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NOEMI, NAPOLI E IL RESTO DEL MONDO
post pubblicato in diario, il 15 maggio 2019
Migliorano le condizioni della piccola Noemi, colpita da un proiettile il 3 maggio durante un agguato camorristico a Piazza Nazionale, e i napoletani che hanno pregato per sua guarigione, mostrano non solo sentita partecipazione ovunque se ne parli, ma anche grande preoccupazione per una dilagante criminalità nei “quartieri a rischio”. Senz’altro lodevole la reazione emotiva dei napoletani e degli italiani che hanno seguito, e ancora seguono, minuto per minuto i bollettini medici sulle condizioni di salute di Noemi, giuste anche le preghiere nelle chiese e nelle case, comprensibile l’interessamento dei mass media che hanno dato ampio risalto al drammatico avvenimento. Urgono tuttavia significative riflessioni sui nostri comportamenti, nonché su quelli dei media che accendono o spengono i riflettori dove sembra loro più opportuno dirigere (o dirottare) l’attenzione delle masse. Ancor oggi tutte le Tv e i giornali continuano a parlano per ore di Noemi e della criminalità organizzata a Napoli, mentre quotidianamente si tace sulle condizioni di degrado di tante zone periferiche di tutta l’Italia e del mondo… per non parlare del terzo mondo! Su tale tema ho già scritto un articolo: http://www.scenaillustrata.com/public/spip.php?article4428 E ci chiediamo allora perché la morte di un solo bambino susciti tanta emozione, mentre quella di centinaia di minori migranti annegati in mare rientrino quasi in una “normalità”, alla quale ci abituiamo a tal punto da ascoltare notizie dei Tg mentre pranziamo a casa tranquillamente. E ancora, perché non si parli tutti i giorni di bambini vittime di guerre, terrorismo, fame, di traffico di organi, di pedofilia, di lavoro minorile in totale assenza di diritto allo studio. E poi ci domandiamo che fine abbia fatto nei mass media il resto del Meridione sotto ndrangheta e mafia? E come mai solo di tanto in tanto vengono a galla connivenze tra politica, industria e una criminalità che ormai agisce a livello nazionale e internazionale. Ci viene allora in mente il film di Pif “La mafia uccide solo d’estate”, una spiegazione fornita da un padre per tranquillizzare il figlio, mentre sottolinea in aggiunta che è la camorra di Napoli il vero pericolo. In effetti se riflettiamo la strategia è sempre la stessa: si cerca di allontanare da noi un fenomeno che potrebbe colpirci, spostandolo altrove. Più è lontano, meno ci riguarda. Noemi invece è vicina: potrebbe succedere anche ai nostri figli! Eppure non si può restare indifferenti leggendo il rapporto 2019 dell’UNICEF, "Humanitarian Action for Children": https://www.unicef.it/doc/8833/rapporto-emergenze-2019.htm -In esso si parla di ben 34 milioni i bambini che vivono in situazioni di guerra o disastri naturali e che hanno urgente necessità di misure di protezione. Fra loro, 6,6 milioni vivono nello Yemen, 5,5 milioni in Siria e 4 milioni nella Repubblica Democratica del Congo. Drammatica la situazione anche in altri paesi: Libia: 241.000 bambini sono bisognosi di assistenza umanitaria; Venezuela: vari paesi dell’America Latina e dei Caraibi stanno ospitando 2,4 milioni di rifugiati e migranti venezuelani; Afghanistan: si stima che nel 2019 3,8 milioni di bambini avranno bisogno di assistenza umanitaria e protezione; Sud Sudan: 2,2 milioni di bambini non frequentano la scuola; emergenza Rohingya: da agosto 2017, più di 730.000 profughi di etnia Rohingya, di cui 400.000 bambini, sono fuggiti dalle violenze nel Myanmar, rifugiandosi nel distretto di Cox’s Bazar nel vicino Bangladesh; Bacino del Lago Ciad (Camerun, Repubblica Centrafricana, Ciad, Niger e Nigeria): quasi 21 milioni di persone sono coinvolte nei conflitti in corso; Repubblica Centrafricana: nel 2019, 1,5 milioni di bambini – due terzi della popolazione infantile del paese – avranno bisogno di assistenza umanitaria; Etiopia: 1,5 milioni di bambini sono sfollati; Ucraina Orientale: quasi mezzo milione di bambini sono vittime del conflitto e hanno bisogno di protezione e assistenza umanitaria. E allora, concludendo, senz’altro più semplice oggi in Italia parlare solo di Napoli, concentrando qui tutti i mali e allontanando così dalle altre parti d’Italia pericoli, incluse le responsabilità! E senza dubbio funziona anche la strategia di tacere sul degrado di tutte le periferie del mondo civile: ci sentiamo più tranquilli, pensando che tali fenomeni si verificano solo in certi luoghi oppure in nazioni sottosviluppate per fortuna lontane da noi. In fondo è più facile alzare muri contro i migranti e rimanere indifferenti, senza pensare mai alle “cause” che generano orrori, senza ritenere nemmeno possibile cambiare politiche internazionali e nazionali basate su denaro e potere. In “1984”, il Grande Fratello di G. Orwell afferma che “L’ignoranza è forza”: funziona sempre per la gestione di un Potere senza etica. In alternativa ci sforziamo di ricordare invece che Istruzione, formazione, lavoro, solidarietà e pace sono le uniche armi valide per combattere il degrado e aiutare tutti i bambini del mondo. Giovanna D’Arbitrio
INCONTRO CON MAURIZIO DE GIOVANNI
post pubblicato in diario, il 1 maggio 2019
