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LIBRO "NINA DETTA NINI", di Luisa Cappuccio
post pubblicato in diario, il 30 dicembre 2018
"Al mio cuore, muscolo anarchico per eccellenza, che ancora non si è ben capito in quale strano modo batta" (A.Faber) Con questa dedica tratta da una poesia di A. Faber , veniamo introdotti alla seconda pagina del libro di Luisa Cappuccio, “Nina detta Ninì” (Ed.Ginevra Bentivoglio), pagina in cui l’autrice sembra quasi voler preparare il lettore alla storia che sta per raccontare con i suoi versi: “Son mille vite/cento storie, non mie/e se soffro di me/molte apparenze/Dissimili parvenze…/Se ha la mia esistenza età remote/e per alveo distese siderali…/Non opporre/impari domande/perché solo, da sempre/mi esalta/l’umano irriducibile/della diversità”. Dopo tali premesse, inizia la prima parte intitolata “Nina, ovvero Ninì” che scorre velocemente coinvolgendo il lettore, in particolare se è una lettrice, nelle vicende realistiche di una donna che sperimenta diverse situazioni e imprevedibili difficoltà, passando dalla ricca tenuta di famiglia di fronte al lago di Avigliana, rampolla prediletta di una grande famiglia piemontese, fanciulla vezzeggiata e moglie amatissima, fino a diventare madre frustrata di una figlia ostile, poi vedova squattrinata, ex pittrice ed ex scrittrice dilettante, giardiniera, colf e babysitter a Roma dove vive in un piccolo appartamento, unico bene lasciato in eredità da una zia. Attraverso i suoi ricordi incontriamo personaggi del passato e del presente, eventi storici del secondo dopoguerra leggendo la seconda parte, intitolata “Qualcosa di giallo”, e poi la terza “Fino alla sponda del mattino” che finisce con la pagina conclusiva “Dalla vita al romanzo” Un’incrollabile fede nella vita e nell’amore sembra guidare Nina anche nei momenti più bui: riflettendo sui suoi errori giovanili e lottando per vivere con una grande capacità di adattamento a situazioni molto diverse tra loro, ella esce vincente ancorandosi sempre ai sentimenti sinceri e perdonando a se stessa e agli altri gli sbagli commessi. Anche la figlia infine si riavvicina a lei dicendo: “Quanti colpevoli, e quante vittime, eh mamma? Ma ora basta! Ora davvero basta! Bisogna pur sopravvivere, tu ed io?”. Nella quarta di copertina si legge: “La storia eccezionale e allo stesso tempo comune di Antonia Ragusa, detta anche Nina, o Ninì, passa di mano in mano attraverso un'intensa comunicazione tra donne, dando origine a una danza narrativa in cui più racconti scivolano l'uno dentro l'altro e il flusso dell'esistenza spazia tra sconfitte cocenti e insperati recuperi. Passando dall'Eden di una fanciullezza privilegiata e felice, alla crisi che travolge la sua famiglia nel secondo dopoguerra, fino ad arrivare a una personale e ambigua caduta agli inferi, la protagonista è costretta a sperimentare finalmente se stessa, mettendo in campo le proprie risorse, la propria capacità di adattamento, offrendosi a sorprendenti trasformazioni e a un'audace epifania dell'amore”. Interessante il commento Giuseppe Argirò (riportato sulla quarta di copertina): “Il viaggio di Nina è un viaggio tutto interiore, in cui le vite della protagonista si ricompongono attraverso la scrittura. Mediante la parola l’Io si determina, la realtà si rivela, l’inconscio si rivela nella sua scandalosa verità: ogni giustificazione viene abbattuta e Antonia Ragusa capisce che l’unico modo per poter vivere la propria vicenda umana è raccontarla al di là di ogni illecito dubbio, senza presunzione d’innocenza, ma con la piena consapevolezza della sua imperfetta, meravigliosa umanità”. In verità la sottoscritta pensa che Nina detta Nini in fondo non sia solo la storia di una donna, ma di tante donne che silenziosamente combattono ogni giorno in diversi campi della vita, spesso sole e incomprese, ma costrette a non fermarsi, a guardare sempre avanti, sostenute solo dalla loro capacità di amare e rinnovarsi. Dalle note biografiche su Luisa Capaccio apprendiamo che è autrice di numerosi racconti e opere poetiche, finalista al premio di scrittura teatrale femminile “Donne e teatro”, e a quello di poesia “Fiori di Duna”. Insegna da 41 anni, ha una lunga esperienza nel condurre laboratori di scrittura creativa. Nel 2014 ha pubblicato con la GBE EditoriA il romanzo “Margherita e i banchi di scuola”, risultando finalista al concorso “Testo in cerca di Regista”, abbinato al David di Donatello. Giovanna D’Arbitrio
LIBRO "I TESSUTI D'ARTE DEL REGNO DI NAPOLI"
post pubblicato in diario, il 22 dicembre 2018
Il 23 dicembre 2018, alle ore !8,00, alla Sala Pan In via Vittoria Colonna a Napoli, è stato presentato postumo l’ultimo libro di Nicoletta D’Arbitrio I TESSUTI D’ARTE DEL REGNO DI NAPOLI (Ed. Ad Est dell’Equatore). Le note biografiche sull’autrice ci informano che “NICOLETTA D'ARBITRIO (Napoli, 1948 – 2017): Scenografa, esperta d'Arte del tessuto e del restauro dei tessuti storici. Docente di Restauro dei tessuti storici dal 1989 (Istituto Mondragone di Napoli, Istituto L. de Medici, Accademia di Belle Arti di Napoli). Autrice di pubblicazioni sulla storia dell'arte del tessuto e sulle manifatture tessili del Regno di Napoli, tra queste ricordiamo: L'Arte della tessitura in Campania, Marotta, Napoli 1989; Il Real Albergo dei Poveri di Napoli. Un edificio per le “Arti della città”, Edisa, Napoli 1999 (coautore Luigi Ziviello); Carolina Murat La Regina Francese del Regno delle Due Sicilie Le Architetture La Moda L'Office