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ECONOMIA COMPORTAMENTALE
post pubblicato in diario, il 18 ottobre 2017
Il premio Nobel 2017 per l’economia è stato assegnato a Richard H. Thaler, economista dell’università di Chicago per i suoi studi sull’economia comportamentale, con la seguente motivazione: “Ha inserito ipotesi psicologicamente realistiche nelle analisi del processo decisionale economico, esplorando le conseguenze di una razionalità limitata, di preferenze sociali e di mancanza di autocontrollo, ha mostrato come questi tratti umani influenzino sistematicamente le decisioni individuali e gli esiti del mercato” Secondo Talher per l’economia del passato tutto era razionale e quindi prevedibile in base alla teoria del “punto di equilibrio”, cioè quello in cui domanda e offerta s’incontrano: se la domanda cresce, il prezzo scende e viceversa, così per generazioni l’economisti sono andati avanti guidati dalle teorie di A. Smith. Oggi, invece, tutto è molto più complicato, come evidenziano gli studi sull’economia comportamentale, in base ai quali gli esseri umani si possano dividere in due categorie: gli Econs, una minoranza di persone superiori ben informate capaci di scegliere in modo razionale, e gli Humans, cioè la maggior parte dei comuni “umani” male informati, soggetti ad errore e scelte irrazionali. Egli pertanto spiega i forti legami tra psicologia ed economia nel suo libro, “Misbehaving: The Making of Behavioral Economics (Comportarsi male: la nascita dell’economia comportamentale) e in un altro testo “Nudge”, la spinta gentile), scritto in collaborazione con, il giurista Cass Sustein, in cui sostiene che siamo condizionati da troppe informazioni contrastanti, da difficoltà della vita quotidiana e debole forza di volontà, quindi soggetti a scelte sbagliate. Per questi motivi, quindi, abbiamo bisogno di un "pungolo", di una “spinta gentile” che ci indirizzi verso le scelte giuste attraverso pratiche di buona cittadinanza che ci aiutino a scegliere il meglio per noi stessi e per la società, nel più svariati campi. Senz’altro chi si ricorda gli anni ’50 del difficile dopoguerra, affermerà che di scelte ne aveva davvero poche, anche se c’era una gran voglia di ricostruire e di ritornare a valori e ideali positivi. Allora non si facevano sprechi, la spesa si faceva giorno per giorno, pochi erano i vestiti e le scarpe, pochi i divertimenti: si guardava la Tv in bianco e nero che aveva solo due canali e i bambini andavano a letto dopo Carosello. In seguito esplose il “Boom Economico” e tutti sembravano impazziti nell’acquistare le merci più svariate pagando “a rate” e firmando cambiali. La pubblicità cominciò ad avere più spazi in Tv, a cinema, sui giornali e nel tempo diventò martellate con migliaia di offerte e prodotti. Fu allora che cominciammo ad essere confusi e a fare scelte sbagliate. In verità la scoperta dei legami tra psicologia ed economia ci sembra un po’ come quella dell’ l’uovo di Colombo. Qualsiasi casalinga triste e depressa sa che in lei scattano meccanismi di compensazione che la spingono a fare acquisti di cose inutili solo per ritrovare un po’ di buonumore. E gli esperti di marketing già da tempo studiano come incidere sulla psiche delle persone per invogliarli ad acquistare un prodotto attraverso adeguati ed asfissianti spot pubblicitari, ripetuti in tv a tutte le ore. Un vero lavaggio del cervello! La soluzione potrebbe essere la moralizzazione di economia e finanza che hanno stravolto il mondo con globalizzazione e sfrenato liberismo, delocalizzando produzioni di ogni genere in paesi sottosviluppati per ottimizzare profitti e ridurre i costi, costringendo i consumatori di tutti i paesi a comprare merci di cui spesso ignora la provenienza. E per concludere ci sembra che in periodo di grave crisi, sono davvero pochi gli “Humans” che possono essere indotti agli errori di cui parla Talher. Chi deve far quadrare il bilancio per arrivare a fine mese, chi deve mettere un piatto a tavola, le scelte le fa solo per tirare avanti. Giovanna D’Arbitrio
FILM "THE IMITATION GANE"
post pubblicato in diario, il 15 gennaio 2015
           

Da qualche settimana sugli schermi italiani è apparso il film del regista norvegese Morten Tyldum “The Imitation Game” che narra la vita di Alan Turing, brillante matematico ed esperto crittografo considerato ora come uno dei padri della moderna informatica, mentre ai suoi tempi fu perseguitato dalla rigida e conformista  società britannica.

