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FILM "ALABAMA MONROE"
post pubblicato in diario, il 21 maggio 2014
           

Il film del regista fiammingo Felix Van Groeningen,” Alabama Monroe- una storia d’amore”( titolo originale: “The Broken Circle Breakdown), pluripremiato in Europa e negli USA, principale rivale della “Grande Bellezza” nell’assegnazione degli Oscar, è un ‘opera intensa e struggente che fa discutere ponendoci drammaticamente di fronte ai misteri della condizione umana imprigionata in numerosi dualismi: bene e male, vita e morte, amore e odio, gioia e dolore, sentimento e razionalità, fede e religiosità dogmatica, progresso scientifico e oscurantismo, eutanasia e accanimento terapeutico, libere scelte e condizionamenti di vario genere.

 

È davvero sorprendente l’abilità del regista nel mettere insieme tanti temi raccontando la storia di due esser umani: Elise(Veerle Baetens), una tatuatrice che incide sul suo corpo immagini di farfalle e nomi di compagni cancellati di volta in volta per far posto a un nuovo flirt finché non incontra l’uomo della sua vita, Didier (Johan Heldenbergh ), cantante e suonatore di benjo in un gruppo belga, affascinato da musica country e sogno americano.

 

Si innamorano, decidono di convivere e mettere al mondo una figlia, Maybelle (Nell Cattrysse), che purtroppo all’età di 7 anni si ammala di leucemia. Le prime immagini del film subito mettono lo spettatore di fronte alle sofferenze della bimba e allo strazio dei genitori, ma i continui flashback accompagnati da dolcissimi brani “bluegrass”  stemperano le drammatiche scene iniziali ricostruendo la vita di coppia di Elise e Didier: i momenti felici del loro incontro, l’amore e la passione, l’interesse per la musica, la compagnia di buoni amici, la gravidanza, la nascita della figlia, i ricordi della breve infanzia di Maybelle fino alla scoperta del cancro, le cure prodigate con dedizione e affetto.

 

Nella tragica evoluzione della storia purtroppo emergono non solo gli inevitabili interrogativi sul significato della vita, ma anche le profonde diversità di carattere tra Elise e Didier.

 

 Elise cerca di trovare consolazione nella convinzione che non tutto finisca con la morte e che in qualche modo Maybelle misteriosamente sopravviva, tenta di iniziare una nuova vita cambiando il suo nome in Alabama e quello di Didier in Monroe, ma Didier, ateo e razionale, con rabbia e disperazione vuole riportarla alla realtà con ogni mezzo.

 

Durante un concerto egli si scaglia con veemenza contro tutte le religioni e l’America di Bush che pongono limiti alla ricerca scientifica sulle cellule staminali: dolore inconsolabile per la perdita della figlia e fine del sogno americano per lui,  per Elise è il colpo di grazia. Per lei, sensibile e fragile, è davvero troppo, ma continua a credere nell’amore e nella musica che li ha uniti e così incide sul suo ventre un ultimo tatuaggio: Alabama-Monroe.

 

La tensione è alta nel film fino alla fine che sorprende gli spettatori con un epilogo a sorpresa…….la musica non manca mai ed esalta magicamente ogni momento, rendendo accettabile perfino la morte(colonna sonora di Bjorn Friksson) .

 

Johan Heldenbergh, magistrale interprete di Didier sullo schermo, è anche autore teatrale  come il giovane e valente regista-sceneggiatore, Felix Van Groeningen;  Veerle Baetens, vincitrice dell’ European Film Award per il ruolo di Elise, ci regala un’immagine di donna “vera” e allo stesso tempo evanescente e lieve, come quella di una farfalla dalla vita breve e intensa.

 

Giovanna D’Arbitrio

 

 

 



 

 

"MONSIEUR LAZHAR", un film di P. Falardeau
post pubblicato in diario, il 2 settembre 2012
           

Il cinema ritorna ancora una volta tra i banchi di scuola  con un film canadese, “Monsieur Lazhar”, di Philippe Falardeau, tratto dalla pièce teatrale” Bachir Lazhar” di Evelyne de la Chenelière, già vincitore di diversi premi.

 

Il film racconta la storia del signor Lazhar (M. Said Fellag), immigrato algerino con un passato doloroso, che viene assunto come supplente in una scuola elementare di Montreal dopo il suicidio di una maestra.

 

Messi all’improvviso di fronte al dramma della morte, gli alunni sono ovviamente molto scossi e per Bachir non è facile all’inizio farsi accettare da loro, anche per differenze tra culture e tradizioni e metodo didattico-educativo un po’ all’antica, basato su dettati difficili e qualche scappellotto . 

 

Pian piano, tuttavia, riesce ad entrare nelle loro vite, in particolare in quelle di Alice (Sophie Nelisse) e Simon (Emilien Néron), meravigliandosi della loro sensibilità, e così gradualmente approfondisce con affetto il rapporto con i ragazzi rafforzando in loro autostima e coraggio per riconquistare perdute sicurezze .

 

Senza dimenticare il legame interrotto con la sua terra e un drammatico passato di rifugiato politico, nel prodigarsi per alleviare i problemi psicologici ed esistenziali dei suoi alunni riesce contemporaneamente a rielaborare il suo lutto personale legato alla perdita di moglie e figli, uccisi in un attentato.

 

“Si limiti a insegnare, non ad educare nostra figlia” si sente dire da una coppia di genitori. Ma si può insegnare senza educare? Impossibile, soprattutto se si vive l’insegnamento come totale dedizione alla “crescita” umana e spirituale di altri esseri umani, per cui il cammino iniziato va percorso fino in fondo, anche con manifestazioni fisiche “non colpevolizzanti” se vissute senza malizia, come in un lontano passato quando qualche scappellotto o una carezza non venivano mal interpretati, ma ben distinti con discernimento da metodi troppo coercitivi o abusi sessuali.

 

Il rapporto maestro- alunno, pertanto, nel film diventa interazione tra esseri umani, scoperta reciproca di storie personali al di là di nomi sul registro, banchi e cattedra, in cui l’adulto apprende dal bambino e viceversa, scambi affettivi  che consentono di superare insieme sofferenza, depressione, paura, sensi di colpa e di accettare perfino la morte come parte integrante della vita.

 

 Ed infine la toccante favola allegorica su “albero e crisalide”, narrata da Bachir, segna il momento più alto e significativo del film, quasi un delicato e poetico appello all’intera Umanità sulla necessità “di proteggere la crisalide affinché possa trasformarsi in farfalla”, per permettere cioè ad ogni bambino di  “crescere” in modo armonioso e poter così spiccare il volo verso la vita.

 

“Monsieur Lazhar”  è davvero un bel film che coinvolge emotivamente lo spettatore  senza cadere mai in toni retorici e falsamente moraleggianti, un film che fa riflettere sul significato della vita.

Giovanna D’Arbitrio

 

 

 

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