de la Bouche, Edisa, Napoli 2003 (coautore L. Ziviello), La “Nova sacristia” di San Domenico Maggiore, gli apparati e gli abiti dei re Aragonesi, Edisa Napoli, 2001. L'età dell'Oro, Artemisia, Napoli 2007. Curatrice di mostre sul patrimonio tessile e sulla cultura materiale del Regno di Napoli con sede a Napoli, Caserta, Roma, Tokyo, New York, Madrid, Londra, Parigi, Strasburgo. Tra queste, la cura della sezione “tessuti” della mostra Las Manufacturas Napolitanas de Carlos y Ferdinando Borbon, entre Rococo y Neoclasicismo o Las utopias posibles, Madrid 2003; Un Giojello per la Regina, Museo di San Martino, (catalogo Electa Napoli) 2006; I Pastori napoletani e le vestiture del Regno di Napoli. Il tempo della tradizione, Londra 2009/2010; Il Presepe del Regno di Napoli. Le arti e i mestieri della Città, Parigi 2010/2011; Il Presepe cortese del Regno di Napoli. I Figurarum Sculptores, Strasburgo 2010/2011. Ha partecipato a mostre e pubblicazioni curate dalla Soprintendenza del Polo museale della città di Napoli; tra queste: Settecento napoletano: Sulle ali dell'aquila Imperiale, Napoli 1994, Tiziano e il ritratto di corte da Raffaello ai Carracci, Electa Napoli 2006 (con il saggio La Veste de’ Nobiltà, il potere e l’apparire).Ha curato e condotto il restauro scientifico-materiale e la schedatura di opere d'arte tessile del patrimonio campano; tra cui i reperti tessili del I° secolo d. C. di Ercolano e di Pompei, gli apparati vestimentari del XV e XVI secolo dei sovrani d'Aragona e della corte vicereale, gli arazzi della manifattura settecentesca di San Carlo alle Mortelle dei Borbone di Napoli, i panni ricamati del XVII secolo della collezione d'Avalos (Museo di Capodimonte), i panni ricamati del XVII secolo della collezione d'Aquino (Basilica di San Domenico Maggiore), i paramenti sacri del XVII e XVIII secolo della Cappella del Tesoro di San Gennaro. Sulla quarta di copertina del libro si legge quanto segue: «Il restauro non è un'applicazione tecnica per quanto sofisticata, ma è un atto critico, il gesto di mani guidate dal pensiero. E il gesto che porta a restaurare non si dirige verso l'indistinto mondo Tessuti unici e preziosi che avevano valore monetario accertato e accettato negli scambi commerciali. I sovrani aragonesi arricchirono con una collezione di tessuti d'arte di pregio il loro tesoro custodito nella torre del “Guardaroba reale” in Castel Nuovo. Una collezione che, oltre a dimostrare l’attenzione dedicata all'arte e a dare prestigio alla corte, rappresentò per i sovrani un patrimonio preziosissimo, adottato anche come “impegno” offerto ai banchieri per acquisire fondi utili a finanziare le imprese dei re d'Aragona”. Dal seguente articolo (pubblicato su Ischia News) apprendiamo che ”Il saggio pone le basi scientifiche per un repertorio documentario e letterario in gran parte inedito, frutto di una ricerca condotta negli archivi storici italiani ed europei e fondato sulla acquisizione di una vasta documentazione iconografica. Lo studio ha portato alla luce preziose opere d'arte tessile create da artefici napoletani e anche francesi, fiorentini, senesi, veneziani e genovesi che operarono a Napoli, dove furono accolti e a cui fu data cittadinanza, contribuendo al fiorire dell'arte tessile. I documenti non solo ne rivelano l'identità ma specificano le caratteristiche dei manufatti creati dall'atelier di ogni “Maestro di drappi d'oro”. Lo studio rivela anche il contributo dato dagli artisti del Regno di Napoli nel XV e XVI secolo alla diffusione dell'arte tessile in Francia, dove furono invitati e ospitati nelle dimore reali. I sovrani francesi, inoltre, per promuovere le arti si ispirarono agli interventi introdotti a Napoli dal governo aragonese e vicereale. Il testo valorizza i percorsi produttivi-creativi legati alla cultura materiale della città e che ne hanno nel tempo promosso lo sviluppo, il benessere economico e civile. La seconda parte del libro riguarda le fasi di restauro di opere dell’arte tessile napoletana tra cui gli arazzi di Palazzo Reale, i ricami della famiglia D’Aquino e gli apparati delle famiglie reali e delle nobili casate napoletane conservati in S. Domenico Maggiore e i ricami di S. Chiara eseguiti dall’autrice stessa nel corso della propria vita professionale” . Concludendo, Nicoletta D’Arbitrio ha dedicato la sua vita a diffusione di Arte e Cultura, con impegno e sacrificio. Posso testimoniarlo, come sorella e amante di ogni forma d’arte. Giovanna D’Arbitrio
LIBRO "CONVERSAZIONE A DUE VOCI", di R.R.TOSCANI
post pubblicato in diario, il 20 dicembre 2018
Sabato 15 Dicembre 2018 alle ore 10,30, nella splendida Sala Comencini della Fondazione Circolo Artistico Politecnico in piazza Trieste e Trento a Napoli, è stato presentato il libro “Conversazione a Due Voci- note di supervisione”, scritto da Rosa Romano Toscani, (psicoterapeuta e scrittrice, socio fondatore SIPP, docente con funzioni di training). ), con la collaborazione di Pietrina Bianco (psicoterapeuta e dirigente U.O. adozione e affido familiare) Al dialogo con le autrici hanno partecipato Giuseppe Scialla (Autorità Garante infanzia e adolescenza), Antonio De Rosa (Presidente SIPP). Luigi Baldaccini,(direttore dell’Istituto di Psicoterapia Relazionale),Raffaele Caprioli(psichiatra , membro ordinario SIPP), Antonia Imparato (Psichiatra, membro FPL e membro EPFCLI),Valeria Sperti (docente di letteratura francese- Università Federico II), nonché l’attrice Agnese Crispino che ha letto alcuni