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FILM "MADE IN ITALY"
post pubblicato in diario, il 12 febbraio 2018
Made in Italy, scritto e diretto dal cantautore L. Ligabue, s’ispira all’omonimo album del 2016, un concept disc includente 14 brani legati tra loro. Al centro della storia c’è il personaggio di Riko (Stefano Accorsi), cinquantenne operaio emiliano, costretto a sbarcare il lunario lavorando in un’azienda che produce salumi. Le insoddisfazioni quotidiane, la rabbia contro una società che non offre opportunità e alternative allo squallore di una vita grama, si ripercuotono sui rapporti in famiglia: sua moglie, Sara (Katia Smutiak), che fa la parrucchiera, sente che il rapporto di coppia si sta logorando e il figlio, il primo della famiglia ad iscriversi all’università, viene spesso rimproverato, vittima dei loro litigi. Malgrado qualche relazione extraconiugale, sia Riko che Sara si amano ancora, hanno amici sinceri con i quali si confidano e sono considerati come persone oneste. Le situazioni si complicano con il licenziamento di Riko ed altre problematiche: tra alti e bassi, con l’aiuto di Sara egli cerca di tirare avanti, ma non trovando un nuovo impiego, decide di emigrare in Germania per scuotersi dalla depressione, preservando così la propria dignità con un lavoro più soddisfacente. La fotografia e le musiche (tratte dal suddetto album) sottolineano i momenti più drammatici e quelli più sereni. I colori cupi predominano nelle scene tristi e mentre diventano solari e luminosi quando sentimenti sinceri e speranze infondono coraggio. Significativa la scena con i girasoli. Insomma è un viaggio nell’anima dell’Italia che non viene mai raccontata nemmeno a cinema, secondo Stefano Accorsi, poiché “è più facile farsi ammaliare dai malvagi o da ciò che esce fuori dall’ordinario. Nel film Luciano dà voce ai suoi amici e a chi lo circonda”. Dopo 16 anni Ligabue dunque ritorna nei panni di regista, dopo Radiofreccia e Da zero a dieci, con un film che offre un ritratto veritiero e amaro di un’Italia fatta di persone oneste e umili, costrette a sopravvivere tra mille difficoltà per rimanere onesti e non cedere ai facili guadagni offerti da corruzione imperante e criminalità, persone ormai divenute quasi invisibili per l’attuale politica che si ricorda di loro solo come serbatoio di voti da sfruttare in campagna elettorale. Ecco un’intervista al regista: https://www.youtube.com/watch?v=sEKO-D1w8J8 Giovanna D’Arbitrio
FILM "SULLY"
post pubblicato in diario, il 11 dicembre 2016
Il nuovo film di Clint Eastwood, “Sully”, tratto dalla biografia “Highest Duty: my search for what really matters” scritta dal giornalista J. Zaslow in collaborazione con Chesley Sullenberg (diminutivo: Sully), il pilota che nel gennaio 2009 salvò 155 passeggeri del volo US Airways 1549 con un ammaraggio nel fiume Hudson. Mentre gente comune e mass media elogiano il comandante C. Sullenberg (Tom Hanks) e il suo copilota, Jeff Skiles (Aaron Eckhart), l’ammaraggio è fonte di indagini e di dubbi per il CDA della Compagnia e della National Transportation Safety Board che lo mettono sotto inchiesta con l’accusa di avventatezza, malgrado la sua quarantennale esperienza di volo. La vita di Sully diventa così un inferno tra udienze federali, confronti sindacali, stress post traumatico, rischio di perdere posto e pensione. Unici elementi di supporto e conforto: le telefonate con la moglie Lorraine (Laura Linney), l’appoggio del suo copilota, e soprattutto l’ammirazione delle persone che lo considerano come un eroe. La Commissione d’inchiesta cerca di dimostrare un “errore umano” da parte del comandante, avvalendosi di “simulazioni” tecnologiche per ricostruire situazioni, modalità e tempi dei fatti avvenuti. Sully reagisce alle accuse con grande dignità e compostezza, richiedendo “simulazioni” aggiuntive più aderenti alla realtà per dimostrare l’incapacità delle nuove tecnologie a riprodurre concretamente situazioni in cui solo “un uomo, non una macchina” può prendere decisioni in tempi brevissimi, valutando l’imprevisto da affrontare con intelligenza, competenza, coraggio e senso del dovere. Concludendo quindi, Clint Eastwood in questo film ritorna ancora una volta ai suoi temi preferiti: introspezione psicologica nell’anima di un individuo che deve affrontare a “livello umano” un evento drammatico e imprevedibile, confronto con società e istituzioni, relazioni con gli altri, rispetto di sentimenti sinceri e valori essenziali della vita (temi molto evidenti in film come I Ponti di Madison County, Million Dollar Baby, Lettere da Jwo Jima, Gran Torino, Invictus, J. Edgar, American Sniper). “Sully” è senz’altro un buon film (interamente girato in IMAX), con sceneggiatura di T. Komarnicki, fotografia di Tom Stern, ottima interpretazione di Tom Hanks. Giovanna D’Arbitrio
