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VIAGGIO IN OLANDA
post pubblicato in diario, il 9 dicembre 2017
Quando eravamo giovani sognavamo di girare il mondo, esplorare posti nuovi, conoscere altri paesi, confrontarci con persone di diverse culture. Per fortuna con l’aiuto dei nostri amici stranieri abbiamo realizzato i nostri sogni, cominciando a visitare i paesi europei. Memori della cosiddetta “guerra fredda” tra USA e URSS, sognavamo allora un’Europa forte e unita dai grandi valori di Cultura, Democrazia, Libertà, una sorta di grande confederazione, un Stato “cuscinetto” che bilanciasse il potere delle suddette grandi nazioni. Viaggiammo molto a quei tempi e conoscemmo tanti paesi europei nei quali ora abbiamo ancora amici e spesso ricordo con piacere tanti particolari impressi in modo indelebile nella mia mente. Bellissimo il viaggio in Olanda degli anni’80, quando in nostri amici Jan, Rossella e la loro figlia, Clarissa, ci invitarono a trascorrere un periodo con loro. La nostra amicizia si consolidò col passare degli anni e così più volte ci invitarono all’Aia per partecipare ad importanti eventi familiari, come se fossimo loro parenti. Era primavera quando arrivammo per la prima volta all’aeroporto di Den Haag e fummo sorpresi nel trovare in un paese nordico sole e clima mite. Mentre Jan ci conduceva verso la sua casa, ci colpirono subito le enormi distese di tulipani multicolori e i mulini a vento. Rossella e Clarissa ci accolsero sorridenti e ci mostrarono la loro meravigliosa casa. Nei giorni successivi il tempo cambiò e conoscemmo il gelido vento del Nord, mentre con i nostri amici visitavamo la città. Gli olandesi hanno in genere famiglie numerose e mostrano rispetto e amore per i rapporti familiari. Non so se sia ancora così dopo tanti anni, ma mi colpì ad esempio il riunirsi della famiglia nel tardo pomeriggio per far quattro chiacchiere e stare insieme, prendendo un aperitivo prima di cena. Si sente il calore familiare anche nella preparazione dei loro cibi caratteristici che avemmo l’opportunità di gustare non solo a casa dei nostri amici, ma anche in accoglienti ristoranti. Gustammo il Kaas il buon formaggio olandese, le ottime patate, bollite fritte o al forno, condite con salsa e cipolline taglliate, lo stamppot (salsiccia affumicata, patate, cavolo e cipolla), le zuppe ( tomatensoep con pomodoro e crema, erwtenswoep conpiselli e salsiccia), le Bitterballen, polpettine fritte di carne di manzo. Ottimo anche il pesce, in particolare le aringhe affumicate, le anguille (palin), sgombro, cozze e infine gran varietà di biscotti e dolci. Insieme ai loro numerosi amici e parenti partecipammo ad una grande festa in famiglia, pranzando al Kurhaus di Scheveningen, un famoso complesso che include un albergo, 2 ristoranti e uno stabilimento balneare. Le origini del Kurhaus risalgono al 1818, quando Jacob Pronk costruì uno stabilimento balneare in legno. Nel 1885,l'edificio fu trasformato in uno stabilimento per le cure (Kurhaus). L'edificio fu poi distrutto da un incendio e ricostruito tra il 1886 in stile barocco dagli architetti tedeschi J. F. Henkenhaf e F. Ebert. Nei giorni che seguirono visitammo Il Binnenhof (Corte interna), grande complesso architettonico sede del parlamento olandese e il Mauritshuis, un tempo residenza del conte J. Maurits van Nassau-Siegen, da cui prende il nome, oggi un museo che ospita dipinti dei più famosi pittori olandesi, come” La Ragazza col turbante o Ragazza con l'orecchino di perla “di Jan Vermeer. Tanti in verità sono i maestosi palazzi e le chiese in questa città: Oude Stadhuis, il Municipio Vecchio in stile rinascimentale olandese (1565); Il Palazzo Noordeinde, edificio degli Stati Generali nel 1595, poi passato al principe Federico Enrico d'Orange nel 1640; Il Palazzo della Pace (sec. XIX )che ospita la Corte internazionale di giustizia e l'accademia del diritto internazionale: Huis ten Bosch,( Casa nei boschi), Palazzo Reale dell'Aia, una delle tre residenze ufficiali della Famiglia Reale, costruito nel 1645; Grote Kerk (Chiesa Grande), la chiesa principale della città in stile gotico con una torre fornita di un carillon di 52 campane, edificata nel XIV secolo in stile gotico; Nieuwe Kerk (Chiesa Nuova)in stile barocco olandese (1649). Ci incantarono in modo particolare i meravigliosi giardini del Keukenhof, un parco botanico sorto nel 1949 nei pressi di Lisse, non lontano da Amsterdam. In esso si possono ammirare milioni di tulipani insieme a tanti altri fiori, 2500 alberi, un lago, canali e vasche d'acqua con fontane, un mulino a vento e numerose sculture. E che dire dell’imponente diga l’Afsluitd?k ?! Costruita fra il 1927 ed il 1932, lunga 32 km, larga 90m, 7,25 m sopra il livello del mare, attraversata perfino da un'autostrada. Fu inaugurata dalla regina Guglielmina nel maggio 1932. L’ Afsluitdijk ha separato l'insenatura dello Zuiderzee dal Mare del Nord, trasformandolo in un lago d'acqua dolce (lo IJsselmeer) e permettendo di strappare alle acque i territori che oggi costituiscono la provincia di Flevoland. E dopo aver elencato solo alcune delle meraviglie di questo bellissimo Paese, ancora una volta ribadisco che viaggiare è importante, soprattutto se i luoghi vengono mostrati con amore dai loro abitanti… con il “collante” importantissimo dell’amicizia che apre sempre nuovi orizzonti e rafforza i legami tra i popoli. Questa è l’Europa che abbiamo sognato noi giovani di un tempo e questo valore abbiamo cercato di inculcare nei nostri figli, ai quali un giorno passeremo il testimone. Allora non si parlava di banche e Spread! Altri tempi, si dirà, ma perché non riproporli con rinnovate energie giovanili?! Ciò che è Bello non ha tempo. Giovanna D’Arbitrio