brani del libro. Nel corso del dibattito, coordinato abilmente dalla stessa Pietrina Bianco, è stato evidenziato quanto sia importante la figura del “supervisore” come supporto nei momenti di impasse di fronte a casi più complicati. In momenti storici difficili come quelli attuali, inoltre, secondo i relatori occorre “umanizzare” i processi psicoterapeutici, evitando modelli superati, in particolare nel campo di infanzia e adolescenza (G. Scialla).I mutamenti sociali agiscono anche sui pazienti che oggi vogliono guarire “in fretta” e quindi per loro occorrono nuovi strumenti, nuova formazione e continuo confronto(A. De Rosa, P. Bianco.). Immersione empatica, umiltà, rispetto reciproco, superamento della “vergogna” e in particolare creatività sono elementi fondamentali nel percorso in cui si confrontano paziente, terapeuta e supervisore alle prese con transfert e controtransfert (A. Imparato, R.R. Toscani, L. Baldaccini). E poiché il libro è ricco di citazioni letterarie, è stato evidenziato infine il legame tra psicanalisi, letteratura e arte in genere, nonché l’importanza del linguaggio, cioè l’uso di parole “appropriate” nel delicato dialogo della “triade” paziente- terapeuta - supervisore, una storia scritta a tre mani (V. Sperti, R. Caprioli, R.R. Toscani)- ? senz’altro difficile sintetizzare un dibattito di due ore in poco spazio, un dibattito che fin dall’inizio si è rivelato coinvolgente, colto ed elevato, un’ottima opportunità per riflettere anche per la sottoscritta che da insegnante spesso ha seguito con particolare cura alunni affetti da disagio psichico Ho letto il libro in breve tempo, grazie allo stile scorrevole e al significativo contenuto: molto interessante la seconda parte in cui il caso di Anna, una paziente difficile, evidenzia in pratica come le autrici abbiano vissuto il rapporto con la paziente: l’una nei panni di terapeuta (P. Bianco) e l’altra in quelli di supervisore (R. R. Toscani). Mi è piaciuta la citazione a pag. 57: “Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi”(Proust).Una citazione appropriata agli aspetti innovativi illustrati nel libro. Rispondente a verità la quarta di copertina in cui si legge che “dopo un’esauriente cornice teorica, il volume presenta un’esperienza esemplare di supervisione di una coppia al lavoro, didatta-allieva, che accompagna le varie tappe di un percorso di psicoterapia psicoanalitica. Come sottolinea Palacio Espasa nell'introduzione, è soprattutto la qualità della relazione interpersonale maestro-allievo che favorisce la trasmissione della tecnica psicoanalitica. L'originalità di questo libro sta proprio nel testimoniare la graduale acquisizione di competenze a partire da una profonda relazione duale che, per osmosi, si estende alla cura del paziente: la supervisione quindi come riconoscimento e costruzione tra ognuno dei due membri separatamente e in coppia. Accogliendo le parole di Claudio Neri, "uno spazio per la differenza tra pari". La narrazione dell'allievo dell'esperienza della supervisione costituisce un ulteriore elemento di ricchezza del testo, un'apertura e uno sguardo dentro l'avventura emotiva della sua formazione nella ricerca di autonomia, autenticità e creatività come persona analitica- Un libro originale sulla relazione terapeutica e sulla formazione del terapeuta. Un intreccio tra storia e narrazione clinica descritto attraverso il racconto dei suoi protagonisti. Un percorso intimo ed empatico che abbraccia la cura e lo sviluppo di una dimensione creativa di sé. Un libro sull’arte dell’ascolto e del cum-versare dentro la stanza d’analisi, su noi stessi, la nostra vita e la vita dell’altro”. Giovanna D’Arbitrio
FILM "COLETTE"
post pubblicato in diario, il 16 dicembre 2018
COLETTE, di Wash Westmoreland , è un biopic sulla vita della scrittrice francese, Colette, pseudonimo di Sidonie Gabrielle Colette (Saint-Sauveur 1873-Parigi 1954), scrittrice, sceneggiatrice e attrice teatrale francese, considerata fra le maggiori figure della prima metà del XX secolo. Il film inizia quando Gabrielle (Keira Knightley) lascia la sua casa in campagna nel 1893 a vent'anni per sposare Henry Gauthier-Villars, detto Willy (Dominic West), noto scrittore e critico che a Parigi la introduce nei salotti letterari e artistici. In difficoltà economiche per i suoi debiti, Willy per denaro impone alla moglie di scrivere racconti sfruttando il suo talento. Mescolando i suoi ricordi bucolici con episodi piccanti ben accolti dalla società libertina della Belle Époque, Gabrielle scrive una serie di racconti intitolata Claudine che ottiene un grande successo. Willy se ne appropria, firmando i suoi libri e tiranneggiandola, ma l’amore per Missy (Denise Gough), Mathilde de Morny, aristocratica lesbica francese, incoraggia in seguito Gabrielle a troncare il rapporto con il marito e a pubblicare i romanzi con il suo nome. Il cinema sembra prediligere in questi ultimi tempi il tema della condizione femminile, in particolare in campo artistico dove spesso in passato diversi uomini hanno avuto successo, sfruttando il talento di mogli e compagne. Colette , in effetti arriva dopo Big Eyes, Mary Shelley, The Wife, sottolineando soprattutto il rapporto della scrittrice con il marito e le sue tendenze bisessuali, ma non riesce a dar vera vita ad un personaggio poliedrico e molto complesso che ai suoi tempi si distinse in vari campi: autrice di numerosi libri, attrice di music-hall, critica teatrale e cinematografica, sceneggiatrice. Insomma