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PRESENTAZIONE DEL LIBRO "NAPOLI DOVE VAI?"
post pubblicato in diario, il 26 settembre 2021
A Napoli, al Graziani Bistrot in Piazza Dante, il 24 settembre, alle ore 17,30, ha avuto luogo la presentazione del nuovo libro di Giuseppe Rippa con Luigi O. Rintallo, Napoli dove vai? (Edizioni Quaderni Radicali). Hanno partecipato all’incontro Alfonso Ruffo (direttore editoriale di Economy)coordinatore del dibattito, Paolo Macry (docente di Storia Contemporanea all'Università Federico II di Napoli), Guido Trombetti (già rettore dell'Università Federico II), Giuseppe Rippa (autore del libro). A quanto pare rispondere alla domanda che pone il libro si rivela alquanto difficile, come In effetti emerge dai vari interventi dei suddetti partecipanti. Fin dalla breve introduzione di Alfonzo Russo è apparso chiaro che non ci si spiega come mai le grandi risorse paesaggistiche, storiche, artistiche di Napoli siano state “sprecate”, lasciando invece accumulare nel tempo problemi irrisolti. E secondo Paolo Macry è importante anche domandarsi da ”dove venga Napoli”, commentando l’excursus storico politico di Giuseppe Rippa dagli anni ’50 ad oggi, con critiche alle varie amministrazioni fino a quella attuale, colpevoli (chi più, chi meno) di una lunga serie di incurie. Insomma Napoli deve andare oltre: è l’Anno Zero, per cui o si ricomincia o si sprofonda. Quanto alla conclusione del libro che vede Napoli proiettata verso il Mediterraneo e l’Africa del Nord, si è dimostrato poco convinto per le guerre in corso e i forti interessi internazionali, nonché l’irrisolto problema dei migranti che finora l’UE non ha saputo gestire. Secondo Guido Trombetti il compito dell’Università è quello di sviluppare nei giovani lo spirito critico, poiché l’incapacità di riflettere e di interrogarsi genera mancanza di autonomia nei cittadini, costretti nei limiti di un pensiero unico. Bisogna, inoltre, rimuovere il pessimismo imperante focalizzato solo sugli aspetti negativi di Napoli, senza allargare lo sguardo ad altre grandi città (Roma e Marsiglia ad esempio),che hanno gravi problemi per una comune crisi epocale. Non bisogna comunque dimenticare i meriti di una Napoli “letteraria” di ieri e di oggi, ricca di grandi scrittori e artisti. Secondo lui amministrare è difficile per le grandi responsabilità che comporta, nonché per l’enorme massa di norme in cui destreggiarsi. Alfonso Ruffo, infine, dopo aver sottolineato i mille contrasti di Napoli insieme alla sua grande energia, ha dato la parola a Giuseppe Rippa che si è a lungo soffermato sull’excursus storico-politico illustrato nel libro, con dure critiche verso le varie amministrazioni passate e presenti. Innegabile secondo lui il progressivo disfacimento dei partiti politici italiani, sempre più ancorati a ricerca di consenso e potere. Ha ricordato con affetto Giancarlo Siani, vittima di vari interessi e intrighi. Ha concluso affermando che manca la capacità di avere “una visione” una meta futura su cui convergere, un’unità di indirizzi, non solo a livello locale e nazionale, ma anche mondiale. Napoli è una città capricciosa - recita la quarta di copertina del libro -, soggetta agli umori ed anche agli opportunismi, capace di esaltarsi e di abbattersi. Tuttavia, esprime una civiltà autentica. Non soltanto per i suoi trascorsi storici, ma proprio perché ,nonostante la realtà ammorbata odierna, è una città che reca in sé la disposizione a un processo permanente di continua evoluzione. È come se al suo interno ci fosse un’energia ibernata che, pur soggiacente e inerte, mantiene comunque il suo connotato di poter manifestarsi potentemente. Un luogo comune ottocentesco descriveva Napoli come un “paradiso abitato da diavoli”, ma il processo formativo della sua civiltà consuma molteplici aspetti: geografici, economici, etnici. È una miscela che, per paradossale possa sembrare, risulta molto più aderente al tempo che viviamo rispetto agli schematismi ai quali ci costringe la post-ideologia del pensiero unico corrente, sino al punto da poter costituire un viatico per reagire alle infinite contraddizioni e falsificazioni che da quegli schematismi derivano”. Un dibattito interessante che ha posto grandi interrogativi non solo sul futuro di Napoli. E anche se non si capisce come mai i numerosi politici napoletani, passati e presenti, non siano riusciti ad aiutare la città, i problemi ormai non sono solo “napoletani”: viviamo In un’epoca che è riuscita a globalizzare perfino un virus, nonché ad incrementare guerre, flussi migratori, inquinamento e disastri climatici. Senza “una visione” più unitaria e umanitaria, il futuro potrebbe essere davvero oscuro. Aggiungerei che tutti i partiti progressisti dovrebbero unirsi,invece di dividersi, per raggiungere positivi obiettivi. Giovanna D’Arbitrio
"A NAPOLI CON MAURIZIO DE GIOVANNI", UN LIBRO DI VINCENZA ALFANO
post pubblicato in diario, il 26 aprile 2021
“A Napoli, con Maurizio De Giovanni”, di Vincenza Alfano (Ed. Perrone), è un coinvolgente itinerario in cui i romanzi di De Giovanni, centrati sul commissario Ricciardi, ci fanno da guida nella città degli anni ’30, una città che per certi aspetti è rimasta immutata, ma che ancor oggi ci affascina e ci sorprende come in quei tempi lontani. Nel risvolto anteriore di copertina leggiamo quanto segue: “Città imprendibile, creatura terrestre e marina, sospesa tra cielo e terra. Occorre una guida per attraversare Napoli: bifronte, labirintica. Un possibile itinerario è quello tracciato da Maurizio de Giovanni nei romanzi del commissario Ricciardi ambientati nella città partenopea degli anni Trenta. Sempre in bilico tra vita e morte, Napoli sembra il posto giusto per Ricciardi che vede i vivi e i morti e condivide, quindi, con la sua città un destino di sospensione. Il percorso che si intraprende è tortuoso e bellissimo: si parte dal Gambrinus, nel quartiere San Ferdinando, dove