MIO PADRE: UN UOMO ONESTO
post pubblicato in diario, il 8 dicembre 2016
Chi sa perché l’approssimarsi del Natale risveglia in me tanti ricordi di un passato impresso in modo indelebile nella mia mente: una forte nostalgia mista a dolcezza mi prende e mi avvolge mentre penso alle persone scomparse, in particolare ai miei genitori. Ed avendo già descritto mia madre in un precedente articolo, ora sento il bisogno di aggrapparmi alla figura di mio padre, un uomo onesto e dignitoso, mentre i valori del passato sembrano crollare intorno a me in una società decadente. Papà non aveva avuto una vita facile, fin dall’infanzia: suo padre era morto durante la I guerra mondiale quand’egli aveva due mesi, poi sua madre si risposò e il patrigno lo mise in collegio. Spesso ci raccontava che era talmente piccolo che non riusciva a rifarsi il letto da solo nel convento di “Fatebenefratelli” a Posillipo (ora divenuto ospedale) e per la sua vivacità spesso finiva in castigo, “senza, frutta, senza dolce e faccia al muro”. Continuò gli studi con l’aiuto delle zie e di varie borse di studio: quando sua madre morì, aveva solo 18 anni e cominciò a lavorare per iscriversi all’università. Desiderava diventare un bravo ingegnere, ma purtroppo lo scoppio della II guerra mondiale infranse quel sogno. Fu richiamato sotto le armi e servì la patria come ufficiale dell’aereonautica. Riuscì comunque a laurearsi in matematica e durante una vigilia di Natale degli anni ‘40 incontrò Ada, la mia futura madre: fu colpo di fulmine e si sposarono pur tra orrori, violenze della guerra e i distruttivi bombardamenti . Diventò in seguito professore di liceo e fu molto amato dagli alunni per la sua severità unita ad equità, comprensione per i problemi dei giovani, gentilezza e humour molto “napoletano”. Un giorno un alunno che faceva caricature agli insegnanti, lo rappresentò alto, autorevole e imponente dietro una minuscola cattedra. Papà si divertì molto nel vedere quel disegno e lo conservò con cura in un cassetto del suo scrittoio. Lavorava tanto Il prof, Salvatore D’Arbitrio, un vero stakanovista, e per sbarcare il lunario dava ripetizioni di pomeriggio (talvolta fino a notte inoltrata in caso di preparazione agli esami di maturità): la famiglia era numerosa (4 figlie!). Paragonavo talvolta mio padre a Robin Hood, poiché ai ragazzi poveri faceva pagare di meno anche se le sue lezioni duravano più a lungo, quando era necessario. Mio padre non ci ha fatto mancare mai niente, sempre attento non solo al nostro benessere fisico, ma anche e soprattutto alla nostra formazione culturale ed umana. E anche se era affettuoso verso i genitori e i parenti di mia madre, non chiese mai loro denaro o favori, pur sapendo che provenivano da famiglia benestante e di nobili origini. Tutto ciò che faceva e diceva con passione e impegno su scuola, istruzione, educazione, contatto con i giovani, è stato per me un esempio meraviglioso e così… sono diventata anch’io un’insegnante. Amava la libertà e la democrazia e, non essendo legato ad alcun carro politico, di volta in volta dava il suo voto al partito che gli sembrava più convincente per programmi e idee. Non sopportava le persone false e bugiarde che farfugliavano imbarazzate davanti ai suoi grandi occhi azzurri, indagatori, limpidi e sinceri, sempre alla ricerca della verità. Morì dopo molte sofferenze per una grave malattia e rottura di un femore. Nei pochi attimi di lucidità prima di andarsene, trovò per noi frasi piene d’amore ed incoraggiamento. Sapendo che attraversavo un momento difficile, a me disse: “Giovanna, forza, forza, forza!” e quelle furono le sue ultime parole. Ci venne così a mancare una guida forte e amorevole. Anche i nipoti ricordano con affetto Nonno Salvatore, uomo onesto, dignitoso e saggio, sempre gioioso (“Alleluia!”, era l’esclamazione preferita in caso di buoni risultati da loro conseguiti), pronto alla battuta di spirito, oppure a dar loro consigli, lezioni di matematica e quant’altro Forse è stato meglio per lui andar via da questo mondo quando ancora esistevano tante persone oneste come lui, quando i valori e i principi in cui credeva erano ancora saldi in un’Italia di onesti lavoratori che non conoscevano ancora le devastanti conseguenze della globalizzazione, quando le famiglie erano numerose con parentele estese fatte di zii e cugini, e soprattutto quando erano ancora unite e solidali, disposte all’aiuto reciproco, quando ci si frequentava tutto l’anno, non solo a matrimoni e funerali o una volta tanto a Natale. E per concludere, caro papà, spero che tu sia in un posto pieno di pace, sempre insieme alla tua amata Ada, come in quella lontana Vigilia di Natale in cui vi incontraste. Giovanna D’Arbitrio
CULTURA, DEMOCRAZIA, LIBERTA'
post pubblicato in diario, il 8 febbraio 2015
           

