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FILM "COLETTE"
post pubblicato in diario, il 16 dicembre 2018
COLETTE, di Wash Westmoreland , è un biopic sulla vita della scrittrice francese, Colette, pseudonimo di Sidonie Gabrielle Colette (Saint-Sauveur 1873-Parigi 1954), scrittrice, sceneggiatrice e attrice teatrale francese, considerata fra le maggiori figure della prima metà del XX secolo. Il film inizia quando Gabrielle (Keira Knightley) lascia la sua casa in campagna nel 1893 a vent'anni per sposare Henry Gauthier-Villars, detto Willy (Dominic West), noto scrittore e critico che a Parigi la introduce nei salotti letterari e artistici. In difficoltà economiche per i suoi debiti, Willy per denaro impone alla moglie di scrivere racconti sfruttando il suo talento. Mescolando i suoi ricordi bucolici con episodi piccanti ben accolti dalla società libertina della Belle Époque, Gabrielle scrive una serie di racconti intitolata Claudine che ottiene un grande successo. Willy se ne appropria, firmando i suoi libri e tiranneggiandola, ma l’amore per Missy (Denise Gough), Mathilde de Morny, aristocratica lesbica francese, incoraggia in seguito Gabrielle a troncare il rapporto con il marito e a pubblicare i romanzi con il suo nome. Il cinema sembra prediligere in questi ultimi tempi il tema della condizione femminile, in particolare in campo artistico dove spesso in passato diversi uomini hanno avuto successo, sfruttando il talento di mogli e compagne. Colette , in effetti arriva dopo Big Eyes, Mary Shelley, The Wife, sottolineando soprattutto il rapporto della scrittrice con il marito e le sue tendenze bisessuali, ma non riesce a dar vera vita ad un personaggio poliedrico e molto complesso che ai suoi tempi si distinse in vari campi: autrice di numerosi libri, attrice di music-hall, critica teatrale e cinematografica, sceneggiatrice. Insomma fu senz’altro una figura iconica dell’emancipazione femminile, mito nazionale in Francia. Nel 1953 in occasione dei suoi 80 anni, Colette ricevé la medaglia della Città di Parigi, il grado di GrandeUfficiale della Legione d'onore, l'elezione a membro onorario del National Institute of Art and Letters di New York. Alla sua morte nel 1954 a Parigi, la Chiesa le rifiutò il rito religioso, ma in compenso le vennero concesse le esequie di Stato. Dai suoi romanzi e racconti furono tratti numerosi film, come due versioni di Gigi e quella teatrale nell'omonimo spettacolo a Broadway nel 1951. Concludendo, anche se la sceneggiatura di Wash Westmoreland, Richard Glatzer, Rebecca Lenkiewicz non riesce a dare un’immagine esaustiva del personaggio, notevoli appaiono fotografia (Giles Nuttgens), musiche(Thomas Adès), costumi (Andrea Flesch). Il film è candidato al British Independent Film Awards per il premio come miglior attore a Dominic West e quello per migliori costumi a Andrea Flesch. Giovanna D’Arbitrio
RIFLESSIONI SEMISERIE
post pubblicato in diario, il 29 febbraio 2012
           

Si dice che” il buongiorno si vede dal mattino” e in effetti talvolta ci sono giornate in cui fin dalle prime ore si nota qualcosa che non quadra, che disturba, e se cominciamo ad innervosirci di sicuro cadremo in un crescendo vorticoso di cause ed effetti. La via di uscita in questi casi è  un pizzico di humour, di sana ironia che ci permetta di interrompere il pericoloso circolo vizioso della rabbia e dello sfogo aggressivo contro gli altri.

 

 Quando la giornata “nera” capita durante il weekend è davvero dura da sopportare. Mentre speriamo di  rilassarci finalmente e star tranquilli, ecco arrivare una serie infinita di imprevedibili contrarietà:  il citofono squilla per il solito inquilino del piano di sotto che protesta per mille sciocchezze o ci arriva l’ennesima multa per divieto di sosta presa per mancanza di parcheggi, oppure la lavatrice improvvisamente riversa litri di acqua sul pavimento ecc. ecc.