Lodevole iniziativa quella della Libreria Raffaello -Book & Coffe (via Kerbaker, Napoli) che con il suo “Club dei Lettori” ha aperto le porte a letture di libri e dibattiti, allietati anche da qualche piacevole sosta nell’accogliente bar: un anno di incontri mensili (da settembre a maggio) con tanti scrittori italiani contemporanei, presentati dalla scrittrice Vincenza Alfano, durante i quali soci del club hanno l’opportunità di dialogare con ciascun autore in modo aperto e spontaneo. Senz’altro interessante si è rivelato l’incontro di martedì 30 aprile (ore 18.00) con Maurizio De Giovanni, noto giallista napoletano, che ha aperto il dibattito con un significativo discorso sulle librerie che corrono il rischio di chiudere a causa di crescenti acquisti on line. In effetti nel quartiere Vomero molte di esse sono state tristemente rimpiazzate da banche, minimarket e quant’altro. Prima di aprire la discussione sull’ultimo libro di De Giovanni, “Le Parole di Sara” (Ed. Rizzoli), l’attore Alessandro Incerto ne ha letto qualche pagina, davvero intensa e toccante, che ha dato poi il via alle domande (tante in verità!) alle quali l’autore ha fornito dettagliate risposte con gentilezza, unita talvolta a bonaria ironia, risposte arricchite da episodi ed esperienze personali, nonché da note culturali su Napoli e la sua storia antica, in particolare su miti, leggende e misteri della Napoli Sotterranea di cui ha scritto nella serie i Guardiani. Ha asserito che un autore come lui scrive per istinto, non per ragionamento. Anche se oggi il noir è un genere di successo che attira lettori, vendite e guadagni, in realtà egli scrive gialli poiché il “crimine rappresenta l’esplosione massima delle passioni” e in effetti a lui interessa proprio il tema della “passione”: non potrebbe mai scrivere per calcolo o imposizione di case editrici, se non sentisse nascere le storie dentro di sé e provare il piacere di scriverle. Se ciò non avvenisse, anche i lettori perderebbero il gusto di leggere i suoi libri. Dialogando sui personaggi e sulle serie che crescono intorno a loro, attraverso le domande del pubblico sono emerse essenziali riflessioni, in particolare sull’ultimo personaggio, quello di Sara, la donna invisibile che odia ciò che è falso fino al punto da rifiutare trucco, tacchi alti e tinture per capelli. Ho letto il libro che come al solito si distingue per lo stile inconfondibile di De Giovanni, un mix di suspense e di intense emozioni, forte caratterizzazione dei personaggi, prosa che assume a tratti delle impennate liriche e s’innalza al di sopra del frastuono quotidiano, benché non manchi il contatto con problemi reali che vanno oltre il genere noir, come corruzione, le difficoltà degli umili, i pericoli delle nuove tecnologie, l’utilizzo di dati personali e così via. Infine ho sentito il bisogno di alzarmi in piedi e di partecipare al dibattitto, dicendo all’autore: “Accade un fatto strano: la sottoscritta non ama i gialli, né le serie, ma legge con piacere i suoi libri, poiché sono thriller insoliti in cui il crimine sembra quasi un pretesto per trattare altre tematiche attraverso personaggi ben delineati che si muovono sullo sfondo della nostra amata città”. Ha sorriso a questo mio intervento e sui personaggi da me definiti “ben delineati”, ironicamente mi ha fatto notare che ormai aveva accumulato una certa esperienza per poterli descrivere. Non ho ritenuto opportuno ribattere, ma dentro di me ho pensato: “E no, caro Maurizio, l’esperienza non basta per creare personaggi così amati dai lettori, occorre saper osservare la gente, bisogna avere sensibilità e umanità e ancora non basta… se non c’è creatività, fantasia e la capacità di scrivere sentendo la magia delle parole”. Giovanna D’Arbitrio
LIBRO "L'ALLELUJA DI SUSANNA"
post pubblicato in diario, il 17 aprile 2019
Nell’approssimarsi della Pasqua, ci sembra giusto ricordare il libro che commemora Susanna Rufi, una ragazza che sperava in un mondo migliore e che aveva accolto con entusiasmo l’appello di Papa Francesco ai giovani. Era andata con gioia a Cracovia per Giornata Mondiale della Gioventù del 2016 e aveva solo 19 anni quando fu stroncata da una meningite fulminante, proprio al ritorno da quel viaggio. Qualcuno ha raccontato che è stata sepolta con il braccialetto della Gmg di Cracovia con la scritta "Gesù confido in te”. Colpisce il titolo gioioso del libro, L’Alleluja di Susanna. L’eredità di lei che non tornò dalla GMG di Cracovia (Ediz. San Paolo), se si pensa che l’autore è Enrico Rufi, il padre di Susanna, amico di Marco Pannella e redattore di Radio Radicale che non si è mai opposto alle scelte religiose delle sue figlie le quali nella parrocchia di San Policarpo avevano accolto gli ideali di solidarietà, pace e difesa dei diritti umani, non contraddittori rispetto all’’humus “umanistico” di una famiglia laica, ma aperta alla cultura e a una spiritualità senza pregiudizi. Una famiglia unita quella di Susanna che trascorreva le vacanze sempre insieme in giro per il mondo, alla ricerca di tracce e vestigia di personaggi storici aperti e tolleranti. Così Susanna aveva o conosciuto la figlia di Albert Camus, visitato la casa di Montaigne. ascoltato le canzoni di De André e quant’altro. E il toccante libro di suo padre, ci invita per l’appunto ad un’interpretazione più ampia del cristianesimo attraverso la descrizione del mondo di Susanna, le sue