MIO PADRE: UN UOMO ONESTO
post pubblicato in diario, il 8 dicembre 2016
Chi sa perché l’approssimarsi del Natale risveglia in me tanti ricordi di un passato impresso in modo indelebile nella mia mente: una forte nostalgia mista a dolcezza mi prende e mi avvolge mentre penso alle persone scomparse, in particolare ai miei genitori. Ed avendo già descritto mia madre in un precedente articolo, ora sento il bisogno di aggrapparmi alla figura di mio padre, un uomo onesto e dignitoso, mentre i valori del passato sembrano crollare intorno a me in una società decadente. Papà non aveva avuto una vita facile, fin dall’infanzia: suo padre era morto durante la I guerra mondiale quand’egli aveva due mesi, poi sua madre si risposò e il patrigno lo mise in collegio. Spesso ci raccontava che era talmente piccolo che non riusciva a rifarsi il letto da solo nel convento di “Fatebenefratelli” a Posillipo (ora divenuto ospedale) e per la sua vivacità spesso finiva in castigo, “senza, frutta, senza dolce e faccia al muro”. Continuò gli studi con l’aiuto delle zie e di varie borse di studio: quando sua madre morì, aveva solo 18 anni e cominciò a lavorare per iscriversi all’università. Desiderava diventare un bravo ingegnere, ma purtroppo lo scoppio della II guerra mondiale infranse quel sogno. Fu richiamato sotto le armi e servì la patria come ufficiale dell’aereonautica. Riuscì comunque a laurearsi in matematica e durante una vigilia di Natale degli anni ‘40 incontrò Ada, la mia futura madre: fu colpo di fulmine e si sposarono pur tra orrori, violenze della guerra e i distruttivi bombardamenti . Diventò in seguito professore di liceo e fu molto amato dagli alunni per la sua severità unita ad equità, comprensione per i problemi dei giovani, gentilezza e humour molto “napoletano”. Un giorno un alunno che faceva caricature agli insegnanti, lo rappresentò alto, autorevole e imponente dietro una minuscola cattedra. Papà si divertì molto nel vedere quel disegno e lo conservò con cura in un cassetto del suo scrittoio. Lavorava tanto Il prof, Salvatore D’Arbitrio, un vero stakanovista, e per sbarcare il lunario dava ripetizioni di pomeriggio (talvolta fino a notte inoltrata in caso di preparazione agli esami di maturità): la famiglia era numerosa (4 figlie!). Paragonavo talvolta mio padre a Robin Hood, poiché ai ragazzi poveri faceva pagare di meno anche se le sue lezioni duravano più a lungo, quando era necessario. Mio padre non ci ha fatto mancare mai niente, sempre attento non solo al nostro benessere fisico, ma anche e soprattutto alla nostra formazione culturale ed umana. E anche se era affettuoso verso i genitori e i parenti di mia madre, non chiese mai loro denaro o favori, pur sapendo che provenivano da famiglia benestante e di nobili origini. Tutto ciò che faceva e diceva con passione e impegno su scuola, istruzione, educazione, contatto con i giovani, è stato per me un esempio meraviglioso e così… sono diventata anch’io un’insegnante. Amava la libertà e la democrazia e, non essendo legato ad alcun carro politico, di volta in volta dava il suo voto al partito che gli sembrava più convincente per programmi e idee. Non sopportava le persone false e bugiarde che farfugliavano imbarazzate davanti ai suoi grandi occhi azzurri, indagatori, limpidi e sinceri, sempre alla ricerca della verità. Morì dopo molte sofferenze per una grave malattia e rottura di un femore. Nei pochi attimi di lucidità prima di andarsene, trovò per noi frasi piene d’amore ed incoraggiamento. Sapendo che attraversavo un momento difficile, a me disse: “Giovanna, forza, forza, forza!” e quelle furono le sue ultime parole. Ci venne così a mancare una guida forte e amorevole. Anche i nipoti ricordano con affetto Nonno Salvatore, uomo onesto, dignitoso e saggio, sempre gioioso (“Alleluia!”, era l’esclamazione preferita in caso di buoni risultati da loro conseguiti), pronto alla battuta di spirito, oppure a dar loro consigli, lezioni di matematica e quant’altro Forse è stato meglio per lui andar via da questo mondo quando ancora esistevano tante persone oneste come lui, quando i valori e i principi in cui credeva erano ancora saldi in un’Italia di onesti lavoratori che non conoscevano ancora le devastanti conseguenze della globalizzazione, quando le famiglie erano numerose con parentele estese fatte di zii e cugini, e soprattutto quando erano ancora unite e solidali, disposte all’aiuto reciproco, quando ci si frequentava tutto l’anno, non solo a matrimoni e funerali o una volta tanto a Natale. E per concludere, caro papà, spero che tu sia in un posto pieno di pace, sempre insieme alla tua amata Ada, come in quella lontana Vigilia di Natale in cui vi incontraste. Giovanna D’Arbitrio
FILM "LE DUE VIE DEL DESTINO"
post pubblicato in diario, il 15 settembre 2014
           