fu senz’altro una figura iconica dell’emancipazione femminile, mito nazionale in Francia. Nel 1953 in occasione dei suoi 80 anni, Colette ricevé la medaglia della Città di Parigi, il grado di GrandeUfficiale della Legione d'onore, l'elezione a membro onorario del National Institute of Art and Letters di New York. Alla sua morte nel 1954 a Parigi, la Chiesa le rifiutò il rito religioso, ma in compenso le vennero concesse le esequie di Stato. Dai suoi romanzi e racconti furono tratti numerosi film, come due versioni di Gigi e quella teatrale nell'omonimo spettacolo a Broadway nel 1951. Concludendo, anche se la sceneggiatura di Wash Westmoreland, Richard Glatzer, Rebecca Lenkiewicz non riesce a dare un’immagine esaustiva del personaggio, notevoli appaiono fotografia (Giles Nuttgens), musiche(Thomas Adès), costumi (Andrea Flesch). Il film è candidato al British Independent Film Awards per il premio come miglior attore a Dominic West e quello per migliori costumi a Andrea Flesch. Giovanna D’Arbitrio
FILM "IL VIZIO DELLA SPERANZA"
post pubblicato in diario, il 5 dicembre 2018
Vincitore del Premio del pubblico BNL alla Festa del Cinema di Roma 2018, premiato al Tokyo International Film Festival per la Miglior regia (Edoardo De Angelis) e la Miglior attrice (Pina Turco), il film Il Vizio della Speranza, evidenzia la lotta per la vita pur nell’estremo degrado delle periferie urbane. Il film inizia con un’immagine straziane: il corpo di una bambina tramortita da un brutale stupro galleggia sull’acqua del mare nell’ abito bianco della prima comunione e viene ripescato dall’ex giostraio, Pengue (Massimiliano Rossi). Segnata dall’abuso sessuale che ha compromesso la sua capacità di generare, Maria (Pina Turco) per sopravvivere aiuta una pappona tossica, Zia Maria (Marina Confalone), traghettando sul Volturno prostitute nigeriane che affittano l'utero per denaro. Accorgendosi di essere incinta, un giorno Maria ha un improvviso risveglio di coscienza e aiuta Fatima che vuole tenere per sé il suo bambino. Costretta a fuggire, si nasconde nella casa delle prostitute nigeriane: viene scoperta e tenuta prigioniera da Zia Maria che prevedendo la sua morte dopo il parto, vuole impadronirsi del bambino per i suoi loschi traffici. Maria lotta con tutte le sue forze per salvare suo figlio e vi riesce con l’aiuto di Pende che durante il parto prega Dio con tutta l’anima affinché Maria non muoia. Il film è stato girato nella zona di Castel Volturno dove negli anni ’60 i fratelli Coppola realizzarono il progetto edilizio Pinetamare (a nord di Napoli), finito poi nell’abusivismo e nel degrado, terra di emarginati, migranti e criminali. Edoardo De Angelis l’aveva già scelta per altri due film Mozzarella Stories e Indivisibili, seguendo l’esempio di Matteo Garrone che qui girò scene di Gomorra e del recente Dogman. Insomma il Villaggio Coppola diventa periferia degradata generica che rappresenta in fondo tutte le zone suburbane abbandonate a se stesse. Nelle note di regia, De Angelis ha scritto che ”Castel Volturno, nell’organismo della nazione, è un organo secondario, è la milza d’Italia. Se lo asporti, sopravvivi lo stesso. Eppure, tra i secondari, la milza è l’unico a essere collegato all’organismo attraverso vasi sanguigni, vene e arterie. Inoltre, combatte le infezioni ematiche ed è un buon serbatoio di sangue”. Il film è ricco di simboli: il nome stesso della protagonista, Maria, la scena finale della nascita di suo figlio, simile ad un presepe, in qualche modo rappresentano la voglia di rinascita e speranza. Anche il desiderio di libertà appare chiaro nella bella scena di un cavallo nero che galoppa lungo la riva del mare. In una luce triste e crepuscolare si aggirano personaggi di un mondo in penombra (fotografia di Ferran Parede) dove napoletani e neri riescono a convivere tra eventi drammatici, ritmi africani e antiche canzoni popolari (musiche di Enzo Avitabile), un'integrazione che nasce dalla solidarietà tra gli umili, ben descritta da atmosfere e dialoghi(sceneggiatura di De Angelis e Umberto Contarello). Giovanna D’Arbitrio
FILM FAHRENHEIT 11/9
post pubblicato in diario, il 6 novembre 2018
Sul canale televisivo LA7, il 5/11, alle ore 21,15, è andato in onda il film documentario di Michael Moore Fahrenheit 11/9, già apparso sul grande schermo per soli tre giorni a partire dal 22 ottobre. L'anteprima in esclusiva su LA7, senza dubbio, ha coinvolto un più ampio numero di spettatori informandoli in modo dettagliato su Trump prima delle elezioni di midterm che si terranno il 6 novembre 2018. Mentre negli Usa i cittadini si apprestano a votare, in effetti, LA7 con il documentario ha rivelato quali siano secondo Moore i fattori che hanno condotto all'elezione di Donald Trump. Presentato al recente Festival del Cinema di Roma 2018, il film è stato definito come “un affresco liberale e anticonservatore che non prende di mira solo l’amministrazione degli Stati Uniti, ma anche le politiche dei Democratici e dei Repubblicani che hanno portato all’attuale situazione politica” . Dopo Fahrenheit 9/11, film sul tragico attentato alle Torri Gemelle (vincitore della Palma d’Oro a Cannes2004), Michael Moore in Fahrenheit 11/9 focalizza la sua attenzione sulla vittoria di Donald Trump alle elezioni del 2016 Il nome Fahrenheit fa riferimento al libro di Ray Bradbury, Fahrenheit 451, la temperatura alla quale i libri bruciano e con essi anche la libertà. S’ ispirò al libro anche François Truffaut nel suo omonimo