 

 Ad esempio capita talvolta che inaspettatamente si scateni un violento temporale che ci impedisce di uscire. Rassegnati allora accendiamo il televisore e ci sforziamo di seguire il Tg per dovere di buoni cittadini, anche se non ci va di ascoltare brutte notizie. Purtroppo continuano a deliziarci con lo “Spread”, ci agitiamo, la pressione sale, così per non rovinarci la salute cambiamo canale: danno quasi tutti la pubblicità (sono sincronizzati?) e in attesa di un programma decente siamo costretti a  guardare gli spot.

 

 Ci meravigliamo allora nel vedere Garibaldi ridotto a un citrullo rimproverato da una madre scema che con voce in falsetto parla al cellulare. Poi ecco apparire una graziosa fanciulla che lancia un messaggio d’amore scritto sulla carta igienica al Principe Azzurro  il quale, affascinato da tanta deliziosa “morbidezza”, non legge le amorevoli parole della sua bella ma si dirige ammiccando verso il W.C.  E da tale fascino non si salva nemmeno il nostro sommo poeta, Dante Alighieri, che subisce la stessa attrazione fatale e scrive i sublimi versi della Divina Commedia sulla medesima carta. Potremmo continuare per ore citando altri esempi, ma preferiamo fermarci.

 

Ci vengono in mente altri tempi quando i genitori ci mandavano a letto dopo ” Carosello” che ci teneva incollati alla Tv con divertenti  scenette e particolari personaggi, una pubblicità discreta eppur efficace che ci faceva ricordare davvero i prodotti reclamizzati.

 

 Altri tempi davvero! Oggi tutto è cambiato poiché i prodotti sono tanti e quindi bisogna fare in fretta, pochi minuti e via! Ma siamo poi sicuri che ci resti impresso nella memoria  ciò che si reclamizza? Forse siamo più colpiti dalla stranezza degli spot che dai numerosi e svariati brand in essi presentati . Bisognerebbe riflettere su questi aspetti.  In fondo la pubblicità migliore è sempre quella intelligente, creativa, di buon gusto.

 

Le ore passano, è fine settimana e andiamo a cinema, ma anche qui siamo  perseguitati dal  “tormentone” pubblicitario mentre intorno a noi tutti mangiano o bevono qualcosa, soprattutto i ragazzi, quasi non si possa far a meno di lasciare in pace le mascelle costrette continuamente a lavorare.

 

Eravamo già snervati e speravamo di vedere un film comico per tirarci su, ma i nostri amici hanno insistito per vedere “Paradiso Amaro” e abbiamo accettato poiché ci piace George Clooney. Sarà stata la giornata “storta” o anche il film era un po’ strano?

 

 In un ospedale delle Hawaii, un tempo isole da paradiso terrestre ora semidistrutte dal cemento, giace una povera donna in coma irreversibile. Intorno a lei si agitavano numerosi personaggi dai comportamenti  inqualificabili, tutti mezzi matti da stendere sul lettino di un bravo psicanalista. Una sorta di consolatorio happy ending, con esaltazione di  valori tradizionali  (famiglia, ambiente, natura ecc.), può giustificare circa due ore di farneticanti dialoghi?

 

In effetti oggi  in molti film si adotta questa soluzione:  ti fanno assistere per ore a scene terribili e poi ti propinano una sintetica condanna contro guerra e violenza, oppure ti proiettano incredibili oscenità e volgarità per esaltare infine il vero amore, o ancora ti mostrano genitori e figli impegnati in una distruzione totale della famiglia e poi tutto finisce come si suol dire “a tarallucci e vino”,  e  così via. Per fortuna ci sono ancora film “di qualità” che ci fanno amare il cinema, come dimostrano i recenti Premi Oscar.

 

Così un altro weekend è passato tra varie arrabbiature, riflessioni semiserie e qualche risata per sdrammatizzare.  In fondo possiamo ancora ritenerci fortunati rispetto a tanti che stanno peggio di noi.  Per di più siamo ancora in grado di riflettere, di pensare con la nostra testa confrontandoci liberamente con gli altri. Malgrado tutto non ci possiamo lamentare e coraggiosamente andiamo avanti, soprattutto noi donne che ogni giorno ci destreggiamo tra genitori molto anziani, nipotini, figli lontani per problemi di  lavoro. Sono cascata anch’io in un conclusivo happy ending?  Penso di si, anche a me capita come a tante altre persone, forse perché ottimismo e speranza ci aiutano a vivere.

 

Giovanna D’Arbitrio

 

 

 

 

 

 

 

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