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FILM "DUE EURO L'ORA"
post pubblicato in diario, il 18 aprile 2016
Il film"Due euro l'ora", presentato in anteprima il 5 aprile al Bari International Film Festival 2016 nella sezione Nuove Prosposte, è stato premiato per la Miglior Regia di Andrea D'Ambrosio, coautore della sceneggiatura scritta con la valida collaborazione di Donata Carelli, e per la Miglior Attrice protagonista, Chiara Baffi. Il film parla di donne, di lavoro sottopagato e di sfruttamento, traendo ispirazione da un fatto tragico di cronaca avvenuto nel 2006 quando a Montesano, in provincia di Salerno, due operaie, Anna Maria Mercadante, di 49 anni e Giovanna Curcio, di appe¬na 15 anni, morirono nel rogo di una fabbrica di materassi dove lavoravano per due euro l'ora. Anche il film racconta la storia di due operaie: la quarantenne Gladys (Chiara Baffi), tornata dal Venezuela con pochi soldi, la quale s’illude di costruirsi una nuova vita con Aldo, insegnante in una palestra (Paolo Gasparini); Rosa, (Alessandra Mascarucci), una ragazza di 17 anni che vive la sua adolescenza tra il sogno d’amore con Nicola e il rapporto conflittuale con il padre Franco, autotrasportatore spesso assente. In un laboratorio sotto il livello stradale, vessate da un padrone rozzo e manesco, Blasi (Peppe Servillo), un piccolo imprenditore “in nero”, Rosa e Gladys confezionano tessuti e tute sportive, per 2 euro l’ora. Un incendio divampato accidentalmente nella fabbrica le travolgerà: le troveranno abbracciate. Solo una delle due ce la farà. “Dell'articolo che mi aveva dato A. D’ambrosio - racconta Donata Carelli-, mi era rimasta impressa l'immagine di un abbraccio, quello tra le due vittime ritrovate nello scantinato. Della storia vera è rimasto solo quell'abbraccio perché, come diceva Musil, nel linguaggio dell'amore, la forma più alta è l'abbraccio silenzioso. Il film parla di donne ma, nonostante la problematicità del tema, da subito siamo stati concordi nel voler usare un tocco leggero, spesso velato d’ironia, i due tratti, a mio parere, che caratterizzano l’umanità della gente del Sud”. Donata Carelli è anche autrice del libro “Un barattolo pieno di lucciole-Storia di Igor Man e Maria Rosa Carreri” (Editore Guida) e sceneggiatrice dell’omonimo spettacolo teatrale da esso tratto. Docente di Lettere, impegnata in un dottorato di ricerca presso l’Università di Tor Vergata a Roma, come sceneggiatrice considera suo maestro Ugo Pirro al quale ha dedicato un toccante ritratto in Soltanto un nome nei titoli di testa. Il copione di 2 euro l’ora, al quale ha collaborato, è stato presentato alla National Academy of Art & Science di New York. Nel cast, quasi interamente campano, ricordiamo in particolare Peppe Servillo, Chiara Baffi e Paolo Gasparini. Il film, opera prima del regista Andrea D’Ambrosio, autore di documentari d’inchiesta come “Biutiful Cauntri”e di diversi cortometraggi sociali tra i quali “I frutti del lavoro”. “ È un film che parla del Sud- ha dichiarato il regista- Un film sul lavoro, sull’amore e sulla giovinezza che fugge. Così si vive in molti borghi del Sud, inventandosi il lavoro per sopravvivere, senza piangersi troppo addosso, ma sperando e aspettando una vita diversa, finché la realtà, un giorno come un altro, prende il sopravvento e i sogni svaniscono. Per scrivere con Donata Carelli “Due euro l’ora” sono partito da un fatto di cronaca accaduto nel 2006 nella bassa Campania. La storia di Giovanna Curcio e Annamaria Mercadante. L’idea iniziale era quella di raccontare il lavoro che non c’è, ma ho deciso di raccontare il lavoro, com’è oggi, attraverso le storie di donne che sperano che la vita possa cambiare, anche in un Paese che resta sempre uguale a se stesso”. Hanno contribuito al successo del film la fotografia di Giulio Pietromarchi, il montaggio di Giorgio Franchini, le musiche di Fausto Mesolella, la scenografia di Carmine Guarino, i costumi di Francesca Apostolico. Il film è stato realizzato grazie al finanziamento del MIBACT per i film di interesse culturale, opere prime e seconde, e al preacquisto dei diritti TV da parte di Rai Cinema. Il film verrà presentato anche a Napoli, in data da stabilirsi. Giovanna D’Arbitrio