idee, le sue scelte, gli amici, le canzoni preferite, in particolare il rapporto con Dio e la ricerca della verità. "Uno degli amici di Susy, Andrea a nome di tutti ha trovato queste parole per te"- scrive il padre nel libro- "Se anche il tuo corpo non c'è più, la tua anima è insieme alle nostre. E quando i nostri corpi non ci saranno più, sarà come se non ci fossimo mai separati perché le anime di tutti noi sono sempre state insieme. Veglia su di noi da lassù, perché noi ti saremo sempre vicini da quaggiù. Ti vogliamo tanto bene” Amore e dolore, ma a volte anche umorismo, accompagnano il lettore di Alleluja che in effetti esalta la vita, non la morte. Sul risvolto di copertina e tra le note biografiche l’autore si descriversi come “Il papà di Susanna e Margherita”. Nella presentazione del libro il cardinale Gualtiero Bassetti lo descrive come un moderno, inconsapevole inno alla fede, poiché” la vicenda del ritorno (o del mancato ritorno) dalla Gmg risulta quasi marginale, inquadrata com'è in un più ampio disegno provvidenziale, privo di qualsiasi dubbio e incertezza quanto scevro di ogni concessione alla sdolcinatezza. Fatti, esperienze, sogni e intuizioni di futuro si susseguono in un’altalena somigliante alle canzoni che piacciono a Susanna, restituendo a mano libera le visioni e le esperienze della giovane donna e di sua sorella Margherita, educate in una famiglia a suo modo coerente e aperta alla vita”. Su Agenzia Radicale in una conversazione con Giuseppe Rippa, Enrico Rufi ha affermato che la figlia venne chiamata Susanna per via di Suzanne di Leonard Cohen che lui e sua moglie avevano conosciuto più o meno alla sua età. In ebraico Susanna significa “giglio”. Due settimane prima di morire Susanna stava imparando a suonare l’Hallelujah di Cohen con la chitarra. Ecco la significativa conversazione tra Enrico Rufi e il direttore di Agenzia Radicale Geppi Rippa che oltre a parlare del libro si estende a temi degli anni settanta, come obiezione di coscienza, diritti civili, Stato di diritto, battaglie che hanno segnato una comune esperienza: https://www.youtube.com/watch?v=oJRvxyw4ABo&version=3 Giovanna D’Arbitrio
NAPOLI:UOVO GAY-ODIN 2019
post pubblicato in diario, il 6 aprile 2019
La tradizione del gigantesco uovo di cioccolato pasquale “a tema” anche quest’anno è stata rispettata dalla Gay-Odin, antica e prestigiosa cioccolaterie napoletana, che con costante impegno professionale, sociale e civile mette in risalto aspetti positivi di Napoli . Molti in verità gli autorevoli personaggi, venuti a rendere omaggio a questa lodevole iniziativa alla quale la stampa dà ampio risalto. Per la Pasqua 2019 l’enorme’uovo di 360chili,alto più di due metri, è artisticamente decorato per celebrare le Universiadi, evento sportivo e culturale coinvolgente atleti universitari a livello internazionale. Il termine fu coniato unendo le parole “università” e “olimpiade”per la prima edizione del 1959 tenutasi Torino.La Regione Campania ha ottenuto per la città di Napoli la designazione da parte della FISU a ospitare l’edizione estiva dell’Universiade che si terrà dal 3 al 14 Luglio 2019. La Gay Odin,dunque, amministrata e diretta con abilità e passione da Marisa Maglietta Del Vecchio e dai suoi figli, Sveva, Dimitri e Davide, con un atto di amore verso Napoli cerca di promuoverne la rinascita culturale e sociale.Ci sembra giusto, pertanto, ricordare in un rapido excursus i significativi temi scelti per decorare l’uovo almeno in questi ultimi anni. Nel 2018 Il tema fu la Speranza, raffigurata con una Napoli dal cielo azzurro ma pieno di nuvolette con positivi desideri per la soluzione di problemi ancora irrisolti, come strade senza buche, città pulita, lotta alla criminalità, politica efficiente, incentivi per il turismo, tutela della natura e delle coltivazioni agricole e… perfino l’ambito scudetto per la squasdra di calcio! Nel 2017 il tema fu quello dei Musei Partenopei che, come affermò Marisa Del Vecchio in n’intervista, fu scelto per il boom del turismo a Napoli, dovuto” anche grazie alla nuova linfa dei due principali musei partenopei, il Mann e quello di Capodimonte, disegnati entrambi sull’uovo e circondati da una splendida veduta cittadina”. Nel 2016 l’uovo fu dedicato alla Apple che aveva scelto Napoli per realizzare un polo di ricerca per le nuove App della casa di Cupertino.Il decoro rappresentava una veduta del golfo di Bagnoli con il Vesuvio eruttante computer e smartphone. Nel 2015 il tema fu quello della Grande Expo e la decorazione mostrava la nostra Penisola con tutti i suoi piatti tradizionali e il messaggio “Nutriamo bene il pianeta“ per esaltare cibo di qualità. Nel 2014 l’uovo tributò un omaggio a Paolo Sorrentino, vincitore del premio Oscar per il film “La Grande Bellezza”, nonché alle città di Roma e Napoli. A questo punto ci fermiamo, poiché l’elenco sarebbe davvero molto lungo e concludiamo con un encomio a Marisa del Vecchio, ai suoi familiari e collaboratori che ancora una volta hanno confermato un grande amore per Napoli, perseguendo con costanza l’obiettivo di valorizzarne eccellenze territoriali, significativi personaggi ed eventi, nonché l’imponente patrimonio storico,culturale e paesaggistico. Giovanna D’Arbitrio
Libro"DIZIONARIO APPASSIONATO DI NAPOLI", di J.N. SCHIFANO
post pubblicato in diario, il 30 marzo 2019
