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NAPOLI- PRESENTAZIONE DEL LIBRO "L'ALTRO RADICALE"
post pubblicato in diario, il 21 ottobre 2018
Il 18 ottobre 2018, alle ore 18,00, a Napoli, allo Spazio Guida in via Bisignano, 11, ha avuto luogo la presentazione del libro L’altro Radicale - essere liberali senza aggettivi (Guida editore) di Giuseppe Rippa con Luigi O. Rintallo. Sono intervenuti: Antonio Marulo (moderatore), Luigi Rintallo, Andrea Manzi, Paolo Macry (ordinario di Storia contemporanea all'Università Federico II), Biagio De Giovanni (professore di Filosofia Politica all'Università degli Studi l'Orientale di Napoli), Giuseppe Rippa (direttore di Quaderni Radicali e dell’Agenzia di Stampa on-line Agenzia Radicale), webmaster Roberto Granese. Prima di riferire sui temi del dibattito ci sembra interessante come viene descritto il libro dalla Casa Editrice Guida: “Partendo dalle ragioni dell'"alterità" del partito fondato da Marco Pannella, Giuseppe Rippa riflette sull'eclisse attuale dei radicali nello scenario italiano dopo la morte del leader nel 2016. È l'occasione per raccontare la propria esperienza politica dagli esordi nella Napoli degli anni Settanta alla situazione attuale, che a due anni dalle elezioni presidenziali negli Stati Uniti registra una svolta epocale dai contorni ancora indefiniti. Attraverso la carrellata di incontri ed eventi emerge con nitidezza l'analisi politica del direttore di «Quaderni Radicali» e «Agenzia Radicale», contraddistinta dal complesso rapporto con Pannella - a un tempo dialettico ma sempre improntato a lealtà - e dalla determinazione a concepire l'impegno civile come una ragione di vita irrinunciabile. Introduzione di Silvio Pergameno. Postfazione di Biagio de Giovanni”. Ritornando al dibattito, dopo una breve introduzione dell’ equilibrato moderatore, Atonio Marulo, la parola viene data a Luigi Rintallo secondo il quale il liberalismo non può essere considerato la causa scatenante di globalizzazione, turbocapitalismo e consequenziale crisi del 2008, in quanto non hanno in sé niente di liberale, come viene sottolineato anche nel libro, ideato dopo la morte di Pannella per ricostruire l’alterità dei radicali, nonché quella dello stesso Rippa. Dagli anni ’70 si arriva ad oggi con una serie di riflessioni che diventano un manifesto politico, non solo memoria del passato, una proposta politica per il futuro dal momento che dal’92 predomina l’antipolitica, con una frammentazione orchestrata dal Potere dominante che preferisce manipolabili ribelli ai riformatori che propongono reali cambiamenti. L’esigenza di ritornare alla vera politica era già presente nel loro libro del ’93, “Hanno ammazzato la politica”. A questo punto Marulo passa la parola ad Andrea Manzi che definisce il libro “molto complesso”: essere liberali senza aggettivi è difficile, in particolare oggi per la crisi attuale dell’Italia, un paese “fermo” in condizioni drammatiche. Rippa, comunque, ha il merito di estendere la sua visione oltre i confini, pur lottando sempre per i diritti umani e civili. In effetti i radicali in tutte le loro battaglie hanno cercato di introdurre nuove norme o di modificare quelle esistenti con una chiara visione della legge. Secondo Manzi spesso si parla di crisi della democrazia liberale della quale non esistono esempi riscontrabili nella realtà (tranne forse negli USA): liberalismo e democrazia sono due cose diverse secondo li, in quanto il primo è atteggiamento etico-politico mentre la democrazia ha un carattere prettamente politico. Drammatica appare oggi la cattiva manutenzione della democrazia anche per colpa dei liberali, secondo “The Economist” che rileva una mancanza di azione incisiva dei liberali (perfino nel caso dei migranti), per una crisi dei valori liberali. Secondo Paolo Macry, tutto parte dalle campagne referendarie degli anni ’70, alcune vinte altre perse, battaglie difficili in un’Italia clericale e martoriata da eventi drammatici, come ad esempio il caso Moro, battaglie costruite anche con l’appoggio della sinistra, col “passa parola” e con costruttive insperate sinergie, come quella con Scalfari e l’Espresso. Anche nelle sconfitte, tuttavia, i radicali si garantiscono uno “zoccolo duro”, un 15% -20% di adesioni anche su temi molto difficili, avvalendosi di una piccola classe dirigente competente e colta che fa discorsi nuovi. Battaglie per i diritti civili, fatte per affermare lo stato di diritto e la democrazia liberale, battaglie fatte per l’informazione, con Radio Radicale, nata a metà anni ’60 sul criterio di “conoscere per deliberare”. Preoccupano oggi le forze illiberali, ma bisogna sperare di far sentire una voce diversa, come hanno fatto i radicali con Pannella e una classe dirigente intelligente che è riuscita a rompere la “crosta del senso comune”, mettendo in campo “valori non negoziabili”. La parola passa poi a Biagio De Giovanni, autore della post prefazione, che dichiara in modo netto e conciso che siamo “alla fine di un mondo”, fine nella quale siamo tutti coinvolti. Allora volgiamo lo sguardo al passato quando esistevano i grandi partiti di massa, fenomeno non solo italiano ma europeo, contrassegnato da una tensione dialettica alla quale partecipavano anche i radicali, mai stati un partito, bensì una costellazione diretta da Pannella, crollata quando sono scomparsi i grandi partiti, le grandi culture che hanno fondato la democrazia di massa nel dopoguerra. Nel periodo delle battaglie referendarie, in effetti, anche il partito comunista è stato positivamente coinvolto. Nel 1989 poi cambia la struttura del mondo con la globalizzazione, in Europa all’inizio interpretata come una premessa per unificare il