è metaforicamente nato il commissario; poi ci si perde tra i Quartieri Spagnoli, dove il vicolo diventa profondo come una ruga, vivo come una ferita sempre aperta. Ogni angolo di Napoli è simbolo e contrasto. Capodimonte è il volto di un bambino che sembra dormire sotto la pioggia, Mergellina è lo scontro fra l'opulenza dei gerarchi e la miseria dei pescatori, è il futuro che incespica, è la voce del mare. Chiaia è l'alcova di un amore, anche se incontrato nel bordello più elegante delle città, ma è anche lo svelamento di una mistificazione che si ammala cronicamente della sua stessa ipocrisia. Ma Napoli è prima di tutto, e senza ombra di dubbio, un'emozione, oltre che un luogo, e Vincenza Alfano la percorre seguendo l'itinerario letterario di Maurizio de Giovanni e restando fedele agli odori, le voci, le canzoni e gli assordanti silenzi di una città crudele e pietosa, che accudisce e schernisce solo con uno sguardo”. Il libro viene introdotto da una significativa citazione: “Le città, come i sogni, sono costruite di desideri e di paure, anche se il filo del loro discorso è segreto, le loro regole assurde, le prospettive ingannevoli, e ogni cosa ne nasconde un’altra”(Italo Calvino, Le Città Invisibili). Seguono poi 12 capitoli che ci conducono per mano nel labirinto della città:1)La città di Ricciardi (scritto dallo stesso De Giovanni);2)Napoli non è solo una città; 3)Il Gambrinus;4)Quartiere San Ferdinando; 5)Quartieri Spagnoli; 6)Santa Maria La Nova; 7)Capodimonte; 8)Mergellina; 9) Chiaia;10)Borgo Orefici;11)Il Vomero;12) Cosa mangiare a Napoli, Vincenza Alfano è senz’altro, come Maurizio De Giovanni, sensibile interprete della cultura napoletana, e pagina dopo pagina con la sua scorrevole scrittura ci conduce per mano attraverso la nostra città con lo sguardo di Ricciardi che ne osserva luci ed ombre, la comprende e l’ama. Si parte dal quartiere San Ferdinando, dall’elegante Caffè Gambrinus dove è sempre riservato un tavolo per il commissario triste che vede i morti, personaggio di buona famiglia che dal Cilento si è trasferito a Napoli e non l’ha più lasciata. E dall’antico caffè, passando per Palazzo Reale e Teatro San Carlo a via Chiaia fino a Mergellina e i palazzi della borghesia fascista, arriviamo ai Quartieri Spagnoli dove da secoli convivono umili bassi e palazzi sontuosi come in molti quartieri della città, una Napoli bifronte che si destreggia tra miseria e nobiltà. Ed ecco ci sembra di vedere navi colme di migranti al porto e per contrasto il Borgo Orefici dove ancor oggi ci sono le botteghe degli artigiani dell’oro che creano preziosi gioielli. Salendo in collina arriviamo a Capodimonte, dove scopriamo un Ricciardi rattristato per violenze e soprusi inferti nei collegi a bambini poveri, come il piccolo Tettè, e infine arriviamo al Vomero che un tempo era in prevalenza campagna ed ora è un quartiere borghese dove c’è solo qualche oasi di verde tra i palazzi ammucchiati da speculazioni edilizie. Per concludere, scopriamo la cucina napoletana tra gli odori di ragù o genovese, profumo dei fiori di arancio di pastiere e quant’altro. Un percorso tra passato e presente, aspetti positivi e negativi, amore e odio, squallore e luce, quartieri a rischio, ma anche antichi monumenti, sapori, odori e musica. Un libro da leggere, che fa scoprire Napoli anche a chi non la conosce e spesso la disprezza senza sapere nemmeno di cosa parla. Giovanna D’Arbitrio P.S.- Ci sembra giusto ricordare romanzi della serie dedicati a Ricciardi:1) il senso del dolore. L'inverno del commissario Ricciardi (2007); 2.La condanna del sangue. La primavera del commissario Ricciardi (2008); 3.Il posto di ognuno. L'estate del commissario Ricciardi (2009); 4.Il giorno dei morti. L'autunno del commissario Ricciardi (2010); 5.Per mano mia. Il Natale del commissario Ricciardi (2011); 6.Vipera. Nessuna resurrezione per il commissario Ricciardi (2012); 7.In fondo al tuo cuore. Inferno per il commissario Ricciardi (2014); 8.Anime di vetro. Falene per il commissario Ricciardi (2015); 9.Serenata senza nome. Notturno per il commissario Ricciardi (2016;)10.Rondini d'inverno. Sipario per il commissario Ricciardi (2017);11.Il purgatorio dell'angelo. Confessioni per il commissario Ricciardi (2018); 12.Il pianto dell'alba. Ultima ombra per il commissario Ricciardi (2019) Giovanna D'Arbitrio
ADDIO FANTASMI, UN LIBRO DI NADIA TERRANOVA
post pubblicato in diario, il 24 gennaio 2020
“Addio Fantasmi”, di Nadia Terranova (Ed. Einaudi), è stato presentato mercoledì 22 gennaio 2020 alle 18.30 presso la Libreria Raffaello (via Michele Kerbaker, 35). Il dibattito tra l’autrice e il Club dei Lettori è stato condotto da Enza Alfano che ha pregato l’autrice di presentare in breve la sua opera per poi dare ampio spazio al dibattito con i membri del Club dei lettori. Durante l’interessante dialogo tra lettori e autrice non solo sono stati messi in rilievo i pregi del libro, ma anche significativi dettagli che hanno consentito un approfondimento di trama, personaggi e background socio-culturale. Come ha sottolineato l’autrice, il libro è “il racconto ossessivo” del dolore della scomparsa del padre di Ida, un fantasma che condiziona la vita della protagonista. Ho letto il libro con attenzione cominciando, come è mia abitudine, dal risvolto anteriore di copertina sul quale si legge “Fra il tramonto e la cena, l'assenza di mio padre tornava a visitarmi. Aprivo il balcone sperando che il temporale filtrasse dai soffitti e squarciasse le crepe sul muro, supplicavo la tramontana di trasformarsi in uragano e rovesciare in terra l'orologio e le sedie, all'aria il letto, i cuscini, le lenzuola. Non vuoi sapere che sono diventata grande, non ti interessa? –chiedevo- e nessuno rispondeva”. Segue la dedica ai “sopravvissuti” con una bella citazione tratta da “Infanzia” di N. Ginzburg sulle case della media borghesia, né ricche né povere che in effetti serve a introdurre il racconto che poi