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FILM "LA PAZZA GIOIA"
post pubblicato in diario, il 25 maggio 2016
Dopo il successo del film “Il Capitale Umano”, Paolo Virzì torna sugli schermi con una nuova opera, “La Pazza Gioia”, che sta riscuotendo molti consensi di critica e di pubblico. Diretto e scritto insieme a Francesca Archibugi, il film racconta la storia di Beatrice Morandini Valdigrana (Valeria Bruni Tedeschi), logorroica e ricca signora borghese, e di Donatella Morelli (Micaela Ramazzotti), giovane madre “coatta”, molto depressa e infelice per essere stata allontanata dal figlio, dato in adozione ad una famiglia benestante: due povere donne fragili e sfortunate, la cui vita è stata segnata dalla mancanza d’amore di genitori, di mariti e di amanti. Si incontrano e diventano amiche a Villa Biondi, un istituto in cui si praticano terapie di recupero per donne affette da disturbi mentali, in custodia giudiziaria per reati commessi in uno stato alterato di coscienza. Anche se molto diverse l’una dall’altra, sono entrambe animate da un gran desiderio di libertà e di voglia di vivere malgrado i loro gravi problemi. E così un giorno eludendo la sorveglianza di medici ed infermieri, riescono a fuggire iniziando un viaggio per darsi “alla pazza gioia”. Nel corso di rocambolesche avventure e drammatiche ricerche per ritrovare il figlio di Donatella, alcuni flash sugli squallidi personaggi della loro vita passata fanno intuire le cause del loro disagio psichico. Nella parte finale del film, benché segnata dal ritorno di Beatrice e Donatella a Villa Biondi, il regista fa intravedere una possibilità di guarigione e di ritrovati affetti. Pur avendo le caratteristiche di un road movie che ricorda “Thelma e Louise” di Ridley Scott per i riferimenti alla condizione femminile e al tema della libertà, il film si muove nell’ambito della tradizione della commedia all’italiana di cui Virzì si mostra degno erede, abile nel fondere aspetti comici e drammatici ai quali aggiunge in quest’opera una particolare capacità nell’introspezione psicologica di un mondo tutto al femminile. Ottima la scelta di V. B. Tedeschi e M. Ramazzotti, magistrali interpreti dei due personaggi principali. In un’intervista rilasciata a Cannes, dove il film è stato presentato nella sezione “Quinzaine des Réalizateurs” che propone il cinema più innovativo, Il regista ha spiegato come gli è venuta l’idea di far recitare in un film sua moglie, Micaela, e Valeria: ““Il 4 marzo del mio compleanno del 2013 –ha detto Virzì– Micaela arrivò sul set del film Il Capitale Umano, a mia insaputa, e da lontano la vidi per mano a Valeria Bruni Tedeschi. Si incontravano anche loro per la prima volta e Valeria la stava guidando dal campo base fino verso il capannone del catering. Le ho viste per la prima volta insieme e ho pensato: ma guarda come sono buffe, belle e strane quelle due insieme. Forse quello è stato il giorno in cui è scoppiata una delle prime scintille che mi ha portato poi a fare questo film". Ci sembra giusto, infine, ricordare alcuni film di successo di Paolo Virzì, come Ovo Sodo, Baci e Abbracci, Caterina va in città, Tutta la vita davanti, La prima cosa bella, Il Capitale umano. Giovanna D’Arbitrio
FILM "PERFETTI SCONOSCIUTI"
post pubblicato in diario, il 16 febbraio 2016
