO FANTASMI, UN LIBRO DI NADIA TERRANOVA
post pubblicato in diario, il 24 gennaio 2020
“Addio Fantasmi”, di Nadia Terranova (Ed. Einaudi), è stato presentato mercoledì 22 gennaio 2020 alle 18.30 presso la Libreria Raffaello (via Michele Kerbaker, 35). Il dibattito tra l’autrice e il Club dei Lettori è stato condotto da Enza Alfano che ha pregato l’autrice di presentare in breve la sua opera per poi dare ampio spazio al dibattito con i membri del Club dei lettori. Durante l’interessante dialogo tra lettori e autrice non solo sono stati messi in rilievo i pregi del libro, ma anche significativi dettagli che hanno consentito un approfondimento di trama, personaggi e background socio-culturale. Come ha sottolineato l’autrice, il libro è “il racconto ossessivo” del dolore della scomparsa del padre di Ida, un fantasma che condiziona la vita della protagonista. Ho letto il libro con attenzione cominciando, come è mia abitudine, dal risvolto anteriore di copertina sul quale si legge “Fra il tramonto e la cena, l'assenza di mio padre tornava a visitarmi. Aprivo il balcone sperando che il temporale filtrasse dai soffitti e squarciasse le crepe sul muro, supplicavo la tramontana di trasformarsi in uragano e rovesciare in terra l'orologio e le sedie, all'aria il letto, i cuscini, le lenzuola. Non vuoi sapere che sono diventata grande, non ti interessa? –chiedevo- e nessuno rispondeva”. Segue la dedica ai “sopravvissuti” con una bella citazione tratta da “Infanzia” di N. Ginzburg sulle case della media borghesia, né ricche né povere che in effetti serve a introdurre il racconto che poi sulla quarta di copertina viene così sintetizzato: "Ida è appena sbarcata a Messina, la sua città natale: la madre l'ha richiamata in vista della ristrutturazione dell'appartamento di famiglia, che vuole mettere in vendita. Circondata di nuovo dagli oggetti di sempre, di fronte ai quali deve scegliere cosa tenere e cosa buttare, è costretta a fare i conti con il trauma che l'ha segnata quando era solo una ragazzina. Ventitré anni prima suo padre è scomparso. Non è morto: semplicemente una mattina è andato via e non è più tornato. Sulla mancanza di quel padre si sono imperniati i silenzi feroci con la madre, il senso di un'identità fondata sull'anomalia, persino il rapporto con il marito, salvezza e naufragio insieme. Specchiandosi nell'assenza del corpo paterno, Ida è diventata donna nel dominio della paura e nel sospetto verso ogni forma di desiderio. Ma ora che la casa d'infanzia la assedia con i suoi fantasmi, lei deve trovare un modo per spezzare il sortilegio e far uscire il padre di scena. Una casa tra due mari, il luogo del ritorno. Dentro quelle stanze si è incagliata l'esistenza di una donna. Che solo riattraversando la propria storia potrà davvero liberarsene. Nadia Terranova racconta l'ossessione di una perdita, quel corpo a corpo con il passato che ci rende tutti dei sopravvissuti, ciascuno alla propria battaglia È per loro che ha messo a punto una scrittura limpida e piana come la voce dei migliori narratori orali; di quelli che catturano l’attenzione dell’uditorio non con la suspense o con l’enfasi, ma con la forza invisibile dell’emozione condivisa. Addio fantasmi è caratterizzato proprio da questa scrittura sottotono, che non smorza la drammaticità degli eventi narrati, ma ne sottolinea la dimensione quotidiana rendendoceli familiari e crudelmente vicini”. Il libro è diviso in tre parti: il nome, Il corpo e la voce. Il nome intorno al quale è costruita la prima parte, è quello di Sebastiano Laquidara, il padre di Ida, malato di depressione che quando ella aveva tredici anni, una mattina è uscito di casa ed è scomparso. Per Ida il ritorno nella