sulla quarta di copertina viene così sintetizzato: "Ida è appena sbarcata a Messina, la sua città natale: la madre l'ha richiamata in vista della ristrutturazione dell'appartamento di famiglia, che vuole mettere in vendita. Circondata di nuovo dagli oggetti di sempre, di fronte ai quali deve scegliere cosa tenere e cosa buttare, è costretta a fare i conti con il trauma che l'ha segnata quando era solo una ragazzina. Ventitré anni prima suo padre è scomparso. Non è morto: semplicemente una mattina è andato via e non è più tornato. Sulla mancanza di quel padre si sono imperniati i silenzi feroci con la madre, il senso di un'identità fondata sull'anomalia, persino il rapporto con il marito, salvezza e naufragio insieme. Specchiandosi nell'assenza del corpo paterno, Ida è diventata donna nel dominio della paura e nel sospetto verso ogni forma di desiderio. Ma ora che la casa d'infanzia la assedia con i suoi fantasmi, lei deve trovare un modo per spezzare il sortilegio e far uscire il padre di scena. Una casa tra due mari, il luogo del ritorno. Dentro quelle stanze si è incagliata l'esistenza di una donna. Che solo riattraversando la propria storia potrà davvero liberarsene. Nadia Terranova racconta l'ossessione di una perdita, quel corpo a corpo con il passato che ci rende tutti dei sopravvissuti, ciascuno alla propria battaglia È per loro che ha messo a punto una scrittura limpida e piana come la voce dei migliori narratori orali; di quelli che catturano l’attenzione dell’uditorio non con la suspense o con l’enfasi, ma con la forza invisibile dell’emozione condivisa. Addio fantasmi è caratterizzato proprio da questa scrittura sottotono, che non smorza la drammaticità degli eventi narrati, ma ne sottolinea la dimensione quotidiana rendendoceli familiari e crudelmente vicini”. Il libro è diviso in tre parti: il nome, Il corpo e la voce. Il nome intorno al quale è costruita la prima parte, è quello di Sebastiano Laquidara, il padre di Ida, malato di depressione che quando ella aveva tredici anni, una mattina è uscito di casa ed è scomparso. Per Ida il ritorno nella casa di Messina è un’esperienza opprimente, poiché a tale scomparsa lei e sua madre hanno reagito con il silenzio, nella messa in scena di una fittizia normalità. E il nome taciuto si vendica diventando invasivo: “Il nome di mio padre restava nel piatto della cena, si nascondeva nella frutta decomposta della credenza (…); l’uomo che era stato mio padre guardava la nostra vita e avrebbe continuato a farlo per sempre”. La seconda parte è focalizzata sull’assenza del suo corpo. Ida ne prende coscienza e afferma: “Io e mia madre avremmo dovuto semplicemente posare una forchetta e dire l’una all’altra: se n’è andato (…). Mescolare le nostre lacrime con l’olio e il grasso della bistecca, nominare il corpo di mio padre, creargli una tomba fatta di frasi e anche di pianti, se necessario. Non l’avevamo fatto, e la sua bara era rimasta dappertutto”. L’assenza del corpo del padre condiziona Ida che tende a svalutare la sua stessa fisicità, quando pensa dopo un rapporto sessuale occasionale che “se una cosa è accaduta al corpo, allora non è accaduta davvero”. Insomma se il corpo del padre è sparito nel nulla, forse nessun corpo ha valore. Per quanto riguarda la sua voce e il suo profumo, invece, Ida ha cercato di salvarli, a imprigionandoli nella scatola rossa in cui ha chiuso un vecchio nastro registrato e una pipa che conserva l’odore del tabacco. E altre due voci irrompono nella vita di all’improvviso Ida, demolendo il muro di difesa eretto per preservare la sua infelicità: la voce della sua migliore amica di un tempo, Sara, e quella di Nikos, un giovane appena conosciuto. Chiusa nel suo dolore, Ida non ha saputo partecipare in passato alla sofferenza di Sara durante un aborto ed ora che è più disponibile a confortare Nikos, sconvolto per la morte della sua ragazza in un incidente, egli purtroppo sceglie di suicidarsi. Le ultime pagine del drammatico Addio fantasmi, si chiudono con un finale catartico e liberatorio, inducendoci ad aprirci al dolore degli altri, in quanto esso ci può aiutare ad uscire dall’immobilità di un lutto, poiché in fondo tutti possiamo considerarci dei sopravvissuti che hanno subito perdite di persone care in questo breve percorso terreno, più volte nel libro paragonato ad un Augenblick, un battito di ciglia. Finalista al Premio Strega 2019, il romanzo è anche vincitore del Premio Martoglio, del Premio Subiaco Città del libro, del Premio Alassio Centolibri. Nadia Terranova è nata a Messina nel 1978 e vive a Roma. Ha pubblicato cinque libri per ragazzi tra cui Bruno il bambino che imparò a volare (Orecchio acerbo, 2012, dedicato alla vita di Bruno Schulz, e Le nuvole per terra (Einaudi Ragazzi, 2015). Ha esordito nel romanzo nel 2015 con Gli anni al contrario, vincitore del Bagutta Opera Prima e altri premi. Collabora con diverse riviste. Giovanna D’Arbitrio
CASE VUOTE, UN LIBRO DI BRENDA NAVARRO
post pubblicato in diario, il 12 dicembre 2019
Case vuote (Ed. Perrone), di Brenda Navarro, è stato presentato mercoledì 11 dicembre alle 18.30 presso la Libreria Raffaello (via Michele Kerbaker, 35). Il dibattito tra l’autrice e il Club dei Lettori è stato condotto da Enza Alfano con il supporto della scrittrice Carmen Pellegrino e di una valida interprete di lingua spagnola. Dal dialogo con il lettori è emersa in pieno la condizione femminile con tutti i suoi ancestrali problemi, condizione forse più difficile in Messico, in America Latina e in tanti paesi del Terzo Mondo, ma estesa in modo trasversale anche ai paesi occidentali “cosiddetti” civili, dove si rileva un crescente incremento di violenza sulle donne. In Italia, ad esempio, secondo il rapporto Eures 2019 su "Femminicidio e violenza di genere”, dal 2000 a oggi le donne uccise sono 3.230, di cui 2.355 in ambito familiare e 1.564 per mano del proprio coniuge/partner o ex partner. Secondo tale rapporto, a