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UNA FAVOLOSA ESTATE DI MORTE; UN LIBRO DI PIERA CARLOMAGNO
post pubblicato in diario, il 21 novembre 2019
Mercoledì 20 novembre, alle ore 18,00, alla Libreria Raffaello di Napoli, ha avuto luogo il secondo incontro del Club dei Lettori, per discutere con Piera Carlomagno del suo thriller Una favolosa estate di morte (ed.Rizzoli). Nel corso del dibattito, condotto da Cinzia Alfano, è emerso che il nuovo giallo ha come scenario la Basilicata, terra bellissima, difficile e aspra, nonché luogo d’origine dell’autrice. La storia si svolge quindi prevalentemente a Matera, divenuta Patrimonio dell’Umanità per i suoi antichi Sassi, dove vengono ritrovati i corpi degli “amanti di Pisticchi”, barbaramente uccisi e gettati nei calanchi. L’autrice ha affermato che il suo lavoro di cronista giudiziaria l’ha indotta a scrivere dei noir: il suo primo romanzo infatti, “Le notti della macumba”, l’ha scritto dopo un fatto di cronaca realmente accaduto a Salerno. Le donne, inoltre, sono figure determinanti nei suoi romanzi: anche quando non sono protagoniste, hanno un ruolo di rilevo e sono necessarie per risolvere i casi. Iscritta al Club del Lettori, anche la sottoscritta ha partecipato al dibattito evidenziando il tema della “diversità”, presente sia nell’investigatrice, Viola Guarino, che nella vittima, Floriana Montemurro: due donne ribelli e anticonformiste che cercano di opporsi ad una società maschilista, piena di pregiudizi e ipocrisie. Viola, l’anatomopatologa impegnata nella soluzione del caso, si serve non solo di metodi scientifici nello svolgimento delle indagini, ma anche del suo sesto senso, influenzata da magiche atmosfere, antichi riti e tradizioni . Sua nonna infatti è una famosa lamentatrice funebre e lei stessa per la sua forte sensibilità da piccola era stata bollata come “strega”. Insomma un mix di indagini moderne e retaggi antichi. Sulla copertina si legge che “Un male antico si nasconde nella città di pietra” e il risvolto anteriore di copertina mette in rilievo che “accadono fatti terribili nella terra di mezzo tra Matera e Potenza, frontiera selvaggia che si ripiega su se stessa come le ripide gole che la solcano. E così una notte di giugno, nei calanchi vicino Pisticci, un uomo e una donna vengono assassinati brutalmente. Lui è Sante Bruno, architetto con entrature che contano. Lei, Floriana Montemurro, una ragazza bellissima, figlia di un potente notabile. Il duplice omicidio scuote la monotonia di una provincia in cui il pettegolezzo vola di bocca in bocca e le lingue sono affilate come rasoi. Indagare sul caso tocca a Loris Ferrara, magistrato in crisi che vuol rifarsi una vita, e all'anatomopatologa Viola Guarino. Abilissima nel leggere la scena del crimine, convinta sostenitrice dei metodi scientifici d'indagine, la Guarino ha un sesto senso prodigioso. "Strega" la chiamavano da bambina. "Strega" pensano oggi di lei i suoi concittadini. E del resto, è la nipote di Menghina, celebre lamentatrice funebre della Lucania, una che ha trasformato la morte in professione e di stranezze se ne intende. Turbata dai sentimenti che prova per l'ombroso Ferrara, Viola si getta a capofitto nell'inchiesta. Mentre incombono i preparativi per Matera 2019 Capitale della Cultura e il futuro si porta appresso milionarie speculazioni sugli antichi Sassi, dovrà confrontarsi con i misteri di un Sud in cui tutto sta cambiando anche se nulla cambia mai davvero”. Concludendo, l’autrice svela il male profondo della Lucania e dei suoi abitanti, in particolare il disagio delle donne Sulla quarta