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LIBRO"INSEGNARE L'ITALIANO AGLI IMMIGRATI"
post pubblicato in diario, il 2 ottobre 2020
Insegnare l’italiano agli Immigrati, di Lavinia Oddi Baglioni (GBE, Ginevra Bentivoglio EditoriA), inizia con una concisa introduzione di Augusto Venanzetti (Coordinatore “Scuola di italiano C.D.S.-Roma”) sul mondo del volontariato, in particolare quello focalizzato sull’immigrazione al quale L.O. Baglioni ha dato un valido contributo non solo con le sue competenze di insegnante, ma anche con il suo carattere empatico, ironico, anticonformista, pronto a sperimentare nuove metodologie didattiche. Segue la prefazione della stessa autrice che sottolinea l’importanza di insegnare la lingua italiana ai migranti per favorirne più velocemente l’integrazione, oggi sempre più ostacolata da strumentalizzazioni politiche e razzismo che fomentano paure e violenze. I vari capitoli accompagnano poi il lettore nel suo coinvolgente percorso di volontaria. Sulla quarta di copertina si legge quanto segue: ”Nel presente volume è ripercorsa, in forma autobiografica, l’esperienza dell’autrice presso alcune associazioni di volontariato che si occupano dell’insegnamento dell’italiano agli immigrati nonché del loro inserimento sociale. Il racconto descrive come, andata in pensione dopo una carriera da insegnante di ruolo in varie scuole di ordine e grado, la stessa autrice, avvicinatasi al mondo del volontariato, abbia iniziato ad accumulare esperienza in diverse associazioni di Roma, approdando infine alla CDS ( Casa dei Diritti Sociali), con cui collabora da oltre otto anni insegnando italiano agli adulti, e a Piuculture, associazione per la quale svolge lezioni ai bambini presso l’Istituto Guido Alessi. Nel testo viene narrato, oltre al modo di insegnare, come sono organizzate tali strutture e chi sono i volontari che vi operano, oltre alla descrizione di alcune attività collaterali (feste, gite culturali), organizzate per inserire questi “nuovi cittadini” nel “nostro” mondo. Gli argomenti sono trattati dal punto di vista dell’autrice: questo libro, infatti, non è un saggio e non intende esserlo, bensì è il resoconto di una personale esperienza, utile a rendere l’idea al lettore di come lavorano le numerose associazioni che cercano di aiutare i nuovi arrivati ad avere una vita migliore. Senz’altro un libro interessante che si legge tutto d’un fiato, scritto in uno stile semplice e spontaneo, ma allo stesso tempo colto e a tratti non privo di sottile humour. E per un’insegnante in pensione, come la sottoscritta, è stata senza dubbio una toccante e significativa lettura che ha riacceso ricordi di esperienze simili fatte nella Scuola Statale dell’obbligo, nonché in associazioni di volontariato nei quartieri a rischio. Mi sono stupita per certe goethiane “affinità elettive” con l’autrice, in particolare quando afferma che “avere molto intuito e fantasia, credo che siano le doti necessarie per un buon insegnamento, perché quando la lezione è animata , sia gli allievi che la maestra si divertono, vuol dire che è riuscita e che le emozioni non solo sono state assimilate, ma rimangono nella memoria” (pag. 62); e poi ancora quando scrive che ”l’insegnamento è come scrivere un romanzo; non lo si può imparare in un manuale”. (Pag.98). Anche la sottoscritta, inoltre, ha dedicato infinita attenzione agli “ultimi della fila”, a quelli più umili e di tutte le razze, poiché sia nei quartieri a rischio, sia in quelli dell’high society, purtroppo gli “svantaggiati” spesso vengono emarginati e non godono appieno del diritto allo studio di cui parla la nostra Costituzione. E poi come l’autrice penso che se i più bravi della classe sono considerati in genere più gratificanti dagli insegnanti, in realtà il vero successo di un docente si misura su quelli più difficili, poiché “la comprensione della vita con i suoi problemi e i suoi aspetti negativi e positivi si sente di più a contatto con questi ultimi della fila”.(Pag.99). Ho ritrovato, infine, nella scrittrice lo stesso amore per i giovani, lo stesso rapporto empatico con gli alunni, lo stesso entusiasmo di tutti coloro che cominciarono ad insegnare tra gli anni ’60 e ’70 nelle scuole statali e che per anni hanno lottato, e ancora lottano, per il diritto allo studio degli svantaggiati, tra i quali oggi aumentano sempre più gli immigrati provenienti da Africa, Asia, America Latina ed Est Europa: adulti, giovani e minori ( spesso non accompagnati) che sperano di trovare in Occidente una vita migliore, dopo indicibili sofferenze e privazioni di cui non amano parlare per non riaccendere dolorosi ricordi, come più volte sottolinea l’autrice. Ecco ciò che scrissi in “Scuola di Periferia, specchio di una società multietnica”, un articolo pubblicato su “InStoria” alcuni anni fa: “Malgrado tutte le difficoltà e le lotte, alla fine qualche risultato si ottiene sempre quando si ama il proprio lavoro: oltre ai gratificanti successi conseguiti da alunni più motivati e brillanti, si registrano con gioia i piccoli o grandi