At the beginning of time the clock struck one
Then dropped the dew and the clock struck two
From the dew grew a tree and the clock struck three
The tree made a door and the clock struck four
Man came alive and the clock struck five
Count not, waste not the years on the clock
Behold, I stand at the door and knock.

 

Questi  versi vengono più volte recitati da Eric Lomax, prigioniero dei giapponesi, nel film di J. Teplitzky “Le due vie del destino”, tratto dal romanzo autobiografico che lo stesso Eric scrisse e pubblicò nel 1995, “The Railway Man”.  Egli compose anche questa poesia che ripeteva  come una preghiera nei momenti più bui della sua prigionia per lottare contro dolore e disperazione. Ecco la traduzione: “All’inizio dei tempi l’ orologio batté l’una/Poi cadde una goccia di rugiada e l’orologio batté le due/ Dalla goccia crebbe un albero e l’orologio batté le tre/Dall’albero fu costruita una porta e l’orologio batté le quattro/L’Uomo prese vita e l’orologio batté le cinque/Non contare, non sprecare gli anni  sull’orologio/Guarda, io sto alla porta e busso.

 

La storia nel film inizia in Inghilterra nel 1980 su un treno dove, Eric Lomax (Colin Firth,  Eric da anziano),  appassionato di ferrovie, incontra l’affascinante Patti Wallace (Nicole Kidman), se ne innamora e la sposa. Purtroppo già durante la prima notte di nozze Eric comincia ad avere strani incubi legati alle sue drammatiche esperienze di guerra. All’inizio rifiuta di parlarne, ma poi gradualmente la verità emerge con l’aiuto di Patti.

 

Con continui flashback si ritorna al passato, al 1942, quando Singapore cadde nelle mani giapponesi. Migliaia di soldati britannici, tra i quali erano Eric (Jeremy Irvine, Eric da giovane) e i suoi compagni, furono fatti prigionieri e costretti a lavorare come schiavi nella cosiddetta “ferrovia della morte”:  progettata per collegare Bangkok a Rangoon, fu costruita col le lacrime e il sangue di migliaia di persone costrette a lavorare in condizioni disumane. Purtroppo a Eric toccherà sperimentarne i lati peggiori quando cadrà nelle mani della polizia segreta, la spietata  Kempeitai, e subirà ogni sorta di violenze fisiche e psichiche, inflitte soprattutto da un giovane aguzzino, Takshi  Nagase (Tanroh Ishida, Takshi da giovane).

 

Patti continua a spingere Eric a riannodare passato e presente, lottando contro il codice del silenzio che unisce i prigionieri sopravvissuti e uno di essi, Finlay (Stellan Skarsgard), alla fine le racconta tutto, rivelandole inoltre che Takshi è ancora vivo e lavora ora come guida nei luoghi della “ferrovia della morte”. La donna, tormentata da mille dubbi, alla fine lascerà partire il marito per la Thailandia dove egli incontrerà il suo ex carceriere (Hiroyuki Sanada, Takshi da vecchio), trovandolo con sorpresa profondamente cambiato. In un dialogo serrato tra i due, molto coinvolgente per tensione morale e capacità evocativa, emerge  tutta l’inutilità delle guerre con i suoi orrendi rituali che si ripetono in tutti i tempi e luoghi.

 

“The Railway Man” presentato  al Toronto Film Festival del 2013, ha vinto diversi premi sia in Australia al “Film Critics Circle), tra i quali ricordiamo il premio alla miglior sceneggiatura (di Frank Cottrell Boyce e Andy Paterson), sia al Festival del Cinema di San Sebastian (“Signis Award” al regista e “Concha de Oro”, come miglior film). La moglie Patricia Wallace è stata presente a diverse premiazioni.  Eric è morto nel 2012 e Takshi nel 2011.

