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Libro "EMOZIONI VISIVE DALLA BIRMANIA"
post pubblicato in diario, il 29 marzo 2019
Giovedì 28 marzo, alle ore 16,30, nell’ Antica Fabbrica di cioccolato Gay-Odin (via Vetriera 12 Napoli), è stato presentato il libro “Emozioni visive dalla Birmania, Immagini di un viaggio in Myanmar, un paese bello e sfortunato”. Dopo una breve introduzione di Marisa Maglietta Del Vecchio, Proprietaria dell’antica e prestigiosa cioccolateria napoletana, ha dialogato con l’autrice il dott. Salvatore Manna, direttore della rivista “Segni dei Tempi”, alla presenza del Console del Touring Club, dott. Silvana De Luca e del Vice console, dott. Maria Rosaria Vaccaro. Come ha spiegato la stessa prof. Cristina Morra, intervistata da. S. Manna, libro è un racconto di “emozioni” espresse attraverso numerose foto. L’obiettivo perseguito, dunque, è quello di suscitare anche nel lettore profonde emozioni guardando le immagini scattate durante il suo viaggio del 2009 in Birmania, Paese che ella definisce bello e allo stesso tempo sfortunato. Bello per il fascino di spettacoli naturali, umanità di bambini e contadini, arte e meravigliosi templi, sfortunato a livello politico per governi dittatoriali, povertà, mancanza di igiene, arretratezza tecnologica (non c’è energia elettrica in molti luoghi): un Paese, senz’altro coraggioso che politicamente ha combattuto con grande dignità per la libertà, sostenendo Aung San Suu Ky. La Birmania, inoltre, esercita un grande fascino spirituale. Anche se Siddharta Gautama, il Buddha, era indiano, il suo pensiero filosofico si diffuse in tutta l’Asia meridionale e orientale. In Birmania suscitò più interesse il cosiddetto Buddismo del “piccolo veicolo”, cioè quello delle origini, più legato ad interiorità, lavoro sulla persona, conoscenza del sé. Colpiscono le innumerevoli statue del Buddha in tutte le pose (fotografate nel libro). L’autrice evidenzia che questa antica filosofia, anche se priva di una visione trascendente, è tra le più alte in quanto fu la prima a predicare l’ottuplice sentiero dei principi etici e “la compassione” che in qualche modo si avvicina alla “solidarietà” del Cristianesimo, religione che tuttavia si differenzia dal buddismo in diversi punti fondamentali, messi in rilievo da Papa Giovanni Paolo II nel suo libro “ Il cammino della speranza” e da Laura Cesarano Jouakim, in “Gesu’, il Buddha e la legge della vita. Come prendere il meglio dal buddismo senza smettere di essere cristiani”. Partendo pertanto dalla considerazione che il Buddhismo non è una religione, ma filosofia morale e sapendo che Buddha vive nel V secolo a.C., nel libro se ne sottolinea l’influsso sull’Ebraismo e quindi indirettamente sul Cristianesimo che comunque rappresenta un ulteriore e più avanzato livello spirituale illuminato dalla luce divina. Dai cenni biografici apprendiamo che la prof. Cristina Morra, laureata in Economia e Commercio, ha insegnato per 26 anni presso l’Istituto Tecnico Michelangelo Buonarroti di Arezzo. Attualmente in pensione, è presidente della Sezione aretina dell’A.I.I.G. (Associazione Italiana Insegnanti di Geografia)e offre la sua collaborazione all’ l’Università Statale di Firenze e l’Università dell’Età Libera di Arezzo. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo diversi testi scolastici e i seguenti libri: Globalizzati, ma liberi e sviluppati? (2006); Uno sguardo su Arezzo e il suo centro storico. Per uno "slow tourism"(2007). Giovanna D’Arbitrio
"GRAND FILLMORE HOTEL", un libro di Mattia Insolia
post pubblicato in diario, il 20 aprile 2015
Mattia Insolia, nato a Catania nel 1995,ha già pubblicato vari racconti e nel 2014 ha vinto il Concorso Nazionale di narrativa breve “Liberestorie”. Grand Fillmore Hotel (Ginevra Bentivoglio Editoria), benché sia il suo primo romanzo, evidenzia una notevole maturità di stile, soprattutto se si considera la giovane età dell’autore. Nella presentazione del libro si legge quanto segue: “Possono essere davvero particolari i legami che si creano tra gli ospiti di un hotel, completi sconosciuti che si ritrovano sotto uno stesso tetto. A volte accade che questi decidano di rimanerci, nell'hotel, mettendo radici in un mondo estraneo e anonimo che si trasforma in una nuova casa. E così le storie di straordinaria mediocrità di poche semplici persone si intrecciano per formare una fitta rete intessuta di memorie da dimenticare e ricordi da creare. Questo è quel che accade agli individui del Grand Fillmore Hotel, donne e uomini che intonano lo stesso canto, ma con voci diverse, come in un coro. E altrettanto diverse sono le facce di quella che siamo soliti chiamare verità, entità mutevole e figlia delle molteplici prospettive da cui è possibile osservarla: prospettive che sono in questo caso quelle dei dieci protagonisti delle storie che si incrociano tra le stanze del Grand Fillmore Hotel”. Nei 10 coinvolgenti capitoli del testo, ciascuno centrato su un personaggio - simbolo di una particolare condizione umana, con un linguaggio realistico, asciutto e crudo lo scrittore narra tutto lo squallore di dieci vite che s’intrecciano sullo sfondo di un grigio hotel: dieci personaggi descritti con pennellate essenziali e impietose. In ogni capitolo, inoltre, risaltano in corsivo frasi che si ripetono in modo ossessivo per dar maggior rilievo ai problemi di ciascun personaggio: “Abbiamo bisogno di soldi o” ripete più volte la madre al piccolo Giorgio, costretto a prostituirsi; “E’ una debole, non ha spina dorsale”. Vergogna!” , mormora la gente criticando Andrea, la cameriera spesso picchiata a sangue dal suo compagno; “Provarci non è abbastanza. Tu non sei abbastanza”, rimugina Gregorio pensando alle parole di un padre opprimente; “Sta zitta, non fiatare. Tienilo per te. Finirà presto”, si ripete Elsa, costretta dalla madre a prostituirsi con il figlio; “Frega, ruba, imbroglia”, borbotta Alex nella sua ferina arroganza; “Se gli altri non ti ascoltano, tu non parlare. Se fingono di ascoltare, tu fingi di parlare”, è il life motive di Agnese per sopportare la solitudine; “Sei molto più cazzuta di tante persone”, ripete Pia, la madre-megera di Elsa; “Non c’è più posto per te, ormai sei vecchia da buttare”, pensa Loredana, ma ha ancora la capacità di reagire; “Se mi piace lo faccio”, dice Pietro per mettere a tacere la sua coscienza; ed infine ecco Stanislao, l’unico che non ripete frasi ossessive e che fa intravedere un barlume di giustizia per chi è costretto a subire violenze fin dall’infanzia. Un libro amaro in cui si legge una strisciante denuncia dei mali della società: un racconto privo di toni enfatici, obiettivo e distaccato nella descrizione della realtà. Giovanna D’Arbitrio
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