Il nuovo film di Paolo Genovese, “Perfetti Sconosciuti”, ancora una volta evidenzia l’interesse del regista per fatti e aspetti della nostra epoca nel seguire comunque la tradizione della commedia all’italiana, come aveva già fatto in Immaturi, Una famiglia perfetta, Tutta colpa di Freud, Sei mai stato sulla luna? La trama questa volta è centrata sulle storie di quattro coppie che s’incontrano per ammirare insieme un’ecclissi lunare: Rocco ed Eva (Marco Giallini e Kasia Smutnjak),genitori preoccupati per i problemi della figlia adolescente, invitano a cena Bianca e Cosimo (Alba Rohrwacher, Edoardo Leo), sposati da poco, Lele e Carlotta (Valerio Mastandrea, Anna Foglietta), in crisi dopo anni di matrimonio, Peppe (Giuseppe Battiston), il quale arriva senza la nuova compagna che gli amici desiderano conoscere. Durante la cena, Eva (psicologa) propone un gioco: tutti dovranno mettere i cellulari sul tavolo per ascoltare in “viva voce” telefonate o leggere sms. Il passatempo degenera e si trasforma in una sorta di massacro psicologico che svela segreti e bugie, con colpi di scena finali in cu i vecchi amici si trasformano quasi in “perfetti sconosciuti”. Sotto accusa sembra essere il cellulare, diventato “la scatola nera della nostra vita”, al quale affidiamo con superficialità quel lato oscuro dell’ anima, un tempo tenuto segreto, causando spesso sofferenze e ulteriori squilibri in rapporti affettivi già compromessi e instabili. In realtà, come ha spiegato lo stesso regista in alcune interviste, il vero problema oggi non è tanto rappresentato da cellulari e nuove tecnologie in sé, ma dall’uso che in genere se ne fa, spostando l’attenzione da rapporti comunicativi reali a quelli virtuali, affidando a un tablet non solo aspetti positivi della vita quotidiana, ma anche quelli negativi, come insoddisfazioni, frustrazioni e lati oscuri che purtroppo vengono tutti registrati e spesso non cancellati. Nel sottotitolo del film si legge la frase dello scrittore G.G. Márquez: “Ognuno di noi ha tre vite: una privata, una pubblica, una segreta”, ma oggi a quanto pare quella segreta non lo è più, soprattutto per colpa nostra, per la nostra superficialità. Alla fine comunque la “verità” viene fuori nel film e, anche se essa può essere dolorosa, è preferibile alle bugie, alle “maschere” che impediscono rapporti sinceri tra le persone: amicizia e amore sono valori troppo importanti che vanno tutelati in ogni momento della vita. Ci sembra opportuno sottolineare, con un po’ di ironia, che il contesto della “cena” tra amici, sia a teatro che a cinema, è stato più volte sfruttato e…. non porta fortuna ai personaggi, dalla lontana “Cena delle beffe” di Blasetti (tratto dal dramma di Benelli), a “Metti una sera a cena” di G. Patroni Griffi, a “Il fascino discreto della borgesia” di Buñuel, a “Indovina chi viene a cena” di S. Kramer, fino alle più recenti opere, come “La cena dei cretini” di Veber, “La cena per farli conoscere” di p. Avati, “Carnage” di Polanski”, “Il nome del figlio” di F. Archibugi, tratto dal film francese “La cena tra amici” (a sua volta ispirato alla pièce teatrale “Le Prenom”) e così via. Un film comunque da vedere quello di Genovese che si avvale di bravi interpreti, una buona sceneggiatura(P. Genovese. F. Bologna, P. Costella. P. Mannini, R. Rovello) e di una bella canzone di Fiorella Mannoia che ha lo stesso titolo del film. Giovanna D’Arbitrio
