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FILM "IL RACCONTO DEI RACCONTI"
post pubblicato in diario, il 17 maggio 2015
Due volte premiato a Cannes per i film “Gomorra” e “Reality”, Matteo Garrone ci riprova con la sua nuova pellicola “Il Racconto dei racconti – Tale of Tales”. Tratto da “Lo cunto de li cunti”, una raccolta di 50 favole di Giambattista Basile, scrittore napoletano di epoca barocca (1566-1632), il film s’ispira in particolare a tre racconti: la cerva fatata, la vecchia scorticata, la pulce. In uno stile ”fantasy- horror” tra maghi, streghe, orchi e animali mostruosi, le tre storie s’intrecciano narrando i desideri e le ossessioni di tre sovrani e di vari personaggi da loro trascinati in situazioni violente, drammatiche e rocambolesche. La regina del regno di Selvascura (Salma Hayek) non riesce ad avere un figlio e, consigliata da un mago, per restare incinta mangia un cuore sanguinante di un drago marino, ucciso dall’amorevole marito (John C. Reilly) che perisce nell’impresa. La magia funziona non solo sulla regina, ma anche su una serva, così nascono due maschi che si somigliano come gemelli e che saranno legati l’uno all’altro per tutta la vita. Il lascivo re di Roccaforte (Vincent Cassel), ingannato dal dolcissimo canto di Dora, credendola giovane e bella, spinto dal desiderio cerca di conquistarla e… nel buio della notte finisce a letto con una vecchia che fa buttar giù da una finestra. Dora non muore e trasformatasi per magia in un’affascinante ragazza, con la menzogna induce poi l’anziana sorella a farsi scorticar viva per ritrovare la giovinezza. Il sovrano di Altomonte (Toby Jones), alleva con cura una grossa pulce trascurando la figlia, Viola (Bebe Cave),che per il suo egoismo diventerà sposa di un orco (Guillame Delaunay)dal quale alla fine riuscirà a liberarsi decapitandolo, con l’aiuto di una famiglia di circensi. Nei racconti di Basile (tra i quali ricordiamo Cenerentola, Il gatto con gli stivali ecc.), tra l’altro imitati dai Fratelli Grimm e da Perrault, come in tutte le favole predomina la lotta tra bene e male nella rappresentazione di virtù e vizi umani: nel film di Garrone oltre a tutto ciò viene messa in evidenza una sorte di simmetria tra vita e morte, poiché “ciò che nasce richiede in sacrificio la perdita di una vita”, come ripete più volte il mago alla regina di Selvascura (emblematica ad esempio la scena in cui sfilano nello stesso corteo il catafalco con il re morto e la portantina con la regina e il principe appena nato). Il regista ha rilasciato diverse interviste nelle quali ha affermato che le fiabe presentano elementi sempre attuali in quanto si muovono in un ambito di “archetipi” e pertanto, come asseriva Calvino, sono sempre “vere” e comprensibili in tutti i tempi. Per Garrone i desideri ossessivi spingono gli esseri umani a soddisfarli, anche a costo di esecrabili violenze. Sangue, violenza e sesso non mancano certo nel film e il regista definendo certe scene “come un pugno nello stomaco dello spettatore”, in effetti ha ammesso che la sua intenzione era proprio quella di suscitare forti emozioni. Essendo egli persona colta ed ex pittore, non possiamo far a meno di notare la sua abilità nel creare scene paragonabili a quadri che ci richiamano alla mente famosi pittori. In questo “gusto” per la cultura e per le locazioni scelte (tutte in Italia)forse c’è il maggior pregio del film. E in effetti lo stesso Garrone ha affermato quanto segue: "Ho cercato in tutti i modi di fare un fantasy diverso da quello di impostazione anglosassone. Volevo che l'identità italiana e napoletana fosse forte, probabilmente l'idea giusta è stato far venire le grandi star in Italia portare Salma Hayek, Cassel, Jones qui da noi piuttosto che andare da loro. Poi per me era importante che rimanesse forte l'elemento artigianale, cioè che i mostri fossero realmente sul set e non completamente in digitale. Inoltre i luoghi, dalle siciliane Gole dell'Alcantara al pugliese Castel del Monte, dovevano essere posti reali ripresi come se fossero teatri di posa". Un film da vedere, anche se non lo consiglierei ai minori di 14 anni, con ottimi attori, eccellente per sceneggiatura (Garrone, Labadie, Thomas), scenografia (Capuani, Anfuso), colonna sonora (A. Desplat), fotografia(P. Suschitzky). Giovanna D’arbitrio
FILM "IL NOME DEL FIGLIO"
post pubblicato in diario, il 31 gennaio 2015
           

