.
Annunci online

"SANGUE DEL MIO SANGUE", UN FILM DI M. BELLOCCHIO
post pubblicato in diario, il 14 settembre 2015
Presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 2015, il film di Bellocchio “Sangue del mio sangue”, pur suscitando qualche perplessità da parte del pubblico e della critica, si è aggiudicato il Premio FRIPRESCI. Come ha spiegato lo stesso regista in diverse interviste, il film è scaturito da vari input nel corso di circa sei anni in cui, lavorando insieme ad un gruppo di giovani in un laboratorio da lui diretto a Bobbio, cercava una location per una storia centrata sulla figura di una suora, molto simile alla manzoniana monaca di Monza. La scoperta casuale delle antiche prigioni di Bobbio, gli sembrò allora il luogo ideale per raccontare la storia seicentesca di suor Benedetta (Lidiya Liberman) che dopo aver sedotto il suo confessore, tenta di conquistare anche il suo gemello, Federico (Pier Giorgio Bellocchio), uomo d’armi determinato a salvare l’onore di famiglia ottenendo la sepoltura in terra consacrata del fratello, morto suicida. Per far ciò occorre una confessione da parte di Benedetta del suo patto col diavolo, per poter scagionare il prete costretto a peccare contro la sua volontà. Torturata dal clero che con mezzi violenti cerca inutilmente di ottenere una confessione, ella viene murata viva nel carcere dell’antico convento di Santa Chiara. Un improvviso salto temporale riporta lo spettatore all'Italia di oggi, in particolare alle piccole città come Bobbio che le nuove tecnologie e la globalizzazione stanno cancellando. Il Federico del passato, vile ed ipocrita, si è trasformato ora in un intrallazzatore moderno (di nuovo P. G. Bellocchio), falso ispettore ministeriale che cerca di favorire l’acquisto delle antiche prigioni del convento da parte di un affarista russo. A lui si oppone una sorta di vampiro moderno (R. Herlitzka), un conte che gestisce il suo potere di notte tessendo in segreto le sue trame, nascosto nell’antico convento, insieme ad un “comitato cittadino” che regola la vita di Bobbio, simbolo della vecchia Italia clientelare che teme di perdere i suoi privilegi con l’avanzata dei nuovi arraffatori globalizzati. Film davvero complesso, con tanti personaggi del passato e del presente (oltre a quelli principali già citati), come le sorelle Perletti, due zitelle desiderose di amplessi amorosi (A. Rorhwacher, F. Fracassi), il pazzo del villaggio (F. Timi), il dentista amico del conte (T. Bertorelli) e il popolo dei falsi invalidi ed evasori fiscali che ha improvvisi attacchi di panico di fronte ai probabili controlli dell’ ispettore. Non è facile per lo spettatore destreggiarsi tra il passato e un presente in cui al potere ecclesiastico di un tempo si sostituisce quello vampiresco dei nuovi corrotti e corruttori locali e internazionali. Il messaggio sotteso arriva comunque allo spettatore, anche se con difficoltà: ogni epoca ha il “suo particolare oscurantismo” che cerca di distruggere la libertà, tema ricorrente nei film di Bellocchio, insieme alla lotta contro tutte le ipocrisie, le paure, le repressioni sessuali, i condizionamenti. Dalle interviste rilasciate, a quanto pare egli non intende attaccare la Chiesa cattolica attuale che grazie a Papa Francesco appare in una fase di trasformazione epocale, bensì quella del passato. Nel film egli ha cercato piuttosto di metterne in rilievo caratteristiche ed obiettivi e pertanto ha affermato: "La libertà è lo spirito di questo film. Non mi interessava stabilire connessioni rigide tra presente e passato. Il mio non è un film all’americana, dove tutto è razionalistico e consequenziale….Benedetta è l'immagine di una bella libertà che non vuole arrendersi". E in effetti il film si conclude con l’immagine simbolica di Benedetta che esce dalla sua prigione dopo tanti anni, non invecchiata e debilitata dalla sofferenza, ma risplendente di gioventù e bellezza. Un film da vedere che suscita molte discussioni e che si avvale di bravi attori, della sceneggiatura di Marco Bellocchio, della colonna sonora di Carlo Crivelli, della fotografia di Daniele Ciprì. Giovanna D’Arbitrio
FILM "LE DUE VIE DEL DESTINO"
post pubblicato in diario, il 15 settembre 2014
           

At the beginning of time the clock struck one
Then dropped the dew and the clock struck two
From the dew grew a tree and the clock struck three
The tree made a door and the clock struck four
Man came alive and the clock struck five
Count not, waste not the years on the clock
Behold, I stand at the door and knock.