film. Il documentario inizia il 9 novembre 2016 con la nomina di Trump a Presidente degli USA, definito sulla locandina del film "tiranno, bugiardo e razzista”. Secondo il regista desta meraviglia il successo di Trump che all’inizio della campagna elettorale non godeva di molti consensi. Con amarezza, anche se in modo ironico, Moore evidenzia gli errori della campagna elettorale del Partito Democratico, considerato il vero responsabile della vittoria di Trump. Per mettere in rilievo il malgoverno di politici corrotti e senza scrupoli, in aggiunta il regista si sofferma sui gravi problemi dell'acqua di Flint, contaminata dal piombo che ha arrecato danni alla salute di migliaia di bambini nel Michigan. Infine Moore si chiede se gli Usa potranno mai uscire dall’attuale situazione politica e auspica un riscatto nazionale realizzabile forse con l’impegno dei movimenti giovanili, come quelli sorti dopo il massacro alla Marjory Stoneman Douglas High School che chiedono un maggior controllo sull’acquisto di armi per uso personale. Colpisce la parte iniziale del film in cui si afferma che, benché in USA il numero di democratici e progressisti superi quello dei repubblicani, il sistema elettorale li penalizza a causa del principio “the winner takes all” (il vincitore prende tutto), principio secondo il quale il numero di delegati predomina sulla quantità di voti espressi dal popolo. Così è accaduto che Hilary Clinton non sia diventata presidente, anche se aveva avuto più voti espressi dal popolo, rispetto a D. Trump. Ecco un intervista al regista: https://www.youtube.com/watch?v=pVaRvMpU8d0 Giovanna D’Arbitrio
NAPOLI- PRESENTAZIONE DEL LIBRO "L'ALTRO RADICALE"
post pubblicato in diario, il 21 ottobre 2018
Il 18 ottobre 2018, alle ore 18,00, a Napoli, allo Spazio Guida in via Bisignano, 11, ha avuto luogo la presentazione del libro L’altro Radicale - essere liberali senza aggettivi (Guida editore) di Giuseppe Rippa con Luigi O. Rintallo. Sono intervenuti: Antonio Marulo (moderatore), Luigi Rintallo, Andrea Manzi, Paolo Macry (ordinario di Storia contemporanea all'Università Federico II), Biagio De Giovanni (professore di Filosofia Politica all'Università degli Studi l'Orientale di Napoli), Giuseppe Rippa (direttore di Quaderni Radicali e dell’Agenzia di Stampa on-line Agenzia Radicale), webmaster Roberto Granese. Prima di riferire sui temi del dibattito ci sembra interessante come viene descritto il libro dalla Casa Editrice Guida: “Partendo dalle ragioni dell'"alterità" del partito fondato da Marco Pannella, Giuseppe Rippa riflette sull'eclisse attuale dei radicali nello scenario italiano dopo la morte del leader nel 2016. È l'occasione per raccontare la propria esperienza politica dagli esordi nella Napoli degli anni Settanta alla situazione attuale, che a due anni dalle elezioni presidenziali negli Stati Uniti registra una svolta epocale dai contorni ancora indefiniti. Attraverso la carrellata di incontri ed eventi emerge con nitidezza l'analisi politica del direttore di «Quaderni Radicali» e «Agenzia Radicale», contraddistinta dal complesso rapporto con Pannella - a un tempo dialettico ma sempre improntato a lealtà - e dalla determinazione a concepire l'impegno civile come una ragione di vita irrinunciabile. Introduzione di Silvio Pergameno. Postfazione di Biagio de Giovanni”. Ritornando al dibattito, dopo una breve introduzione dell’ equilibrato moderatore, Atonio Marulo, la parola viene data a Luigi Rintallo secondo il quale il liberalismo non può essere considerato la causa scatenante di globalizzazione, turbocapitalismo e consequenziale crisi del 2008, in quanto non hanno in sé niente di liberale, come viene sottolineato anche nel libro, ideato dopo la morte di Pannella per ricostruire l’alterità dei radicali, nonché quella dello stesso Rippa. Dagli anni ’70 si arriva ad oggi con una serie di riflessioni che diventano un manifesto politico, non solo memoria del passato, una proposta politica per il futuro dal momento che dal’92 predomina l’antipolitica, con una frammentazione orchestrata dal Potere dominante che preferisce manipolabili ribelli ai riformatori che propongono reali cambiamenti. L’esigenza di ritornare alla vera politica era già presente nel loro libro del ’93, “Hanno ammazzato la politica”. A questo punto Marulo passa la parola ad Andrea Manzi che definisce il libro “molto complesso”: essere liberali senza aggettivi è difficile, in particolare oggi per la crisi attuale dell’Italia, un paese “fermo” in condizioni drammatiche. Rippa, comunque, ha il merito di estendere la sua visione oltre i confini, pur lottando sempre per i diritti umani e civili. In effetti i radicali in tutte le loro battaglie hanno cercato di introdurre nuove norme o di modificare quelle esistenti con una chiara visione della legge. Secondo Manzi spesso si parla di crisi della democrazia liberale della quale non esistono esempi riscontrabili nella realtà (tranne forse negli USA): liberalismo e democrazia sono due cose diverse secondo li, in quanto il primo è atteggiamento etico-politico mentre la democrazia ha un carattere prettamente politico. Drammatica appare oggi la cattiva manutenzione della democrazia anche per colpa dei liberali, secondo “The Economist” che rileva una mancanza di azione incisiva dei liberali (perfino nel caso dei migranti), per una crisi dei valori liberali. Secondo Paolo Macry, tutto parte dalle campagne referendarie degli anni ’70, alcune vinte altre perse, battaglie