Venerdì 29 marzo, alle ore 16,30, ha avuto luogo un interessante incontro con Jean-Noël Schifano, autore del “Dizionario appassionato di Napoli”, in via Vetriera 12 a Napoli. Nella storica cioccolateria della Gay-Odin, Marisa Maglietta Del Vecchio ha creato con i suoi collaboratori un Uovo Pasquale contente il libro di Schifano: l’Ovo di Virgilio, dunque, antica leggenda, diventa simbolo di Napoli.. Ne ha parlato a lungo Jean-Noël Schifano, meridionalista convinto, cittadino onorario di Napoli, un tempo direttore dell’Istituto Francese di via Crispi, il Grénoble, illustrando il suo Dizionario che racconta Napoli dalla A alla Z. Presenti all’incontro con l’autore, la dott. Marisa Maglietta Del Vecchio, il console francese, Laurent Burin Des Roziers, l’editrice Donatella Gallone, la brava attrice Anna Maria Ackermann, che ha letto un significativo brano del libro e il chitarrista Franco Manuele che ha cantato antiche canzoni napoletane. Si avvicina la Pasqua e l’artistico uovo contenente il libro di Schifano, mette in rilievo le pagine che l’autore ha dedicato al famoso “Ovo” di Virgilio nel suo Dizionario. Particolare interessante: un grande uovo di cioccolato con il libro come “sorpresa”, firmato dall’autore, verrà regalato al Presidente Macron che ama molto Napoli. Ritornando dunque alla leggenda, Schifano ha evidenziato che il grande poeta Virgilio, considerato un mago, aveva messo un uovo d’oro dentro una sfera di cristallo per salvare Napoli da ogni calamità naturale e donarle eterna vita. Nella villa del romano Lucullo situata sull’antico isolotto di Megaride, l’uovo in seguito fu messo in una gabbia di ferro e seppellito sotto il castello che è ancor oggi conosciuto come Castel dell’Ovo. Quella dell’Uovo, tuttavia, non è solo una leggenda, ma una permanente simbologia, di vita e rinascita, simbolo stesso della città e della sua ricerca di un olistico “intero” in cui anche aspetti contrastanti coesistono, resistendo contro ogni disgregazione di identità. E il simbolo dell’Uovo si ritrova ovunque a Napoli da Pulcinella (derivante da “pulcino”) con il suo ventre tondeggiante e la gobba, alla forma stessa del golfo che si estende in una forma ovoidale e con due braccia avvolgenti, quasi a ricordare l’amore della sirena Partenope per Napoli: una città ricca di miti e di leggende, di bellezze naturali e di millenaria storia e cultura che attraverso i secoli ha saputo fondere gli aspetti positivi di popoli invasori. Amante di pace e accoglienza, anche se ridotta a mera colonia dopo l’Unità d’Italia, ha sopportato con dignità ulteriori saccheggi, benché avesse contribuito all’Unità con il sangue dei suoi patrioti. J. N.Schifano, quindi, può essere considerato figlio amorevole di questa città ed erede responsabile della sua storia, fatta di bellezza e arte, in particolare canto e poesia. Significativa la collaborazione tra l’autore e la casa editrice “Ilmondodisuk”, fondata dalla giornalista e scrittrice Donatella Gallone che con coraggiosa iniziativa ha lanciato un S. O. S. per Napoli, al quale hanno aderito ben più di cento artisti, dando prova che il mondo dell’arte può unirsi in solidarietà per una diffusione della cultura senza confini. "SosPartenope", in effetti, è un progetto di crowdfunding che Ilmondodisuk ha lanciato con l’obiettivo di tradurre e pubblicare Dictionnaire amoureux de Naples (Dizionario appassionato di Napoli) di Jean-Noël Schifano, un libro capace di smantellare gli stereotipi su una metropoli troppo spesso e troppo a lungo etichettata come covo del malaffare. Per sostenerlo, circa 140 artisti italiani e stranieri hanno donato le loro opere per la mostra, "SosPartenope, 100 artisti per il libro della città", organizzata in collaborazione con l'Assessorato alla Cultura del Comune di Napoli ed esposta prima a Castel dell'Ovo e poi in altri storici edifici. Un incontro davvero interessante che ci fa ben sperare per la nostra meravigliosa città di cui troppo spesso si mettono in rilievo solo aspetti negativi, mentre un vergognoso silenzio su quelli positivi continua ad imperversare. Malgrado ciò, Napoli rimane una città “resiliente” che vuole vivere e che “non morirà mai”, come ha affermato Schifano. Giovanna D’Arbitrio
Libro "EMOZIONI VISIVE DALLA BIRMANIA"
post pubblicato in diario, il 29 marzo 2019
Giovedì 28 marzo, alle ore 16,30, nell’ Antica Fabbrica di cioccolato Gay-Odin (via Vetriera 12 Napoli), è stato presentato il libro “Emozioni visive dalla Birmania, Immagini di un viaggio in Myanmar, un paese bello e sfortunato”. Dopo una breve introduzione di Marisa Maglietta Del Vecchio, Proprietaria dell’antica e prestigiosa cioccolateria napoletana, ha dialogato con l’autrice il dott. Salvatore Manna, direttore della rivista “Segni dei Tempi”, alla presenza del Console del Touring Club, dott. Silvana De Luca e del Vice console, dott. Maria Rosaria Vaccaro. Come ha spiegato la stessa prof. Cristina Morra, intervistata da. S. Manna, libro è un racconto di “emozioni” espresse attraverso numerose foto. L’obiettivo perseguito, dunque, è quello di suscitare anche nel lettore profonde emozioni guardando le immagini scattate durante il suo viaggio del 2009 in Birmania, Paese che ella definisce bello e allo stesso tempo sfortunato. Bello per il fascino di spettacoli naturali, umanità di bambini e