casa di Messina è un’esperienza opprimente, poiché a tale scomparsa lei e sua madre hanno reagito con il silenzio, nella messa in scena di una fittizia normalità. E il nome taciuto si vendica diventando invasivo: “Il nome di mio padre restava nel piatto della cena, si nascondeva nella frutta decomposta della credenza (…); l’uomo che era stato mio padre guardava la nostra vita e avrebbe continuato a farlo per sempre”. La seconda parte è focalizzata sull’assenza del suo corpo. Ida ne prende coscienza e afferma: “Io e mia madre avremmo dovuto semplicemente posare una forchetta e dire l’una all’altra: se n’è andato (…). Mescolare le nostre lacrime con l’olio e il grasso della bistecca, nominare il corpo di mio padre, creargli una tomba fatta di frasi e anche di pianti, se necessario. Non l’avevamo fatto, e la sua bara era rimasta dappertutto”. L’assenza del corpo del padre condiziona Ida che tende a svalutare la sua stessa fisicità, quando pensa dopo un rapporto sessuale occasionale che “se una cosa è accaduta al corpo, allora non è accaduta davvero”. Insomma se il corpo del padre è sparito nel nulla, forse nessun corpo ha valore. Per quanto riguarda la sua voce e il suo profumo, invece, Ida ha cercato di salvarli, a imprigionandoli nella scatola rossa in cui ha chiuso un vecchio nastro registrato e una pipa che conserva l’odore del tabacco. E altre due voci irrompono nella vita di all’improvviso Ida, demolendo il muro di difesa eretto per preservare la sua infelicità: la voce della sua migliore amica di un tempo, Sara, e quella di Nikos, un giovane appena conosciuto. Chiusa nel suo dolore, Ida non ha saputo partecipare in passato alla sofferenza di Sara durante un aborto ed ora che è più disponibile a confortare Nikos, sconvolto per la morte della sua ragazza in un incidente, egli purtroppo sceglie di suicidarsi. Le ultime pagine del drammatico Addio fantasmi, si chiudono con un finale catartico e liberatorio, inducendoci ad aprirci al dolore degli altri, in quanto esso ci può aiutare ad uscire dall’immobilità di un lutto, poiché in fondo tutti possiamo considerarci dei sopravvissuti che hanno subito perdite di persone care in questo breve percorso terreno, più volte nel libro paragonato ad un Augenblick, un battito di ciglia. Finalista al Premio Strega 2019, il romanzo è anche vincitore del Premio Martoglio, del Premio Subiaco Città del libro, del Premio Alassio Centolibri. Nadia Terranova è nata a Messina nel 1978 e vive a Roma. Ha pubblicato cinque libri per ragazzi tra cui Bruno il bambino che imparò a volare (Orecchio acerbo, 2012, dedicato alla vita di Bruno Schulz, e Le nuvole per terra (Einaudi Ragazzi, 2015). Ha esordito nel romanzo nel 2015 con Gli anni al contrario, vincitore del Bagutta Opera Prima e altri premi. Collabora con diverse riviste. Giovanna D’Arbitrio
CASE VUOTE, UN LIBRO DI BRENDA NAVARRO
post pubblicato in diario, il 12 dicembre 2019
Case vuote (Ed. Perrone), di Brenda Navarro, è stato presentato mercoledì 11 dicembre alle 18.30 presso la Libreria Raffaello (via Michele Kerbaker, 35). Il dibattito tra l’autrice e il Club dei Lettori è stato condotto da Enza Alfano con il supporto della scrittrice Carmen Pellegrino e di una valida interprete di lingua spagnola. Dal dialogo con il lettori è emersa in pieno la condizione femminile con tutti i suoi ancestrali problemi, condizione forse più difficile in Messico, in America Latina e in tanti paesi del Terzo Mondo, ma estesa in modo trasversale anche ai paesi occidentali “cosiddetti” civili, dove si rileva un crescente incremento di violenza sulle donne. In Italia, ad esempio, secondo il rapporto Eures 2019 su "Femminicidio e violenza di genere”, dal 2000 a oggi