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MIO PADRE: UN UOMO ONESTO
post pubblicato in diario, il 8 dicembre 2016
Chi sa perché l’approssimarsi del Natale risveglia in me tanti ricordi di un passato impresso in modo indelebile nella mia mente: una forte nostalgia mista a dolcezza mi prende e mi avvolge mentre penso alle persone scomparse, in particolare ai miei genitori. Ed avendo già descritto mia madre in un precedente articolo, ora sento il bisogno di aggrapparmi alla figura di mio padre, un uomo onesto e dignitoso, mentre i valori del passato sembrano crollare intorno a me in una società decadente. Papà non aveva avuto una vita facile, fin dall’infanzia: suo padre era morto durante la I guerra mondiale quand’egli aveva due mesi, poi sua madre si risposò e il patrigno lo mise in collegio. Spesso ci raccontava che era talmente piccolo che non riusciva a rifarsi il letto da solo nel convento di “Fatebenefratelli” a Posillipo (ora divenuto ospedale) e per la sua vivacità spesso finiva in castigo, “senza, frutta, senza dolce e faccia al muro”. Continuò gli studi con l’aiuto delle zie e di varie borse di studio: quando sua madre morì, aveva solo 18 anni e cominciò a lavorare per iscriversi all’università. Desiderava diventare un bravo ingegnere, ma purtroppo lo scoppio della II guerra mondiale infranse quel sogno. Fu richiamato sotto le armi e servì la patria come ufficiale dell’aereonautica. Riuscì comunque a laurearsi in matematica e durante una vigilia di Natale degli anni ‘40 incontrò Ada, la mia futura madre: fu colpo di fulmine e si sposarono pur tra orrori, violenze della guerra e i distruttivi bombardamenti . Diventò in seguito professore di liceo e fu molto amato dagli alunni per la sua severità unita ad equità, comprensione per i problemi dei giovani, gentilezza e humour molto “napoletano”. Un giorno un alunno che faceva caricature agli insegnanti, lo rappresentò alto, autorevole e imponente dietro una minuscola cattedra. Papà si divertì molto nel vedere quel disegno e lo conservò con cura in un cassetto del suo scrittoio. Lavorava tanto Il prof, Salvatore D’Arbitrio, un vero stakanovista, e per sbarcare il lunario dava ripetizioni di pomeriggio (talvolta fino a notte inoltrata in caso di preparazione agli esami di maturità): la famiglia era numerosa (4 figlie!). Paragonavo talvolta mio padre a Robin Hood, poiché ai ragazzi poveri faceva pagare di meno anche se le sue lezioni duravano più a lungo, quando era necessario. Mio padre non ci ha fatto mancare mai niente, sempre attento non solo al nostro benessere fisico, ma anche e soprattutto alla nostra formazione culturale ed umana. E anche se era affettuoso verso i genitori e i parenti di mia madre, non chiese mai loro denaro o favori, pur sapendo che provenivano da famiglia benestante e di nobili origini. Tutto ciò che faceva e diceva con passione e impegno su scuola, istruzione, educazione, contatto con i giovani, è stato per me un esempio meraviglioso e così… sono diventata anch’io un’insegnante. Amava la libertà e la democrazia e, non essendo legato ad alcun carro politico, di volta in volta dava il suo voto al partito che gli sembrava più convincente per programmi e idee. Non sopportava le persone false e bugiarde che farfugliavano imbarazzate davanti ai suoi grandi occhi azzurri, indagatori, limpidi e sinceri, sempre alla ricerca della verità. Morì dopo molte sofferenze per una grave malattia e rottura di un femore. Nei pochi attimi di lucidità prima di andarsene, trovò per noi frasi piene d’amore ed incoraggiamento. Sapendo che attraversavo un momento difficile, a me disse: “Giovanna, forza, forza, forza!” e quelle furono le sue ultime parole. Ci venne così a mancare una guida forte e amorevole. Anche i nipoti ricordano con affetto Nonno Salvatore, uomo onesto, dignitoso e saggio, sempre gioioso (“Alleluia!”, era l’esclamazione preferita in caso di buoni risultati da loro conseguiti), pronto alla battuta di spirito, oppure a dar loro consigli, lezioni di matematica e quant’altro Forse è stato meglio per lui andar via da questo mondo quando ancora esistevano tante persone oneste come lui, quando i valori e i principi in cui credeva erano ancora saldi in un’Italia di onesti lavoratori che non conoscevano ancora le devastanti conseguenze della globalizzazione, quando le famiglie erano numerose con parentele estese fatte di zii e cugini, e soprattutto quando erano ancora unite e solidali, disposte all’aiuto reciproco, quando ci si frequentava tutto l’anno, non solo a matrimoni e funerali o una volta tanto a Natale. E per concludere, caro papà, spero che tu sia in un posto pieno di pace, sempre insieme alla tua amata Ada, come in quella lontana Vigilia di Natale in cui vi incontraste. Giovanna D’Arbitrio
FILM "UN RAGAZZO D' ORO"
post pubblicato in diario, il 29 settembre 2014
           

