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"SOUVENIR", un libro di M.DE Giovanni
post pubblicato in diario, il 8 gennaio 2018
Nell’ultimo romanzo di Maurizio de Giovanni, Souvenir, della serie i Bastardi di Pizzofalcone, ancora una volta ritroviamo i poliziotti di Pizzofalcone, ciascuno sempre alle prese con le proprie vicende personali, questa volta impegnati in trasferta a Sorrento per far luce sulle conseguenze di una storia d’amore, nascosta per ben 50 anni. Nel presentare il libro la casa editrice scrive che si tratta di "un intrigo familiare tra gli anni Sessanta della dolce vita e i giorni nostri, tra Napoli e Sorrento. Una vicenda amara e pervasa di nostalgia che costringerà i Bastardi a indagare in “trasferta”: nello spazio e nel tempo. Un uomo di circa sessant’anni viene trovato privo di sensi nell’androne di un palazzo a Pizzofalcone; con sé non ha documenti né un cellulare. Trasportato in ospedale, lo sconosciuto entra in coma senza che nessuno sia riuscito a parlargli. Di far luce sull’episodio sono incaricati i Bastardi, che identificano la vittima dell’aggressione: un americano in vacanza a Sorrento con la sorella e l’anziana madre, una diva di Hollywood ora affetta da Alzheimer e persa nei ricordi di un lontano passato. Recandosi a più riprese nella cittadina del golfo, fuori stagione vestita da un fascino malinconico, i poliziotti si convincono che la chiave del mistero sia da ricercare in fatti accaduti molti anni prima proprio in quel luogo magico, quando l’ex attrice si trovava lì per girare un film. In un susseguirsi di colpi di scena le cose si complicano, tanto più che il lavoro della chiacchierata squadra investigativa partenopea incrocia di nuovo quello del sostituto procuratore Buffardi, punta di diamante della Dda e rivale in amore di Lojacono". Le indagini si dipanano con cura in un mese particolare: è ottobre, un mese in cui a Napoli il tempo è ancora indeciso. Un giorno fa freddo, in un altro fa caldo e ci si illude che l’estate continui, ma è solo un’illusione. Anche il crimine, intanto, si risveglia e i Bastardi sono di nuovo richiamati all’azione. Tutto è avvolto dall’atmosfera melanconica di questo mese di passaggio tra estate e autunno, un mese “sospeso” tra passato e futuro, dove s’intrecciano i drammi di tante vite, di tanti esseri umani stanchi di vivere, come Ahmed, l’emigrato che non ha trovato qui una nuova vita e vuol farla finita, oppure Mario, ricco ma disperato, che preferisce il suicidio al divorzio, di Barbara che soffoca con un cuscino il padre malato di cancro e così via. E i Bastardi di Pizzofalcone in questo dannato mese si dibattono tra vicende personali e crimini, alle prese con il nuovo misterioso caso che affonda le sue radici nel passato, in un amore lontano di due giovani: purtroppo tutto passa e la gioventù dura poco, ma l’amore talvolta resta immutato nel tempo e, anche se contrastato, continua a coinvolgere le generazioni future, tra segreti, intrighi e violenze. Tutta la storia è avvolta dal sapore malinconico di un souvenir, di un ricordo lontano ma non perduto per sempre, di una sera d’estate tra mare e chiaro di luna, una notte d’amore di due giovani, rimasta sospesa nel tempo. ? questa la magia creata dallo stile di Maurizio De Giovanni che sa fondere diversi elementi nei suoi libri, non solo gialli, pieni di colpi di scena, ma racconto di sentimenti e atmosfere. E infine credo che noi napoletan, in particolare,i nei romanzi di De Giovanni ritroviamo quell’ indefinibile aria di “casa”: l’identità sempre viva di una città antica e “verace” . Giovanna D’Arbitrio
FILM "A UNITED KINGDOM"
post pubblicato in diario, il 4 febbraio 2017
