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COME PESCI IN UN ACQUARIO
post pubblicato in diario, il 10 giugno 2018
Ho letto da qualche parte che i pesci sono in grado di comunicare tra loro e, osservandoli talvolta in qualche acquario mentre mi fissavano aprendo e chiudendo la bocca al di là del vetro, mi sono chiesta se cercassero di dirmi qualcosa. Quest’idea un po’ pazza mi è venuta più volte in mente mentre tentavo inutilmente di farmi capire da amici e familiari. Ho notato, in effetti, che spesso le persone ascoltano distrattamente come si fa con una radio o un televisore che restano là accesi per ore, ma sono solo un “sottofondo” a pensieri e azioni. Mi sono sentita allora proprio come quei pesci nell’ acquario che aprono e chiudono la bocca, ma che non riescono a portare il loro silente misterioso linguaggio al di là del vetro verso gli umani. Perché in questi ultimi anni è diventato così difficile comunicare? Lo smartphone sembra essere diventato una sorta di irrinunciabile protesi, quasi un cordone ombelicale, sostitutivo di altri legami, dal quale è difficile staccarsi. Il fenomeno poi diventa preoccupante quando coinvolge i bambini, abilissimi nell’usarlo fin dalla tenera età, divenuto una babysitter a basso costo che può produrre una pericolosa dipendenza. Ormai tutti li usiamo coinvolti dai cambiamenti imposti dalle nuove tecnologie che dobbiamo tuttavia imparare a gestire con saggezza, senza diventarne schiavi. Tutti , sconosciuti per strada oppure conoscenti, amici e familiari, chini su tali aggeggi mentre le immagini scorrono, immersi negli smartphone a chattare sui social o su WhattsApp, e nelle pause comunque lontani dalla realtà “nell’isola che non c’è” di remoti pensieri come in un semi coma: ti rispondono a monosillabi, come voci dell’aldilà, oppure devi ripetere più volte la domanda la quale, facendo il suo giro nelle sinapsi dei loro cervelli, simile ad una pigra brezza estiva, finalmente giunge in porto e così “a scoppio ritardato” ti arriva una laconica, evasiva risposta, segno di una sovrapposizione o di una coesistenza (sarà mai possibile?) di pensieri, trai quali si fa una cernita in base alle priorità assegnate. -Capperi , sono andata a finire in fondo alla graduatoria!- ho pensato. In famiglia, tuttavia, l’affetto e la tolleranza ci portano a scusare la distrazione dei nostri cari e si aspetta con pazienza un momento più propizio per farsi ascoltare, considerando i frenetici ritmi della vita lavorativa, le preoccupazioni per il futuro, l’attuale crisi e così via. La stessa immagine dell’acquario mi si è riproposta poi in qualche noioso evento mondano, anche se con significato diverso, “capovolto” per così dire: questa volta non ero io nell’acquario, ma gli altri. Ho immaginato di vedere le persone trasformarsi in pesci che aprivano e chiudevano la bocca, senza riuscire a comunicare veramente. Si guardavano, si scrutavano, si “pesavano” con gli occhi, e parlavano, parlavano, parlavano, ma… le parole erano senza significato. E che dire dei politici che partecipano a tutti i dibattiti in TV? In questi mesi in Italia, prima e dopo la formazione del nuovo governo, i talk show televisivi non hanno smesso un attimo di martellarci per ore e ore. La loro voce arriva veramente ai cittadini? A che servono tante chiacchiere: la gente seria vuole fatti concreti. Poi mi viene spesso un dubbio atroce e mi chiedo quanti possano essere oggi “esseri umani” nel vero senso della parola e quanti pian piano si stiano robotizzando, incapaci di pensare con la propria testa, già omologati e pronti per l’uso da parte di qualche “Grande Fratello”, come in “1984” di G. Orwell, un libro che cito spesso poiché stranamente sembra descrivere la nostra epoca. Ci auguriamo comunque di svegliarci da questa specie di nuovo “oppio dei popoli” e che il futuro sia diverso, ricco di autentica e consapevole comunicazione. Giovanna D’Arbitrio
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