mondo ed estendere la democrazia, ma non è stato così: l’Europa si sta disgregando sotto l’ avanzata di destre estremiste e populismi (vedi Brexit e una Germania sempre più debole). Assistiamo all’agonia della democrazia rappresentativa e al sorgere di democrazie illiberali, una crisi non solo europea, ma mondiale. Un’opposizione vera può venire solo dalla Cultura, poiché ora occorrono nuovi strumenti per una svolta. Il passato non ritorna, chiediamoci piuttosto da dove ripartiamo per uscire dall’attuale caos mondiale e dalle democrazie illiberali. Basti pensare alle parole di Salvini durante il suo recente viaggio in Russia, nazione in cui si sente “a proprio agio”, nazione in cui si ammazzano gli informatori e dove regna il dispotismo. Speriamo che si risvegli la Cultura per mettere a tacere una trionfante sottocultura becera e rozza. Conclude il dibattito Giuseppe Rippa riassumendo i temi trattati dai vari interlocutori e partendo dagli anni ’70 quando Napoli era un avamposto delle battaglie civili. Pur condividendo le idee di Biagio De Giovanni, egli mette in evidenza i costanti sforzi dei radicali nel cercare interlocutori anche negli altri partiti (in particolare la DC di Fanfani e PC) per le loro difficili battaglie nel difendere la cultura liberale, la vera democrazia, lo Stato di diritto e l’informazione corretta. L’attacco alla parte deleteria della partitocrazia è stata fatta con i referendum. Il libro “Hanno ammazzato la politica” aveva in sé il presagio della fine di una costruttiva dialettica e l’inizio di un’informazione sempre più scorretta. Il declino dei partiti è oggi evidente nei discorsi dei politici, inclusi quelli del PD che ha perso continuamente pezzi. Insomma bisogna lavorare sulla “società delle conseguenze”, in cui vanno scomparendo tutti gli spazi di confronto e dialogo, mentre trionfano o ignoranza, incompetenza, disinformazione: una catastrofe alla vigilia delle elezioni europee per il predominio di sovranismi e populismi. Un dibattito davvero interessante, in cui finalmente abbiamo potuto apprezzare il tono colto ed elevato del confronto tra persone intelligenti che con sincerità, signorilità e competenza hanno analizzato un lungo periodo storico dagli anni ’70 ad oggi, toccando numerosi temi con discorsi “di qualità”, quella qualità culturale che purtroppo oggi scarseggia, come giustamente ha rilevato B. De Giovanni, auspicando un ritorno alla vera Cultura. Giovanna D'Arbitrio
"L'AMICA GENIALE", di ELENA FERRANTE
post pubblicato in diario, il 8 ottobre 2018
I primi due episodi della serie televisiva tratta dalla nota quadrilogia di Elena Ferrante, sono apparsi sul grande schermo in questi giorni, riscuotendo un notevole successo. Ricordiamo che nel 2011 fu pubblicato il primo volume del ciclo L'Amica Geniale, seguito dai libri Storia del nuovo cognome, Storia di chi fugge e di chi resta, Storia della bambina perduta. (Ed.e/o). Nel 2017 la televisione statunitense HBO annunciò poi la produzione di una serie televisiva in otto puntate basata sui suddetti libri (prodotta da RAI Cinema e Fandango), recitata in lingua napoletana con sottotitoli in inglese. I primi due episodi sono tratti dal primo volume che descrivono l’infanzia e l’adolescenza di due bambine, Elena (Elisa del Genio), e Raffaella (Ludovica Nasti), in un quartiere povero di Napoli negli anni ’50, dove è racchiusa tutta la loro vita, tra giochi con le bambole, scuola e famiglia, litigi tra familiari e i loro vicini, violenze del “guappo”, Don Achille. Molto intelligente, ribelle e decisa, Lila desta l’ammirazione di Lenù che diventa sua amica e la segue in tutte le sue audaci iniziative. Purtroppo con la fine della scuola elementare sono costrette a separarsi: il padre di Lila, calzolaio povero e maschilista, non le consentirà di proseguire gli studi, mentre il padre di Lenù, usciere comunale, permetterà alla figlia di continuare a studiare. I loro percorsi comunque continueranno ad intrecciarsi per tutta la vita e in futuro verranno poi descritti da Elena in un libro, specchio dei loro sogni, amori, inganni, rotture e ricongiungimenti, in particolare del loro coraggio nel sottrarsi a patriarcale sottomissione, maschilismo e degrado socio-culturale. Il primo volume, così come il film, si apre con il prologo, Cancellare le tracce, in cui il figlio di Lila chiede invano aiuto a Lenù, ormai anziana, qualche notizia per ritrovare la madre scomparsa. La narrazione poi continua con i ricordi di Lenù (voce narrante: Alba Rohrwacher ) ed è condotta da lei stessa in prima persona. Vengono alla luce così tanti personaggi, descrizioni di ambienti e usanze di una Napoli anni ‘50 e via via nei libri successivi scorrono tanti eventi storici fino ai nostri giorni: un excursus emozionante e coinvolgente per i napoletani di una certa età, come la sottoscritta che ben ricorda il passato, in particolare gli anni ’60 quando come insegnante toccò con mano i problemi della dispersione scolastica in certi quartieri napoletani “a rischio”. Secondo la descrizione della casa editrice la quadrilogia “comincia seguendo le due protagoniste bambine, e poi adolescenti, tra le quinte di un rione miserabile della periferia napoletana, tra una folla di personaggi minori accompagnati lungo il loro percorso con attenta assiduità. L'autrice scava intanto nella natura complessa dell'amicizia tra due bambine, tra due ragazzine, tra due donne, seguendo passo passo la loro crescita individuale, il modo di influenzarsi reciprocamente, i buoni e i cattivi sentimenti che nutrono nei decenni un rapporto vero, robusto. Narra poi gli effetti dei cambiamenti che investono il rione, Napoli, l'Italia, in più di un cinquantennio, trasformando