Cultura, Democrazia, Libertà  sono senz’altro tappe inscindibili di un percorso verso un livello evolutivo più alto dell’Umanità.  Il punto di partenza è senza dubbio  la “Cultura” che non è soltanto istruzione, cioè acquisizione di conoscenze in varie discipline, ma anche Educazione, intesa nel senso più alto come socratica “ars maieutica” (arte della levatrice), ovvero abilità educativa nel “far venire alla luce” conoscenza e verità attraverso il dialogo docente-discente, favorendo un processo di crescita spirituale. Nelle moderne scuole occidentali, anche se piene di aggeggi elettronici di ogni genere, purtroppo spesso l’ aspetto educativo inteso in tal senso non è prioritario, ma almeno il diritto allo studio è garantito. Ben diversa è la situazione in tanti paesi sottosviluppati dove tale diritto non è riconosciuto e… non a caso in essi sono assenti anche democrazia e libertà.

 

Ogni giorno i Tg ci mostrano orrende immagini di violenza e morte che ci ricordano i secoli bui del Medio Evo, in un progressivo sprofondamento nell’ abisso dell’inciviltà. Attoniti e sgomenti, tutti coloro che sono lontani dai complicati interessi politici internazionali, si pongono inquietanti interrogativi ai quali non sanno rispondere.

