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MOSTRA DEDICATA A FABIO MAURI AL MUSEO MADRE DI NAPOLI
post pubblicato in diario, il 26 novembre 2016
Il 25 novembre 2016, alle ore, 19,30, è stata inaugurata al Museo Madre di Napoli, un’interessante mostra fotografica dedicata a Fabio Mauri che resterà aperta al pubblico fino al 6 marzo 2017. Orari: da lunedì a sabato 10.00 - 19.30; domenica: 10.00 - 20.00; martedì: chiuso. Dalla biografia di F. Mauri si apprende quanto segue: “ Nasce a Roma nel 1926. Trasferito a Milano scopre presto l’arte contemporanea attraverso le opere di Carrà, De Chirico, Tosi, Savino, Tomea. Nel 1931 si trasferisce a Bologna dove conosce Pasolini e viene introdotto al Futurismo, avanguardia che avrà grande influsso sulla sua formazione. Dopo la guerra rimane profondamente colpito da immagini di campi di sterminio e vive una profonda crisi. A questo periodo risalgono i suoi primi dipinti, di natura religiosa e semi-figurativi, in stile espressionista. L’attività artistica di Mauri cambia direzione nel 1956, in seguito all’incontro con l’opera di Burri. Mauri inizia a produrre disegni, collage e Schermi, gettando le basi del suo percorso. Nel 1971 inizia la serie delle performance ideologiche e continua la sperimentazione di vari linguaggi espressivi, rimanendo tuttavia fedele al percorso avviato e, soprattutto, al concetto che ne guida la produzione: lo schermo. Nel 1994 la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma gli dedica una grande retrospettiva. Nel 2009 muore a Roma. Nella presentazione della mostra sul sito del Museo (www.madrenapoli.it) “Retrospettiva a luce solida è il titolo della mostra monografica dedicata dal Madre nel mese di novembre a Fabio Mauri (Roma, 1926-2009), magistrale esponente delle neo-avanguardie della seconda metà del XX secolo, la cui pratica artistica – incentrata sull’esplorazione dei meccanismi dell’ideologia e dei linguaggi della propaganda, come dell’immaginario collettivo e delle strutture delle narrazioni mediatiche – lo impone fra i più autorevoli e seminali artisti contemporanei a livello internazionale. Organizzata in stretta collaborazione con lo Studio Fabio Mauri, la mostra – la più completa mai dedicata all’artista dopo la retrospettiva, nel 1994, alla GNAM-Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma – comprenderà, in un percorso appositamente concepito per i singoli spazi del museo, più di cento fra opere, installazioni, azioni e documenti, che indagano la storia moderna e contemporanea nei suoi conflitti e nelle sue contraddizioni e trovano nell’intrinseco rapporto fra dimensione storica e dimensione etica il loro fulcro intellettuale ed emotivo. La prima sezione della mostra, articolata su tutto il terzo piano del museo, presenterà le opere con cui l’artista esplora, in un’iniziale tangenza con le estetiche pop, la dimensione della comunicazione di massa, fino alla serie degli Schermi (anni Cinquanta-Settanta), che si integrano con i “tappeti-zerbini” e una pluralità di altre opere e materiali connessi alla ricerca sui significati e le dinamiche della proiezione, tra cui i principali lavori scultorei e installativi della fine degli anni Sessanta (Cinema a luce solida, 1968; Pila a luce solida, 1968; Colonne di luce, 1968; integrano con i “tappeti-zerbini” e una pluralità di altre opere e materiali connessi alla ricerca sui significati e le dinamiche della proiezione, tra cui i principali lavori scultorei e installativi della fine degli anni Sessanta (Cinema a luce solida, 1968; Pila a luce solida, 1968; Colonne di luce, 1968; Luna, 1968). Il percorso culmina in una selezione delle opere con proiezioni, da quelle in 16mm degli anni Settanta su corpi ed oggetti (vari esemplari di Senza e Senza ideologia, la ricostruzione di Intellettuale-Pasolini), fino alle più recenti proiezioni su supporto digitale e di impianto ambientale. Una seconda sezione della mostra, al piano terra del museo nella sala Re_PUBBLICA MADRE e presso le tre sale del mezzanino, sarà costituita da opere, installazioni, azioni e documentazioni afferenti alla matrice performativa e teatrale della ricerca dell’artista, con una selezione delle più importanti azioni di Mauri, che verranno presentate periodicamente, durante l’arco della mostra, o attraverso materiali documentari e alcune essenziali componenti “sceniche”. Integrandosi in questo ambiente dinamico saranno presentate anche alcune installazioni fondamentali, quali Manipolazione di Cultura (1971-1973, terminato nel 1976), l’opera-libro Linguaggio è guerra (1975), Oscuramento (1975), Il Muro Occidentale o del Pianto (1993), Teatrum Unicum Artium (2007). Spazio di indagine verrà inoltre dedicato alla prima opera teatrale di Mauri, monologo in due tempi e due scene intitolato L’isola (1960). Una terza sezione della mostra (Sala delle Colonne, primo piano) sarà dedicata, infine, alla presentazione inedita dell’integrale corpus delle maquette architettoniche che ricostruiscono i percorsi espositivi delle principali mostre dell’artista. Trasformando l’intera superficie del Madre nello spazio-tempo di un’esperienza critica, in cui il pensiero si fa fisico e concreto, e il white cube museale si confonde con il palcoscenico teatrale e la scatola nera della sala cinematografica, la mostra incorpora e trasmette il concetto di “luce solida” che compare in alcuni titoli delle opere dell’artista: in esse, richiamandosi alle Lampadine con i raggi solidificati futuriste, Mauri conferiva consistenza fisica al raggio che congiunge il proiettore e lo schermo cinematografico, traducendo così l’idea che tutte le componenti dell’esistenza sono reali, e quindi anche il pensiero, l’immaginario e l’ideologia. Questa riflessione, successivamente affidata agli Schermi, alle Proiezioni e alle azioni performative, diviene metafora del rapporto tra mente e mondo, tra realtà e memoria, fra Storia e storie, trasformando, in occasione di questa mostra, il museo stesso in proiettore così come il concetto di retrospettiva in una proiezione architettonica che avvolge lo spettatore. (a cura di Laura Cherubini, Andrea Viliani). All’inaugurazione della mostra un folto e variegato pubblico era presente e dai commenti ascoltati tendendo l’orecchio a coloro che osservavano affascinati, colpiti o incuriositi dalle opere di F. Mauri (esperti, appassionati di arte moderna o gente comune), ci è sembrato evidente che l’interesse e i consensi fossero davvero notevoli. Tra i visitatori anche diversi stranieri, il che ci conforta poiché gli aspetti positivi della nostra città vanno sempre divulgati, sia in Italia che all’estero. Giovanna D’Arbitrio
PROGETTO XXI: "HYBRID NAPLES"
post pubblicato in diario, il 11 dicembre 2013
           