contadini, arte e meravigliosi templi, sfortunato a livello politico per governi dittatoriali, povertà, mancanza di igiene, arretratezza tecnologica (non c’è energia elettrica in molti luoghi): un Paese, senz’altro coraggioso che politicamente ha combattuto con grande dignità per la libertà, sostenendo Aung San Suu Ky. La Birmania, inoltre, esercita un grande fascino spirituale. Anche se Siddharta Gautama, il Buddha, era indiano, il suo pensiero filosofico si diffuse in tutta l’Asia meridionale e orientale. In Birmania suscitò più interesse il cosiddetto Buddismo del “piccolo veicolo”, cioè quello delle origini, più legato ad interiorità, lavoro sulla persona, conoscenza del sé. Colpiscono le innumerevoli statue del Buddha in tutte le pose (fotografate nel libro). L’autrice evidenzia che questa antica filosofia, anche se priva di una visione trascendente, è tra le più alte in quanto fu la prima a predicare l’ottuplice sentiero dei principi etici e “la compassione” che in qualche modo si avvicina alla “solidarietà” del Cristianesimo, religione che tuttavia si differenzia dal buddismo in diversi punti fondamentali, messi in rilievo da Papa Giovanni Paolo II nel suo libro “ Il cammino della speranza” e da Laura Cesarano Jouakim, in “Gesu’, il Buddha e la legge della vita. Come prendere il meglio dal buddismo senza smettere di essere cristiani”. Partendo pertanto dalla considerazione che il Buddhismo non è una religione, ma filosofia morale e sapendo che Buddha vive nel V secolo a.C., nel libro se ne sottolinea l’influsso sull’Ebraismo e quindi indirettamente sul Cristianesimo che comunque rappresenta un ulteriore e più avanzato livello spirituale illuminato dalla luce divina. Dai cenni biografici apprendiamo che la prof. Cristina Morra, laureata in Economia e Commercio, ha insegnato per 26 anni presso l’Istituto Tecnico Michelangelo Buonarroti di Arezzo. Attualmente in pensione, è presidente della Sezione aretina dell’A.I.I.G. (Associazione Italiana Insegnanti di Geografia)e offre la sua collaborazione all’ l’Università Statale di Firenze e l’Università dell’Età Libera di Arezzo. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo diversi testi scolastici e i seguenti libri: Globalizzati, ma liberi e sviluppati? (2006); Uno sguardo su Arezzo e il suo centro storico. Per uno "slow tourism"(2007). Giovanna D’Arbitrio
FILM "LA PARANZA DEI BAMBINI"
post pubblicato in diario, il 22 febbraio 2019
Vincitore dell’Orso d’Argento al Festival di Berlino 2019, Il film La Paranza dei Bambini, di Claudio Giovannesi è tratto dall’omonimo libro di Roberto Saviano (Ed. Feltrinelli) che narra la storia di un gruppo di ragazzi napoletani nati nei quartieri a rischio dove la criminalità organizzata spadroneggia. Ottima davvero la sceneggiatura di Claudio Giovannesi, Roberto Saviano Maurizio Braucci, bravi gli interpreti in particolare Francesco Di Napoli nel ruolo di Nicola. Da notare il cammeo di Renato Carpentieri Interessante il libro Di Saviano e la seguente descrizione sul risvolto di copertina, valida anche per il film: “Dieci ragazzini in scooter sfrecciano contromano alla conquista di Napoli. Quindicenni dai soprannomi innocui, come Maraja, Pesce Moscio, Dentino, Lollipop, Drone: scarpe firmate, famiglie normali e il nome delle ragazze tatuato sulla pelle. Adolescenti che non hanno domani e nemmeno ci credono. Non temono il carcere né la morte, perché sanno che l’unica possibilità è giocarsi tutto, subito. Sanno che “i soldi li ha chi se li prende”. E allora, via, sui motorini, per andare a prenderseli, i soldi, ma soprattutto il potere. La paranza dei bambini narra la controversa ascesa di una paranza, un gruppo di fuoco legato alla Camorra e del suo capo, il giovane Nicolas Fiorillo. Appollaiati sui tetti della città, imparano a sparare con pistole semiautomatiche e AK-47 mirando alle parabole e alle antenne, poi scendono per le strade a seminare il terrore in sella ai loro scooter. A poco a poco ottengono il controllo dei quartieri, sottraendoli alle paranze avversarie, stringendo alleanze con vecchi boss in declino. Paranza è nome che viene dal mare, nome di barche che vanno a caccia di pesci da ingannare con la luce. E come nella pesca a strascico la paranza va a pescare persone da ammazzare. Qui si racconta di ragazzini guizzanti di vita come pesci, di adolescenze “ingannate dalla luce”, e di morti che producono morti. Roberto Saviano entra implacabile nella realtà che ha sempre indagato e ci immerge nell’autenticità di storie immaginate con uno straordinario romanzo di innocenza e sopraffazione. Crudo, violento, senza scampo. “Crudo, violento e senza scampo” è anche il film che lascia un sapore di amaro in bocca e una tristezza senza fine nell’anima: agli spettatori mancano perfino le parole e alla fine escono in silenzio. Ci sembra giusto citare la dedica scritta di Roberto Saviano sul libro che ben si addice anche al film: "Ai morti colpevoli. Alla loro innocenza", ovviamente riferita a tutti quei bambini e adolescenti la cui innocenza viene contaminata nei quartieri a rischio da degrado, mancanza di istruzione, formazione e lavoro. E non solo a Napoli, tuttavia, ma in tutto il Sud d’Italia e in tutte le periferie nazionali e internazionali, per non parlare dei paesi del terzo mondo dove i bambini subiscono inaudite violenze.