A United Kingdom, il nuovo film della regista Amma Ansante, racconta la storia vera del matrimonio tra il principe africano Seretse Khama (David Oyelowo) ,erede del Bechuanaland, e l’impiegata inglese Ruth Williams (Rosamund Pike). Il racconto inizia nel 1947 quando Seretse e Ruth si conoscono a Londra, si innamorano e si sposano malgrado l’opposizione delle loro famiglie, del governo britannico e sudafricano dove imperversano apartheid e interessi colonialistici che mirano a sfruttamento di risorse e predominio sui governi locali. Seretse e Ruth lottano per anni con coraggio contro imposizioni, intrighi politici, minacce e persecuzioni. Alla fine Seretse e Ruth riusciranno ad ottenere aiuto e supporto sia in Inghilterra che in Africa, coinvolgendo l’opinione pubblica attraverso i mass media e risvegliando le coscienze più sensibili contro pregiudizi razziali e distruttive politiche coloniali. Seretse sarà accettato dal suo popolo come sovrano, ma sceglierà la strada della democrazia promettendo libere elezioni: inizierà così un’epoca nuova nel Bechuanaland (oggi Repubblica di Botswana). Presentato in anteprima al Festival di Toronto e poi al 60° London Film Festival, A United Kingdom è un film in tipico stile “British”, sobrio, essenziale, senza falsa retorica e toni enfatici, ma comunque capace di far comprendere i danni di pregiudizi, politiche razziste e coloniali: un racconto semplice (Guy Hibbert, sceneggiatore) su amore, forza e coraggio di due esseri umani che riescono ad infrangere barriere e ostacoli, generando una svolta positiva in un paese africano. Amma Ansante, nata a Londra nel 1969 da genitori ghanesi, ex attrice ora divenuta regista e sceneggiatrice, ha girato altri due film A way of life, Belle (La ragazza del dipinto). Ecco un’interessante intervista a David Oyelowo: https://www.youtube.com/watch?v=qbH9G4sJblc Giovanna D’Arbitrio
FILM "LA PAZZA GIOIA"
post pubblicato in diario, il 25 maggio 2016
Dopo il successo del film “Il Capitale Umano”, Paolo Virzì torna sugli schermi con una nuova opera, “La Pazza Gioia”, che sta riscuotendo molti consensi di critica e di pubblico. Diretto e scritto insieme a Francesca Archibugi, il film racconta la storia di Beatrice Morandini Valdigrana (Valeria Bruni Tedeschi), logorroica e ricca signora borghese, e di Donatella Morelli (Micaela Ramazzotti), giovane madre “coatta”, molto depressa e infelice per essere stata allontanata dal figlio, dato in adozione ad una famiglia benestante: due povere donne fragili e sfortunate, la cui vita è stata segnata dalla mancanza d’amore di genitori, di mariti e di amanti. Si incontrano e diventano amiche a Villa Biondi, un istituto in cui si praticano terapie di recupero per donne affette da disturbi mentali, in custodia giudiziaria per reati commessi in uno stato alterato di coscienza. Anche se molto diverse l’una dall’altra, sono entrambe animate da un gran desiderio di libertà e di voglia di vivere malgrado i loro gravi problemi. E così un giorno eludendo la sorveglianza di medici ed infermieri, riescono a fuggire iniziando un viaggio per darsi “alla pazza gioia”. Nel corso di rocambolesche avventure e drammatiche ricerche per ritrovare il figlio di Donatella, alcuni flash sugli squallidi personaggi della loro vita passata fanno intuire le cause del loro disagio psichico. Nella parte finale del film, benché segnata dal ritorno di Beatrice e Donatella a Villa Biondi, il regista fa intravedere una possibilità di guarigione e di ritrovati affetti. Pur avendo le caratteristiche di un road movie che ricorda “Thelma e Louise” di Ridley Scott per i riferimenti alla condizione femminile e al tema della libertà, il film si muove nell’ambito della tradizione della commedia all’italiana di cui Virzì si mostra degno erede, abile nel fondere aspetti comici e drammatici ai quali aggiunge in quest’opera una particolare capacità nell’introspezione psicologica di un mondo tutto al femminile. Ottima la scelta di V. B. Tedeschi e M. Ramazzotti, magistrali interpreti dei due personaggi principali. In