"GRAND FILLMORE HOTEL", un libro di Mattia Insolia
post pubblicato in diario, il 20 aprile 2015
Mattia Insolia, nato a Catania nel 1995,ha già pubblicato vari racconti e nel 2014 ha vinto il Concorso Nazionale di narrativa breve “Liberestorie”. Grand Fillmore Hotel (Ginevra Bentivoglio Editoria), benché sia il suo primo romanzo, evidenzia una notevole maturità di stile, soprattutto se si considera la giovane età dell’autore. Nella presentazione del libro si legge quanto segue: “Possono essere davvero particolari i legami che si creano tra gli ospiti di un hotel, completi sconosciuti che si ritrovano sotto uno stesso tetto. A volte accade che questi decidano di rimanerci, nell'hotel, mettendo radici in un mondo estraneo e anonimo che si trasforma in una nuova casa. E così le storie di straordinaria mediocrità di poche semplici persone si intrecciano per formare una fitta rete intessuta di memorie da dimenticare e ricordi da creare. Questo è quel che accade agli individui del Grand Fillmore Hotel, donne e uomini che intonano lo stesso canto, ma con voci diverse, come in un coro. E altrettanto diverse sono le facce di quella che siamo soliti chiamare verità, entità mutevole e figlia delle molteplici prospettive da cui è possibile osservarla: prospettive che sono in questo caso quelle dei dieci protagonisti delle storie che si incrociano tra le stanze del Grand Fillmore Hotel”. Nei 10 coinvolgenti capitoli del testo, ciascuno centrato su un personaggio - simbolo di una particolare condizione umana, con un linguaggio realistico, asciutto e crudo lo scrittore narra tutto lo squallore di dieci vite che s’intrecciano sullo sfondo di un grigio hotel: dieci personaggi descritti con pennellate essenziali e impietose. In ogni capitolo, inoltre, risaltano in corsivo frasi che si ripetono in modo ossessivo per dar maggior rilievo ai problemi di ciascun personaggio: “Abbiamo bisogno di soldi o” ripete più volte la madre al piccolo Giorgio, costretto a prostituirsi; “E’ una debole, non ha spina dorsale”. Vergogna!” , mormora la gente criticando Andrea, la cameriera spesso picchiata a sangue dal suo compagno; “Provarci non è abbastanza. Tu non sei abbastanza”, rimugina Gregorio pensando alle parole di un padre opprimente; “Sta zitta, non fiatare. Tienilo per te. Finirà presto”, si ripete Elsa, costretta dalla madre a prostituirsi con il figlio; “Frega, ruba, imbroglia”, borbotta Alex nella sua ferina arroganza; “Se gli altri non ti ascoltano, tu non parlare. Se fingono di ascoltare, tu fingi di parlare”, è il life motive di Agnese per sopportare la solitudine; “Sei molto più cazzuta di tante persone”, ripete Pia, la madre-megera di Elsa; “Non c’è più posto per te, ormai sei vecchia da buttare”, pensa Loredana, ma ha ancora la capacità di reagire; “Se mi piace lo faccio”, dice Pietro per mettere a tacere la sua coscienza; ed infine ecco Stanislao, l’unico che non ripete frasi ossessive e che fa intravedere un barlume di giustizia per chi è costretto a subire violenze fin dall’infanzia. Un libro amaro in cui si legge una strisciante denuncia dei mali della società: un racconto privo di toni enfatici, obiettivo e distaccato nella descrizione della realtà. Giovanna D’Arbitrio
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