LIBRO "NINA DETTA NINI", di Luisa Cappuccio
post pubblicato in diario, il 30 dicembre 2018
"Al mio cuore, muscolo anarchico per eccellenza, che ancora non si è ben capito in quale strano modo batta" (A.Faber) Con questa dedica tratta da una poesia di A. Faber , veniamo introdotti alla seconda pagina del libro di Luisa Cappuccio, “Nina detta Ninì” (Ed.Ginevra Bentivoglio), pagina in cui l’autrice sembra quasi voler preparare il lettore alla storia che sta per raccontare con i suoi versi: “Son mille vite/cento storie, non mie/e se soffro di me/molte apparenze/Dissimili parvenze…/Se ha la mia esistenza età remote/e per alveo distese siderali…/Non opporre/impari domande/perché solo, da sempre/mi esalta/l’umano irriducibile/della diversità”. Dopo tali premesse, inizia la prima parte intitolata “Nina, ovvero Ninì” che scorre velocemente coinvolgendo il lettore, in particolare se è una lettrice, nelle vicende realistiche di una donna che sperimenta diverse situazioni e imprevedibili difficoltà, passando dalla ricca tenuta di famiglia di fronte al lago di Avigliana, rampolla prediletta di una grande famiglia piemontese, fanciulla vezzeggiata e moglie amatissima, fino a diventare madre frustrata di una figlia ostile, poi vedova squattrinata, ex pittrice ed ex scrittrice dilettante, giardiniera, colf e babysitter a Roma dove vive in un piccolo appartamento, unico bene lasciato in eredità da una zia. Attraverso i suoi ricordi incontriamo personaggi del passato e del presente, eventi storici del secondo dopoguerra leggendo la seconda parte, intitolata “Qualcosa di giallo”, e poi la terza “Fino alla sponda del mattino” che finisce con la pagina conclusiva “Dalla vita al romanzo” Un’incrollabile fede nella vita e nell’amore sembra guidare Nina anche nei momenti più bui: riflettendo sui suoi errori giovanili e lottando per vivere con una grande capacità di adattamento a situazioni molto diverse tra loro, ella esce vincente ancorandosi sempre ai sentimenti sinceri e perdonando a se stessa e agli altri gli sbagli commessi. Anche la figlia infine si riavvicina a lei dicendo: “Quanti colpevoli, e quante vittime, eh mamma? Ma ora basta! Ora davvero basta! Bisogna pur sopravvivere, tu ed io?”. Nella quarta di copertina si legge: “La storia eccezionale e allo stesso tempo comune di Antonia Ragusa, detta anche Nina, o Ninì, passa di mano in mano attraverso un'intensa comunicazione tra donne, dando origine a una danza narrativa in cui più racconti scivolano l'uno dentro l'altro e il flusso dell'esistenza spazia tra sconfitte cocenti e insperati recuperi. Passando dall'Eden di una fanciullezza privilegiata e felice, alla crisi che travolge la sua famiglia nel secondo dopoguerra, fino ad arrivare a una personale e ambigua caduta agli inferi, la protagonista è costretta a sperimentare finalmente se stessa, mettendo in campo le proprie risorse, la propria capacità di adattamento, offrendosi a sorprendenti trasformazioni e a un'audace epifania dell'amore”. Interessante il commento Giuseppe Argirò (riportato sulla quarta di copertina): “Il viaggio di Nina è un viaggio tutto interiore, in cui le vite della protagonista si ricompongono attraverso la scrittura. Mediante la parola l’Io si determina, la realtà si rivela, l’inconscio si rivela nella sua scandalosa verità: ogni giustificazione viene abbattuta e Antonia Ragusa capisce che l’unico modo per poter vivere la propria vicenda umana è raccontarla al di là di ogni illecito dubbio, senza presunzione d’innocenza, ma con la piena consapevolezza della sua imperfetta, meravigliosa umanità”. In verità la sottoscritta pensa che Nina detta Nini in fondo non sia solo la storia di una donna, ma di tante donne che silenziosamente combattono ogni giorno in diversi campi della vita, spesso sole e incomprese, ma costrette a non fermarsi, a guardare sempre avanti, sostenute solo dalla loro capacità di amare e rinnovarsi. Dalle note biografiche su Luisa Capaccio apprendiamo che è autrice di numerosi racconti e opere poetiche, finalista al premio di scrittura teatrale femminile “Donne e teatro”, e a quello di poesia “Fiori di Duna”. Insegna da 41 anni, ha una lunga esperienza nel condurre laboratori di scrittura creativa. Nel 2014 ha pubblicato con la GBE EditoriA il romanzo “Margherita e i banchi di scuola”, risultando finalista al concorso “Testo in cerca di Regista”, abbinato al David di Donatello. Giovanna D’Arbitrio
LIBRO "I TESSUTI D'ARTE DEL REGNO DI NAPOLI"
post pubblicato in diario, il 22 dicembre 2018