di copertina si rileva infine che i personaggi della storia “erano ombre senza peccato, impossibili da punire e impossibili da perdonare, che restavano per sempre nelle cose, come la terra della sua Basilicata, la pietra che assorbe e non restituisce” Piera Carlomagno, laureata in lingua e letteratura cinese, è stata cronista giudiziaria, scrive per “Il Mattino” di Napoli e cura la comunicazione per alcuni enti con Edizioni Cento Autori. Tra i suoi libri ricordiamo Intrigo a Ischia e L’Anello Debole, Le notti della macumba. Già finalista al Premio Alberto Tedeschi del Giallo Mondadori. Nel 2013 ha vinto il Terzo Premio Carlo Levi della Fondazione Giorgio Amendola di Torino con il racconto L’Elettore. È presidente dell’associazione letteraria noir Porto delle nebbie. Giovanna D’Arbitrio
FILM "MIO FRATELLO RINCORRE I DINOSAURI"
post pubblicato in diario, il 16 settembre 2019
Mio Fratello Rincorre I Dinosauri, di Stefano Cipani, tratto dall'omonimo romanzo di Giacomo Mazzariol, alla Mostra del Cinema di Venezia 2019 ha ottenuto il premio “Sorriso Diverso” che valorizza temi sociali e umani. Il film narra la storia vera dei fratelli Mazzariol, Giacomo (detto Jack) e Giovanni (detto Gio’) e di tutta la loro famiglia: i genitori, Davide(Alessandro Gassman) e Chiara (Isabella Aragonese), e le due sorelle. Il racconto comincia in un parcheggio di un supermarket, luogo emblematico per la loro famiglia dove avvengono tutte le discussioni importanti: qui i genitori annunciano ai figli la nascita di Giovanni (Lorenzo Sisto). Purtroppo presto essi scopriranno che Gio’ soffre della sindrome di Down, ma nella fantasia del piccolo Jack (Francesco Geghi), alimentata dai genitori, il fratellino appare come un supereroe dei fumetti, interessato ai dinosauri e fornito di strani poteri. Quando scopre la verità, la sua delusione è grande e dovrà imparare a vivere con il fratello e ad accettare la sua diversità. In effetti anche se Giacomo bada a Gio’ e si preoccupa per lui, allo stesso tempo sente un forte disagio nel presentarlo agli altri. Cerca quindi di iscriversi a una scuola superiore lontana dalla sua casa e dal fratello, convincendo il suo più caro amico Vittorio (Roberto Nocchi) a seguirlo nella scelta. Innamoratosi di Arianna (Arianna Becheroni), una compagna di scuola, per anni Jack nasconde a lei e ai nuovi amici l’esistenza di un fratello down: solo dopo aver commesso molti errori, si vergognerà di se stesso e finalmente troverà il coraggio di svelare a tutti la verità, ammettendo le sue debolezze. La storia di Giovanni è apparsa nella realtà anche in un video intitolato The simple interview caricato su YouTube da Giacomo e basato sul suo diario: un resoconto della sua infanzia e adolescenza, un’analisi toccante sulle difficoltà dei suoi rapporti con il fratello e la famiglia, superate solo grazie all’amore e all’aiuto reciproco. Un buon film che si avvale di bravi interpreti, della sceneggiatura di Fabio Bonifacci , della fotografia di Sergio Batroli, delle belle musiche di Luca Vidale, un film delicato, commovente ed educativo da consigliare non solo ai giovani, ma anche a genitori e insegnanti. Giovanna D’Arbitrio
LIBRO "NINA DETTA NINI", di Luisa Cappuccio
post pubblicato in diario, il 30 dicembre 2018