FILM "GLI ULTIMI SARANNO ULTIMI"
post pubblicato in diario, il 16 novembre 2015
Massimiliano Bruno, attore, sceneggiatore, autore teatrale, nonché regista cinematografico, ritorna sugli schermi dopo aver riscosso notevole successo con “Nessuno mi può giudicare”, “Viva l’Italia”, “Confusi e felici”. Nel suo nuovo film “Gli ultimi saranno ultimi”, con stile tragicomico (a tratti più tragico che comico) focalizza la sua attenzione sull’Italia dei vinti, dei precari in balia di disumane politiche sul lavoro, gente onesta e volenterosa che si accontenta di bassi stipendi, costretta alla fine ad abbandonare un posto di lavoro (soprattutto se si è donne e per di più incinte), a rinunciare anche a “quel poco” che consente una vita dignitosa. Tratto dall’omonimo spettacolo teatrale di M. Bruno, il film ci racconta la storia di Luciana Colacci (Paola Cortellesi), donna mite e volenterosa che vive ad Anguillara, vicino Roma, dove le antenne di Radio Vaticana scaricano la loro potenza anche su oggetti di casa che diventano diffusori di messe e preghiere, oltre che di pericolose radiazioni. Luciana lavora in una fabbrica di parrucche come precaria in attesa di rinnovo di contratto: è lei che con il suo misero stipendio mantiene il marito (A. Gassman) del quale è molto innamorata, benché sia solo un simpatico cialtrone di bell’aspetto, pieno di idee bislacche per guadagnare danaro, ma refrattario a lavorare “sotto padrone” . Quando in fabbrica si viene a sapere che è incinta, subito viene licenziata e così per lei e il marito si apre un baratro economico seguito da crisi coniugale. Disperata e piena di debiti, la mite Luciana, stanca di subire soprusi, si ritrova con una pistola in mano con la quale cerca di riavere il posto di lavoro, mettendo in pericolo la sua vita e quella degli altri. Per fortuna la storia si conclude bene, malgrado ella venga ferita in modo lieve da Antonio, poliziotto veneto triste e mite, trasferito con disonore perché odia la violenza e non ama sparare con facilità(F. Bentivoglio). Alla fine ricordando la frase del Vangelo “gli ultimi saranno i primi”, Luciana si domanda quando ciò potrà avvenire. Per il regista dunque “gli ultimi rimangono ultimi” nell’attuale società e possono contare solo sulla solidarietà di buoni amici che nel film per fortuna ci sono. Ottimi caratteristi interpretano figure minori ben delineate, offrendo una variegata galleria di personaggi: Silvia Salvatori, Emanuela Fanelli, Giorgio Caputo e Marco Giuliani (gli amici), Diego Ribon (il sindacalista), Duccio Camerini (padrone di casa), Francesco Acquaroli (proprietario della fabbrica), Ariella Reggio (mamma di Antonio), Stefano Fresi (guardia giurata), Irma Carolina di Monte (la parrucchiera). Giovanna D’Arbitrio
FILM "A NAPOLI NON PIOVE MAI"
post pubblicato in diario, il 5 ottobre 2015
Di recente è apparso sugli schermi il film “A Napoli non piove mai” di Sergio Assisi, attore più noto in televisione che a cinema, il quale si cimenta con successo nel triplice ruolo di regista, sceneggiatore , nonché interprete in un’opera prima solare e fantasiosa sulla sua città. Il film racconta la storia di tre personaggi, ognuno condizionato da una particolare sindrome, i quali si conoscono per caso a Napoli, un incontro che avrà effetti imprevedibili sulle loro vite: Barnaba S. Assisi), affetto da sindrome di Peter Pan, pur