Il 23 dicembre 2018, alle ore !8,00, alla Sala Pan In via Vittoria Colonna a Napoli, è stato presentato postumo l’ultimo libro di Nicoletta D’Arbitrio I TESSUTI D’ARTE DEL REGNO DI NAPOLI (Ed. Ad Est dell’Equatore). Le note biografiche sull’autrice ci informano che “NICOLETTA D'ARBITRIO (Napoli, 1948 – 2017): Scenografa, esperta d'Arte del tessuto e del restauro dei tessuti storici. Docente di Restauro dei tessuti storici dal 1989 (Istituto Mondragone di Napoli, Istituto L. de Medici, Accademia di Belle Arti di Napoli). Autrice di pubblicazioni sulla storia dell'arte del tessuto e sulle manifatture tessili del Regno di Napoli, tra queste ricordiamo: L'Arte della tessitura in Campania, Marotta, Napoli 1989; Il Real Albergo dei Poveri di Napoli. Un edificio per le “Arti della città”, Edisa, Napoli 1999 (coautore Luigi Ziviello); Carolina Murat La Regina Francese del Regno delle Due Sicilie Le Architetture La Moda L'Office de la Bouche, Edisa, Napoli 2003 (coautore L. Ziviello), La “Nova sacristia” di San Domenico Maggiore, gli apparati e gli abiti dei re Aragonesi, Edisa Napoli, 2001. L'età dell'Oro, Artemisia, Napoli 2007. Curatrice di mostre sul patrimonio tessile e sulla cultura materiale del Regno di Napoli con sede a Napoli, Caserta, Roma, Tokyo, New York, Madrid, Londra, Parigi, Strasburgo. Tra queste, la cura della sezione “tessuti” della mostra Las Manufacturas Napolitanas de Carlos y Ferdinando Borbon, entre Rococo y Neoclasicismo o Las utopias posibles, Madrid 2003; Un Giojello per la Regina, Museo di San Martino, (catalogo Electa Napoli) 2006; I Pastori napoletani e le vestiture del Regno di Napoli. Il tempo della tradizione, Londra 2009/2010; Il Presepe del Regno di Napoli. Le arti e i mestieri della Città, Parigi 2010/2011; Il Presepe cortese del Regno di Napoli. I Figurarum Sculptores, Strasburgo 2010/2011. Ha partecipato a mostre e pubblicazioni curate dalla Soprintendenza del Polo museale della città di Napoli; tra queste: Settecento napoletano: Sulle ali dell'aquila Imperiale, Napoli 1994, Tiziano e il ritratto di corte da Raffaello ai Carracci, Electa Napoli 2006 (con il saggio La Veste de’ Nobiltà, il potere e l’apparire).Ha curato e condotto il restauro scientifico-materiale e la schedatura di opere d'arte tessile del patrimonio campano; tra cui i reperti tessili del I° secolo d. C. di Ercolano e di Pompei, gli apparati vestimentari del XV e XVI secolo dei sovrani d'Aragona e della corte vicereale, gli arazzi della manifattura settecentesca di San Carlo alle Mortelle dei Borbone di Napoli, i panni ricamati del XVII secolo della collezione d'Avalos (Museo di Capodimonte), i panni ricamati del XVII secolo della collezione d'Aquino (Basilica di San Domenico Maggiore), i paramenti sacri del XVII e XVIII secolo della Cappella del Tesoro di San Gennaro. Sulla quarta di copertina del libro si legge quanto segue: «Il restauro non è un'applicazione tecnica per quanto sofisticata, ma è un atto critico, il gesto di mani guidate dal pensiero. E il gesto che porta a restaurare non si dirige verso l'indistinto mondo Tessuti unici e preziosi che avevano valore monetario accertato e accettato negli scambi commerciali. I sovrani aragonesi arricchirono con una collezione di tessuti d'arte di pregio il loro tesoro custodito nella torre del “Guardaroba reale” in Castel Nuovo. Una collezione che, oltre a dimostrare l’attenzione dedicata all'arte e a dare prestigio alla corte, rappresentò per i sovrani un patrimonio preziosissimo, adottato anche come “impegno” offerto ai banchieri per acquisire fondi utili a finanziare le imprese dei re d'Aragona”. Dal seguente articolo (pubblicato su Ischia News) apprendiamo che ”Il saggio pone le basi scientifiche per un repertorio documentario e letterario in gran parte inedito, frutto di una ricerca condotta negli archivi storici italiani ed europei e fondato sulla acquisizione di una vasta documentazione iconografica. Lo studio ha portato alla luce preziose opere d'arte tessile create da artefici napoletani e anche francesi, fiorentini, senesi, veneziani e genovesi che operarono a Napoli, dove furono accolti e a cui fu data cittadinanza, contribuendo al fiorire dell'arte tessile. I documenti non solo ne rivelano l'identità ma specificano le caratteristiche dei manufatti creati dall'atelier di ogni “Maestro di drappi d'oro”. Lo studio rivela anche il contributo dato dagli artisti del Regno di Napoli nel XV e XVI secolo alla diffusione dell'arte tessile in Francia, dove furono invitati e ospitati nelle dimore reali. I sovrani francesi, inoltre, per promuovere le arti si ispirarono agli interventi introdotti a Napoli dal governo aragonese e vicereale. Il testo valorizza i percorsi produttivi-creativi legati alla cultura materiale della città e che ne hanno nel tempo promosso lo sviluppo, il benessere economico e civile. La seconda parte del libro riguarda le fasi di restauro di opere dell’arte tessile napoletana tra cui gli arazzi di Palazzo Reale, i ricami della famiglia D’Aquino e gli apparati delle famiglie reali e delle nobili casate napoletane conservati in S. Domenico Maggiore e i ricami di S. Chiara eseguiti dall’autrice stessa nel corso della propria vita professionale” . Concludendo, Nicoletta D’Arbitrio ha dedicato la sua vita a diffusione di Arte e Cultura, con impegno e sacrificio. Posso testimoniarlo, come sorella e amante di ogni forma d’arte. Giovanna D’Arbitrio