"Al mio cuore, muscolo anarchico per eccellenza, che ancora non si è ben capito in quale strano modo batta" (A.Faber) Con questa dedica tratta da una poesia di A. Faber , veniamo introdotti alla seconda pagina del libro di Luisa Cappuccio, “Nina detta Ninì” (Ed.Ginevra Bentivoglio), pagina in cui l’autrice sembra quasi voler preparare il lettore alla storia che sta per raccontare con i suoi versi: “Son mille vite/cento storie, non mie/e se soffro di me/molte apparenze/Dissimili parvenze…/Se ha la mia esistenza età remote/e per alveo distese siderali…/Non opporre/impari domande/perché solo, da sempre/mi esalta/l’umano irriducibile/della diversità”. Dopo tali premesse, inizia la prima parte intitolata “Nina, ovvero Ninì” che scorre velocemente coinvolgendo il lettore, in particolare se è una lettrice, nelle vicende realistiche di una donna che sperimenta diverse situazioni e imprevedibili difficoltà, passando dalla ricca tenuta di famiglia di fronte al lago di Avigliana, rampolla prediletta di una grande famiglia piemontese, fanciulla vezzeggiata e moglie amatissima, fino a diventare madre frustrata di una figlia ostile, poi vedova squattrinata, ex pittrice ed ex scrittrice dilettante, giardiniera, colf e babysitter a Roma dove vive in un piccolo appartamento, unico bene lasciato in eredità da una zia. Attraverso i suoi ricordi incontriamo personaggi del passato e del presente, eventi storici del secondo dopoguerra leggendo la seconda parte, intitolata “Qualcosa di giallo”, e poi la terza “Fino alla sponda del mattino” che finisce con la pagina conclusiva “Dalla vita al romanzo” Un’incrollabile fede nella vita e nell’amore sembra guidare Nina anche nei momenti più bui: riflettendo sui suoi errori giovanili e lottando per vivere con una grande capacità di adattamento a situazioni molto diverse tra loro, ella esce vincente ancorandosi sempre ai sentimenti sinceri e perdonando a se stessa e agli altri gli sbagli commessi. Anche la figlia infine si riavvicina a lei dicendo: “Quanti colpevoli, e quante vittime, eh mamma? Ma ora basta! Ora davvero basta! Bisogna pur sopravvivere, tu ed io?”. Nella quarta di copertina si legge: “La storia eccezionale e allo stesso tempo comune di Antonia Ragusa, detta anche Nina, o Ninì, passa di mano in mano attraverso un'intensa comunicazione tra donne, dando origine a una danza narrativa in cui più racconti scivolano l'uno dentro l'altro e il flusso dell'esistenza spazia tra sconfitte cocenti e insperati recuperi. Passando dall'Eden di una fanciullezza privilegiata e felice, alla crisi che travolge la sua famiglia nel secondo dopoguerra, fino ad arrivare a una personale e ambigua caduta agli inferi, la protagonista è costretta a sperimentare finalmente se stessa, mettendo in campo le proprie risorse, la propria capacità di adattamento, offrendosi a sorprendenti trasformazioni e a un'audace epifania dell'amore”. Interessante il commento Giuseppe Argirò (riportato sulla quarta di copertina): “Il viaggio di Nina è un viaggio tutto interiore, in cui le vite della protagonista si ricompongono attraverso la scrittura. Mediante la parola l’Io si determina, la realtà si rivela, l’inconscio si rivela nella sua scandalosa verità: ogni giustificazione viene abbattuta e Antonia Ragusa capisce che l’unico modo per poter vivere la propria vicenda umana è raccontarla al di là di ogni illecito dubbio, senza presunzione d’innocenza, ma con la piena consapevolezza della sua imperfetta, meravigliosa umanità”. In verità la sottoscritta pensa che Nina detta Nini in fondo non sia solo la storia di una donna, ma di tante donne che silenziosamente combattono ogni giorno in diversi campi della vita, spesso sole e incomprese, ma costrette a non fermarsi, a guardare sempre avanti, sostenute solo dalla loro capacità di amare e rinnovarsi. Dalle note biografiche su Luisa Capaccio apprendiamo che è autrice di numerosi racconti e opere poetiche, finalista al premio di scrittura teatrale femminile “Donne e teatro”, e a quello di poesia “Fiori di Duna”. Insegna da 41 anni, ha una lunga esperienza nel condurre laboratori di scrittura creativa. Nel 2014 ha pubblicato con la GBE EditoriA il romanzo “Margherita e i banchi di scuola”, risultando finalista al concorso “Testo in cerca di Regista”, abbinato al David di Donatello. Giovanna D’Arbitrio