Il film di Pupi Avati “Un Ragazzo d’Oro”, inizia con un flashback in bianco e nero in cui un padre  incoraggia il figlio a superare un ostacolo, poiché “insieme loro due sono imbattibili”: è una scena che riaffiora talvolta nei ricordi di Davide Bias (R. Scamarcio).  Purtroppo i tempi cambiano e trasformano le persone:  ora Davide non stima più il padre, Achille, anzi lo disprezza per aver tradito il sogno di diventare uno scrittore,  diventando uno sceneggiatore di volgari B movies.  Anche Davide ama la scrittura, ma non riuscendo a scrivere un libro, si accontenta di comporre racconti brevi che nessun editore vuole. Combatte insoddisfazione  e disagio esistenziale con psicofarmaci, l’aiuto di Silvia (C. Capotondi), la sua ragazza, e dell’ anziana madre (G. Ralli).

 

Quando  suo padre muore all'improvviso in un incidente automobilistico, dalle indagini emerge  che probabilmente si  è suicidato. Davide è sconvolto e cerca di capire chi fosse veramente  l'uomo che per anni aveva tanto disprezzato.  Al funerale incontra Ludovica (S. Stone), un’ affascinante amica del padre: ella lo prega di cercare un libro che Achille stava scrivendo per affidarlo alla casa editrice da lei diretta. Una ricerca frenetica, senza  un attimo di tregua e senza aiuto di farmaci, condurrà Davide alla verità, ma anche al tracollo emotivo:  chiuso nello studio paterno, si pettina e si veste come lui, rivive le sue abitudini, il suo lavoro, i suoi amori e alla fine scopre dagli scritti di Achille sul computer che suo padre non aveva mai smesso di amarlo e che era stato vittima di avidi cineasti i quali alteravano le sue sceneggiature per far film di cassetta.

 

Non trovando il libro segnalato da Ludovica, comincia a scrivere un’autobiografia  del padre e ne consegna via via a Ludovica i capitoli fingendo di trovarli sul computer : riuscirà così a scrivere un libro di cui il padre risulterà autore e che avrà grande successo, rivalutando l’ immagine paterna.

 

Purtroppo insieme ai sentimenti e alla vena creativa, anche l’alienazione riesploderà in lui con tutta la sua forza. Ricoverato in una casa di cura, sceglierà di restarvi per il resto della sua vita: gli basta aver dimostrato di essere un bravo scrittore e nello stesso tempo di aver ritrovato il suo amore di bambino per quel padre che gli ripeteva  spesso “insieme saremo imbattibili”. Rifiuta una società focalizzata su potere e denaro che distrugge sentimenti e veri talenti umani, genera incomunicabilità e instabilità psichica, premia mediocrità e volgarità: là paradossalmente tra i matti egli ritroverà il suo equilibrio nella rassicurante routine di un contesto  privo di sterili competizioni. Una conclusione amara che colpisce lo spettatore in attesa di un “happy ending”.

