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FILM "UN RAGAZZO D' ORO"
post pubblicato in diario, il 29 settembre 2014
           

Il film di Pupi Avati “Un Ragazzo d’Oro”, inizia con un flashback in bianco e nero in cui un padre  incoraggia il figlio a superare un ostacolo, poiché “insieme loro due sono imbattibili”: è una scena che riaffiora talvolta nei ricordi di Davide Bias (R. Scamarcio).  Purtroppo i tempi cambiano e trasformano le persone:  ora Davide non stima più il padre, Achille, anzi lo disprezza per aver tradito il sogno di diventare uno scrittore,  diventando uno sceneggiatore di volgari B movies.  Anche Davide ama la scrittura, ma non riuscendo a scrivere un libro, si accontenta di comporre racconti brevi che nessun editore vuole. Combatte insoddisfazione  e disagio esistenziale con psicofarmaci, l’aiuto di Silvia (C. Capotondi), la sua ragazza, e dell’ anziana madre (G. Ralli).

 

Quando  suo padre muore all'improvviso in un incidente automobilistico, dalle indagini emerge  che probabilmente si  è suicidato. Davide è sconvolto e cerca di capire chi fosse veramente  l'uomo che per anni aveva tanto disprezzato.  Al funerale incontra Ludovica (S. Stone), un’ affascinante amica del padre: ella lo prega di cercare un libro che Achille stava scrivendo per affidarlo alla casa editrice da lei diretta. Una ricerca frenetica, senza  un attimo di tregua e senza aiuto di farmaci, condurrà Davide alla verità, ma anche al tracollo emotivo:  chiuso nello studio paterno, si pettina e si veste come lui, rivive le sue abitudini, il suo lavoro, i suoi amori e alla fine scopre dagli scritti di Achille sul computer che suo padre non aveva mai smesso di amarlo e che era stato vittima di avidi cineasti i quali alteravano le sue sceneggiature per far film di cassetta.

 

Non trovando il libro segnalato da Ludovica, comincia a scrivere un’autobiografia  del padre e ne consegna via via a Ludovica i capitoli fingendo di trovarli sul computer : riuscirà così a scrivere un libro di cui il padre risulterà autore e che avrà grande successo, rivalutando l’ immagine paterna.

 

Purtroppo insieme ai sentimenti e alla vena creativa, anche l’alienazione riesploderà in lui con tutta la sua forza. Ricoverato in una casa di cura, sceglierà di restarvi per il resto della sua vita: gli basta aver dimostrato di essere un bravo scrittore e nello stesso tempo di aver ritrovato il suo amore di bambino per quel padre che gli ripeteva  spesso “insieme saremo imbattibili”. Rifiuta una società focalizzata su potere e denaro che distrugge sentimenti e veri talenti umani, genera incomunicabilità e instabilità psichica, premia mediocrità e volgarità: là paradossalmente tra i matti egli ritroverà il suo equilibrio nella rassicurante routine di un contesto  privo di sterili competizioni. Una conclusione amara che colpisce lo spettatore in attesa di un “happy ending”.

 

 In un’intervista il regista ha ammesso gli elementi autobiografici presenti nel film (suo padre è morto in un incidente stradale) e poi ha affermato: -  Le storie che porto al cinema provengono molto spesso dalla vita vissuta. Ci sono molti figli che si sentono ingiustamente eredi, depositari di questo ruolo ingrato, chiamati a compensare le figure paterne, a risarcirle per i riconoscimenti che non avevano avuto in vita e molto spesso si ritrovano ridicolizzati da questa condizione patetica dettata da un eccesso di ammirazione e di sudditanza che forse certi genitori non avrebbero meritato. Il nostro film si pone questo bellissimo interrogativo: credi che tuo padre avrebbe fatto per te la stessa cosa che tu hai fatto per lui? Così questo ragazzo regala la propria vita a un padre che per lui non fece nulla: si tratta di un atto d’amore totale che giustifica pienamente la definizione di “ragazzo d’oro” -.