FILM MOONLIGHT
post pubblicato in diario, il 17 marzo 2017
Nella notte degli Oscar 2017, a sorpresa e con clamoroso scambio di buste con l’osannato “La-la-Land”, ha vinto il film MOONLIGHT del giovane regista Barry Jenkins, non considerato tra i favoriti. Basato sull’opera teatrale “In Moonlight Black Boys Look Blue” di Tarell Alvin McCraney, il film si è aggiudicato 3 Oscar : miglior film, miglior attore non protagonista (Mahershala Alì), miglior sceneggiatura non originale (Barry Jenkins). Il film è diviso in tre capitoli che seguono le fasi della vita di Chiron, ragazzo nero che deve affrontare tutti i problemi legati a razza e “diversità” in un ambiente degradato, segnato da droga e violenza. Il 1° capitolo, denominato “i Little”, ci mostra la difficile infanzia di Chiron (Alex Hibbert), soprannominato “piccolo” (little) che si dibatte tra Paula(Naomie Harris), madre drogata nonché prostituta, e una banda di ragazzi violenti che lo perseguitano con crudeltà, chiamandolo “frocio”. Durante una delle sue fughe dalla banda, s’imbatte in Juan (M. Alì), uno spacciatore cubano nero che insieme alla sua compagna, Teresa (Janelle Monàe), cominciano ad occuparsi di lui con affetto. Juan lo considera come un figlio: riesce a farlo parlare, risponde a tutte le sue domande, gli insegna a nuotare, ad amare il mare, fonte di rilassamento e pace, e soprattutto a non vergognarsi del suo colore e della sua antica nobile razza, raccontandogli di un’anziana donna cubana che lo aveva soprannominato Blue, “poiché al chiar di luna la pelle dei neri diventa blue”. Il 2° capitolo, denominato “ii. Chiron”, ci racconta la fase adolescenziale in cui (Ashton Sanders) deve affrontare sempre gli stessi problemi, accentuati dalla morte di Juan. Aiutato solo da Teresa, per fortuna fa amicizia con Kevin (André Holland), suo compagno di scuola. Una sera Chiron, costretto ancora una volta a fuggire inseguito dai violenti bulli, si rifugia in spiaggia per trovare pace e qui incontra Kevin che lo conforta con il suo affetto, affetto che sfocia inaspettatamente in un rapporto omosessuale. Tornati a scuola, la violenza li aspetta ancora e Terrel (Patrick Decile), il capo dei bulli, costringe Kevin a pestare a sangue l’amico. Esasperato, qualche giorno dopo Chiron colpirà Terrel in classe violentemente con una sedia e finirà in prigione. Il 3° capitolo ci mostra Chiron adulto, muscoloso ed agiato spacciatore di droga che ha imparato a difendersi, ma è sempre tormentato dal suo passato che un giorno si ripresenta a lui con una telefonata del suo ex-amico Kevin: dall’incontro scaturisce un finale a sorpresa che evidenzia quanto sia importante conoscere se stessi e ritrovare la propria identità. E Realizzato con pochi mezzi, ma denso di significati, Moonlight è un buon film diretto da un regista giovane e quasi sconosciuto che forse non avrebbe vinto fino a qualche anno fa in Usa, un Paese in genere amante di autocelebrazioni e di mitici eroi, un Paese che forse comincia a svegliarsi e reagire con forza alle politiche di Trump e al pericolo di perdere essenziali libertà democratiche. Giovanna D’Arbitrio
FILM "IO E TE", di Bertolucci
post pubblicato in diario, il 30 ottobre 2012
           