progressi rispetto “ai livelli di partenza” degli svantaggiati. Non manca mai, inoltre, il sincero affetto dei ragazzi, soprattutto di quelli meno bravi. E quando queste umili, deboli crisalidi talvolta si trasformano in trionfanti farfalle, capaci di volare, otteniamo la più grande ricompensa, sia come insegnanti che come educatori. Benvenuti siano anche i figli degli immigrati allora, se amiamo gli alunni, ma ci auguriamo che i ministri della P.I. pensino al futuro della scuola italiana con riforme adeguate ai tempi”. (http://www.instoria.it/home/scuola_periferia.htm ) Lavinia Oddi Baglioni, nata a Roma, è laureata in Biologia e in Psicologia: ha insegnato matematica nelle scuole statali e in seguito ha tenuto diversi corsi di “Scrittura autobiografica”, sia presso la Sapienza, Università di Roma, sia per la Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari. Attualmente insegna l’italiano agli immigrati in qualità di volontaria, esperienza alla quale sono dedicate le pagine del presente volume. Organizza inoltre incontri culturali per il Club Montevecchio, che dirige da più di venti anni. Tra i suoi scritti ricordiamo: Scrivere la propria vita (Roma 2000), Memorie del Governo Vecchio (Roma 2003), Ritratti di signore (Roma 2003), Gli Artigiani di Via dell’Orso (Roma 2009), Ricordi nella nebbia (Roma 2018). Giovanna D’Arbitrio
FILM "COME UN GATTO IN TANGENZIALE"
post pubblicato in diario, il 13 gennaio 2018
Fa riflettere la commedia “all’italiana” di Riccardo Milani, Come un gatto in tangenziale, in cui si racconta la storia di Giovanni (Antonio Albanese), presidente di un think tank che sta elaborando un progetto da presentare al Parlamento europeo per ottenere fondi a favore di attività imprenditoriali nelle zone periferiche italiane. Al suo rientro da Bruxelles, egli scopre che Agnese(Alice Maselli), la figlia tredicenne, si è innamorata di Alessio (Simone De Bianchi), un ragazzo che abita a Bastogi, quartiere a rischio di Roma. Giovanni segue con la sua auto Agnese e si scontra subito con Monica (Paola Cortellesi), madre di Alessio, che gli frantuma il parabrezza con una mazza da baseball. Giovanni tenta poi di allontanare la figlia da gente di così bassa estrazione sociale e si sorprende nel costatare che nemmeno Monica è entusiasta all'idea che il figlio frequenti una ragazza dell’high society: così i due genitori si alleano per far ragionare i ragazzi e iniziano a frequentarsi, coinvolgendo le rispettive famiglie. Giovanni si occupa di Agnese da solo, poiché la madre, Luce (Sonia Bergamasco), abita in Francia dove coltiva lavanda per profumi. Alessio vive invece in una famiglia numerosa con la madre e due zie, Pamela e Sue Ellen (così chiamate in onore del serial Dallas),due ladre che rubano nei supermercati, mentre il padre, Sergio (C. Amendola), è in carcere. Monica invita Giovanni e Agnese a trascorrere una giornata al mare nel caotico lido “coccia de’ morto” e Giovanni ricambia l’invito la domenica successiva, portando tutti alla solitaria spiaggia di Capalbio, frequentata dai suoi amici. Comunque è chiaro che entrambi i genitori faticano ad ambientarsi in realtà tanto diverse dal loro modo di vivere. Quando Luce rientra dalla Francia, Monica invita tutta la famiglia a pranzo a casa sua. In quest'occasione irrompe Sergio, appena uscito dal carcere per un indulto, il quale tratta con disprezzo gli intrusi. Insomma “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”, e così anche se si è animati da idee innovative ed egalitarie, come quelle di Giovanni e Luce, purtroppo il divario tra le classi sociali è reale e non è facile colmarlo, se non si stabilisce un vero contatto con i gravi problemi delle attuali periferie multietniche. Anche Agnese e Alessio alla fine si lasciano, attratti da più facili amori, e tornano alle rispettive vite. E allora ci si chiede se sarà mai possibile un giorno un dialogo tra borghesi e borgatari, nonché tra italiani e migranti. All’inizio della storia le probabilità di successo sembrano davvero poche, simili a quelle di sopravvivenza di un povero gatto abbandonato in tangenziale. Tuttavia qualcosa accade in seguito: Monica comincia a riflettere e s’informa sui fondi europei, mentre Giovanni a Bruxelles davanti ai parlamentari lascia cadere il discorso scritto, fatto di frasi fatte, e racconta con parole semplici come sia difficile la vita nelle periferie. Una commedia che pur strappando qualche sorriso, fa riflettere seriamente sui gravi problemi dell’integrazione, oggi divenuti ancora più gravi per l’arrivo di tanti migranti. Cultura, istruzione, formazione, lavoro potrebbero senz'altro ridurre il divario tra le classi sociali e facilitare l'integrazione. Speriamo bene. Bravi gli attori che valorizzano la sceneggiatura nata dalla collaborazione di R. Milani, P. Cortellesi, Giulia Calenda, Furio Andreotti. Ecco un’intervista ad Albanese e a P. Cortellesi: https://www.youtube.com/watch?v=TiRQ28kJUuI Giovanna D’Arbitrio
"MONSIEUR LAZHAR", un film di P. Falardeau
post pubblicato in diario, il 2 settembre 2012
           