 

Questi  versi vengono più volte recitati da Eric Lomax, prigioniero dei giapponesi, nel film di J. Teplitzky “Le due vie del destino”, tratto dal romanzo autobiografico che lo stesso Eric scrisse e pubblicò nel 1995, “The Railway Man”.  Egli compose anche questa poesia che ripeteva  come una preghiera nei momenti più bui della sua prigionia per lottare contro dolore e disperazione. Ecco la traduzione: “All’inizio dei tempi l’ orologio batté l’una/Poi cadde una goccia di rugiada e l’orologio batté le due/ Dalla goccia crebbe un albero e l’orologio batté le tre/Dall’albero fu costruita una porta e l’orologio batté le quattro/L’Uomo prese vita e l’orologio batté le cinque/Non contare, non sprecare gli anni  sull’orologio/Guarda, io sto alla porta e busso.

 

La storia nel film inizia in Inghilterra nel 1980 su un treno dove, Eric Lomax (Colin Firth,  Eric da anziano),  appassionato di ferrovie, incontra l’affascinante Patti Wallace (Nicole Kidman), se ne innamora e la sposa. Purtroppo già durante la prima notte di nozze Eric comincia ad avere strani incubi legati alle sue drammatiche esperienze di guerra. All’inizio rifiuta di parlarne, ma poi gradualmente la verità emerge con l’aiuto di Patti.

 

Con continui flashback si ritorna al passato, al 1942, quando Singapore cadde nelle mani giapponesi. Migliaia di soldati britannici, tra i quali erano Eric (Jeremy Irvine, Eric da giovane) e i suoi compagni, furono fatti prigionieri e costretti a lavorare come schiavi nella cosiddetta “ferrovia della morte”:  progettata per collegare Bangkok a Rangoon, fu costruita col le lacrime e il sangue di migliaia di persone costrette a lavorare in condizioni disumane. Purtroppo a Eric toccherà sperimentarne i lati peggiori quando cadrà nelle mani della polizia segreta, la spietata  Kempeitai, e subirà ogni sorta di violenze fisiche e psichiche, inflitte soprattutto da un giovane aguzzino, Takshi  Nagase (Tanroh Ishida, Takshi da giovane).

 

Patti continua a spingere Eric a riannodare passato e presente, lottando contro il codice del silenzio che unisce i prigionieri sopravvissuti e uno di essi, Finlay (Stellan Skarsgard), alla fine le racconta tutto, rivelandole inoltre che Takshi è ancora vivo e lavora ora come guida nei luoghi della “ferrovia della morte”. La donna, tormentata da mille dubbi, alla fine lascerà partire il marito per la Thailandia dove egli incontrerà il suo ex carceriere (Hiroyuki Sanada, Takshi da vecchio), trovandolo con sorpresa profondamente cambiato. In un dialogo serrato tra i due, molto coinvolgente per tensione morale e capacità evocativa, emerge  tutta l’inutilità delle guerre con i suoi orrendi rituali che si ripetono in tutti i tempi e luoghi.

 

“The Railway Man” presentato  al Toronto Film Festival del 2013, ha vinto diversi premi sia in Australia al “Film Critics Circle), tra i quali ricordiamo il premio alla miglior sceneggiatura (di Frank Cottrell Boyce e Andy Paterson), sia al Festival del Cinema di San Sebastian (“Signis Award” al regista e “Concha de Oro”, come miglior film). La moglie Patricia Wallace è stata presente a diverse premiazioni.  Eric è morto nel 2012 e Takshi nel 2011.

 

 In tanti film di guerra sono stati esaltati i temi di coraggio, dignità umana, onore, potere salvifico dell'amore, conciliazione e perdono, ma ciò che rende diverso questo film è il tentativo di raccontare una storia vera, “rompendo il codice del silenzio” sulle terribili umiliazioni subite per ritornare alla Vita, come nel verso bellissimo della poesia di Eric “Man came alive”. Non aspettiamo che l’orologio del tempo scandisca le ore degli stessi errori, c’è l’Uomo Nuovo che bussa alla porta, accogliamolo in pace. 

 

Giovanna D’Arbitrio

 

 

 

 

 

 

 

 

Sfoglia agosto        ottobre