 

Come mai terribili dittature, guerre e terrorismo predominano in territori ricchi di risorse? Perché in tante nazioni analfabetismo, miseria, fame,  malattie, inquinamento e disastri climatici non sono stati debellati malgrado i progressi di scienza e tecnica?  Come mai micidiali armi finiscono nelle mani dei terroristi? Perché pena di morte e tortura sono ancora presenti nei paesi civili? Come mai i governi (anche quelli più indebitati) scelgono di acquistare costose armi e non investono su istruzione, cultura, lavoro e solidarietà che potrebbero creare vivibilità invece di guerre, violenza, criminalità, morte e distruzione?

 

 In fondo anche “i ghetti” periferici delle grandi città occidentali hanno problemi simili. Come mai perfino l’Europa rinuncia a essere un faro di civiltà e cultura, crollando sotto i colpi dello Spread ? Cosa succederà alla Grecia?  Dove ci condurrà l’Ucraina? Come si può parlare di posti di lavoro se poi si consentono le “delocalizzazioni”? le domande potrebbero essere ancora tante, ma difficili e complicate sono le risposte: ricerca di potere e denaro, incapacità ad elaborare una responsabile visione d’insieme, crescente follia collettiva, imperante ateismo o devastanti fondamentalismi religiosi sembrano impedire una positiva evoluzione dell’Umanità. Cosa accade?  Forse non c’è un numero sufficiente di persone sagge e coraggiose che possano generare una positiva svolta?

 

G. Orwell nel suo lungimirante romanzo 1984 (Nineteen Eighty-four) ci  mise in guardia contro i tre slogan del  Grande Fratello, terribile dittatore che si serve di avanzate tecnologie per controllare, spiare e omologare l’Umanità: “l’ignoranza è forza, la guerra è pace, la libertà è schiavitù”.

 

Il pericolo maggiore che oggi corriamo in effetti è proprio quello dell’ottundimento delle coscienze  sotto i colpi di una distruttiva omologante cultura che martellandoci continuamente con immagini e slogan negativi, potrebbe condurci a una crescente spirale di odio e violenza oppure farci sprofondare lentamente nella rassegnazione e infine nell’ indifferenza a tutto ciò che accade, convinti di essere impotenti ed inermi dinanzi a decisioni che ci sovrastano. Eventi straordinari di ogni genere dovrebbero comunque indurci a riflettere sull’attale periodo storico che ci pone di fronte ad un inevitabile bivio: è giunta l’ora di schierarsi da una parte o dall’altra, scegliendo tra barbarie o civiltà, egoismo o solidarietà, schiavitù o libertà. Sia pur tra mille condizionamenti, nei nostri democratici paesi occidentali possiamo ancora scegliere, ma dobbiamo fare in fretta: il tempo stringe. 

 

La lettura del Rapporto di Amnesty International 2013 ci può far riflettere su quanto avviene negli scenari internazionali.  Salil Shetty nell’Introduzione al suddetto rapporto intitolato “I diritti umani non conoscono confini”, cita le seguenti  parole di M. L. King: “L’ingiustizia che si verifica in un luogo minaccia la giustizia ovunque. Siamo tutti presi in una rete di reciprocità alla quale non si può sfuggire, legati a un unico destino. Qualsiasi cosa colpisca direttamente uno, colpisce indirettamente tutti.” (Martin Luther King Jr, lettera dal carcere di Birmingham, Usa, 16 aprile 1963). Ricordando Malala Yousafzai, vincitrice del Premio Nobel per la Pace, nota per la sua strenua lotta per il diritto all’ istruzione, ha poi sottolineato che Il coraggio e la sofferenza delle persone, insieme alla potenza dei social network, hanno cambiato la nostra visione della lotta per la difesa dei diritti umani  che non hanno confini e pertanto un elemento chiave in tale difesa è “il diritto di tutte le persone di essere libere dalla violenza, ponendo  forti limiti alla possibilità dello Stato d’interferire nella nostra vita e in quella dei nostri familiari. Ciò comprende la protezione della nostra libertà d’espressione, associazione e coscienza”.(http://rapportoannuale.amnesty.it/2013/introduzione)