crescere sono soprattutto le violenze in ambito familiare/affettivo (+6,3%, da 112 a 119)dove si consuma l'85,1% degli eventi con vittime femminili. Attraverso un interessante e coinvolgente dibattito, analizzando le cause di tali tragici effetti, sono stati evidenziati i condizionamenti socio-culturali, più drammatici dove c’è degrado e mancanza di Istruzione, nonché quelli socio-economici che con le strategie globalizzate del “lean and mean” e “lessi is more”, tagliano posti di lavoro soprattutto alle donne, sempre meno indipendenti e quindi più succube e ricattabili dal maschilismo imperante. Il tema centrale del libro rimane comunque quello della "maternità" intorno al quale l’autrice costruisce un romanzo duro, violento e angosciante in cui vengono messe a confronto due madri molto diverse per background socio-culturale, ma comunque accomunate dal vivere in “case vuote”, dove è difficile per le donne sviluppare una propria “identità” per condizionamenti atavici e mancanza d’amore. Volutamente la scrittrice non ha dato un nome alle due “donne- simbolo” della condizione femminile in generale. Nel risvolto anteriore di copertina pertanto leggiamo che” in Messico in. un normale pomeriggio al parco, i bambini che si rincorrono tra le altalene e lo scivolo, le madri che si concedono qualche chiacchiera e li sorvegliano con lo sguardo. In quel parco c'è anche Daniel, c'è un momento prima e quello dopo non c'è più. A nulla serve urlare il suo nome, interrogare ogni angolo. Daniel è sparito ma è rimasto nel piatto di zuppa lasciato sul tavolo prima di uscire, nei vestiti infilati nella cesta dei panni sporchi, nei soldatini sparpagliati sul pavimento. Nel letto sfatto. Daniel continua a essere presente nello scricchiolare delle mattonelle che non accolgono più i suoi passi, in ogni angolo della sua casa vuota dove su madre non la smette di maledirsi, una madre che madre non si è sentita mai, né quando Daniel c'era né, soprattutto, quando si è perso chissà dove. Ci sono donne, si dice, che non sono buone a fare le madri e a quelle donne, a quelle come lei, dovrebbero impedire di mettere al mondo dei figli. Se una casa rimbomba di un'assenza, un'altra accoglie quel bambino estraneo nel gesto estremo di una donna che non lo ha messo al mondo ma fa di tutto per fargli da madre. Brenda Navarro costruisce un romanzo scomodo, che erode ogni ipocrisia e canone sociale su un tema ostaggio spesso di una retorica a buon mercato. Lascia parlare due donne che nella maternità, non desiderata da una parte o inseguita a tutti i costi dall'altra, ci conducono nel mistero più fitto dell'essere donna. Ho letto il libro e ho partecipato all’’incontro con l’autrice come membro del Club Dei Lettori, interessata da anni al tema della condizione femminile al quale ho dedicato molti articoli on line, mettendo costantemente in rilievo - come donna, madre e insegnante- l’importanza di Istruzione, Educazione, Formazione e Lavoro, senza la cui attuazione non ci potrà mai essere vera emancipazione femminile, in particolare oggi in una difficile svolta epocale in cui predominano deriva etica, ingiustizie sociali e violenza. Dai cenni biografici apprendiamo che Brenda Navarro è nata nel 1982. Ha studiato Sociologia ed Economia Femminista all’Universidad Nacional Autónoma de México. Ha conseguito un Master in Studi di genere all’Università di Barcellona. Nel 2016 ha fondato #EnjambreLiterario, un gruppo di donne che promuove la scrittura al femminile. Giovanna D’Arbitrio
UNA FAVOLOSA ESTATE DI MORTE; UN LIBRO DI PIERA CARLOMAGNO
post pubblicato in diario, il 21 novembre 2019
Mercoledì 20 novembre, alle ore 18,00, alla Libreria Raffaello di Napoli, ha avuto luogo il secondo incontro del Club dei Lettori, per discutere con Piera Carlomagno del suo thriller Una favolosa estate di morte (ed.Rizzoli). Nel corso del dibattito, condotto da Cinzia Alfano, è emerso che il nuovo giallo ha come scenario la Basilicata, terra bellissima, difficile e aspra, nonché luogo d’origine dell’autrice. La storia si svolge quindi prevalentemente a Matera, divenuta Patrimonio dell’Umanità per i suoi antichi Sassi, dove vengono ritrovati i corpi degli “amanti di Pisticchi”, barbaramente uccisi e gettati nei calanchi. L’autrice ha affermato che il suo lavoro di cronista giudiziaria l’ha indotta a scrivere dei noir: il suo primo romanzo infatti, “Le notti della macumba”, l’ha scritto dopo un fatto di cronaca realmente accaduto a Salerno. Le donne, inoltre, sono figure determinanti nei suoi romanzi: anche quando non sono protagoniste, hanno un ruolo di rilevo e sono necessarie per risolvere i casi. Iscritta al Club del Lettori, anche la sottoscritta ha partecipato al dibattito evidenziando il tema della “diversità”, presente sia nell’investigatrice, Viola Guarino, che nella vittima, Floriana Montemurro: due donne ribelli e anticonformiste che cercano di opporsi ad una società maschilista, piena di pregiudizi e ipocrisie. Viola, l’anatomopatologa impegnata nella soluzione del caso, si serve non solo di metodi scientifici nello svolgimento delle indagini, ma anche del suo sesto senso, influenzata da magiche atmosfere, antichi riti e tradizioni . Sua nonna infatti è una famosa lamentatrice funebre e lei stessa per la sua forte sensibilità da piccola era stata bollata come “strega”. Insomma un mix di indagini moderne e retaggi antichi. Sulla copertina si legge che “Un male antico si nasconde nella città di pietra” e il risvolto anteriore di copertina mette in rilievo che “accadono fatti terribili nella terra di mezzo tra Matera e Potenza, frontiera selvaggia che si ripiega su se stessa come le ripide gole che la solcano. E così una notte di giugno, nei calanchi vicino Pisticci, un uomo e una donna vengono assassinati brutalmente. Lui è Sante Bruno, architetto con entrature che contano. Lei, Floriana Montemurro, una ragazza bellissima, figlia di un potente notabile. Il duplice omicidio