avendo quasi 40 anni vive ancora con i genitori e rifiuta ogni proposta di lavoro, sognando di diventare un fotografo; Jacopo (Ernesto Lama), con sindrome dell’abbandono (lasciato in un cassonetto della spazzatura da neonato e poi dalla fidanzata sull’altare), maltrattato e offeso dal suo capufficio, tenta continuamente di suicidarsi; Sonia (Valentina Corti), pur soffrendo della sindrome di Stendhal con continui svenimenti alla vista di opere d’arte, continua a fare la restauratrice trasferendosi dal Nord a Napoli per lavorare su un affresco di una piccola chiesa. L’ amicizia e l’amore faranno miracoli e alla fine Barnaba, Sonia e Jacopo riusciranno a superare le rispettive sindromi e ad affrontare la vita con ottimismo e positività, come se ci fosse sempre il sole, poiché “tanto a Napoli non piove mai” e poi anche se dovesse piovere, “trovi sempre qualcuno che ti offre un ombrello”. In questa città anche i sogni sono importanti e vanno protetti, così “chi ha un sogno deve difenderlo” anche per dare un buon esempio agli altri. A quanto pare anche Sergio Assisi aveva un sogno e l’ha realizzato nel dirigere, scrivere ed interpretare questa commedia solare, ricca di archetipi e stereotipi rivisitati in chiave ironica, né volgare né stupida, con molti spunti a volte grotteschi e a volte allegorici (come l’immagine della mela che passa di mano in mano quasi a indicare un misterioso “filo” del destino che unisce i personaggi), con un cast di bravi attori tra i quali ricordiamo (oltre a quelli già citati), Nunzia Schiano (la perpetua, donna Concetta), Giuseppe Cantore (Padre Gennaro), Francesco Paolantoni (vigile del fuoco), Benedetto Casillo (il cicerone). In diverse interviste Assisi non ha nascosto la sua ammirazione per la scuola comica napoletana teatrale e cabarettistica di grandi interpreti del passato e del presente ed ha pertanto affermato: “Nel film sono disseminati omaggi a Totà, Eduardo, Massimo Troisi… Citazioni e ganci per il solo gusto di ricordare grandi napoletani che hanno portato la loro cultura nel mondo, senza vergognarsi, come fanno molti. Le musiche straordinarie di Louis Siciliano hanno quel quid quanto più vicino possibile al grande Pino. Scelte queste per far capire quanto sia orgoglioso di essere napoletano e appartenere a quella parte di Napoli per cui vale la pena esserlo”. Un film gradevole che pur stimolando riflessioni su tanti aspetti della vita, ci fa sorridere e ci dona finalmente un’immagine positiva di Napoli e dei suoi abitanti. Giovanna D’Arbitrio
"IL RESTO DELLA SETTIMANA", un libro sul calcio
post pubblicato in diario, il 22 marzo 2015
Dalle note biografiche di Maurizio De Giovanni, apprendiamo che è nato a Napoli nel 1958, dove vive e lavora. Ha vinto nel 2005 un concorso per “giallisti” esordienti con un racconto focalizzato sul personaggio del commissario Ricciardi che poi ha dato vita ad un ciclo di romanzi pubblicati da Einaudi: Il senso del dolore, La condanna del sangue, Il posto di ognuno, Il giorno dei morti, Per mano mia, Vipera (Premio Viareggio e Premio Camaiore). Nel 2012 è apparso Il metodo del coccodrillo (Mondadori,) nel 2013 sono stati pubblicati da Einaudi I bastardi di Pizzofalcone . Buio, In Fondo al tuo cuore nel 2014 e infine nel 2015 appare Il Resto della settimana (Rizzoli 2015), diverso dagli altri poiché si concentra sul mondo del