le amiche e il loro legame. E tutto ciò precipita nella pagina con l'andamento delle grandi narrazioni popolari, dense e insieme veloci, profonde e lievi, rovesciando di continuo situazioni, svelando fondi segreti dei personaggi, sommando evento a evento senza tregua, ma con profondità e potenza.. Altri romanzi arriveranno poi per raccontarci la giovinezza, la maturità, la vecchiaia incipiente delle due amiche”. Nella trasposizione cinematografica, senz’altro notevole la sceneggiatura di Elena Ferrante, Francesco Piccolo, Laura Paolucci, Saverio Costanzo il quale con la sua abile regia, inoltre, è riuscito a dar corpo a Lenù e Lila con due piccole bravissime attrici non professioniste, Elisa Del Genio (Elena) e Ludovica Nasti (Lila), ricostruendo la storia a Caserta, vicino Napoli che è l’ altra protagonista del racconto, una città descritta in tutti i suoi contrasti, tra splendore, miseria, catastrofi naturali (terremoto dell’ ’80,) sullo sfondo di un'Italia tormentata da drammi di tutti i generi dal dopoguerra fino ai nostri giorni. Si ritiene che la scrittrice Elena Ferrante, nata e cresciuta a Napoli, si nasconda dietro uno pseudonimo, per cui varie ipotesi sono state avanzate sulla sua vera identità, tra le quali forse la più accreditata è quella centrata su Anita Raja, traduttrice e saggista partenopea. Dal suo primo romanzo, L'amore molesto (1992) fu tratto l'omonimo film di Mario Martone e da I giorni dell'abbandono (2002) è stata realizzata la pellicola omonima di Roberto Faenza. Giovanna D’Arbitrio
FILM "UN AFFARE DI FAMIGLIA"
post pubblicato in diario, il 18 settembre 2018
Premiato al Festival di Cannes 2018 Un affare di famiglia, diretto da Hirokazu Kore’da , anche in Italia sta riscuotendo successo di critica e del pubblico più sensibile ai temi sociali. Il titolo scelto a livello internazionale è Shoplifters (Taccheggiatori), poiché si fa allusione ai piccoli furti che alcuni personaggi compiono nei supermercati, poveri esseri umani che vivono In un umile appartamento, non uniti da legami di sangue, ma che hanno scelto di vivere insieme. Poveri, ma ricchi di umanità, affrontano la vita, vivendo ai margini di una società indifferente ai loro problemi: Nobuko (Sakura Ando)fa da madre mentre il compagno Osamu fa da capofamiglia(Lily Frankly), lavorando come muratore e rubando anche cibo e oggetti vari nei negozi insieme a Shota (Jyo Kairi) un ragazzino abbandonato e da lui trovato in un’auto parcheggiata, Hatsue Shibata (Kirin Kiki),lasciata dai figli, fa da nonna al gruppo offrendo la sua pensione, Aki (Mayu Matsuoka)è una studentessa che lavora anche in un peep-show, infine c’è Juri (Miyu Sasaki), una dolce bimba trovata da sola in strada, denutrita e maltrattata dai veri genitori. In Un affare di famiglia il regista, pur continuando ad affrontare il tema dei rapporti familiari come aveva già fatto in Little Sister, Father and Son e Ritratto di famiglia con tempesta, sposta tuttavia la sua attenzione dalla famiglia tradizionale unita da legami di sangue, al tema dello stare insieme per scelta. Purtroppo drammi del passato e verità nascoste del presente vengono alla luce dopo la morte della nonna: gli adulti vengono catturati e incriminati. Nobuko, incensurata, si sacrifica addossandosi tutte le responsabilità e così viene condannata a cinque anni di carcere. Shota è affidato ai servizi sociali, Yuri è costretta a ritornare a casa dai genitori biologici che continueranno a maltrattarla. La narrazione, lenta nella prima parte, diventa senz’altro più interessante e significativa nella seconda, affrontando con delicatezza e ironia non solo il tema dei rapporti familiari, ma denunciando anche in modo forte la falsa morale di una società ipocrita dove i più deboli soccombono, in particolare i bambini. “La prima cosa che mi è venuta in mente è stata la frase: 'Solo i crimini ci tenevano uniti'- ha dichiarato il regista in un’intervista- In Giappone, reati quali frodi alle pensioni e incoraggiamento al taccheggio da parte dei genitori sono severamente criticati. Ed è giusto che lo siano ma mi domando perché la gente si infuria tanto per quelle infrazioni minori a quando reati ben più gravi restano impuniti. Soprattutto dopo il terremoto del 2011, non mi trovavo a mio agio con quelli che continuavano a dire che i legami familiari sono importanti. Così decisi di approfondire l'argomento raccontando una famiglia legata dal crimine". Giovanna D’Arbitrio
"MINECRAFT": lati positivi e negativi
post pubblicato in diario, il 13 luglio 2018
Secondo le aziende di video ricerche Newzoo e Octology, Minecraft è senz’altro il video gioco più popolare su YouTube soprattutto tra i ragazzi dai 7 anni in su : solo nel marzo 2015 ha fatto registrare più di 3.9 bilioni di views. A quanto pare lo sviluppo di Minecraft è cominciato attorno al 10 Maggio 2009. La data ufficiale di rilascio di Minecraft è stata il 18 Novembre 2011 e in seguito il 15 Settembre 2014, la Mojang AB e tutti i suoi prodotti (incluso Minecraft) sono stati comprati dalla Microsoft Purtroppo molti genitori non hanno capito di cosa si tratti ed è quindi opportuno spiegarlo in breve: Minecraft è un gioco dove si scava (mine) e costruisce (craft) con diversi tipi di blocchi 3D, all’interno di un grande mondo di diversi terreni e habitat da esplorare, dove si va al lavoro, si scelgono materiali, si costruiscono utensili, si superano difficoltà. A seconda della modalità del gioco prescelte, si può lottare per la sopravvivenza contro fame, pericoli ed esseri malvagi. Può essere giocato in modalità single o multiplayer insieme ad amici o genitori. Con Minecraft si possono costruire cose davvero complesse con differenti modalità di gioco: quella definita creative, dove si può esplorare e costruire, e la survival, nella quale bisogna combattere per sopravvivere agli attacchi di zombie e mostri, chiamati MOB. Minecraft: Story Mode, per i più grandi offre invece story line cioè, personaggi e una trama per i ragazzi che preferiscono la narrazione. In tutto ci sono quattro livelli di difficoltà: pacifica, facile, normale, difficile. Minecraft viene utilizzato anche come strumento didattico per insegnare fisica, storia, chimica, inglese e geometria. È stata creata, infatti, una versione Education rivolta agli insegnanti allo scopo di rendere le lezioni più interattive. Esistono numerosi tutorial on line, poiché il gioco può essere anche piuttosto difficile. Non tutti i video di YouTube, inoltre, sono adatti ai bambini più piccoli. Nella modalità di gioco estrema (hardcore mode) il gioco può essere davvero raccapricciante : la morte è sempre presente . Bec Oakley ha fondato MineMum, un blog per aiutare i genitori in difficoltà ed ha affermato in un programma sulla BBC che “bisogna insegnare ai bambini ad usare Minecraft in n modo costruttivo e non deleterio, riconoscendo il momento in cui si ha bisogno di una pausa e stabilendo utili regole per gestirlo”. Da evidenziare che ci sono seri studi sugli effetti dei video game sul cervello dei ragazzi. Fin dai primi anni ’90 alcuni scienziati hanno messo in evidenza che i video game stimolano solo regioni del cervello che controllano visione e movimento e ne influenzano negativamente altre responsabili di comportamento, emozioni, apprendimento. Studi specifici su Minecraft, come quelli illustrati da Jun Lee e Robert Pasin in un articolo su Quartz Magazine, mettono in guardia i genitori sulla presunta sollecitazione della creatività attribuita al gioco, poiché anche se “ i ragazzi possono esplorare e costruire nuovi mondi con grande precisione, in realtà combinazioni, strumenti e materiali sono forniti in un programma in cui essi hanno solo il compito di completare le costruzioni con strutture sempre più complesse”. I ragazzi messi sotto osservazione, inoltre, hanno affermato di sentirsi tesi e nervosi dopo lunghe sessioni Minecraft. Purtroppo è innegabile che tale gioco possa creare dipendenza: i ragazzi giocano per ore senza stancarsi. Di estrema importanza è dunque insegnare ad autoregolarsi con l’aiuto di un timer o un parental control. Senza dubbio maggiore è il rischio di dipendenza per i bambini più fragili a livello psicologico, per quelli più tristi e insoddisfatti a causa di difficili situazioni familiari, scolastiche o comunque legate al background socio-culturale. In tal caso il gioco rappresenta una sorta di fuga dalla realtà, una compensazione dell’infelicità loro inflitta. Concludendo, ci sono senz’altro sia lati positivi che negativi e quindi Minecraft va gestito con attenzione, poiché bambini e adolescenti videodipendenti possono restare inchiodati per ore ed ore davanti a computer, ipad o smartphone, completamente avulsi dalla realtà, totalmente dimentichi di compiti scolastici, doveri, bisogni primari o altre attività ludiche, sempre più lontani da contatti umani, giochi con gli amici nei parchi e passeggiate all’ aria aperta. Giovanna D’Arbitrio
PREMIO PAVONCELLA-LA MADRE DI EVA, di S. Ferreri
post pubblicato in diario, il 25 giugno 2018
Il libro di Silvia Ferreri “La Madre di Eva” (Neo Editore), vincitore del Premio Pavoncella 2018,si distingue per il tema trattato e colpisce per la drammatica e commovente narrazione della storia da parte di una madre nel momento in cui stanno preparando la sala operatoria per la figlia, Eva, che ha appena compiuto diciotto anni ed ha deciso di cambiare sesso con diversi interventi chirurgici. Nella presentazione del libro si legge che esso racconta la storia di ”una madre che parla alla figlia tra le mura di una clinica serba. Al di là di una porta stanno preparando la sala operatoria. Eva ha appena compiuto diciotto anni e da quando è nata aspetta questo momento .Vuole cambiare sesso sottoponendosi all’intervento che la renderà come si è sempre sentita: uomo. Sua madre le parla col corpo, perché è il corpo ad essere sbagliato, ingannevole, traditore, un corpo come il suo che la natura stessa vuole negare. In un dialogo senza risposte, sospeso tra l’immaginato e il reale, la madre racconta la loro vita fino a quel momento, ne ripercorre i sentieri come muovendosi in una terra straniera. La sua voce è concreta, toccante, vivida e parla di una lotta che non ha vincitori né vinti, per cui non esiste resa, in cui la forma più pura dell’amore diventa bifronte e feroce. Una storia commovente, piena di dolore ma anche di gioia, proprio come la vita”. Mentre Eva è in sala operatoria, in effetti, sua madre ricorda la loro vita fino a quel momento, una dura lotta in cui l’amore materno alla fine trionfa nell’accettazione della “diversità” di un essere umano e nel rispetto delle sue ibere scelte. Il libro è in stile autobiografico e in verità desta grande meraviglia il modo in cui l’autrice riesca ad immedesimarsi totalmente nella madre che racconta le drammatiche lotte di un rapporto madre-figlia/figlio, i tentativi di dissuasione, gli scontri, le ribellioni: tutto narrato in prima persona, in modo diretto e molto realistico. La storia è commovente e nello stesso tempo angosciante per la dettagliata descrizione del doloroso percorso intrapreso, in particolare delle operazioni a cui Eva decide di sottoporsi con determinazione per diventare Alessandro. Dalle note biografiche apprendiamo che Silvia Ferreri, giornalista e scrittrice, è nata a Milano e vive a Roma. È stata autrice per Rai Tre e Tv2000 e ha collaborato con “Io donna” del Corriere della Sera. Attualmente lavora per Rai News 24. Nel 2006 esce Uno virgola due, film documentario di cui è autrice e regista. Nel 2007 pubblica Uno virgola due ? Viaggio nel paese delle culle vuote, libro inchiesta sulla bassa natalità e la discriminazione delle madri nel mondo del lavoro, con prefazione di Miriam Mafai. Su dazebaonews.it ha un blog nel quale si occupa di questioni femminili. In rete esiste come “materetlabora”. La madre di Eva è il suo primo romanzo. Giovanna D’Arbitrio