un’intervista rilasciata a Cannes, dove il film è stato presentato nella sezione “Quinzaine des Réalizateurs” che propone il cinema più innovativo, Il regista ha spiegato come gli è venuta l’idea di far recitare in un film sua moglie, Micaela, e Valeria: ““Il 4 marzo del mio compleanno del 2013 –ha detto Virzì– Micaela arrivò sul set del film Il Capitale Umano, a mia insaputa, e da lontano la vidi per mano a Valeria Bruni Tedeschi. Si incontravano anche loro per la prima volta e Valeria la stava guidando dal campo base fino verso il capannone del catering. Le ho viste per la prima volta insieme e ho pensato: ma guarda come sono buffe, belle e strane quelle due insieme. Forse quello è stato il giorno in cui è scoppiata una delle prime scintille che mi ha portato poi a fare questo film". Ci sembra giusto, infine, ricordare alcuni film di successo di Paolo Virzì, come Ovo Sodo, Baci e Abbracci, Caterina va in città, Tutta la vita davanti, La prima cosa bella, Il Capitale umano. Giovanna D’Arbitrio
FILM "PERFETTI SCONOSCIUTI"
post pubblicato in diario, il 16 febbraio 2016
Il nuovo film di Paolo Genovese, “Perfetti Sconosciuti”, ancora una volta evidenzia l’interesse del regista per fatti e aspetti della nostra epoca nel seguire comunque la tradizione della commedia all’italiana, come aveva già fatto in Immaturi, Una famiglia perfetta, Tutta colpa di Freud, Sei mai stato sulla luna? La trama questa volta è centrata sulle storie di quattro coppie che s’incontrano per ammirare insieme un’ecclissi lunare: Rocco ed Eva (Marco Giallini e Kasia Smutnjak),genitori preoccupati per i problemi della figlia adolescente, invitano a cena Bianca e Cosimo (Alba Rohrwacher, Edoardo Leo), sposati da poco, Lele e Carlotta (Valerio Mastandrea, Anna Foglietta), in crisi dopo anni di matrimonio, Peppe (Giuseppe Battiston), il quale arriva senza la nuova compagna che gli amici desiderano conoscere. Durante la cena, Eva (psicologa) propone un gioco: tutti dovranno mettere i cellulari sul tavolo per ascoltare in “viva voce” telefonate o leggere sms. Il passatempo degenera e si trasforma in una sorta di massacro psicologico che svela segreti e bugie, con colpi di scena finali in cu i vecchi amici si trasformano quasi in “perfetti sconosciuti”. Sotto accusa sembra essere il cellulare, diventato “la scatola nera della nostra vita”, al quale affidiamo con superficialità quel lato oscuro dell’ anima, un tempo tenuto segreto, causando spesso sofferenze e ulteriori squilibri in rapporti affettivi già compromessi e instabili. In realtà, come ha spiegato lo stesso regista in alcune interviste, il vero problema oggi non è tanto rappresentato da cellulari e nuove tecnologie in sé, ma dall’uso che in genere se ne fa, spostando l’attenzione da rapporti comunicativi reali a quelli virtuali, affidando a un tablet non solo aspetti positivi della vita quotidiana, ma anche quelli negativi, come insoddisfazioni, frustrazioni e lati oscuri che purtroppo vengono tutti registrati e spesso non cancellati. Nel sottotitolo del film si legge la frase dello scrittore G.G. Márquez: “Ognuno di noi ha tre vite: una privata, una pubblica, una segreta”, ma oggi a quanto pare quella segreta non lo è più, soprattutto per colpa nostra, per la nostra superficialità. Alla fine comunque la “verità” viene fuori nel film e, anche se essa può essere dolorosa, è preferibile alle bugie, alle “maschere” che impediscono rapporti sinceri tra le persone: amicizia e amore sono valori troppo importanti che vanno tutelati in ogni momento della vita. Ci sembra opportuno sottolineare, con un po’ di ironia, che il contesto della “cena” tra amici, sia a teatro che a cinema, è stato più volte sfruttato e…. non porta fortuna ai personaggi, dalla lontana “Cena delle beffe” di Blasetti (tratto dal dramma di Benelli), a “Metti una sera a cena” di G. Patroni Griffi, a “Il fascino discreto della borgesia” di Buñuel, a “Indovina chi viene a cena” di S. Kramer, fino alle più recenti opere, come “La cena dei cretini” di Veber, “La cena per farli conoscere” di p. Avati, “Carnage” di Polanski”, “Il nome del figlio” di F. Archibugi, tratto dal film francese “La cena tra amici” (a sua volta ispirato alla pièce teatrale “Le Prenom”) e così via. Un film comunque da vedere quello di Genovese che si avvale di bravi interpreti, una buona sceneggiatura(P. Genovese. F. Bologna, P. Costella. P. Mannini, R. Rovello) e di una bella canzone di Fiorella Mannoia che ha lo stesso titolo del film. Giovanna D’Arbitrio
FILM "A NAPOLI NON PIOVE MAI"
post pubblicato in diario, il 5 ottobre 2015
Di recente è apparso sugli schermi il film “A Napoli non piove mai” di Sergio Assisi, attore più noto in televisione che a cinema, il quale si cimenta con successo nel triplice ruolo di regista, sceneggiatore , nonché interprete in un’opera prima solare e fantasiosa sulla sua città. Il film racconta la storia di tre personaggi, ognuno condizionato da una particolare sindrome, i quali si conoscono per caso a Napoli, un incontro che avrà effetti imprevedibili sulle loro vite: Barnaba S. Assisi), affetto da sindrome di Peter Pan, pur avendo quasi 40 anni vive ancora con i genitori e rifiuta ogni proposta di lavoro, sognando di diventare un fotografo; Jacopo (Ernesto Lama), con sindrome dell’abbandono (lasciato in un cassonetto della spazzatura da neonato e poi dalla fidanzata sull’altare), maltrattato e offeso dal suo capufficio, tenta continuamente di suicidarsi; Sonia (Valentina Corti), pur soffrendo della sindrome di Stendhal con continui svenimenti alla vista di opere d’arte, continua a fare la restauratrice trasferendosi dal Nord a Napoli per lavorare su un affresco di una piccola chiesa. L’ amicizia e l’amore faranno miracoli e alla fine Barnaba, Sonia e Jacopo riusciranno a superare le rispettive sindromi e ad affrontare la vita con ottimismo e positività, come se ci fosse sempre il sole, poiché “tanto a Napoli non piove mai” e poi anche se dovesse piovere, “trovi sempre qualcuno che ti offre un ombrello”. In questa città anche i sogni sono importanti e vanno protetti, così “chi ha un sogno deve difenderlo” anche per dare un buon esempio agli altri. A quanto pare anche Sergio Assisi aveva un sogno e l’ha realizzato nel dirigere, scrivere ed interpretare questa commedia solare, ricca di archetipi e stereotipi rivisitati in chiave ironica, né volgare né stupida, con molti spunti a volte grotteschi e a volte allegorici (come l’immagine della mela che passa di mano in mano quasi a indicare un misterioso “filo” del destino che unisce i personaggi), con un cast di bravi attori tra i quali ricordiamo (oltre a quelli già citati), Nunzia Schiano (la perpetua, donna Concetta), Giuseppe Cantore (Padre Gennaro), Francesco Paolantoni (vigile del fuoco), Benedetto Casillo (il cicerone). In diverse interviste Assisi non ha nascosto la sua ammirazione per la scuola comica napoletana teatrale e cabarettistica di grandi interpreti del passato e del presente ed ha pertanto affermato: “Nel film sono disseminati omaggi a Totà, Eduardo, Massimo Troisi… Citazioni e ganci per il solo gusto di ricordare grandi napoletani che hanno portato la loro cultura nel mondo, senza vergognarsi, come fanno molti. Le musiche straordinarie di Louis Siciliano hanno quel quid quanto più vicino possibile al grande Pino. Scelte queste per far capire quanto sia orgoglioso di essere napoletano e appartenere a quella parte di Napoli per cui vale la pena esserlo”. Un film gradevole che pur stimolando riflessioni su tanti aspetti della vita, ci fa sorridere e ci dona finalmente un’immagine positiva di Napoli e dei suoi abitanti. Giovanna D’Arbitrio
FILM "ALABAMA MONROE"
post pubblicato in diario, il 21 maggio 2014
           