difficili in un’Italia clericale e martoriata da eventi drammatici, come ad esempio il caso Moro, battaglie costruite anche con l’appoggio della sinistra, col “passa parola” e con costruttive insperate sinergie, come quella con Scalfari e l’Espresso. Anche nelle sconfitte, tuttavia, i radicali si garantiscono uno “zoccolo duro”, un 15% -20% di adesioni anche su temi molto difficili, avvalendosi di una piccola classe dirigente competente e colta che fa discorsi nuovi. Battaglie per i diritti civili, fatte per affermare lo stato di diritto e la democrazia liberale, battaglie fatte per l’informazione, con Radio Radicale, nata a metà anni ’60 sul criterio di “conoscere per deliberare”. Preoccupano oggi le forze illiberali, ma bisogna sperare di far sentire una voce diversa, come hanno fatto i radicali con Pannella e una classe dirigente intelligente che è riuscita a rompere la “crosta del senso comune”, mettendo in campo “valori non negoziabili”. La parola passa poi a Biagio De Giovanni, autore della post prefazione, che dichiara in modo netto e conciso che siamo “alla fine di un mondo”, fine nella quale siamo tutti coinvolti. Allora volgiamo lo sguardo al passato quando esistevano i grandi partiti di massa, fenomeno non solo italiano ma europeo, contrassegnato da una tensione dialettica alla quale partecipavano anche i radicali, mai stati un partito, bensì una costellazione diretta da Pannella, crollata quando sono scomparsi i grandi partiti, le grandi culture che hanno fondato la democrazia di massa nel dopoguerra. Nel periodo delle battaglie referendarie, in effetti, anche il partito comunista è stato positivamente coinvolto. Nel 1989 poi cambia la struttura del mondo con la globalizzazione, in Europa all’inizio interpretata come una premessa per unificare il mondo ed estendere la democrazia, ma non è stato così: l’Europa si sta disgregando sotto l’ avanzata di destre estremiste e populismi (vedi Brexit e una Germania sempre più debole). Assistiamo all’agonia della democrazia rappresentativa e al sorgere di democrazie illiberali, una crisi non solo europea, ma mondiale. Un’opposizione vera può venire solo dalla Cultura, poiché ora occorrono nuovi strumenti per una svolta. Il passato non ritorna, chiediamoci piuttosto da dove ripartiamo per uscire dall’attuale caos mondiale e dalle democrazie illiberali. Basti pensare alle parole di Salvini durante il suo recente viaggio in Russia, nazione in cui si sente “a proprio agio”, nazione in cui si ammazzano gli informatori e dove regna il dispotismo. Speriamo che si risvegli la Cultura per mettere a tacere una trionfante sottocultura becera e rozza. Conclude il dibattito Giuseppe Rippa riassumendo i temi trattati dai vari interlocutori e partendo dagli anni ’70 quando Napoli era un avamposto delle battaglie civili. Pur condividendo le idee di Biagio De Giovanni, egli mette in evidenza i costanti sforzi dei radicali nel cercare interlocutori anche negli altri partiti (in particolare la DC di Fanfani e PC) per le loro difficili battaglie nel difendere la cultura liberale, la vera democrazia, lo Stato di diritto e l’informazione corretta. L’attacco alla parte deleteria della partitocrazia è stata fatta con i referendum. Il libro “Hanno ammazzato la politica” aveva in sé il presagio della fine di una costruttiva dialettica e l’inizio di un’informazione sempre più scorretta. Il declino dei partiti è oggi evidente nei discorsi dei politici, inclusi quelli del PD che ha perso continuamente pezzi. Insomma bisogna lavorare sulla “società delle conseguenze”, in cui vanno scomparendo tutti gli spazi di confronto e dialogo, mentre trionfano o ignoranza, incompetenza, disinformazione: una catastrofe alla vigilia delle elezioni europee per il predominio di sovranismi e populismi. Un dibattito davvero interessante, in cui finalmente abbiamo potuto apprezzare il tono colto ed elevato del confronto tra persone intelligenti che con sincerità, signorilità e competenza hanno analizzato un lungo periodo storico dagli anni ’70 ad oggi, toccando numerosi temi con discorsi “di qualità”, quella qualità culturale che purtroppo oggi scarseggia, come giustamente ha rilevato B. De Giovanni, auspicando un ritorno alla vera Cultura. Giovanna D'Arbitrio
"L'AMICA GENIALE", di ELENA FERRANTE
post pubblicato in diario, il 8 ottobre 2018
I primi due episodi della serie televisiva tratta dalla nota quadrilogia di Elena Ferrante, sono apparsi sul grande schermo in questi giorni, riscuotendo un notevole successo. Ricordiamo che nel 2011 fu pubblicato il primo volume del ciclo L'Amica Geniale, seguito dai libri Storia del nuovo cognome, Storia di chi fugge e di chi resta, Storia della bambina perduta. (Ed.e/o). Nel 2017 la televisione statunitense HBO annunciò poi la produzione di una serie televisiva in otto puntate basata sui suddetti libri (prodotta da RAI Cinema e Fandango), recitata in lingua napoletana con sottotitoli in inglese. I primi due episodi sono tratti dal primo volume che descrivono l’infanzia e l’adolescenza di due bambine, Elena (Elisa del Genio), e Raffaella (Ludovica Nasti), in un quartiere povero di Napoli negli anni ’50, dove è racchiusa tutta la loro vita, tra giochi con le bambole, scuola e famiglia, litigi tra familiari e i loro vicini, violenze del “guappo”, Don Achille. Molto intelligente, ribelle e decisa, Lila desta l’ammirazione di Lenù che diventa sua amica e la segue in tutte le sue audaci iniziative. Purtroppo con la fine della scuola elementare sono