Il film di Francesca Archibugi, “Il Nome del Figlio” s’inserisce con successo nella tradizione della buona “commedia all’italiana”, capace  di  far riflettere su vizi e virtù della nostra società con uno stile satirico davvero efficace.

 

Anche se il punto di partenza è stata la pièce teatrale di Alexandre de La Patellière e Matthieu Delaporte “Le Prénom” dalla quale era già stato tratto il film francese “Cena tra amici”, “il Nome del Figlio” non può essere considerato un remake, come ha precisato Francesco Piccolo, sceneggiatore del film  insieme alla regista.

 

La storia inizia a casa di Betta Pontecorvo (Valeria Golino), insegnante e madre di due bimbi sposata con Sandro (Luigi Lo Cascio), colto professore universitario precario. Avendo organizzato una cena in famiglia, Betta è in attesa degli ospiti: arrivano suo fratello Paolo (Alessandro Gassman), agente immobiliare ricco, estroverso e burlone, sua moglie Simona (Micaela Ramazzotti), bella e “coatta” scrittrice di borgata, l’amico d’infanzia Claudio (Rocco Papaleo), eccentrico musicista.

 

Durante la cena Paolo informa i presenti che la moglie aspetta un figlio rivelando anche il nome scelto per il nascituro. La famiglia, politicamente allineata a sinistra, reagisce con veemenza ad un nome che richiama alla mente un passato di estrema destra. Dibattito e scambio di idee degenerano in una lite che inizialmente coinvolge soprattutto  Paolo e Sandro riportando alla luce vecchi rancori, ma poi si estende ben  presto agli altri in un’accesa discussione  su  idee politiche, valori, classi sociali,  scelte personali e quant’altro, il tutto osservato dai due bambini che spiano gli adulti dalla loro stanza avvalendosi di una sorta di drone-giocattolo.

 

Continui flashback  sul passato dei personaggi ci svelano i momenti salienti della loro amicizia, della loro gioventù, bei ricordi che comunque continuano a tenerli uniti, al di là di tutti i cambiamenti che l’attuale società impone con i suoi ritmi frenetici, la deriva etica imperante,  l’uso crescente di nuove tecnologie con tablet e social network  che alimentano comunicazione veloce e superficiale, ma ostacolano un dialogo quotidiano sincero e autentico anche tra familiari e amici di lunga data, uso che purtroppo inculca perfino nei bambini la cattiva abitudine di spiare, come se fosse un fatto normale (Grande Fratello insegna), oltretutto costringendoli a entrare prematuramente nel mondo degli adulti.

 

Il film è ricco di colpi di scena che tengono desta l’attenzione dello spettatore con l’aiuto di dialoghi veloci colti e brillanti oppure spontanei e naïf, ricchi di humour “cattivo” e graffiante: finalmente una “vera comunicazione”  che fa cadere maschere, malintesi e pregiudizi  e così per fortuna insieme a vizi e verità nascoste riemergono anche virtù e sinceri sentimenti. Bravi tutti gli attori che si calano alla perfezione nei panni dei personaggi.

 

Emozionante in particolare la scena in cui gli amici si ritrovano cantando in coro e ballando sulle note della canzone di Lucio Dalla “Telefonami tra vent’anni anni”, come facevano da ragazzi. Un doveroso plauso va pertanto all’autore della colonna sonora, Battista Lena, che con la musica ha ben sottolineato i momenti più significativi del film.

 

Giovanna D’Arbitrio

 

 

 

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