scuote la monotonia di una provincia in cui il pettegolezzo vola di bocca in bocca e le lingue sono affilate come rasoi. Indagare sul caso tocca a Loris Ferrara, magistrato in crisi che vuol rifarsi una vita, e all'anatomopatologa Viola Guarino. Abilissima nel leggere la scena del crimine, convinta sostenitrice dei metodi scientifici d'indagine, la Guarino ha un sesto senso prodigioso. "Strega" la chiamavano da bambina. "Strega" pensano oggi di lei i suoi concittadini. E del resto, è la nipote di Menghina, celebre lamentatrice funebre della Lucania, una che ha trasformato la morte in professione e di stranezze se ne intende. Turbata dai sentimenti che prova per l'ombroso Ferrara, Viola si getta a capofitto nell'inchiesta. Mentre incombono i preparativi per Matera 2019 Capitale della Cultura e il futuro si porta appresso milionarie speculazioni sugli antichi Sassi, dovrà confrontarsi con i misteri di un Sud in cui tutto sta cambiando anche se nulla cambia mai davvero”. Concludendo, l’autrice svela il male profondo della Lucania e dei suoi abitanti, in particolare il disagio delle donne Sulla quarta di copertina si rileva infine che i personaggi della storia “erano ombre senza peccato, impossibili da punire e impossibili da perdonare, che restavano per sempre nelle cose, come la terra della sua Basilicata, la pietra che assorbe e non restituisce” Piera Carlomagno, laureata in lingua e letteratura cinese, è stata cronista giudiziaria, scrive per “Il Mattino” di Napoli e cura la comunicazione per alcuni enti con Edizioni Cento Autori. Tra i suoi libri ricordiamo Intrigo a Ischia e L’Anello Debole, Le notti della macumba. Già finalista al Premio Alberto Tedeschi del Giallo Mondadori. Nel 2013 ha vinto il Terzo Premio Carlo Levi della Fondazione Giorgio Amendola di Torino con il racconto L’Elettore. È presidente dell’associazione letteraria noir Porto delle nebbie. Giovanna D’Arbitrio
NAPOLI: IL GRUPPO "SAVE POSILLIPO"
post pubblicato in diario, il 23 settembre 2019
I tempi dei cumuli di spazzatura sparsi per le strade di tutta Napoli sono al momento superati per fortuna, ma molto ci sarebbe da dire su Terra dei Fuochi e rifiuti tossici nell’hinterland napoletano di cui non si ha più notizia. A ciò si aggiunge (caso strano!)una crescente mancanza di decoro urbano che viene segnalato dagli abitanti del quartiere Posillipo, tra muri pericolanti, strage di alberi abbattuti senza discernimento (vedi Parco Virgiliano) e strade dissestate, malgrado la presenza di numerosi turisti che arrivano qui per ammirare il panorama di Napoli Abito da diversi anni nel suddetto quartiere dove ho anche insegnato per ben 23 anni nella Scuola Media “Raffaele Viviani”, la cui sede un tempo era nella cosiddetta Villa dei Principi in Via Manzoni. Denominata “Villa Vittoria” divenuta poi “Hotel Villa dei Principi”, vi soggiornò nel 1873 Urbano Rattazzi, noto uomo politico del Regno d’Italia, come si legge su una targa corrosa dal tempo. Mi piange il cuore nel vedere lo stato d’abbandono in cui versa! Ho insegnato per molti anni in questa villa, un tempo sede della S.M.S. Raffaele Viviani. Quanti ricordi legati ad essa! Come era bello attraversare di mattina il suo magnifico giardino, mentre i miei alunni mi salutavano con affetto! Che peccato vedere tanto degrado! Il degrado purtroppo è presente non solo sulle strade, piene di buche più volte “rappezzate” alla meglio che riappaiono appena piove, ma anche sui marciapiedi dove abbondano rifiuti di tutti generi, inclusi pezzi di mobilio e vetri, molto pericolosi per bambini e nonni, costretti a fare una sorta di slalom in un percorso difficile, in particolare se si portano nipotini nei passeggini. ? senz’altro una questione di mancanza di educazione e di rispetto per ciò che è pubblico, ma cosa si può fare per ridurre il degrado che ci circonda? Ne abbiamo parlato con il gruppo “Save Posillipo”, formato da persone volenterose che sono disgustate da tutto ciò, ma anche consapevoli di tanti comportamenti incivili ai quali si aggiunge l’abbandono in cui versa la zona. Molti avanzano proposte, tra le quali c’è quella dell’ing. Savino De Rosa, mio marito. Si tratta di un’idea già applicata in altre nazioni, dove in giorni stabiliti proprietari e condomini di un palazzo si prendono cura del tratto di marciapiede davanti all’ingresso e di quello di fronte, in caso di assenza di altro stabile, con mansioni, affidate ad un gruppo di volontari, oppure al portiere con un compenso in busta paga, oppure ad una ditta di pulizie. Eccole: a)rimozione dei rifiuti lasciati per terra, b)rimozione delle erbacce lungo il muro, lungo il marciapiede, intorno alle piante, c)rimozione dei rifiuti che intasano le caditoie per lo smaltimento dell’acqua piovana, d)rimozione dei rifiuti lasciati intorno alle campane per la raccolta differenziata (se presenti nell’area di competenza). Ovviamente il progetto dovrebbe essere presentato alle autorità, corredato di documentazione fotografica, indicazione dei palazzi pronti a sperimentarlo per un periodo di prova, monitorando i risultati. Sono venuta ad abitare a Posillipo nel 1977, quando c’era ancora la raccolta della spazzatura “porta a porta” e tutte le mattine, alle 7,30, incontravo uno spazzino (ovvero un operatore ecologico) che ripuliva con cura il marciapiede da erbacce e rifiuti. Mi salutava sempre sorridendo, mentre a quei tempi mi apprestavo in fretta a raggiungere la Scuola “Grazia Deledda” a Fuorigrotta. In prossimità del Natale ci scambiavamo perfino gli auguri e gli regalavo un panettone. Altri tempi! Dove sono finiti ora tutti gli spazzini a Posillipo?! Non si sa. Intanto speriamo nella buona volontà delle persone civili e anche in pesanti multe, se occorrono per educare le persone più indisciplinate, ma … per elevare multe ci vorrebbero i vigili. E dove sono i vigili?! Giovanna D’Arbitrio
FILM "MARTIN EDEN"
post pubblicato in diario, il 10 settembre 2019