costrette a separarsi: il padre di Lila, calzolaio povero e maschilista, non le consentirà di proseguire gli studi, mentre il padre di Lenù, usciere comunale, permetterà alla figlia di continuare a studiare. I loro percorsi comunque continueranno ad intrecciarsi per tutta la vita e in futuro verranno poi descritti da Elena in un libro, specchio dei loro sogni, amori, inganni, rotture e ricongiungimenti, in particolare del loro coraggio nel sottrarsi a patriarcale sottomissione, maschilismo e degrado socio-culturale. Il primo volume, così come il film, si apre con il prologo, Cancellare le tracce, in cui il figlio di Lila chiede invano aiuto a Lenù, ormai anziana, qualche notizia per ritrovare la madre scomparsa. La narrazione poi continua con i ricordi di Lenù (voce narrante: Alba Rohrwacher ) ed è condotta da lei stessa in prima persona. Vengono alla luce così tanti personaggi, descrizioni di ambienti e usanze di una Napoli anni ‘50 e via via nei libri successivi scorrono tanti eventi storici fino ai nostri giorni: un excursus emozionante e coinvolgente per i napoletani di una certa età, come la sottoscritta che ben ricorda il passato, in particolare gli anni ’60 quando come insegnante toccò con mano i problemi della dispersione scolastica in certi quartieri napoletani “a rischio”. Secondo la descrizione della casa editrice la quadrilogia “comincia seguendo le due protagoniste bambine, e poi adolescenti, tra le quinte di un rione miserabile della periferia napoletana, tra una folla di personaggi minori accompagnati lungo il loro percorso con attenta assiduità. L'autrice scava intanto nella natura complessa dell'amicizia tra due bambine, tra due ragazzine, tra due donne, seguendo passo passo la loro crescita individuale, il modo di influenzarsi reciprocamente, i buoni e i cattivi sentimenti che nutrono nei decenni un rapporto vero, robusto. Narra poi gli effetti dei cambiamenti che investono il rione, Napoli, l'Italia, in più di un cinquantennio, trasformando le amiche e il loro legame. E tutto ciò precipita nella pagina con l'andamento delle grandi narrazioni popolari, dense e insieme veloci, profonde e lievi, rovesciando di continuo situazioni, svelando fondi segreti dei personaggi, sommando evento a evento senza tregua, ma con profondità e potenza.. Altri romanzi arriveranno poi per raccontarci la giovinezza, la maturità, la vecchiaia incipiente delle due amiche”. Nella trasposizione cinematografica, senz’altro notevole la sceneggiatura di Elena Ferrante, Francesco Piccolo, Laura Paolucci, Saverio Costanzo il quale con la sua abile regia, inoltre, è riuscito a dar corpo a Lenù e Lila con due piccole bravissime attrici non professioniste, Elisa Del Genio (Elena) e Ludovica Nasti (Lila), ricostruendo la storia a Caserta, vicino Napoli che è l’ altra protagonista del racconto, una città descritta in tutti i suoi contrasti, tra splendore, miseria, catastrofi naturali (terremoto dell’ ’80,) sullo sfondo di un'Italia tormentata da drammi di tutti i generi dal dopoguerra fino ai nostri giorni. Si ritiene che la scrittrice Elena Ferrante, nata e cresciuta a Napoli, si nasconda dietro uno pseudonimo, per cui varie ipotesi sono state avanzate sulla sua vera identità, tra le quali forse la più accreditata è quella centrata su Anita Raja, traduttrice e saggista partenopea. Dal suo primo romanzo, L'amore molesto (1992) fu tratto l'omonimo film di Mario Martone e da I giorni dell'abbandono (2002) è stata realizzata la pellicola omonima di Roberto Faenza. Giovanna D’Arbitrio
FILM "UN AFFARE DI FAMIGLIA"
post pubblicato in diario, il 18 settembre 2018
Premiato al Festival di Cannes 2018 Un affare di famiglia, diretto da Hirokazu Kore’da , anche in Italia sta riscuotendo successo di critica e del pubblico più sensibile ai temi sociali. Il titolo scelto a livello internazionale è Shoplifters (Taccheggiatori), poiché si fa allusione ai piccoli furti che alcuni personaggi compiono nei supermercati, poveri esseri umani che vivono In un umile appartamento, non uniti da legami di sangue, ma che hanno scelto di vivere insieme. Poveri, ma ricchi di umanità, affrontano la vita, vivendo ai margini di una società indifferente ai loro problemi: Nobuko (Sakura Ando)fa da madre mentre il compagno Osamu fa da capofamiglia(Lily Frankly), lavorando come muratore e rubando anche cibo e oggetti vari nei negozi insieme a Shota (Jyo Kairi) un ragazzino abbandonato e da lui trovato in un’auto parcheggiata, Hatsue Shibata (Kirin Kiki),lasciata dai figli, fa da nonna al gruppo offrendo la sua pensione, Aki (Mayu Matsuoka)è una studentessa che lavora anche in un peep-show, infine c’è Juri (Miyu Sasaki), una dolce bimba trovata da sola in strada, denutrita e maltrattata dai veri genitori. In Un affare di famiglia il regista, pur continuando ad affrontare il tema dei rapporti familiari come aveva già fatto in Little Sister, Father and Son e Ritratto di famiglia con tempesta, sposta tuttavia la sua attenzione dalla famiglia tradizionale unita da legami di sangue, al tema dello stare insieme per scelta. Purtroppo drammi del passato e verità nascoste del presente vengono alla luce dopo la morte della nonna: gli adulti vengono catturati e incriminati. Nobuko, incensurata, si sacrifica addossandosi tutte le responsabilità e così viene condannata a cinque anni di carcere. Shota è affidato ai servizi sociali, Yuri è costretta a ritornare a casa dai genitori biologici che continueranno a maltrattarla. La narrazione, lenta nella