calcio e dei tifosi napoletani. “Il resto della settimana” è diviso in 6 capitoli con i nomi dei giorni della settimana dal lunedì al sabato e significativi titoli e sottotitoli per ogni paragrafo che preparano il lettore al tema da trattare: 1) Lunedì- Passione e sfogliatelle (Elogio dei distinti - La presa di Torino); 2) Martedì -Salsicce e friarielli, padri e figli (Ti racconto il 10 maggio - Luiz torna a casa); 3) Mercoledì- Aroma di caffè, profumo di magia (il miracolo di Margherita); 4)Giovedì- Una sfogliatella dell’altro mondo (Lunga storia del gol più bello del Mondo); Venerdì - La Cappella dei Cappuccini (Atto di Fede); Sabato - Corna e cornetti (Il Colpo di fortuna). Tutto si svolge in un vecchio bar, quello di Peppe, dove pare che il tempo si sia fermato alla “Napoli di un tempo”, un piccolo locale dove, come in passato, si accendono non solo vivaci discussioni in attesa dell’Evento della domenica, ma si raccontano anche divertenti o toccanti storie di tifosi, legate alla “passione” del calcio e alle partite più belle del Napoli. Il “professore”, seduto in un angolo, ascolta e prende appunti per inserirle nel suo prossimo libro. Nella presentazione del testo si legge: “Il bar di Peppe è un minuscolo porto di mare nel ventre di Napoli. Uno di quei bar accoglienti e familiari, sempre uguali a se stessi, dove sfogliatelle e caffè sono una scusa per chiacchierare, sfogarsi, litigare e fare pace. Inferno o paradiso, dipende dal momento. Ma più di ogni altra cosa è il luogo ideale dove prepararsi all'Evento, quello che la domenica pomeriggio mette tutti d'accordo intorno a un'unica incontrollata passione. Alla cassa del bar c'è Deborah, rigorosamente con l'acca, ostentata come un titolo nobiliare che parla al cellulare sempre incastrato tra spalla e testa, mentre Ciccillo, il tuttofare di origine asiatica, è ovunque perché non si ferma mai. A uno dei tavolini siede invece il Professore, attento osservatore dei sentimenti umani, che a un passo dalla pensione ha deciso di scrivere un libro facile, che sappia parlare a tutti. Già, ma quale argomento può raggiungere il cuore e l'anima della gente? La risposta è sotto i suoi occhi, nella trepida attesa dell'Evento. Il resto della settimana è un vero romanzo sudamericano: è gioia e nostalgia, è la poesia di un sogno, è la celebrazione di un gioco. È un diario dell'emozione che uomini e donne vivono giorno dopo giorno e che calamita ricordi, ossessioni e amori. È come il caffè napoletano, una sintesi perfetta di gusto ed energia: ti colpisce forte e ti dà il coraggio per affrontare le avversità della vita, fuori dal bar”. Il testo di De Giovanni in effetti mette in rilievo gli aspetti positivi dei tifosi napoletani, i “malati, come egli li definisce: nel suo racconto non c’è violenza e degrado, ma solo sentimenti buoni come l’amicizia, un bel rapporto tra generazioni, ricordi che uniscono genitori e figli facilitando il dialogo malgrado i social network, divertenti riti scaramantici, magia, “napoletanità” sana che aggrega e non disgrega. Un autore davvero interessante Maurizio De Giovanni che in breve tempo è riuscito a farsi apprezzare da un numero crescente di lettori in Italia e all’estero, dove le sue opere sono state tradotte in varie lingue. Giovanna D’Arbitrio
FILM "IN SOLITARIO"
post pubblicato in diario, il 24 novembre 2013
           