Il film del regista fiammingo Felix Van Groeningen,” Alabama Monroe- una storia d’amore”( titolo originale: “The Broken Circle Breakdown), pluripremiato in Europa e negli USA, principale rivale della “Grande Bellezza” nell’assegnazione degli Oscar, è un ‘opera intensa e struggente che fa discutere ponendoci drammaticamente di fronte ai misteri della condizione umana imprigionata in numerosi dualismi: bene e male, vita e morte, amore e odio, gioia e dolore, sentimento e razionalità, fede e religiosità dogmatica, progresso scientifico e oscurantismo, eutanasia e accanimento terapeutico, libere scelte e condizionamenti di vario genere.

 

È davvero sorprendente l’abilità del regista nel mettere insieme tanti temi raccontando la storia di due esser umani: Elise(Veerle Baetens), una tatuatrice che incide sul suo corpo immagini di farfalle e nomi di compagni cancellati di volta in volta per far posto a un nuovo flirt finché non incontra l’uomo della sua vita, Didier (Johan Heldenbergh ), cantante e suonatore di benjo in un gruppo belga, affascinato da musica country e sogno americano.

 

Si innamorano, decidono di convivere e mettere al mondo una figlia, Maybelle (Nell Cattrysse), che purtroppo all’età di 7 anni si ammala di leucemia. Le prime immagini del film subito mettono lo spettatore di fronte alle sofferenze della bimba e allo strazio dei genitori, ma i continui flashback accompagnati da dolcissimi brani “bluegrass”  stemperano le drammatiche scene iniziali ricostruendo la vita di coppia di Elise e Didier: i momenti felici del loro incontro, l’amore e la passione, l’interesse per la musica, la compagnia di buoni amici, la gravidanza, la nascita della figlia, i ricordi della breve infanzia di Maybelle fino alla scoperta del cancro, le cure prodigate con dedizione e affetto.

 

Nella tragica evoluzione della storia purtroppo emergono non solo gli inevitabili interrogativi sul significato della vita, ma anche le profonde diversità di carattere tra Elise e Didier.

 

 Elise cerca di trovare consolazione nella convinzione che non tutto finisca con la morte e che in qualche modo Maybelle misteriosamente sopravviva, tenta di iniziare una nuova vita cambiando il suo nome in Alabama e quello di Didier in Monroe, ma Didier, ateo e razionale, con rabbia e disperazione vuole riportarla alla realtà con ogni mezzo.

 

Durante un concerto egli si scaglia con veemenza contro tutte le religioni e l’America di Bush che pongono limiti alla ricerca scientifica sulle cellule staminali: dolore inconsolabile per la perdita della figlia e fine del sogno americano per lui,  per Elise è il colpo di grazia. Per lei, sensibile e fragile, è davvero troppo, ma continua a credere nell’amore e nella musica che li ha uniti e così incide sul suo ventre un ultimo tatuaggio: Alabama-Monroe.