MARIA ASSUNTA GIAQUINTO E LE SETE DI SAN LEUCIO
post pubblicato in diario, il 24 giugno 2018
Ho conosciuto Maria Assunta Giaquinto l’anno scorso in un incontro organizzato da Marisa Del Vecchio, Presidente Soroptimist Club Napoli, e fu così che ammirando le sue meravigliose sete, subito mi è venuta l’idea di proporre la sua candidatura alla Giuria Premio Pavoncella 2018, dedicato alla creatività femminile, ideato e organizzato da Francesca D’Oriano.. Il 22 giugno, pertanto, Maria Assunta è stata premiata a Sabaudia nel corso del prestigioso Evento con la seguente motivazione: “ Maria Assunta Giaquinto è una degna rappresentante della eccellenza nel “made in Italy”. A lei va il merito di aver riscoperto, imponendole nei mercati esteri, le preziose ed ineguagliabili sete di San Leucio, che risplendono oggi al Quirinale, in Vaticano e nella Stanza Ovale della Casa Bianca”. In effetti M. A. Giaquinto lavora nell’azienda di famiglia da 35 anni dove affrontando difficoltà e crisi economiche, è riuscita sempre ad ottenere pregevoli risultati, investendo in settori diversi (dall’alberghiero alla ristorazione, al settore medico al tessile), nel rispetto del lavoro e dei luoghi, supportata da attivi e seri collaboratori. Circa dieci anni fa, con entusiasmo ha affrontato una nuova sfida con l’obiettivo di recuperare l’antica arte serica di San Leucio, rilevando la tradizione della famiglia Alois, eccellenza e memoria storica, nonché antico bagaglio culturale non solo casertano, ma nazionale e internazionale. In un’intervista ha dichiarato che “l’amore per la seta è un qualcosa che si ha nel DNA, che si respira da bambini e riporta a galla ricordi e tradizioni, così com’è avvenuto per l’allestimento dello show room di Silk & Beyond, ove sono entrate in gioco la passione per la tradizione storica e culturale, la creatività e la capacità imprenditoriale”. Le sete preziose di San Leucio, vengono utilizzate soprattutto per le dimore storiche in Italia e all’estero, come le Stanze del Quirinale, Palazzo Pontificio, la Stanza Ovale della Casa Bianca, Palazzo Pallavicini in Austria palazzo e tante altre. Purtroppo esiste il rischio concreto che le sete possano esser copiate e sostituite sul mercato nazionale ed internazionale. A Como, ad esempio, si trovano dei prodotti analoghi che non sono originali. Tutto oggi viene copiato e la seta di San Leucio non sfugge a tale pericolo. Per contrastare la falsificazione, era fondamentale quindi lavorare alla creazione di un marchio, oggi di proprietà della Camera di Commercio, denominato “San Leucio Silk” intorno al quale è nato un Consorzio, presieduto dall’ing. Gustavo Ascione, anche socio della Silk & Beyond, consorzio includente diverse aziende locali sotto l’egida di un unico marchio a garanzia di qualità e a salvaguardia delle sete. Comunque SILK&BEYOND non è contraria all’ l’innovazione: pur nel rispetto delle tradizionali caratteristiche estetiche, di lavorazione e del marchio storico, l’azienda propone innovazione in design e tecnologica, capace di raggiungere anche un’altra parte di mercato che richiede prodotti particolari. Maggiore è oggi anche l’ apertura al territorio dove si collabora con università e arte contemporanea, con motivi più moderni creati ad hoc da validi artisti. “L’idea è quella di ripartire dal nostro territorio, recuperando ogni messaggio che di buono può passare dalla nostra terra- afferma Maria Assunta- E considerato che le nostre sete vanno prevalentemente all’estero, ad un mercato internazionale, si è pensato di realizzare cinque soggetti che ben rappresentassero le nostre bellezze: la reggia di Caserta, il Vesuvio, Piazza del plebiscito a Napoli, l’antica Spacca Napoli, la cattedrale di Amalfi. Nell’archivio storico sono chiaramente esposti i lavori di un tempo ma troviamo anche quelli realizzati da studenti o tirocinanti con motivi che valga la pena mettere a telaio. Se richiesti, vanno in produzione altrimenti danno vita, al pari di creazioni artistiche energiche e fantasiose, a mostre itineranti per mostrare al Mondo quel che facciamo” Da parte della sottoscritta un sincero plauso e un ringraziamento: ci unisce l’amore per la nostra terra, la Campania. Giovanna D’Arbitrio
PREMIATE LE ECCELLENZE ROSA AL PREMIO PAVONCELLA 2018
post pubblicato in diario, il 24 giugno 2018
Il 22 e 23 giugno 20018, alle ore 19,30, nella Corte comunale di Sabaudia si è svolta la VII edizione del Premio Pavoncella, Dedicato alla creatività Femminile: due giorni artisticamente intensi, tra Fiction ed Eccellenze in Rosa. Un Evento di successo che “cresce” ogni anno, grazie all’impegno della fondatrice, Francesca d’Oriano, della Giuria, formata da giornaliste, esponenti dell’imprenditoria, della magistratura e della ricerca scientifica. La scelta di dedicare una serata alla Fiction non è stata casuale. L’incontro del 22 giugno sulla Fiction e condotto dalla giornalista Emilia Costantini, è stato tutto centrato sul Rai movie “E’ così lieve il tuo bacio sulla fronte”, tratto dall’omonimo libro di Caterina Chinnici, figlia di Rocco Chinnici, il magistrato vittima della mafia. Hanno animato la prima serata il Direttore di Rai Fiction, Eleonora Andreatta, lo