 

 In un’intervista il regista ha ammesso gli elementi autobiografici presenti nel film (suo padre è morto in un incidente stradale) e poi ha affermato: -  Le storie che porto al cinema provengono molto spesso dalla vita vissuta. Ci sono molti figli che si sentono ingiustamente eredi, depositari di questo ruolo ingrato, chiamati a compensare le figure paterne, a risarcirle per i riconoscimenti che non avevano avuto in vita e molto spesso si ritrovano ridicolizzati da questa condizione patetica dettata da un eccesso di ammirazione e di sudditanza che forse certi genitori non avrebbero meritato. Il nostro film si pone questo bellissimo interrogativo: credi che tuo padre avrebbe fatto per te la stessa cosa che tu hai fatto per lui? Così questo ragazzo regala la propria vita a un padre che per lui non fece nulla: si tratta di un atto d’amore totale che giustifica pienamente la definizione di “ragazzo d’oro” -.

 

Un po’ deludenti  tali affermazioni da parte del regista, poiché  in qualche modo sminuiscono il suo film  che al di là del rapporto padre-figlio si presta ad altre riflessioni, come la rivalutazione dei sentimenti  contro l’aridità di una società che distrugge valori essenziali, rapporti umani, vera cultura (padre e figlio ne sono entrambi vittime). Tanti giovani oggi vivono il dramma di Davide (spesso insieme ai genitori): senza il riconoscimento delle loro capacità e competenze, costretti ad accettare lavori di ripiego che non rispettano le loro attitudini (o addirittura senza un lavoro!), cadono in depressione e si chiudono in se stessi.                                  

Giovanna D’Arbitrio

"C'è qualcosa in te...", di E. Montesano
post pubblicato in diario, il 14 novembre 2013
           

E’ in scena al Teatro Augusteo di Napoli “C’è qualcosa in te…” , una bella commedia musicale scritta, recitata e diretta da Enrico Montesano con la collaborazione di G. Borrelli, N. Fano (consulenza artistica), P. De Santi (costumi),  Gaetano Castelli (scenografia), del corpo di ballo coreografato da Manolo Casalino,  Renato Serio (musiche), degli attori Michele Enrico (avv. Nicolò) e Marco Valerio Montesano (Tuttofare), Ylenia Oliviero (Delia).

 

La storia si svolge nel sottopalco del Sistina dove Nando  custodisce i costumi del musical all’italiana di Garinei e Giovannini. Purtroppo egli viene informato della minaccia di sfratto per la trasformazione del celebre teatro in centro commerciale.

 

Significativo e deludente per lui che in tale avviso “Centro Commerciale “ venga scritto con lettere maiuscole mentre “teatro sistina” sia in lettere minuscole: un evidente capovolgimento di valori.

 

Nando è ovviamente molto rattristato per quanto avviene: quel luogo è ciò che rimane di tanti magici spettacoli, come Giove in doppiopetto, Buonanotte Bettina, Rugantino , Se il tempo fosse un gambero  e tanti altri.

 

Quel teatro  inoltre racchiude  anche i ricordi della sua vita: l’amore per una donna sparita mentre aspettava una figlia, la nostalgia per un tempo in cui esisteva rispetto per valori, cultura e  “Qualità”.

 

Ora questo luogo per lui sacro è invaso da operai, avvocati, aridi affaristi e ….da una simpatica ragazza “impunita”, Delia, piombata all’improvviso nella sua vita apportando risvolti ricchi di sorprese.

 

Con il suo l’aiuto Nando potrà continuare a sognare e a sperare, dialogando con uno scurrile merlo indiano, tra riflessioni semiserie, satira politica, humour e qualche battutaccia.

 

Una commedia senz’altro da vedere, con belle scene, canzoni famose, colpi di scena, digressioni nostalgiche e tante risate che non guastano mai.