Dopo il successo del film “Quasi Amici” i produttori e l’attore protagonista  sono di nuovo insieme nell’opera prima del regista Christophe Offenstein, “In Solitario”.

 

Questa volta François Cluzet interpreta il ruolo di uno skipper, Yann Kermadec, un grintoso vedovo sessantenne che lascia a casa la figlia Léa e la compagna Marie per realizzare il suo sogno di partecipare al Vendée  Globe,  sostituendo l' amico Franck Drevil (G. Canet), bloccato da un infortunio.

 

Durante la sua “solitaria” circumnavigazione del globo terrestre, Yann è costretto a fare una sosta a Capo Verde per riparare un danno alla barca e quando riparte scopre a bordo un clandestino, Mano Ixa (S. Seghir), un ragazzo nato in Mauritania che spera di arrivare in Francia per curarsi una grave malattia.  

 

All’inizio Yann è sbigottito e irritato: quella gara rappresenta per lui un sogno nel cassetto, per realizzarlo  si è allontanato perfino da Léa e Marie,  con le quali ora comunica teneramente solo mediante Skype.

 

Concentrato e determinato nel perseguire i suoi obiettivi, egli non vuol correre il rischio di essere squalificato. Quel viaggio intorno al mondo (metafora della vita), tuttavia, sarà pieno di imprevedibili esperienze  che lo indurranno a fare le ”scelte giuste” dopo un’intima e tormentata lotta con se stesso. Il film in effetti si concluderà con un finale a sorpresa, nel rispetto di valori umani, solidarietà, amicizia e…fair play.

 

Tra oceaniche, sconfinate distese, tramonti mozzafiato e  imponenti, gigantesche onde di spaventose tempeste, il film riesce ad unire azione, suspense, humour e riflessioni introspettive che scandagliano l’animo umano,  esaltando valori e sentimenti positivi con uno stile asciutto ed essenziale che non cade nel mélo, davvero sorprendente in un’opera prima.

 

Agli appassionati di vela e di competizioni, e non solo, il film regala due ore di emozioni  e di immersione nella natura selvaggia del mare. Un film da vedere per bravura degli attori, in particolare del sensibile F. Cluzet dal volto simpatico ed espressivo, per la sceneggiatura  di J. Cottin, C. Offenstein e T. Bidegain, la fotografia di G. Schiffman, le musiche di A. Iglesias, la scenografia T. Chavenon.

 

Giovanna D’Arbitrio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

DIGNITA' E CORAGGIO
post pubblicato in diario, il 9 settembre 2009

La telefonata arrivò di notte e ci rattristammo per quella morte, non inaspettata, ma comunque prematura rispetto ai tempi previsti dai medici. Ci comunicarono l’ora e il giorno dei funerali e ci preparammo alla partenza. Il nostro amico, infatti, aveva deciso da tempo di lasciare la sua abitazione romana per trascorrere i suoi ultimi anni in Abruzzo, a Canistro Superiore, per ritrovare persone care e luoghi profondamente amati.

Ci mettemmo in viaggio e percorremmo le strade più convenienti per arrivare lassù senza problemi, evitando il traffico di Ferragosto. Arrivammo a Canistro Inferiore e poi continuammo a salire verso    Canistro Superiore. Man mano che ci avvicinavamo al paese, le strade diventavano sempre più strette e si avvolgevano intorno al monte come un filo intorno ad un gomitolo tra boschi stupendi, folti castagneti  e scorci molto pittoreschi su Valle Roveto.

Arrivammo alla casa, immersa nel verde, piena di persone venute lì per un ultimo saluto e uno dei figli ci condusse nella camera ardente, allestita a pianterreno.  Secondo le usanze locali, il defunto era già nella bara, vestito col suo abito migliore e attorniato da amici e parenti, seduti in semicerchio in rispettoso silenzio. Qualcuno pregava, nessuno piangeva, nemmeno la moglie, una dolce e coraggiosa signora dai limpidi occhi azzurri, la quale ci venne incontro e a bassa voce bisbigliò: - E’ morto in pace, qui, come voleva lui…. -. Guardai quel viso marmoreo, scolpito dalla morte nei suoi tratti essenziali che esaltavano le qualità positive dell’anima: il coraggio e la fierezza di un antico guerriero che ha affrontato e superato le innumerevoli battaglie della vita.

Osservai i visi delle persone e vidi in essi riflesse le stesse caratteristiche, quelle della gente d’ Abruzzo, un popolo di antiche origini, temprato dai duri eventi della storia, provato da dominazioni straniere, calamità e sventure, ma mai sconfitto nell’anima, sempre pronto a rialzarsi e lottare, a ricostruire, come dimostrano ancor oggi dopo l’ultimo devastante terremoto.

Si avvicinava il momento commovente della  chiusura della bara e, nel rispetto dell’intimità dei sentimenti familiari, ci allontanammo per aspettare davanti alla casa, dove sostavano altre persone.  Una signora gentile mi offrì un bicchiere d’acqua fresca, acqua di una sorgente che sgorga dal colle del Codardo, leggera, dalle grandi virtù terapeutiche.  Mi disse che un grande albergo, con annessa casa di cura, era stato costruito su in collina per coloro che vogliono trascorrere un’estate tranquilla, godendo dei  preziosi benefici della natura.