Nell’ambito del Progetto XXI, con il quale la Fondazione Donnaregina si propone di collaborare con la Fondazione Morra Greco per un’esplorazione della produzione artistica più recente, il 12 dicembre alle ore 19,OO al Museo “Madre” di Napoli, verrà inaugurata la mostra delle opere di Bettina Allamoda e Geoffrey Farmer (aperta fino al 31 gennaio),  il terzo appuntamento della rassegna espositiva intitolata: “Hybrid Naples- l'ordine delle idee deve procedere secondo l'ordine delle cose”.

 

Dalla dettagliata illustrazione dell’evento culturale apprendiamo quanto segue: “Entrambi gli artisti lavorano con immagini e oggetti trovati a Napoli durante la preparazione della mostra, B. Allamoda presenterà una serie di sculture dal carattere tattile e molto ibride; mentre Geoffrey Farmer presenta un film ambizioso, controllato al computer,  un work in progress che incorpora migliaia di immagini trovate, tessute insieme dal suono da parametri algoritmici.

 

Il titolo della rassegna nasce da una riflessione sulla città di Napoli e sul suo ruolo di simbolo di ibridazione in continua trasformazione. Scrisse Richard Sennet nel 2006: “La città aperta per eccellenza è Napoli, la città chiusa è Francoforte”. Qui Napoli è intesa come città dotata di capacità di improvvisazione, e quindi di adattamento, e come luogo capace di accoglienza (nel bene e nel male) nei confronti della diversità e della dissonanza, in contrapposizione con un modello urbano di sovradeterminata omologazione. L’idea di città “aperta” e ibrida non si riferisce tuttavia soltanto a uno stato di fatto attuale, ma è legata ai suoi tremila anni di storia in cui greci, etruschi, romani, spagnoli, tedeschi, olandesi e molte altre culture hanno lasciato il segno del loro passaggio.

 

L’ibridazione intesa come tecnica e realtà culturale di intersezione e mescolanza di elementi e influenze culturali diversi è un fenomeno che in anni recenti ha subito un sorprendente processo di accelerazione grazie a fattori tecnologici di varia natura, dallo sviluppo dei social media all’utilizzo della tecnologia digitale da parte degli artisti contemporanei, e che influenza quella che oggi consideriamo arte contemporanea e quindi, potenzialmente, ogni aspetto della realtà. Sarebbe tuttavia un errore attribuire un carattere di casualità all’ampiezza di tecniche ed elementi possibili che caratterizza il lavoro degli artisti contemporanei. A questo si riferisce la citazione del grande filosofo napoletano Giambattista Vico (1668-1744) che costituisce il sottotitolo della mostra (“l’ordine delle idee deve procedere secondo l’ordine delle cose”), tratta dalla famosa Scienza Nuova (1725), l’opera più importante di Vico, in cui il filosofo teorizza lo sviluppo della civiltà umana in termini di ricorso ciclico. L’assioma, “l’ordine delle idee deve procedere secondo l’ordine delle cose”,  ci impone una riflessione sul fatto che l’esperienza condivisa, tipica dell’epoca in cui viviamo, genera idee condivise e non il contrario …Prendere questo concetto come spunto della mostra significa volere affermare che alla base dell’opera vi sono l’esperienza dell’artista e il riflesso che questa esperienza assume nei suoi processi cognitivi, e non il contrario: le idee non sono prodotti casuali o preconfezionati che l’artista “lancia” allo spettatore, né il mero risultato di indicazioni date dal curatore alla ricerca di immagini di ibridazione.

