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INDIGNATI
post pubblicato in diario, il 14 ottobre 2011

C’era una volta un’Italia che credeva di essere un paese indipendente, c’era  una volta un popolo che dopo aver subito un’atroce guerra mondiale e una sanguinosa guerra civile, fu capace di elaborare una Costituzione che garantisse diritti umani e civili, libertà e democrazia.

C’erano una volta gli Italiani che desideravano ardentemente ricostruire il loro paese su basi diverse, lottando insieme con il sudore della fronte del lavoro onesto, per una società più giusta ed equa.

Era un’Italia povera in cui anche nelle buone famiglie borghesi si spaccava la lira: noi, i bambini degli anni ’50, avevamo un paio di scarpe per l’inverno e uno per l’estate, scarpe che non venivano buttate nella spazzatura, ma anno dopo anno erano risuolate e utilizzate dai fratelli più piccoli, così per i vestiti, i giocattoli e quant’altro.

 Le strade di Napoli erano pulite e le acque del nostro mare erano limpide: gli spazzini facevano la raccolta “porta a porta”.  Si ascoltava la radio e, quando arrivò la televisione, ci si riuniva in casa di amici per stare insieme e vedere pochi programmi, ma di “qualità”. Avevamo una gran fiducia nel progresso scientifico e tecnologico e da esso ci aspettavano una vita migliore.

I racconti degli adulti sulla guerra ci facevano inorridire e dentro di noi nacque un forte desiderio di pace e non violenza, di valori democratici e rispetto per gli altri. Tra mille difficoltà e lotte quotidiane, abbiamo superato anni difficili, condiviso gli ideali positivi degli anni ’60, quelli di Gandhi, M. L. King, J. Kennedy, Papa Giovanni XXIII, abbiamo rischiato di saltare in aria in treni, aerei, banche, strade e piazze durante gli “anni di piombo”, siamo rimasti sconvolti per l’uccisione di Moro, di Falcone e Borsellino, di tanti che si batterono per preservare i valori essenziali nei quali si deve radicare un paese civile.

 Siamo usciti “vivi” in tutti i sensi da quelle esperienze e sempre pronti a sperare, ma oggi  ci sentiamo davvero confusi e indifesi in questo mondo globalizzato dove i singoli stati, soprattutto quelli più deboli, sembrano aver perso la propria indipendenza, subordinati ad un potere economico internazionale che si avvale di agenzie di rating le quali piombano come falchi su paesi in difficoltà condizionandoli nelle scelte politiche ed economiche, paesi ricattati in modo crescente da strategie che favoriscono investimenti  nel terzo mondo e nei paesi emergenti, dove si possono realizzare alti profitti senza rispettare regole. Per completare l’opera poi, in Occidente, guarda caso, si chiedono sempre sacrifici alle classi sociali più bisognose e si taglia su scuola, cultura occupazione, pensioni, sanità, ambiente, compromettendo sempre più il futuro dei giovani.

E ancora una volta nella storia i giovani sono scesi in piazza, ancora una volta essi  sono “indignati” contro scelte guidate da un egoistico potere, oggi più forte e globalizzato, che consente speculazioni economico- finanziarie di ogni genere sulla pelle dei più deboli. Questi giovani ora purtroppo hanno perso ogni fiducia nella politica e fanno di ogni erba un fascio, poiché anche le connotazioni politiche sono saltate, grazie alle politiche internazionali che sostengono governi, partiti e ” Yes men”,  pronti  a prostrarsi davanti al dio danaro.

Quando Obama fu eletto invocò “ regole”  internazionali e condivise contro tutto ciò, ma anch’egli adesso appare in qualche modo condizionato e costretto a rinunciare in parte ai suoi obiettivi. Siamo lontani dall’entusiastico e fiducioso “Yes, we can”.  Fitch, Moody’s,  Stanfard & Poor’s non hanno risparmiato nemmeno gli USA, oltre a colpire l’Europa.  Le proteste della gente  davanti a Wall Street ne sono una dimostrazione.

Gli “indignati” aumentano in tutto il mondo e… non sono solo giovani. Il sociologo francese, Alain Touraine, nel suo libro “Aprés la Crise” auspicò qualche anno fa il sorgere di numerosi movimenti in difesa di diritti umani e civili, libertà e democrazia, per una più ampia presa di coscienza dei problemi attuali attraverso un costante confronto con gli altri.

Si sta ora forse verificando ciò che egli si augurò?  Speriamo solo che la protesta non degeneri in violenza e serva a favorire una svolta a livello mondiale e di conseguenza nazionale, restituendo agli stati la loro piena autonomia.

Giovanna D'Arbitrio

 

   

 

 

 

 

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