 Mentre sullo schermo scorrevano le immagini del film di Bertolucci, “Io e Te”, mi è venuto in mente ciò che ha scritto Jalbert nel suo libro “I Ragazzi dello Scantinato”:-“Giù in cantina c’è un ragazzo che tenta di vivere la sua vita in pace. Ma un giorno dovrà unirsi al mondo di sopra e non ce la farà a sopravvivere: occhi incollati alla TV, orecchie sigillate dalle cuffie, lasciato a se stesso, un estraneo in casa sua-.

 

 Il  film racconta la storia di Lorenzo, un adolescente dei nostri tempi, che si sente estraneo al mondo in cui vive, un mondo impegnato in mille faccende, ma non più focalizzato sui giovani, sulle loro esigenze più profonde. Né i genitori, né uno psicologo riescono ad aiutare il ragazzo e così un bel giorno egli decide di rifugiarsi in cantina con una scorta di cibi, bibite, libri, cd, un  computer, e…un formicaio: finge di partire per la settimana bianca con la sua  classe, per isolarsi dalla rumorosa realtà esterna alla ricerca di un po’ di pace. 

 

Ed ecco irrompere nel suo solitario rifugio la sorellastra che egli non vede da lungo tempo: ella lo coinvolge nei suoi problemi e lo scuote dall’ apatia. Anche Olivia è una persona “diversa”, tossicodipendente e sensibile fotografa, che mal si adegua ad una omologante società-formicaio dove gli esseri umani sono ridotti a formiche senza identità,  ma a differenza del fratello prova almeno a reagire, cerca di disintossicarsi, spera di costruirsi una vita diversa. Olivia nel film simbolicamente rappresenta un tema caro a Bertolucci: l’ irruzione di un elemento esterno che costringe a modificare una situazione, a cambiare, a rivedere.

 

Lorenzo ed Olivia, fragili ed indifesi, pian piano arrivano a riscoprirsi, a conoscersi più a fondo ed in qualche modo ad aiutarsi: commovente la scena in cui ballano abbracciati sulle note di “Space Oddity” di David Bowie, trasformata da Mogol “In Ragazzo Solo, Ragazza Sola”, in cui l’affetto e l’empatia tra due esseri umani riescono a trasformare anche lo squallore di una cantina, oltrepassandone i limitati confini che all’improvviso si aprono ad una dimensione spirituale, lontana dalle bassezze umane.

 

Il film, tratto dal romanzo di Niccolò Ammaniti (che ha anche collaborato alla sceneggiatura), presenta qualche variante rispetto al testo, ma nel complesso non delude chi ha amato il libro e quindi apprezza nel film anche il  finale diverso che lascia la porta aperta ad una possibile soluzione positiva per il futuro dei due giovani.

 

Bravissimi gli attori, Jacopo Olmo Antinori e Tea Falco, entrambi esordienti, che hanno saputo ben interpretare i personaggi del romanzo facendoli rivivere sullo schermo, un’operazione che non sempre riesce in tutti i film tratti da libri.

 

Un plauso va anche a Bertolucci, regista indimenticabiledi tanti film di qualità (Ultimo tango a Parigi, Novecento, l’Ultimo Imperatore, Il Tè nel Deserto, Piccolo Budda, Io ballo da sola, The Dreamers ecc.):

 benché settantenne e costretto dalla malattia su una sedia a rotelle, è stato capace di regalarci un altro bel film.

 

In un’intervista egli ha dichiarato: -Il cinema è la mia vita. Poter ricominciare a girare per me è la più grande terapia: come ricominciare a vivere. Avevo nostalgia di tornare a fare quello che è il mio più grande piacere: stare sul set -.

Giovanna D’Arbitrio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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