 

Il lavoro di Bettina Allamoda spinge gli approcci metodologici sviluppati negli anni Sessanta –anche dagli artisti dell’Arte Povera – fino a nuove frontiere. Queste nuove frontiere sono quelle di un paesaggio tecnologico e ideologico radicalmente cambiato, in un mondo pluripolare, post guerra fredda, connesso dalla comunicazione digitale, e disconnesso dal divario sempre più ampio fra ricchi e poveri. Quali strategie adottano i potenti per controllare l’ambiente? Che cosa fanno le persone prive di potere per sopravvivere? E a quali tattiche ricorre chi cerca ancora di godersi la vita in mezzo al caos generale? I film, gli edifici, i televisori, perfino gli oggetti come le transenne o la stoffa elasticizzata per gli indumenti sportivi cambiano in maniera sintomatica in base a questi sviluppi. Allamoda crea collage, sculture e installazioni che riuniscono questi sviluppi trasformandoli in costellazioni ibride, surreali. ….“immagazzinando” così energia sia fisica che ideologica – tutte cose che Allamoda ha fatto in una mostra (presso la September Gallery di Berlino) sul tema del complesso militare - industriale e sulle fantasie di invincibilità e dell’esserne ossessionati dopo la guerra in Iraq”.

 

Bettina Allamoda, nata a Chicago, vive a Berlino. Lavora a livello internazionale dai primi anni ‘90. Fra le sue ultime mostre ricordiamo “The Dress Don't Fit” presso la Charim Galerie a Vienna,  e” Kunsthaus” a Erfurt, Germania (entrambe nel 2013).

 

 

Sul  lavoro di Geoffrey Farmer si legge quanto segue:  “La domanda è centrale in molti modi: oggetti, letteralmente, cineticamente, costretti a muoversi; immagini che muovono qualcosa dentro di te, qualcosa che non sapevi neanche ci fosse: suoni che fanno vibrare delle corde nascoste e che ti coinvolgono. Questo rapporto flessibile fra oggetto, immagine e suono – che fluttua fra l'inusitato e il comico, il sentimentale e il bizzarro – viene esemplificato con vivacità dall'ultimo progetto di Farmer “ Let's Make the Water Turn Black” (2013), un'installazione che è come una coreografia in più parti, che coinvolge più di 70 elementi scultorei  che sono pronti a muoversi, o ad essere illuminati, in corrispondenza ad un a colonna sonora di luce e suono complicata e controllata dall'uso del computer, chiamata a raccontare di nuovo la storia della vita di Frank Zappa. Il lavoro di Farmer è un aleatoria genealogia di controcultura americana, che isola piuttosto che illustrare i suoni e i sentimenti di questa tradizione attraverso la lente dello "Zappaesque", che affonda le radici in grottesche sale da musica anni ‘30, folk e blues mordenti e rurali anni Quaranta, rap urbano anni Cinquanta e musica psichedelica anni Sessanta.

 

Per Napoli, Farmer ha sviluppato ulteriormente un work in progress che è diventato un lavoro intitolato “The Process” (2013). Anche qui l'approccio è abbastanza simile, anche se trasferito al video. Un collage di fotografie – alcune delle quali trovate a Napoli, in libri e riviste a buon mercato – si sviluppa, accompagnato da una colonna sonora di rumori, applausi, zoccoli di cavalli, passi sulla ghiaia. In breve, quei rumori che puoi trovare in un archivio per il cinema o la radio…. Come i film collage brevi del regista canadese d'avanguardia Arthur Lipsett, l'opera ci presenta un panorama dei nostri sentimenti collettivi, i nostri desideri, le nostre paure, una vivace memoria fantasmatica”.

 

Geoffrey Farmer vive a Vancouver, Canada. La sua opera è stata inclusa nella Biennale di Istanbul 2011 e in Documenta 13 (2012). Il suo progetto” Let's Make The Water Turn Black”, presentato nella sua forma iniziale al REDCAT (Los Angeles) nel 2011, è stato inaugurato nel 2013 al Migros Museum Zurich, poi presentato al Nottingham Contemporary, Hamburg Kunstverein, e al Peréz Art Museum Miami. Una grande retrospettiva sarà aperta al Vancouver Art Gallery nel 2015.

 

Giovanna D’Arbitrio

 

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