sceneggiatore e regista Graziano Diana, gli attori Alessandro Preziosi, Alessio Vassallo interpreti di fiction di grande successo quali “Edda Ciano ed il comunista”; ed “Il giovane Montalbano”, opere notevoli per una crescente e continua ricerca di innovazione e modernità del linguaggio. Special Guest di questa prima serata sono state Cinzia Tedesco, vocalist raffinata e l’attrice e regista, Clara Costanzo che ha recitato un brano della pièce teatrale, ispirata proprio al romanzo di Caterina Chinnici. Il 23 giugno, sul palco della Corte comunale, sono state premiate le eccellenze rosa, donne che, lontane dai riflettori, si sono imposte nei diversi campi: una scelta oculata che ha impegnato per quasi un anno la Giuria e la Commissione scientifica presieduta dal professor Michele Guarino, gastroenterologo e docente del Campus Biomedico di Roma. La serata, condotta dalla giornalista Elisa Saltarelli, è stata dedicata alla compianta Lea Mattarella, alla quale il compositore e direttore d’orchestra, Gabriele Ciampi che ha voluto dedicare un suo inedito brano musicale. Come si legge nel comunicato del capo ufficio stampa, Romano Tripodi ,”a scorrere l’elenco delle tredici vincitrici spiccano i nomi di Eleonora Andreatta e Teresa Di Francesco cui sono stati conferiti gli speciali riconoscimenti di Donna dell’Anno e Donna dello Stato, per lo Stato. Alla Andreatta la Giuria del Premio Pavoncella ha riconosciuto il grande merito di aver “rivoluzionato” la Fiction targata Rai, cambiando tutto: la narrazione, il linguaggio, la regia e facendone uno dei cavalli vincenti, con successo di vendite all’estero, dell’azienda .Resta invece legato drammaticamente ed emotivamente al crollo dell’Hotel Rigopiano ed al salvataggio dei bambini rimasti sepolti sotto le macerie il nome di Teresa Di Francesco, unica donna chiamata a far parte del Team Usar del Lazio, la speciale squadra dei Vigili del fuoco, specializzata nel riportare vivi, alla luce, le vittime dei crolli. Autentica novità del Pavoncella le due borse di studio-Lea Mattarella assegnate a Giulia Carioti e Miriam Altomonte, giovani allieve delle Accademie di Belle Arti di Roma e Napoli. Grande spazio è stato riservato anche in questa settima edizione del Premio alla Ricerca scientifica. Tra le vincitrici la professoressa Cecilia Bartolucci, impegnata da sei anni in una autentica “sfida alla sopravvivenza” con i suoi studi e le sue ricerche sui sistemi di produzione e consumo alimentare quale Coordinatore del “Foresight Project Food” del Consiglio Nazionale delle Ricerche; Antonella Cerquiglini, Responsabile dell’Unità Operativa Semplice di Neuropsichiatria Infantile dell’Età Evolutiva presso la “Sapienza” di Roma mentre viene dalla lontana Singapore, Rina Rudyanto. Laureata in Ingegneria informatica, con Master in Ingegneria Biomedica, ha sviluppato nuovi software, che le hanno consentito di elaborare immagini radiologiche capaci di fornire, anche a distanza, diagnosi sempre più accurate di tutta una serie di malattie polmonari .A rappresentare quelle donne che fanno dell’Arte non soltanto una scelta professionale ma anche di vita, è Dalma Frascarelli, docente di Storia dell’Arte Moderna e di Storia della Moda presso l’Accademia di Belle Arti di Roma di cui è anche Vicedirettore, ruolo che le consente, come recita la motivazione del Pavoncella, di sostenere e promuovere le attività dei giovani artisti che animano le aule, trasmettendo le proprie passioni attraverso la pratica di un metodo rigoroso che coniuga insegnamento e ricerca. A completare le elenco delle vincitrici dell’apposita sezione dedicata all’Arte, la pittrice iraniana Leila Mirzakhani, che fu proprio Lea Mattarella ad indicare , colpita dallo “elogio alla lentezza” e dal lirismo mistico che ne caratterizza le opere. Ed è un omaggio alla settima arte il Premio Pavoncella conferito alla sceneggiatrice Doriana Leondeff, protagonista di un cammino culturale e formativo iniziato giovanissima e via via perfezionatosi, alla scuola di maestri come Gianni Amelio, Furio Scarpelli, Rodolfo Sonego, sino all’incontro con il regista Silvio Soldini e la affascinante avventura umana e professionale con Carlo Mazzacurati. E’ una degna rappresentante della eccellenza nel “made in Italy”, Maria Assunta Giaquinto, cui va il merito di aver riscoperto, imponendole nei mercati esteri, le preziose ed ineguagliabili sete di San Leucio, che risplendono oggi al Quirinale, in Vaticano e nella Stanza Ovale della Casa Bianca. E per l’Imprenditoria femminile viene premiata anche Olimpia Cassano che ha creato a Bari il Centro Italiano Congressi CIC SUD, azienda leader nel settore della convegnistica e della formazione, con all’attivo oltre 2.500 eventi, organizzati in campo nazionale ed internazionale, avvalendosi di uno staff tutto al femminile. Va a Silvia Ferreri, per “La madre di Eva” (Neo Editore) il Premio Pavoncella per la Narrativa. L’Autrice affronta, nel suo romanzo d’esordio, un tema difficile: l’intervento cui si sottopone una ragazza per diventare uomo ed il rapporto lacerante, in un dialogo senza risposte, tra lei e la madre”(R. Tripodi). Un Premio al quale quest’anno, grazie alla nuova amministrazione e alla sindaca, dott. Giada Gervasi, è stato dato il dovuto e meritato rilievo. Giovanna D’Arbitrio
COME PESCI IN UN ACQUARIO
post pubblicato in diario, il 10 giugno 2018