Martin Eden, diretto da Pietro Marcello, liberamente tratto dall'omonimo romanzo di Jack London, alla Mostra Cinematografica di Venezia 2019 si è aggiudicato la Coppa Volpi per la migliore interpretazione, assegnata a Luca Marinelli. Il bravo regista casertano, in passato documentarista, rielabora il romanzo di J. London spostando l'azione dalla California in Italia, a Napoli, per raccontare la storia di Martin Eden (Luca Marinelli), un marinaio che nei primi anni del XX secolo ritorna nella sua città. Dopo aver salvato Arturo Orsini da un pestaggio, viene accolto con riconoscenza dalla sua famiglia e presentato alla sorella Elena (Jessica Cressy) della quale s’innamora perdutamente. Il desiderio di farsi accettare dalla famiglia borghese della giovane, lo spinge a istruirsi da autodidatta e, con l’aiuto di notevoli doti intellettive, scopre anche il suo talento per la scrittura. Purtroppo all’inizio i suoi scritti vengono rifiutati dagli editori e ciò lo allontanerà anche da Elena che lo crede un socialista, mentre egli dichiara di essere un individualista, seguace dell’evoluzionismo di Spencer. La scalata sociale mediante la cultura, in effetti, sembra a Martin un sogno realizzabile anche se difficile, ma ben presto egli si accorge che le porte dell’high society si aprono non per i meriti culturali duramente conquistati, bensì solo per la notorietà e il successo conseguiti. Proverà allora delusione e amarezza nel costatare che perfino Elena ora è pronta ad accoglierlo, mentre si avvede di aver rinunciato agli ideali giovanili per gente che non stima più. Il suicidio del suo più caro amico e mecenate Russ Brissenden (Carlo Cecchi), scrittore e poeta anch'egli, acuisce una forma di crescente depressione che egli cerca di annegare nell’alcool. La differenza fra il film e il romanzo non consiste solo nello spostamento dell’azione dalla California all’Italia, ma anche nel dislocamento temporale in una Napoli che “potrebbe essere una qualsiasi città, ovunque nel mondo”- come ha sottolineato il regista stesso- in una narrazione che arriva fino allo scoppio della prima guerra mondiale, con l’intento di abbracciare un periodo storico più ampio di quello del romanzo. In realtà si tratta di un film che riflettendo sul passato, parla del presente in maniera sottile: i primi segnali del fascismo nascente nella parte finale, il disprezzo dell’ élite per i poveri, la deriva culturale simboleggiata dai libri che bruciano, sono tutti presagi di un mondo sull’orlo di una disastrosa guerra, presagi che ancor oggi dovrebbero metterci in guardia da eventuali vichiani corsi e ricorsi storici. Antieroe destinato all’autodistruzione, Martin ci avverte che se si perde la voglia di combattere per i propri ideali per ambizione o cecità, si finisce per soccombere malamente. In effetti Martin Eden(1909), uno dei romanzi più popolari di Jack London, intriso di dottrine filosofiche e politiche, è in parte autobiografico, poiché l’autore, autodidatta come il protagonista, arrivò al successo solo dopo aver svolto molti lavori umili e aver sperimentato sulla propria pelle iniquità sociali e delusioni. Il libro appare come una forte critica alla società americana dell’epoca attraverso il disgusto che Martin alla fine prova per essa, un disgusto che lo indurrà a suicidarsi in mare, la sua prima casa di marinaio. Il film si avvale della sceneggiatura di Maurizio Braucci e Pietro Marcello, della fotografia d iAlessandro Abate e Francesco Di Giacomo, delle belle musiche di Marco Messin e Sacha Ricci. Ottimo il cast di attori, tra i quali ricordiamo alcuni attori napoletani di teatro, come Autilia Ranieri (Giulia, la sorella di Martin), Gaetano Bruno (il giudice Mattei), Carmen Pommella (Maria, umile e sincera amica), Marco Leonardi (marito di Giulia). Ecco un’intervista con il regista e con l’attore Luca Marinelli: https://www.youtube.com/watch?v=vMjyazWlg-4 Giovanna D’Arbitrio
LUCIANO DE CRESCENZO E NAPOLI
post pubblicato in diario, il 27 luglio 2019
Il 18 luglio 2019 è morto a Roma, Luciano De Crescenzo: scrittore di successo, regista, sceneggiatore attore e conduttore, aveva 90 anni, l’ex ingegnere, nato a Napoli il 18 agosto 1928, che esordì come scrittore nel 1977 con Così parlò Bellavista. Da allora pubblicò oltre 40 libri, tradotti in 21 lingue. Interessante il suo libro “Napolitudine, scritto da lui con la collaborazione di Alessandro Siani, un libro particolarmente toccante per i napoletani che provano tale sentimento, poiché, come egli afferma, “la napolitudine” è un tipo di nostalgia inspiegabile, perché a me Napoli manca sempre, persino quando sono lì. Io la napolitudine la sento sempre, anche mentre passeggio tra le bancarelle di San Gregorio Armeno e sfioro i pastori creati dai maestri artigiani. Mi si arrampica sulle papille gustative, stuzzicate dal profumo delle sfogliatelle appena sfornate. Mi accompagna come l’ammuina dei vicoli, che ritrovo immutata nel tempo, o come il profilo del Vesuvio, un paesaggio unico al mondo. Insomma, questa nostalgia avvolge tutti i miei sensi e mi agguanta lo stomaco come una mano fatta di tufo, la materia vulcanica nata dalla concentrazione di lava, pomici, cenere e lapilli, su cui è costruita l’intera città.” I portoghesi la chiamano saudade, il popolo partenopeo napolitudine, ma il sentimento è lo stesso, la malinconia, o più semplicemente quella smania ‘e turnà che attanaglia tutti coloro i quali, napoletani e non, sono costretti per un motivo o per un altro ad allontanarsi dalla tanto amata Napoli”. Sulla sua scelta di lasciare il posto di ingegnere dirigente all’IBM, i n un’intervista al Mattino affermò che in realtà si annoiava, per cui, spinto dal desiderio di novità, decise di dedicarsi completamente alla scrittura. E per quanto riguarda il suo interesse per la filosofia, dichiarò di non definirsi un filosofo vero e proprio, ma un simpatizzante di tale disciplina. Con la sua umiltà, il suo arguto, bonario humour di colto