Ci avviammo poi tutti dietro il carro funebre e salimmo su fino alla chiesa, percorrendo  splendide stradine tra case moderne o antiche con balconi carichi di fiori variopinti. Fortunatamente il terremoto questa volta aveva risparmiato il paese. Non fu così nel 1915 quando l’intera popolazione fu costretta a spostarsi in località Santacroce, divenuta oggi capoluogo.

Mentre camminavo, cominciai a pensare alla storia di Canistro che gli amici ci avevano raccontato tempo fa. Pare che esso in origine fosse un “pagus”, un piccolo villaggio in epoca romana, e che forse il suo nome derivi  dal termine “canistri”, cioè dai recipienti di vimini che un tempo venivano realizzati in paese, oppure, secondo una tradizione popolare, da un grande canile che era sul colle. Nello stemma del paese, infatti, c’è un cane che abbaia verso una falce di luna e in basso è disegnato un canestro.

L’arrivo in piazza, davanti alla chiesa, mi riportò alla realtà. La cerimonia fu breve per fortuna: faceva tanto caldo! Uscimmo dalla chiesa e mi accorsi che la gente era aumentata in modo impressionante, ma la faccenda non finì lì, poiché appena riprendemmo il cammino per accompagnare il defunto al cimitero, le persone via via, lungo il percorso, uscivano dalle case in silenzio e si univano al corteo. Tutto il paese era presente! Nessuno piangeva, i visi erano tranquilli: la morte in quel posto non faceva paura, era un evento accettato con serenità. Alcune donne pregavano, mentre altre cantavano dolci nenie religiose, piene di fede.

Nel cimitero, mentre si preparavano le operazioni per la tumulazione,si formarono dei gruppi che parlavano a bassa voce e ogni tanto guardavano preoccupati il cielo nuvoloso che minacciava pioggia con borbottio di tuoni in lontananza. Qualcuno si avvicinò a me e a mio marito e ci chiese se eravamo già stati a Canistro.  Lodai la bellezza  del posto mentre riflettevo sulla nostra strana esterofilia  che ci spinge spesso verso luoghi esotici lontani, trascurando così  stupendi  “angoli” delle nostre regioni. Ci guardò con simpatia e cominciò a parlare del terremoto e di tanti  parenti che avevano perduto tutto. - Terra difficile l’Abruzzo e non solo per i terremoti!  Terra di pastori, di agricoltori, di emigranti! -  disse.

Si  avvicinava la sera e le prime gocce di pioggia cominciarono a cadere. Salutammo tutti e andammo via portando nel cuore quel piccolo paese, dove certamente ritorneremo, poiché  là abbiamo provato  una grande  pace, un “sentire” antico, fatto di amicizia, solidarietà, un selfcontrol austero e dignitoso, talvolta un po’ “selvatico” come lo definisce  D’Annunzio, il grande poeta abruzzese, quando descrive il rapporto con la sua terra nel “Libro Segreto” : - Porto la terra d’Abbruzzi, porto il limo della mia foce alla suola delle mie scarpe, al tacco dei miei stivali. Quando mi ritrovo tra la gente estranea, dissociato, diverso, ostilmente selvatico, io mi seggo. E,ponendo una coscia sull’altra accavallata, agito leggermente il piede che mi sembra quasi appesantirsi di quella terra, di quel poco di gleba, di quell’umido sabbione. Ed è come il peso d’un pezzo d’armatura: un acciaio difensivo… -. Un “acciaio difensivo” che scompare, secondo questa mia positiva esperienza, quando si riesce a stabilire un sincero contatto umano.

Giovanna D’Arbitrio

 

 

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