 

In tempi di crisi e di decadenza culturale fa bene pensare che alla fine la tanto paventata chiusura di quel luogo non avverrà e che sull’avviso questa volta “Teatro Sistina” sarà scritto in lettere maiuscole, mentre “centro commerciale” in minuscole, come è giusto che sia.

 

Giovanna D’Arbitrio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

"LA CASA SOPRA I PORTICI" di C. Verdone
post pubblicato in diario, il 25 luglio 2012
           

Malgrado il cattivo tempo, numerose persone hanno atteso con pazienza l’arrivo di Carlo Verdone, autore del libro “La Casa sopra i Portici”, presentato a Sabaudia martedì 24 luglio nell’ambito del Premio Cultura 2012. Ad accoglierlo sul palco oltre al direttore artistico del Premio, Luigi Tivelli, il presidente della giuria Giovanni Russo, il sindaco di Sabaudia, Maurizio Lucci, il presidente del consiglio comunale Luigi Mignacca.  Mario Sechi, direttore di “Il Tempo” ha condotto il dibattito, coordinando i vari interventi

 

Arguto e spontaneo come al solito, Verdone si è rivolto al pubblico con una divertente battuta  sulle condizioni atmosferiche poco favorevoli: - Speriamo di non finire come nell' inizio del mio film "Un cinese in coma", cioè con un bel temporale, anzi facciamo le corna». Purtroppo poi  la pioggia è arrivata, ma nessuno è andato via, pur cercando riparo con gli ombrelli o sotto i vicini portici.

 

 Quando Sechi gli ha chiesto come si è scoperto scrittore Verdone ha risposto:  - Dopo aver scritto 23 sceneggiature, alla fine inizi ad avere un approccio che si esalta di volta in volta, chiaramente arricchito da altre letture -. Poi  ha aggiunto : - Alla mia età  sento di dover  fare qualcosa di diverso rispetto al cinema -.

 

In effetti   "Una Casa sopra i Portici" gli ha offerto la possibilità di raccontare qualcosa che gli stava molto a cuore:  descrivere la casa della sua gioventù  come se essa fosse un essere vivente. Attraverso il libro ha aperto con gioia  le stanze di quella casa a tanti lettori.

 

Mario Sechi ha messo in rilievo che il testo è ricco di foto come se Verdone, sceneggiatore e regista, avesse volutamente sperimentare un nuovo stile, un efficace mix di scrittura ed immagini, ma Verdone ha affermato di aver puntato più su una sobrietà della parola capace di creare immagini. Per questo motivo non sarà tratto un film dal libro, poiché quando si parla di sentimenti la scrittura è “più vicina al cuore”.

 

 Le figure dei genitori balzano possenti dalle pagine del libro, non solo quella del padre, colto docente universitario che riceveva a casa sua tanti personaggi importanti nel campo artistico e culturale, ma soprattutto  quella della madre definita donna sensibile ed ansiosa, ma anche molto forte e coraggiosa.

 

 Per dare maggior forza a discorso, Verdone ha raccontato il seguente episodio: -  Per farvi capire chi era mia madre vi racconto di quando  mio nonno, suo padre, fu portato a Regina Coeli per motivi politici. Lei, malgrado soffrisse di attacchi di panico, si fece ricevere dal colonnello delle SS  e riuscì a farlo impietosire  a tal punto che il padre fu liberato il giorno dopo -.

 

 Passando infine alle domande del pubblico, è emerso il confronto con Alberto Sordi che Verdone ha respinto dicendo che soltanto l’amore per Roma li ha sempre accomunati, ma al di fuori di ciò Sordi resta “una grande maschera”, unica nel suo genere.

 

 Purtroppo la pioggia battente ha causato l’interruzione dell’interessante dibattito, ma  le persone non sono andate via e tanti  hanno circondato Verdone con affetto per chiedergli un autografo.

Giovanna D’Arbitrio

 

 

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