 

Ci sembra giusto concludere con le parole del personaggio di Orwell, Winston Smith, l’ultimo uomo libero rimasto sulla Terra, il quale prima di essere “omologato” con lavaggio del cervello, sotto tortura dice:  Io so che alla fine sarete sconfitti. C’è qualcosa nell’universo…non so, un qualche principio che non riuscirete mai a sopraffare….Lo Spirito dell’Uomo”.

 

Giovanna D’Arbitrio 

 

 

THE LADY- L'AMORE PER LA LIBERTA'
post pubblicato in diario, il 27 marzo 2012
           

Presentato al Festival Internazionale di Roma, il film di Luc Besson “The Lady -l’amore per la libertà” racconta la storia di Aung San Suu Kyi, Premio Nobel per la Pace 1991, definita “orchidea d’acciaio” per la sua coraggiosa opposizione alla dittatura militare che da molti anni opprime  il suo paese, la Birmania.

 

Dopo l’assassinio del padre, il generale Aung San, leader della lotta indipendentista, Suu (Michelle Yeoh) lascia il suo paese, va in Inghilterra, sposa  Michael Aris (David Thewlis), un professore universitario, e  decide di vivere ad Oxford con la sua famiglia. Costretta a ritornare in patria nel 1988 per le gravi condizioni di salute di sua madre, assiste alla brutale repressione dei moti studenteschi, un vero bagno di sangue in cui furono trucidati tremila giovani, e pertanto decide di restare in Birmania per aiutare il suo popolo. Fonda un partito, la Lega Nazionale per la democrazia, vince le elezioni (una farsa inscenata dal regime), ma viene catturata e costretta agli arresti domiciliari per molti anni, poiché si rifiuta di ritornare in Inghilterra e di abbandonare la lotta.

 

Seguendo l’esempio di suo padre e le idee di Gandhi, ella si batte per democrazia, libertà, diritti umani  secondo i principi della non-violenza, guadagnandosi ammirazione e stima sia in patria che all’estero. Costretta a rinunciare agli affetti familiari, poiché il regime non consente al marito e ai figli di entrare in Birmania, con grande sofferenza li segue da lontano: non potrà essere vicina a Michael nemmeno quando egli si ammalerà  di cancro e morirà. Il 13 novembre  2010 Suu viene finalmente liberata dalla sua lunga ed estenuante prigionia.

 

“The Lady” è senz’altro un film commovente, senza falsa retorica, che racconta drammatici eventi attraverso i sentimenti:  la forza dell’amore di Suu e della sua famiglia, saldamente unita negli affetti e nella lotta per la libertà, viene contrapposta all’odio e alla crudeltà di un Potere politico ottuso e corrotto.

 

Nel corso di un’ intervista, al regista è stato chiesto come mai egli riesca così bene a penetrare nella psicologia femminile di personaggi come Giovanna D’Arco e San Suu Kyi. Besson ha risposto che non ritiene di possedere particolari abilità in tal senso e che i risultati raggiunti sono solo frutto di un’accurata ricerca della verità attraverso documenti e testimonianze.

 

Per questo film la ricerca è stata piuttosto difficile e lunga, poiché non riuscendo ad aver contatti né con Suu né con la sua famiglia, si è rivolto ad associazioni internazionali come Amnesty International  e agli stessi birmani includendone circa 200 nel cast: ad essi soprattutto egli ha chiesto se ogni scena o dialogo sembrasse più o meno aderente alla realtà. Ha inoltre aggiunto che oggi nel mondo abbiamo particolarmente bisogno di persone come San Suu Kyi, di “modelli” che battendosi per ideali positivi possano trainare gli altri e segnare una svolta .

 

Un bel film che si avvale di un buon cast, della sceneggiatura di Rebecca Fryan, musiche di Eric Serra, un film che dovrebbero vedere tutti, soprattutto i giovani

 Giovanna D’Arbitrio

 

   

 

 

 

 

 

 

 

 

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