LIBRO "CONVERSAZIONE A DUE VOCI", di R.R.TOSCANI
post pubblicato in diario, il 20 dicembre 2018
Sabato 15 Dicembre 2018 alle ore 10,30, nella splendida Sala Comencini della Fondazione Circolo Artistico Politecnico in piazza Trieste e Trento a Napoli, è stato presentato il libro “Conversazione a Due Voci- note di supervisione”, scritto da Rosa Romano Toscani, (psicoterapeuta e scrittrice, socio fondatore SIPP, docente con funzioni di training). ), con la collaborazione di Pietrina Bianco (psicoterapeuta e dirigente U.O. adozione e affido familiare) Al dialogo con le autrici hanno partecipato Giuseppe Scialla (Autorità Garante infanzia e adolescenza), Antonio De Rosa (Presidente SIPP). Luigi Baldaccini,(direttore dell’Istituto di Psicoterapia Relazionale),Raffaele Caprioli(psichiatra , membro ordinario SIPP), Antonia Imparato (Psichiatra, membro FPL e membro EPFCLI),Valeria Sperti (docente di letteratura francese- Università Federico II), nonché l’attrice Agnese Crispino che ha letto alcuni brani del libro. Nel corso del dibattito, coordinato abilmente dalla stessa Pietrina Bianco, è stato evidenziato quanto sia importante la figura del “supervisore” come supporto nei momenti di impasse di fronte a casi più complicati. In momenti storici difficili come quelli attuali, inoltre, secondo i relatori occorre “umanizzare” i processi psicoterapeutici, evitando modelli superati, in particolare nel campo di infanzia e adolescenza (G. Scialla).I mutamenti sociali agiscono anche sui pazienti che oggi vogliono guarire “in fretta” e quindi per loro occorrono nuovi strumenti, nuova formazione e continuo confronto(A. De Rosa, P. Bianco.). Immersione empatica, umiltà, rispetto reciproco, superamento della “vergogna” e in particolare creatività sono elementi fondamentali nel percorso in cui si confrontano paziente, terapeuta e supervisore alle prese con transfert e controtransfert (A. Imparato, R.R. Toscani, L. Baldaccini). E poiché il libro è ricco di citazioni letterarie, è stato evidenziato infine il legame tra psicanalisi, letteratura e arte in genere, nonché l’importanza del linguaggio, cioè l’uso di parole “appropriate” nel delicato dialogo della “triade” paziente- terapeuta - supervisore, una storia scritta a tre mani (V. Sperti, R. Caprioli, R.R. Toscani)- ? senz’altro difficile sintetizzare un dibattito di due ore in poco spazio, un dibattito che fin dall’inizio si è rivelato coinvolgente, colto ed elevato, un’ottima opportunità per riflettere anche per la sottoscritta che da insegnante spesso ha seguito con particolare cura alunni affetti da disagio psichico Ho letto il libro in breve tempo, grazie allo stile scorrevole e al significativo contenuto: molto interessante la seconda parte in cui il caso di Anna, una paziente difficile, evidenzia in pratica come le autrici abbiano vissuto il rapporto con la paziente: l’una nei panni di terapeuta (P. Bianco) e l’altra in quelli di supervisore (R. R. Toscani). Mi è piaciuta la citazione a pag. 57: “Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi”(Proust).Una citazione appropriata agli aspetti innovativi illustrati nel libro. Rispondente a verità la quarta di copertina in cui si legge che “dopo un’esauriente cornice teorica, il volume presenta un’esperienza esemplare di supervisione di una coppia al lavoro, didatta-allieva, che accompagna le varie tappe di un percorso di psicoterapia psicoanalitica. Come sottolinea Palacio Espasa nell'introduzione, è soprattutto la qualità della relazione interpersonale maestro-allievo che favorisce la trasmissione della tecnica psicoanalitica. L'originalità di questo libro sta proprio nel testimoniare la graduale acquisizione di competenze a partire da una profonda relazione duale che, per osmosi, si estende alla cura del paziente: la supervisione quindi come riconoscimento e costruzione tra ognuno dei due membri separatamente e in coppia. Accogliendo le parole di Claudio Neri, "uno spazio per la differenza tra pari". La narrazione dell'allievo dell'esperienza della supervisione costituisce un ulteriore elemento di ricchezza del testo, un'apertura e uno sguardo dentro l'avventura emotiva della sua formazione nella ricerca di autonomia, autenticità e creatività come persona analitica- Un libro originale sulla relazione terapeutica e sulla formazione del terapeuta. Un intreccio tra storia e narrazione clinica descritto attraverso il racconto dei suoi protagonisti. Un percorso intimo ed empatico che abbraccia la cura e lo sviluppo di una dimensione creativa di sé. Un libro sull’arte dell’ascolto e del cum-versare dentro la stanza d’analisi, su noi stessi, la nostra vita e la vita dell’altro”. Giovanna D’Arbitrio
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