napoletano doc, in effetti, De Crescenzo fu capace di introdurre anche le persone più sprovvedute alla comprensione della filosofia antica, non solo con i suoi scritti, ma anche con trasmissioni televisive come quella degli anni ’80 e ’90, “Zeus – Le Gesta degli Dei e degli Eroi, sui miti e sulle leggende degli antichi greci. E in Socrate (1998),ad esempio, piccolo capolavoro di saggezza e leggibilità, scrisse che “C'è chi si innamora di Sophia Loren, chi di Marx, e chi per tutta la vita porta fiori sulla tomba di Rodolfo Valentino. Io ho capito che il grande amore della mia vita é Socrate. In questo libro ho raccolto quanto su di lui ho scritto in "Storia della filosofia greca", "Oi dialogoi" e "I miti dell'amore". Significativa la sua descrizione dei napoletani che secondo lui “…sono un popolo pieno di devozione cristiana, ma non hanno mai veramente abbandonato le tradizioni pagane. Sono sempre rimasti un po’ politeisti. È proprio l’idea di Dio, del Dio che è uno, che noi napoletani facciamo fatica a digerire. Prendete i protestanti, quelli appena hanno un guaio, anche piccolissimo, dicono subito: “My God”. Noi non diciamo mai “Mio Dio”, preferiamo rivolgerci a qualcuno di più preciso, per questo invochiamo i santi. In certi casi particolari, si sceglie di rivolgersi alle anime del purgatorio. Qui qualcuno può obiettare: e perché non a quelle del paradiso, non sono più influenti, più introdotte? Ma il punto è proprio questo e i napoletani lo sanno. Le anime del paradiso se ne fottono, ormai vivono la loro estasi celeste, hanno raggiunto l’obiettivo e di quello che succede quaggiù non gliene importa niente. Invece le anime del purgatorio lottano ancora, hanno bisogno delle preghiere. E allora nasce lo scambio, la convenienza reciproca….Anche se Napoli, quella che dico io, non esiste come città, esiste sicuramente come concetto, come aggettivo. E allora penso che Napoli è la città più Napoli che conosco e che dovunque sono andato nel mondo ho visto che c’era bisogno di un poco di Napoli”. Tra le sue opere ricordiamo: Così parlò Bellavista, Zio Cardellino, Storia della filosofia greca, Oi dialogoi, Elena, Elena amore mio, Il dubbio, Croce e delizia, Panta rei, Ordine e disordine, Sembra ieri, Il tempo e la felicità, La distrazione, Tale e quale, Storia della filosofia medioevale, Storia della filosofia moderna. Da Niccolò Cusano a Galileo Galilei, Storia della filosofia moderna. Da Cartesio a Kant, Il caffè sospeso, Socrate e compagnia bella, Ulisse era un fico, Tutti santi me compreso, Garibaldi era comunista, Gesù è nato a Napoli, Ti porterà fortuna, Stammi felice, Ti voglio bene assai, Non parlare, baciami, Sono stato fortunato, Napolitudine e tante altre. Ecco una delle ultime interviste in cui egli si definisce “uomo d’amore”, come tutti i napoletani:. https://www.youtube.com/watch?v=diVfbCZNiLU Giovanna D’Arbitrio
NOEMI, NAPOLI E IL RESTO DEL MONDO
post pubblicato in diario, il 15 maggio 2019
Migliorano le condizioni della piccola Noemi, colpita da un proiettile il 3 maggio durante un agguato camorristico a Piazza Nazionale, e i napoletani che hanno pregato per sua guarigione, mostrano non solo sentita partecipazione ovunque se ne parli, ma anche grande preoccupazione per una dilagante criminalità nei “quartieri a rischio”. Senz’altro lodevole la reazione emotiva dei napoletani e degli italiani che hanno seguito, e ancora seguono, minuto per minuto i bollettini medici sulle condizioni di salute di Noemi, giuste anche le preghiere nelle chiese e nelle case, comprensibile l’interessamento dei mass media che hanno dato ampio risalto al drammatico avvenimento. Urgono tuttavia significative riflessioni sui nostri comportamenti, nonché su quelli dei media che accendono o spengono i riflettori dove sembra loro più opportuno dirigere (o dirottare) l’attenzione delle masse. Ancor oggi tutte le Tv e i giornali continuano a parlano per ore di Noemi e della criminalità organizzata a Napoli, mentre quotidianamente si tace sulle condizioni di degrado di tante zone periferiche di tutta l’Italia e del mondo… per non parlare del terzo mondo! Su tale tema ho già scritto un articolo: http://www.scenaillustrata.com/public/spip.php?article4428 E ci chiediamo allora perché la morte di un solo bambino susciti tanta emozione, mentre quella di centinaia di minori migranti annegati in mare rientrino quasi in una “normalità”, alla quale ci abituiamo a tal punto da ascoltare notizie dei Tg mentre pranziamo a casa tranquillamente. E ancora, perché non si parli tutti i giorni di bambini vittime di guerre, terrorismo, fame, di traffico di organi, di pedofilia, di lavoro minorile in totale assenza di diritto allo studio. E poi ci domandiamo che fine abbia fatto nei mass media il resto del Meridione sotto ndrangheta e mafia? E come mai solo di tanto in tanto vengono a galla connivenze tra politica, industria e una criminalità che ormai agisce a livello nazionale e internazionale. Ci viene allora in mente il film di Pif “La mafia uccide solo d’estate”, una spiegazione fornita da un padre per tranquillizzare il figlio, mentre sottolinea in aggiunta che è la camorra di Napoli il vero pericolo. In effetti se riflettiamo la strategia è sempre la stessa: si cerca di allontanare da noi un fenomeno che potrebbe colpirci, spostandolo altrove. Più è lontano, meno ci riguarda. Noemi invece è vicina: potrebbe succedere anche ai nostri figli! Eppure non si può restare indifferenti leggendo il rapporto 2019 dell’UNICEF, "Humanitarian Action for Children": https://www.unicef.it/doc/8833/rapporto-emergenze-2019.htm -In esso si parla di ben 34 milioni i bambini che vivono in situazioni di guerra o disastri naturali e che hanno urgente necessità di misure di protezione. Fra loro, 6,6 milioni vivono nello Yemen, 5,5 milioni in Siria e 4 milioni nella Repubblica Democratica del Congo. Drammatica la situazione anche in altri paesi: Libia: 241.000 bambini sono bisognosi