 

 In tanti film di guerra sono stati esaltati i temi di coraggio, dignità umana, onore, potere salvifico dell'amore, conciliazione e perdono, ma ciò che rende diverso questo film è il tentativo di raccontare una storia vera, “rompendo il codice del silenzio” sulle terribili umiliazioni subite per ritornare alla Vita, come nel verso bellissimo della poesia di Eric “Man came alive”. Non aspettiamo che l’orologio del tempo scandisca le ore degli stessi errori, c’è l’Uomo Nuovo che bussa alla porta, accogliamolo in pace. 

 

Giovanna D’Arbitrio

 

 

 

 

 

 

 

 

FILM "THE BUTLER"
post pubblicato in diario, il 16 gennaio 2014
           

“L’oscurità non può scacciare l’oscurità,

solo la luce può farlo”.

(M. L. King)

 

 

Con questa citazione tratta da un discorso di M. L. King inizia “The Butler” il film del regista Lee Daniels sulla storia vera di Eugene Allen, maggiordomo di colore alla Casa Bianca per più di 30 anni che fu intervistato da Wil Haygood nel 2008. L’intervista, pubblicata poi sul Washington Post col titolo di “A Butler well served by this election”, ha offerto l’ispirazione per la sceneggiatura a Lee Daniel e Danny Strong.

 

Cecil Gaines (F. Whitaker), nato in una piantagione di cotone, dopo le atrocità subite dai genitori (madre stuprata e impazzita, padre ucciso dal padrone),  viene addestrato a servire in casa e gradualmente si distingue per la sua abilità come maggiordomo fino ad arrivare alla Casa Bianca.

 

Dopo il matrimonio con Gloria, divenuto padre di Louis e Charlie, orgoglioso della sua famiglia e soddisfatto del suo lavoro, si comporta con professionalità, dignità e pazienza pur rimanendo quasi un’ ombra invisibile in un mondo di bianchi che ruotano intorno a vari presidenti : ben sette da Truman ad Obama.

 

Intrecciando abilmente vicende private ed eventi storici, come il sit-in di Greensboro, i Freedom bus, l'attentato a Kennedy, la morte di Martin Luther King, la guerra in Vietnam e così via, il regista riesce a dar risalto alle tragedie familiari vissute da Cecil, la morte del figlio minore in Vietnam, i litigi con la moglie e con il figlio primogenito, più volte imprigionato come attivista per i diritti civili dei neri e seguace prima di M. L. King, poi di Malcom X.

 

Il mondo cambia velocemente intorno a Cecil: sette presidenti e tanti avvenimenti che gradualmente gli fanno prendere coscienza di sé e dei suoi diritti e che lo inducono infine a dimettersi  per scendere in campo a fianco del figlio. E dopo tante lotte e sofferenze,  il sogno gradualmente diventa realtà con la vittoria di Obama.

 

Ritornato con la moglie nella piantagione nella quale aveva tanto sofferto, Cecil afferma: “Gli americani chiudono sempre un occhio su quello che hanno fatto al loro popolo. Guardiamo il resto del mondo e giudichiamo. Sentiamo parlare dei campi di concentramento ma quei campi ci sono stati per ben 200 anni anche qui, in America”.

 

Lee Daniels, già autore dello struggente “Precious”, conferma la sua bravura avvalendosi di un grande cast di attori, quali Forest Whitaker, John Cusack, James Marsden, Jane Fonda, Robin Williams, Alan Rickman, Lenny Kravitz, Alex Pettyfer, Jesse Williams, Liev Schreiber, Minka Kelly, Nelsan Ellis, Terrence Howard, Cuba Gooding Jr., Vanessa Redgrave, Mariah Carey, Melissa Leo, Oprah Winfrey, David Oyelowo, della fotografia di A. Dunn e della colonna sonora di Rodrigo Leão.

 

Pare che Lee Daniels consideri i registi bianchi non sempre capaci di comprendere fino in fondo il modo in cui i neri hanno vissuto le tappe fondamentali della storia americana e quindi egli ne ripropone una rilettura critica “dal basso” attraverso la vita del maggiordomo.


Insieme a film recenti come” Djanko Unchained” di Tarantino, “Lincoln” di Spielberg , “12 Anni Schiavo” di Steve McQueen, “The Butler” dunque va ad arricchire un quadro storico visto da angolazioni diverse e rappresentato con differenti stili, ciascuno tuttavia a suo modo apprezzabile nel ribadire la condanna al razzismo.

 

Giovanna D’Arbitrio

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