prima parte, diventa senz’altro più interessante e significativa nella seconda, affrontando con delicatezza e ironia non solo il tema dei rapporti familiari, ma denunciando anche in modo forte la falsa morale di una società ipocrita dove i più deboli soccombono, in particolare i bambini. “La prima cosa che mi è venuta in mente è stata la frase: 'Solo i crimini ci tenevano uniti'- ha dichiarato il regista in un’intervista- In Giappone, reati quali frodi alle pensioni e incoraggiamento al taccheggio da parte dei genitori sono severamente criticati. Ed è giusto che lo siano ma mi domando perché la gente si infuria tanto per quelle infrazioni minori a quando reati ben più gravi restano impuniti. Soprattutto dopo il terremoto del 2011, non mi trovavo a mio agio con quelli che continuavano a dire che i legami familiari sono importanti. Così decisi di approfondire l'argomento raccontando una famiglia legata dal crimine". Giovanna D’Arbitrio
"MINECRAFT": lati positivi e negativi
post pubblicato in diario, il 13 luglio 2018
Secondo le aziende di video ricerche Newzoo e Octology, Minecraft è senz’altro il video gioco più popolare su YouTube soprattutto tra i ragazzi dai 7 anni in su : solo nel marzo 2015 ha fatto registrare più di 3.9 bilioni di views. A quanto pare lo sviluppo di Minecraft è cominciato attorno al 10 Maggio 2009. La data ufficiale di rilascio di Minecraft è stata il 18 Novembre 2011 e in seguito il 15 Settembre 2014, la Mojang AB e tutti i suoi prodotti (incluso Minecraft) sono stati comprati dalla Microsoft Purtroppo molti genitori non hanno capito di cosa si tratti ed è quindi opportuno spiegarlo in breve: Minecraft è un gioco dove si scava (mine) e costruisce (craft) con diversi tipi di blocchi 3D, all’interno di un grande mondo di diversi terreni e habitat da esplorare, dove si va al lavoro, si scelgono materiali, si costruiscono utensili, si superano difficoltà. A seconda della modalità del gioco prescelte, si può lottare per la sopravvivenza contro fame, pericoli ed esseri malvagi. Può essere giocato in modalità single o multiplayer insieme ad amici o genitori. Con Minecraft si possono costruire cose davvero complesse con differenti modalità di gioco: quella definita creative, dove si può esplorare e costruire, e la survival, nella quale bisogna combattere per sopravvivere agli attacchi di zombie e mostri, chiamati MOB. Minecraft: Story Mode, per i più grandi offre invece story line cioè, personaggi e una trama per i ragazzi che preferiscono la narrazione. In tutto ci sono quattro livelli di difficoltà: pacifica, facile, normale, difficile. Minecraft viene utilizzato anche come strumento didattico per insegnare fisica, storia, chimica, inglese e geometria. È stata creata, infatti, una versione Education rivolta agli insegnanti allo scopo di rendere le lezioni più interattive. Esistono numerosi tutorial on line, poiché il gioco può essere anche piuttosto difficile. Non tutti i video di YouTube, inoltre, sono adatti ai bambini più piccoli. Nella modalità di gioco estrema (hardcore mode) il gioco può essere davvero raccapricciante : la morte è sempre presente . Bec Oakley ha fondato MineMum, un blog per aiutare i genitori in difficoltà ed ha affermato in un programma sulla BBC che “bisogna insegnare ai bambini ad usare Minecraft in n modo costruttivo e non deleterio, riconoscendo il momento in cui si ha bisogno di una pausa e stabilendo utili regole per gestirlo”. Da evidenziare che ci sono seri studi sugli effetti dei video game sul cervello dei ragazzi. Fin dai primi anni ’90 alcuni scienziati hanno messo in evidenza che i video game stimolano solo regioni del cervello che controllano visione e movimento e ne influenzano negativamente altre responsabili di comportamento, emozioni, apprendimento. Studi specifici su Minecraft, come quelli illustrati da Jun Lee e Robert Pasin in un articolo su Quartz Magazine, mettono in guardia i genitori sulla presunta sollecitazione della creatività attribuita al gioco, poiché anche se “ i ragazzi possono esplorare e costruire nuovi mondi con grande precisione, in realtà combinazioni, strumenti e materiali sono forniti in un programma in cui essi hanno solo il compito di completare le costruzioni con strutture sempre più complesse”. I ragazzi messi sotto osservazione, inoltre, hanno affermato di sentirsi tesi e nervosi dopo lunghe sessioni Minecraft. Purtroppo è innegabile che tale gioco possa creare dipendenza: i ragazzi giocano per ore senza stancarsi. Di estrema importanza è dunque insegnare ad autoregolarsi con l’aiuto di un timer o un parental control. Senza dubbio maggiore è il rischio di dipendenza per i bambini più fragili a livello psicologico, per quelli più tristi e insoddisfatti a causa di difficili situazioni familiari, scolastiche o comunque legate al background socio-culturale. In tal caso il gioco rappresenta una sorta di fuga dalla realtà, una compensazione dell’infelicità loro inflitta. Concludendo, ci sono senz’altro sia lati positivi che negativi e quindi Minecraft va gestito con attenzione, poiché bambini e adolescenti videodipendenti possono restare inchiodati per ore ed ore davanti a computer, ipad o smartphone, completamente avulsi dalla realtà, totalmente dimentichi di compiti scolastici, doveri, bisogni primari o altre attività ludiche, sempre più lontani da contatti umani, giochi con gli amici nei parchi e passeggiate all’ aria aperta. Giovanna D’Arbitrio
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