di assistenza umanitaria; Venezuela: vari paesi dell’America Latina e dei Caraibi stanno ospitando 2,4 milioni di rifugiati e migranti venezuelani; Afghanistan: si stima che nel 2019 3,8 milioni di bambini avranno bisogno di assistenza umanitaria e protezione; Sud Sudan: 2,2 milioni di bambini non frequentano la scuola; emergenza Rohingya: da agosto 2017, più di 730.000 profughi di etnia Rohingya, di cui 400.000 bambini, sono fuggiti dalle violenze nel Myanmar, rifugiandosi nel distretto di Cox’s Bazar nel vicino Bangladesh; Bacino del Lago Ciad (Camerun, Repubblica Centrafricana, Ciad, Niger e Nigeria): quasi 21 milioni di persone sono coinvolte nei conflitti in corso; Repubblica Centrafricana: nel 2019, 1,5 milioni di bambini – due terzi della popolazione infantile del paese – avranno bisogno di assistenza umanitaria; Etiopia: 1,5 milioni di bambini sono sfollati; Ucraina Orientale: quasi mezzo milione di bambini sono vittime del conflitto e hanno bisogno di protezione e assistenza umanitaria. E allora, concludendo, senz’altro più semplice oggi in Italia parlare solo di Napoli, concentrando qui tutti i mali e allontanando così dalle altre parti d’Italia pericoli, incluse le responsabilità! E senza dubbio funziona anche la strategia di tacere sul degrado di tutte le periferie del mondo civile: ci sentiamo più tranquilli, pensando che tali fenomeni si verificano solo in certi luoghi oppure in nazioni sottosviluppate per fortuna lontane da noi. In fondo è più facile alzare muri contro i migranti e rimanere indifferenti, senza pensare mai alle “cause” che generano orrori, senza ritenere nemmeno possibile cambiare politiche internazionali e nazionali basate su denaro e potere. In “1984”, il Grande Fratello di G. Orwell afferma che “L’ignoranza è forza”: funziona sempre per la gestione di un Potere senza etica. In alternativa ci sforziamo di ricordare invece che Istruzione, formazione, lavoro, solidarietà e pace sono le uniche armi valide per combattere il degrado e aiutare tutti i bambini del mondo. Giovanna D’Arbitrio
INCONTRO CON MAURIZIO DE GIOVANNI
post pubblicato in diario, il 1 maggio 2019
Lodevole iniziativa quella della Libreria Raffaello -Book & Coffe (via Kerbaker, Napoli) che con il suo “Club dei Lettori” ha aperto le porte a letture di libri e dibattiti, allietati anche da qualche piacevole sosta nell’accogliente bar: un anno di incontri mensili (da settembre a maggio) con tanti scrittori italiani contemporanei, presentati dalla scrittrice Vincenza Alfano, durante i quali soci del club hanno l’opportunità di dialogare con ciascun autore in modo aperto e spontaneo. Senz’altro interessante si è rivelato l’incontro di martedì 30 aprile (ore 18.00) con Maurizio De Giovanni, noto giallista napoletano, che ha aperto il dibattito con un significativo discorso sulle librerie che corrono il rischio di chiudere a causa di crescenti acquisti on line. In effetti nel quartiere Vomero molte di esse sono state tristemente rimpiazzate da banche, minimarket e quant’altro. Prima di aprire la discussione sull’ultimo libro di De Giovanni, “Le Parole di Sara” (Ed. Rizzoli), l’attore Alessandro Incerto ne ha letto qualche pagina, davvero intensa e toccante, che ha dato poi il via alle domande (tante in verità!) alle quali l’autore ha fornito dettagliate risposte con gentilezza, unita talvolta a bonaria ironia, risposte arricchite da episodi ed esperienze personali, nonché da note culturali su Napoli e la sua storia antica, in particolare su miti, leggende e misteri della Napoli Sotterranea di cui ha scritto nella serie i Guardiani. Ha asserito che un autore come lui scrive per istinto, non per ragionamento. Anche se oggi il noir è un genere di successo che attira lettori, vendite e guadagni, in realtà egli scrive gialli poiché il “crimine rappresenta l’esplosione massima delle passioni” e in effetti a lui interessa proprio il tema della “passione”: non potrebbe mai scrivere per calcolo o imposizione di case editrici, se non sentisse nascere le storie dentro di sé e provare il piacere di scriverle. Se ciò non avvenisse, anche i lettori perderebbero il gusto di leggere i suoi libri. Dialogando sui personaggi e sulle serie che crescono intorno a loro, attraverso le domande del pubblico sono emerse essenziali riflessioni, in particolare sull’ultimo personaggio, quello di Sara, la donna invisibile che odia ciò che è falso fino al punto da rifiutare trucco, tacchi alti e tinture per capelli. Ho letto il libro che come al solito si distingue per lo stile inconfondibile di De Giovanni, un mix di suspense e di intense emozioni, forte caratterizzazione dei personaggi, prosa che assume a tratti delle impennate liriche e s’innalza al di sopra del frastuono quotidiano, benché non manchi il contatto con problemi reali che vanno oltre il genere noir, come corruzione, le difficoltà degli umili, i pericoli delle nuove tecnologie, l’utilizzo di dati personali e così via. Infine ho sentito il bisogno di alzarmi in piedi e di partecipare al dibattitto, dicendo all’autore: “Accade un fatto strano: la sottoscritta non ama i gialli, né le serie, ma legge con piacere i suoi libri, poiché sono thriller insoliti in cui il crimine sembra quasi un pretesto per trattare altre tematiche attraverso personaggi ben delineati che si muovono sullo sfondo della nostra amata città”. Ha sorriso a questo mio intervento e sui personaggi da me definiti “ben delineati”, ironicamente mi ha fatto notare che ormai aveva accumulato una certa esperienza per poterli descrivere. Non ho ritenuto opportuno ribattere, ma dentro di me ho pensato: “E no, caro Maurizio, l’esperienza non basta per creare personaggi così amati dai lettori, occorre saper osservare la gente, bisogna avere sensibilità e umanità e ancora non basta… se non c’è creatività, fantasia e la capacità di scrivere sentendo la magia delle parole”. Giovanna D’Arbitrio
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