 

La tensione è alta nel film fino alla fine che sorprende gli spettatori con un epilogo a sorpresa…….la musica non manca mai ed esalta magicamente ogni momento, rendendo accettabile perfino la morte(colonna sonora di Bjorn Friksson) .

 

Johan Heldenbergh, magistrale interprete di Didier sullo schermo, è anche autore teatrale  come il giovane e valente regista-sceneggiatore, Felix Van Groeningen;  Veerle Baetens, vincitrice dell’ European Film Award per il ruolo di Elise, ci regala un’immagine di donna “vera” e allo stesso tempo evanescente e lieve, come quella di una farfalla dalla vita breve e intensa.

 

Giovanna D’Arbitrio

 

 

 



 

 

FILM "PIETA'"
post pubblicato in diario, il 21 settembre 2012
           

Il regista  coreano  Kim Ki Duk  sembra prediligere nelle sue opere un mix di aspetti culturali Est-Ovest  su temi oggi molto attuali, come danaro, violenza, sesso, temi che inducono a complesse riflessioni per il modo con il quale suole affrontarli. 

 

Il suo ultimo film “Pietà”, vincitore del Leone d’Oro a Venezia, narra la storia di un crudele criminale, una sorta di sadico, insensibile macellaio che tortura e mutila le sue vittime, al servizio di un usuraio. Egli comincia a provare sentimenti umani solo quando nella sua vita appare una donna che sostiene di essere sua madre e di averlo abbandonato da bambino.

 

Purtroppo anche se nei due protagonisti si scatena una lotta tra Bene e Male, tra odio e amore, alla fine sarà il sentimento di vendetta a predominare nella donna nell’agghiacciante finale a sorpresa, messo in evidenza dallo stile  del regista che si avvale di  immagini forti, crude e provocatorie, toni foschi da tragedia greca in cui domina per bravura e incisività l’attrice protagonista, Jo Min Soo.

 

Diversi critici hanno sottolineato il drammatico finale del film, definendolo “catartico”, in qualche modo segnato da un’elevazione spirituale da profano a sacro esaltata anche dalla colonna sonora. In realtà quel che appare senz’altro evidente è lo sgomento degli spettatori di fronte al trionfo di una vendetta ordita con sottili e spietate trame dalla donna. Altro che pietà! Suscita brividi di orrore la profanazione dell ‘amore materno declassato a strumento di vendetta. E francamente anche la locandina del film con il suo chiaro riferimento alla Pietà di Michelangelo, appare un altro inopportuno accostamento, poiché il dolore “composto e consapevole” per il sacrificio del Figlio scolpito dal grande artista sull’ amorevole volto di Maria,  è lontano anni luce dall’ idea di vendetta.

 

La “pietà” comunque è giusto riservarla a tutte le vittime costrette a subire inaudite violenze in una società travolta da una crescente perdita di valori sia ad Est che ad Ovest.

 

Il regista ha affermato in un’intervista che l’odio di cui parla nei suoi film non è rivolto contro nessuno in particolare, ma corrisponde alla sensazione che prova quando vede cose che non riesce a capire. Per questo motivo allora fa un film, “per tentare di comprendere l’incomprensibile”. Egli sa che molti lo considerano un provocatore e che  “in Corea nove critici su dieci lo considerano pazzo e vizioso: in realtà non vuole provocare, ma essere onesto rispetto alla realtà, o almeno rispetto alla “sua visione” di quest'ultima.

 

Forse la chiave per comprendere il suo ultimo film è nella frase “il Denaro è inizio e fine di tutto”: con queste premesse cosa ci si può aspettare se non orrori, violenza, odio, vendetta e morte? In un futuro molto prossimo saremo ancora esseri umani o ci trasformeremo in mostri incapaci  d’amare? Questo sembra essere l’angosciante dubbio del regista.

Giovanna D’Arbitrio

 

 




 

 

 

 

 

 

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