 

Un po’ deludenti  tali affermazioni da parte del regista, poiché  in qualche modo sminuiscono il suo film  che al di là del rapporto padre-figlio si presta ad altre riflessioni, come la rivalutazione dei sentimenti  contro l’aridità di una società che distrugge valori essenziali, rapporti umani, vera cultura (padre e figlio ne sono entrambi vittime). Tanti giovani oggi vivono il dramma di Davide (spesso insieme ai genitori): senza il riconoscimento delle loro capacità e competenze, costretti ad accettare lavori di ripiego che non rispettano le loro attitudini (o addirittura senza un lavoro!), cadono in depressione e si chiudono in se stessi.                                  

Giovanna D’Arbitrio

COSMOPOLIS
post pubblicato in diario, il 6 giugno 2012
           

Il regista canadese David Cronenberg, riesce ancora una volta a suscitare incubi con il suo ultimo inquietante film,“Cosmopolis”, tratto dall’omonimo libro di Don De Lillo, offrendoci un quadro cupo e disperato dei nostri tempi dominati da uno spietato potere finanziario, totalmente avulso da valori e principi etici, potere che tuttavia ha i giorni contati secondo alcune frasi del film, come “Il denaro ha perso la sua forza narrativa”, oppure “E’ l’inizio dell’Era del Topo” che simbolicamente sostituisce il dio Denaro.

 

Eric Packer, giovane manager miliardario, attraversa New York nella sua lussuosa limousine bianca, deciso a raggiungere un vecchio quartiere per farsi tagliare i capelli (una sorta di ossessivo rituale), incurante delle incombenti minacce di uno stalker e del caos metropolitano scatenato da violenti dimostranti che sfasciano tutto e scagliano topi morti ovunque. 

 

Rinchiuso nell’auto superaccessoriata e computerizzata, una sorta di bunker insonorizzato a prova di proiettili, il pallido Eric, moderno vampiro (ben interpretato da R. Pattinson, già collaudato in tal ruolo), succhia il sangue di poveri ignari mortali derubandoli dei loro averi: compra e vende azioni  servendosi di preziose, segrete informazioni sull’andamento dei  mercati azionari.

 

Sempre richiuso nella limousine,  tiene riunioni di lavoro con collaboratori, riceve strani personaggi,  ha rapporti sessuali con varie donne, si sottopone a quotidiane visite mediche e scopre che la sua prostata è “asimmetrica”, simbolo di una vita  innaturale e robotica.

 

 Imbottigliato nel traffico, ogni tanto è costretto a scendere dall’auto e ne approfitta per incontrare l’algida moglie, miliardaria depressa, prendere un drink in una discoteca piena di giovani drogati, uccidere una delle sue guardie del corpo quasi per gioco (la vita degli altri a quanto pare per lui non ha più alcun valore) e incontrare finalmente il barbiere per il rituale scaramantico taglio di capelli.

 

 Malgrado ciò, tuttavia, la fortuna lo ha abbandonato:  ha commesso un errore e perderà le ricchezze accumulate sulla pelle degli altri per il crack finanziario di un lontano paese asiatico e poi alla fine  di una lunga giornata cadrà anche nelle grinfie del suo stalker (interpretato da uno straordinario Paul Giamatti), un ex dipendente che gli elencherà  i motivi del suo odio puntandogli contro un’arma: Eric è per lui il simbolico condensato di tutti i mali di un’orrenda epoca di decadimento, uno dei colpevoli, irresponsabili costruttori  di una società corrotta, alienata e alienante, lontana dall’armonia della Natura, una realtà in cui tutto è caos ed asimmetria.

 

David Cronenberg, regista  spesso definito “filosofo esistenzialista, affonda ancora una volta il coltello nelle piaghe dell’Umanità, nei suoi lati negativi, come aveva già fatto in altri film (La Mosca, Spider, A History of violence, Crash, A Dangerous Method ecc.), generando spesso nello spettatore un senso di malessere, soprattutto in questo triste e claustrofobico “Cosmopolis” in cui purtroppo riconosciamo i mali della nostra epoca, al di là di dialoghi astratti, eccesso di simboli ed atmosfere surreali.

 

Suona un po’ come una “sveglia”, un monito per non scendere ancora più in basso, finché siamo in tempo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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