Il cinema ritorna ancora una volta tra i banchi di scuola  con un film canadese, “Monsieur Lazhar”, di Philippe Falardeau, tratto dalla pièce teatrale” Bachir Lazhar” di Evelyne de la Chenelière, già vincitore di diversi premi.

 

Il film racconta la storia del signor Lazhar (M. Said Fellag), immigrato algerino con un passato doloroso, che viene assunto come supplente in una scuola elementare di Montreal dopo il suicidio di una maestra.

 

Messi all’improvviso di fronte al dramma della morte, gli alunni sono ovviamente molto scossi e per Bachir non è facile all’inizio farsi accettare da loro, anche per differenze tra culture e tradizioni e metodo didattico-educativo un po’ all’antica, basato su dettati difficili e qualche scappellotto . 

 

Pian piano, tuttavia, riesce ad entrare nelle loro vite, in particolare in quelle di Alice (Sophie Nelisse) e Simon (Emilien Néron), meravigliandosi della loro sensibilità, e così gradualmente approfondisce con affetto il rapporto con i ragazzi rafforzando in loro autostima e coraggio per riconquistare perdute sicurezze .

 

Senza dimenticare il legame interrotto con la sua terra e un drammatico passato di rifugiato politico, nel prodigarsi per alleviare i problemi psicologici ed esistenziali dei suoi alunni riesce contemporaneamente a rielaborare il suo lutto personale legato alla perdita di moglie e figli, uccisi in un attentato.

 

“Si limiti a insegnare, non ad educare nostra figlia” si sente dire da una coppia di genitori. Ma si può insegnare senza educare? Impossibile, soprattutto se si vive l’insegnamento come totale dedizione alla “crescita” umana e spirituale di altri esseri umani, per cui il cammino iniziato va percorso fino in fondo, anche con manifestazioni fisiche “non colpevolizzanti” se vissute senza malizia, come in un lontano passato quando qualche scappellotto o una carezza non venivano mal interpretati, ma ben distinti con discernimento da metodi troppo coercitivi o abusi sessuali.

 

Il rapporto maestro- alunno, pertanto, nel film diventa interazione tra esseri umani, scoperta reciproca di storie personali al di là di nomi sul registro, banchi e cattedra, in cui l’adulto apprende dal bambino e viceversa, scambi affettivi  che consentono di superare insieme sofferenza, depressione, paura, sensi di colpa e di accettare perfino la morte come parte integrante della vita.

 

 Ed infine la toccante favola allegorica su “albero e crisalide”, narrata da Bachir, segna il momento più alto e significativo del film, quasi un delicato e poetico appello all’intera Umanità sulla necessità “di proteggere la crisalide affinché possa trasformarsi in farfalla”, per permettere cioè ad ogni bambino di  “crescere” in modo armonioso e poter così spiccare il volo verso la vita.

 

“Monsieur Lazhar”  è davvero un bel film che coinvolge emotivamente lo spettatore  senza cadere mai in toni retorici e falsamente moraleggianti, un film che fa riflettere sul significato della vita.

Giovanna D’Arbitrio

 

 

 

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