Ho letto da qualche parte che i pesci sono in grado di comunicare tra loro e, osservandoli talvolta in qualche acquario mentre mi fissavano aprendo e chiudendo la bocca al di là del vetro, mi sono chiesta se cercassero di dirmi qualcosa. Quest’idea un po’ pazza mi è venuta più volte in mente mentre tentavo inutilmente di farmi capire da amici e familiari. Ho notato, in effetti, che spesso le persone ascoltano distrattamente come si fa con una radio o un televisore che restano là accesi per ore, ma sono solo un “sottofondo” a pensieri e azioni. Mi sono sentita allora proprio come quei pesci nell’ acquario che aprono e chiudono la bocca, ma che non riescono a portare il loro silente misterioso linguaggio al di là del vetro verso gli umani. Perché in questi ultimi anni è diventato così difficile comunicare? Lo smartphone sembra essere diventato una sorta di irrinunciabile protesi, quasi un cordone ombelicale, sostitutivo di altri legami, dal quale è difficile staccarsi. Il fenomeno poi diventa preoccupante quando coinvolge i bambini, abilissimi nell’usarlo fin dalla tenera età, divenuto una babysitter a basso costo che può produrre una pericolosa dipendenza. Ormai tutti li usiamo coinvolti dai cambiamenti imposti dalle nuove tecnologie che dobbiamo tuttavia imparare a gestire con saggezza, senza diventarne schiavi. Tutti , sconosciuti per strada oppure conoscenti, amici e familiari, chini su tali aggeggi mentre le immagini scorrono, immersi negli smartphone a chattare sui social o su WhattsApp, e nelle pause comunque lontani dalla realtà “nell’isola che non c’è” di remoti pensieri come in un semi coma: ti rispondono a monosillabi, come voci dell’aldilà, oppure devi ripetere più volte la domanda la quale, facendo il suo giro nelle sinapsi dei loro cervelli, simile ad una pigra brezza estiva, finalmente giunge in porto e così “a scoppio ritardato” ti arriva una laconica, evasiva risposta, segno di una sovrapposizione o di una coesistenza (sarà mai possibile?) di pensieri, trai quali si fa una cernita in base alle priorità assegnate. -Capperi , sono andata a finire in fondo alla graduatoria!- ho pensato. In famiglia, tuttavia, l’affetto e la tolleranza ci portano a scusare la distrazione dei nostri cari e si aspetta con pazienza un momento più propizio per farsi ascoltare, considerando i frenetici ritmi della vita lavorativa, le preoccupazioni per il futuro, l’attuale crisi e così via. La stessa immagine dell’acquario mi si è riproposta poi in qualche noioso evento mondano, anche se con significato diverso, “capovolto” per così dire: questa volta non ero io nell’acquario, ma gli altri. Ho immaginato di vedere le persone trasformarsi in pesci che aprivano e chiudevano la bocca, senza riuscire a comunicare veramente. Si guardavano, si scrutavano, si “pesavano” con gli occhi, e parlavano, parlavano, parlavano, ma… le parole erano senza significato. E che dire dei politici che partecipano a tutti i dibattiti in TV? In questi mesi in Italia, prima e dopo la formazione del nuovo governo, i talk show televisivi non hanno smesso un attimo di martellarci per ore e ore. La loro voce arriva veramente ai cittadini? A che servono tante chiacchiere: la gente seria vuole fatti concreti. Poi mi viene spesso un dubbio atroce e mi chiedo quanti possano essere oggi “esseri umani” nel vero senso della parola e quanti pian piano si stiano robotizzando, incapaci di pensare con la propria testa, già omologati e pronti per l’uso da parte di qualche “Grande Fratello”, come in “1984” di G. Orwell, un libro che cito spesso poiché stranamente sembra descrivere la nostra epoca. Ci auguriamo comunque di svegliarci da questa specie di nuovo “oppio dei popoli” e che il futuro sia diverso, ricco di autentica e consapevole comunicazione. Giovanna D’Arbitrio
PREMIO PAVONCELLA 2018
post pubblicato in diario, il 4 giugno 2018
Come si apprende dai comunicati stampa del giornalista Romano Tripodi, la settima edizione del Premio Pavoncella anche quest’anno avrà luogo a Sabaudia e sarà articolato in due giornate, il 22 e il 23 giugno 2018, a dimostrazione del suo crescente successo a livello nazionale e internazionale. L’attuale edizione sarà dedicata in particolare a Lea Mattarella, docente, critica di storia dell’arte, stroncata da un male incurabile: un modo tangibile per ricordare la sua dedizione al Premio. Per onorarne la memoria anche il Comune di Sabaudia e l’Associazione culturale ArteOltre hanno deciso di assegnare due borse di studio a due sue allieve della Accademia di Belle Arti di Roma. La prima giornata, sul tema “Un viaggio nel cuore della Fiction”, sarà un omaggio al Rai movie E’ così lieve il tuo bacio sulla fronte, tratto dall’omonimo romanzo di Caterina Chinnici, dedicato alla figura del padre Rocco e al suo impegno contro la mafia, pagato con la vita. Saranno presenti insieme all’autrice (Presidente onorario del Premio), Eleonora Andreatta, direttore di Rai Fiction, Luca Barbareschi, produttore del film, il regista Michele Soavi e la giovane interprete, Cristiana Dell’Anna. Condurrà la serata Emilia Costantini, giornalista del Corriere della Sera. il 23 giugno ci sarà invece la premiazione delle vincitrici, candidate in diversi campi, “eccellenze in rosa” di imprenditoria, ricerca scientifica, solidarietà nel sociale, creatività artistica, nelle varie sfaccettature. Due speciali riconoscimenti andranno alla Donna dell’Anno e alla Donna dello Stato per lo Stato. Ci sembra giusto ricordare che Il Premio Pavoncella è nato per iniziativa della dott. Francesca D’Oriano, campana nata a Pozzuoli che in ogni edizione dell’ evento non ha mai trascurato di inserire anche “eccellenze” di Napoli e della Campania. Rileggendo quanto è scritto sul sito on line (www.premiopavoncella.com ), a quanto pare “l’idea è nata in una giornata d’inverno del 2011. Una di quelle domeniche di gennaio in cui il mare è particolarmente orgoglioso di far sentire la propria presenza. Nacque così questo riconoscimento che vuole essere un omaggio alla donna, al suo impegno sempre