le donne uccise sono 3.230, di cui 2.355 in ambito familiare e 1.564 per mano del proprio coniuge/partner o ex partner. Secondo tale rapporto, a crescere sono soprattutto le violenze in ambito familiare/affettivo (+6,3%, da 112 a 119)dove si consuma l'85,1% degli eventi con vittime femminili. Attraverso un interessante e coinvolgente dibattito, analizzando le cause di tali tragici effetti, sono stati evidenziati i condizionamenti socio-culturali, più drammatici dove c’è degrado e mancanza di Istruzione, nonché quelli socio-economici che con le strategie globalizzate del “lean and mean” e “lessi is more”, tagliano posti di lavoro soprattutto alle donne, sempre meno indipendenti e quindi più succube e ricattabili dal maschilismo imperante. Il tema centrale del libro rimane comunque quello della "maternità" intorno al quale l’autrice costruisce un romanzo duro, violento e angosciante in cui vengono messe a confronto due madri molto diverse per background socio-culturale, ma comunque accomunate dal vivere in “case vuote”, dove è difficile per le donne sviluppare una propria “identità” per condizionamenti atavici e mancanza d’amore. Volutamente la scrittrice non ha dato un nome alle due “donne- simbolo” della condizione femminile in generale. Nel risvolto anteriore di copertina pertanto leggiamo che” in Messico in. un normale pomeriggio al parco, i bambini che si rincorrono tra le altalene e lo scivolo, le madri che si concedono qualche chiacchiera e li sorvegliano con lo sguardo. In quel parco c'è anche Daniel, c'è un momento prima e quello dopo non c'è più. A nulla serve urlare il suo nome, interrogare ogni angolo. Daniel è sparito ma è rimasto nel piatto di zuppa lasciato sul tavolo prima di uscire, nei vestiti infilati nella cesta dei panni sporchi, nei soldatini sparpagliati sul pavimento. Nel letto sfatto. Daniel continua a essere presente nello scricchiolare delle mattonelle che non accolgono più i suoi passi, in ogni angolo della sua casa vuota dove su madre non la smette di maledirsi, una madre che madre non si è sentita mai, né quando Daniel c'era né, soprattutto, quando si è perso chissà dove. Ci sono donne, si dice, che non sono buone a fare le madri e a quelle donne, a quelle come lei, dovrebbero impedire di mettere al mondo dei figli. Se una casa rimbomba di un'assenza, un'altra accoglie quel bambino estraneo nel gesto estremo di una donna che non lo ha messo al mondo ma fa di tutto per fargli da madre. Brenda Navarro costruisce un romanzo scomodo, che erode ogni ipocrisia e canone sociale su un tema ostaggio spesso di una retorica a buon mercato. Lascia parlare due donne che nella maternità, non desiderata da una parte o inseguita a tutti i costi dall'altra, ci conducono nel mistero più fitto dell'essere donna. Ho letto il libro e ho partecipato all’’incontro con l’autrice come membro del Club Dei Lettori, interessata da anni al tema della condizione femminile al quale ho dedicato molti articoli on line, mettendo costantemente in rilievo - come donna, madre e insegnante- l’importanza di Istruzione, Educazione, Formazione e Lavoro, senza la cui attuazione non ci potrà mai essere vera emancipazione femminile, in particolare oggi in una difficile svolta epocale in cui predominano deriva etica, ingiustizie sociali e violenza. Dai cenni biografici apprendiamo che Brenda Navarro è nata nel 1982. Ha studiato Sociologia ed Economia Femminista all’Universidad Nacional Autónoma de México. Ha conseguito un Master in Studi di genere all’Università di Barcellona. Nel 2016 ha fondato #EnjambreLiterario, un gruppo di donne che promuove la scrittura al femminile. Giovanna D’Arbitrio
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