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SANTA MARIA CAPUA VETERE
post pubblicato in diario, il 3 marzo 2015
Quanti italiani conoscono tutti i tesori artistici presenti in Campania? Forse pochi, a causa di superficialità e disorganizzazione in strategie politiche incapaci di tutelare i nostri beni culturali e supportare il turismo. Si sente spesso dire che “il vero petrolio” italiano è il nostro meraviglioso patrimonio artistico, culturale e paesaggistico, ma a quanto pare esso non viene né valorizzato, né sfruttato in modo adeguato. Gli stessi campani in effetti scoprono interessanti siti archeologici (meno propagandati nel gestire le rotte turistiche), solo grazie al lodevole impegno di associazioni culturali che organizzano visite guidate sul territorio, come ad esempio “Medea Art”, sempre attenta a segnalare ai soci luoghi di particolare interesse. Quante volte siamo “passati” per Capua solo per raggiungere altri luoghi, senza mai fermarci là per visitarla? Tante. Ed ora grazie a Medea Art abbiamo scoperto Santa Maria Capua Vetere. Nella fertile pianura campana, denominata “felix” dagli antichi Romani, riparata dal monte Tifata, nei pressi del fiume Volturno, è situata la frazione più antica di Capua, dotata di un patrimonio artistico ricco di rovine di epoca romana, chiese di origini paleocristiane, affreschi medievali, pale rinascimentali, palazzi settecenteschi e monumenti celebrativi. Attraverso scavi e reperti archeologici si risale alle origini, agli antichi popoli che qui abitarono, come Osci ed Etruschi. Sotto la dominazione romana fu chiamata da Cicerone “Altera Roma” per la sua grandezza e importanza. Distrutta da incursioni vandaliche e saracene, cominciò a rinascere nel XII secolo con casali sorti intorno alle basiliche cristiane di S. Maria Maggiore, S. Pietro in Corpo e S. Erasmo in Capitolio. Nel periodo Angioino il casale di S. Maria Maggiore diventò preminente rispetto agli altri: re Roberto, detto il Saggio, nacque a S. Maria nel 1278 e fu battezzato l'anno dopo nell’omonima chiesa. I sovrani d'Aragona nel XV solevano venire a S. Maria alla festa in onore della Madonna Assunta. Nel Settecento fu meta di viaggiatori richiamati dal fascino delle sue grandiose rovine. Nel 1860 alla porte della città ebbe luogo la battaglia del Volturno con la quale Garibaldi mise fine al regno borbonico. Questo in breve il percorso millenario dei luoghi, un doveroso excursus storico prima di passare a illustrare la nostra visita guidata, focalizzata in particolare sulla Chiesa di S. Angelo in Formis, l’Anfiteatro , il Museo Archeologico e il Mitreo. La chiesa di S. Angelo in Formis, dedicata a S. Michele Arcangelo, sorge lungo il declivio occidentale del Monte Tifada su i resti dell’antico tempio della dea Diana. Costruita nel 1073 per volere dell’ abate Desiderio di Montecassino, include splendidi affreschi su storie dell'antico e nuovo testamento, con la solenne conclusione del giudizio universale in controfacciata, eseguiti da maestranze campane. In essi si intravedono i primi segni del romanico, misto allo stile greco- bizantino più presente negli affreschi con colori delicati e sfumati. Per quanto riguarda poi l'Anfiteatro Campano, secondo per dimensioni solo al Colosseo, si sa che fu costruito sotto l’imperatore Augusto. Annesso all'anfiteatro è il Museo dei Gladiatori con reperti risalenti alla Scuola dei Gladiatori dove nel 73 A.C. scoppiò la rivolta di Spartaco. Il percorso si è concluso con la visita al Museo Archeologico, ricco di interessanti reperti testimonianti antiche epoche, e al Mitreo, dedicato al culto del dio persiano Mitra. Racchiuso in una struttura sotterranea, sulla parete centrale include un affresco raffigurante Mitra che affonda il pugnale nel collo di un toro, contornato da immagini di sole, luna, oceano, terra, di Cautes e Cautopates, i due arcieri del dio. Un percorso davvero interessante, ben illustrato con dovizia di particolari da una giovane e volenterosa guida napoletana che non ha potuto far a meno di concludere il discorso con una certa amarezza affermando: “Abbiamo millenni di storia e di cultura alle nostre spalle in Campania, ma ora veniamo ricordati in patria e all’estero solo come terra dei fuochi!”. Giovanna D’Arbitrio
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