più efficace nel mondo dell’impresa, della ricerca scientifica, dell’arte e della cultura, non tralasciando, anzi esaltando, i risvolti sociali del suo lavoro. L’Evento prevede inoltre la partecipazione di scrittrici che verranno premiate nelle sezioni dedicate alla narrativa, alla saggistica ed all’opera prima. Da quel giorno di gennaio, ispirate dalla stessa forza del mare che bagna le coste pontine, dopo un “numero zero” si sono susseguite quattro edizioni del premio, arricchite da personalità di fama internazionale . Particolare attenzione è posta al sociale e al prezioso apporto che le donne possono dare alla nostra società, il Premio Pavoncella in questo caso è intervenuto direttamente con donazioni economiche. Da alcuni anni particolare attenzione viene data alla Ricerca scientifica, nei settori della biotecnologia, della alimentazione, della genetica, dei trapianti e della telemedicina, fornendo crescenti e validi incentivi, sotto forma di attestati e borse di studio a giovani e brillanti laureande o specializzande che si siano distinte per serietà di impegno e risulti conseguiti. A tale proposito è essenziale il ruolo svolto, nell’ambito del Premio Pavoncella, dal Comitato scientifico presieduto dal professor Michele Guarino. Perché scegliere la Pavoncella come simbolo? E’ il simbolo del Parco Nazionale del Circeo, dal momento che la creatività femminile che verrà premiata, è attenta alla tutela, lo sviluppo e la promozione del nostro habitat. In una società dove le donne hanno sempre più ruoli di rilievo e dove ancora, a torto, si discute tra strumentalizzazione e valorizzazione della loro (nostra) presenza, un premio alla creatività femminile vuole essere l’occasione per vedere il mondo proprio con gli occhi delle donne, giudicate per le loro capacità nei vari campi da una giuria di sole donne. Il Premio “Pavoncella alla creatività femminile”, gode del Patrocinio del Senato della Repubblica, dell’Istituto per il Credito Sportivo, della Regione Lazio, della Provincia di Latina, del Comune di Sabaudia, della Pro Loco e del Parco Nazionale del Circeo. È un premio fatto con il cuore, e vuole premiare chi pensa con il cuore e chi sa riconoscere l’unicità del cuore di una donna”. Giovanna D’Arbitrio
FILM "DOGMAN"
post pubblicato in diario, il 1 giugno 2018
Grande successo di pubblico e critica al Festival di Cannes 2018 per DOGMAN, di Matteo Garrone, successo convalidato dalla Giuria con l’assegnazione del premio come miglior attore a Marcello Fonte. Il film ruota intorno alla figura di Marcello (Marcello Fonte), uomo piccolo e mite che vive in una squallida e degradata periferia tra il suo modesto lavoro, la toilettatura per cani che tratta con tenerezza, un pacifico rapporto con i suoi vicini e soprattutto il grande amore per la figlia (Alida Baldaria Calabria). Purtroppo per arrotondare le sue magre finanze, Marcello spaccia cocaina di cui fa largo uso Simone (Edoardo Pesce), un suo amico anche se molto diverso da lui, un ex pugile, criminale violento e insensibile che terrorizza gli abitanti, incapaci di arginare i suoi soprusi. Quando scopre che il negozio di Marcello è separato da quello di un orafo solo da una sottile parete, gli impone di essere suo complice per svaligiarlo. Marcello viene arrestato, non denuncia l’amico e viene incarcerato per un anno. Scontata la pena, cerca di riprendere in mano la sa vita, sperando nella riconoscenza di Simone al quale chiede la sua parte di danaro per averlo aiutato nel furto, ma ancora una volta è costretto a subire da lui soprusi e violenze. Emarginato dagli abitanti del quartiere che non lo stimano più, solo e indifeso profondamente cambiato dagli eventi, Marcello vuole in qualche modo punire Simone facendogli ammettere i suoi torti. Con un escamotage lo attrae nel suo negozio e riesce a chiuderlo in gabbia per domarlo come di solito fa con i cani aggressivi a lui affidati. La situazione gli sfugge di mano e purtroppo ha un imprevedibile, drammatico epilogo. Il film trae libera ispirazione dal noto delitto del Canaro, avvenuto a Roma nel 1988, quando il pugile dilettante Giancarlo Ricci fu ucciso da Pietro De Negri, detto “er canaro”, ma il regista nel film ha voluto sottolineare non tanto l’efferatezza del crimine, quanto piuttosto le cause che possono scatenare a livello psicologico il desiderio di rivalsa per le umiliazioni subite e l’ingratitudine di un amico più volte aiutato, malgrado i suoi difetti. Sotto accusa senz’altro sono il degrado e lo squallore delle periferie italiane (ma in genere quelle delle grandi città), abbandonate a se stesse più che in passato, nell’indifferenza totale di un mondo in cui i valori umani perdono consistenza, in cui abbrutimento culturale e sociale trasformano anche chi è amorevole e mite come Marcello. "Ho iniziato a lavorare alla sceneggiatura dodici anni fa- ha affermato M. Garrone- nel corso del tempo l'ho ripresa in mano tante volte, cercando di adattarla ai miei cambiamenti. Finalmente, un anno fa, l'incontro con il protagonista del film, Marcello Fonte, con la sua umanità, ha chiarito dentro di me come affrontare una materia così cupa e violenta, e il personaggio che volevo raccontare: un uomo che, nel tentativo di riscattarsi dopo una vita di umiliazioni, si illude di aver liberato non solo se stesso, ma anche il proprio quartiere e forse persino il mondo che invece rimane sempre uguale, e quasi indifferente". Un film da vedere per notevole cast e sceneggiatura (U. Chiti, M. Gaudioso, M. Garrone), nonché ottima fotografia (Nicolaj Brüel) Ecco un’intervista al regista: https://www.youtube.com/watch?v=mRvhES1g0-I Giovanna D’Arbitrio
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