 

Nel film la storia inizia a Manchester negli anni ’50 quando Alan (Benedict Cumberbatch) viene arrestato a causa della sua omosessualità, allora considerata un reato: interrogato da un poliziotto che afferma di volerlo aiutare, con sincerità gli racconta la sua vita.

 

Attraverso una serie di flashback lo spettatore apprende che Alan goffo e impacciato, ma bravissimo in matematica,  fin da ragazzo fu considerato “un diverso” spesso incompreso, invidiato o deriso da compagni di scuola e insegnanti.  Solo un amico gli fu vicino in quel periodo, Christopher Morcom, al quale si legò con amore, ma purtroppo la sua  prematura e inaspettata morte fu per lui un’ulteriore dolorosa esperienza a livello psicologico. Più volte nel racconto viene ripetuta  una frase di cui Morcom si servì  per incoraggiare Alan: “Sono le persone che nessuno immagina che possano fare certe cose, quelle che fanno cose che nessuno può immaginare”.

 

Per sottolineare questo legame nel film Alan dà il nome di “Christopher”  ad una macchina da lui inventata (in realtà denominata “la bomba”) che poi mise al servizio del suo paese durante la seconda guerra mondiale, creando un gruppo di lavoro a Bletchley Park.  

 

Con l’aiuto di tale macchina e di pochi esperti tra i quali Hugh Alexander (Matthew Goode), campione di scacchi, e soprattutto di Joan Clarke, abile in enigmistica, Alan riuscì a decrittare il codice Enigma, ideato dai tedeschi per comunicare le loro operazioni militari in forma segreta.

 

 Continui flashback collegano il presente al passato tenendo sempre desta l’attenzione dello spettatore con dialoghi vivaci, qua e là animati da qualche intelligente battuta che allevia la tensione drammatica del racconto e la sua triste conclusione.

 

Un film da vedere per l’ ottima interpretazione di Benedict Cumberbatch e per il tema affrontato con chiarezza nella sceneggiatura di Graham Moore che si basa sulla biografia di Andrew Hodges “Alan Turing: the enigma”. Notevole anche la colonna sonora di A. Desplat.

 

Il film  ha riscosso molti consensi e al Festival di Toronto e si è guadagnato la candidatura a 5 Golden Globe, come miglior film drammatico, migliore attore, migliore attrice non protagonista, miglior sceneggiatura,  miglior colonna sonora,  anche se nessuno di essi gli è stato assegnato, ma poi ha ottenuto 8 nomination agli Oscar.

 

Da notare che su qualche giornale inglese sono stati evidenziati più i difetti  che i pregi del film, accusato di inesattezze e discrepanze rispetto ai fatti reali, del resto ammesse in un’intervista anche da G. Moore  il quale ha tuttavia sottolineato l’obiettivo principale perseguito in “the Imitation Game”: dar risalto alla personalità di Turing e alle ingiustizie da lui subite.

 

Comunque un fatto è certo: Alan Turing per non finire in prigione e per poter  così continuare studi e ricerche, nel 1952 fu costretto ad accettare la castrazione chimica che lo condusse al suicidio. Due anni dopo morì per aver mangiato una mela al cianuro. Qualcuno avanzò l’ipotesi di omicidio, ma poi prevalse la tesi del suicidio.

 

Nel 2009 Gordon Brown fece pubblica ammenda per il trattamento riservato allo scienziato, ma una riabilitazione ufficiale arrivò solo nel 2013, quando la regina Elisabetta finalmente concesse ad Alan Turing “l'assoluzione reale” su richiesta del ministro della giustizia, Chris Grayling, che evidenziò l’importanza delle sue ricerche a Bletchley Park.

 

Giovanna D’Arbitrio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

INDIGNATI
post pubblicato in diario, il 14 ottobre 2011

C’era una volta un’Italia che credeva di essere un paese indipendente, c’era  una volta un popolo che dopo aver subito un’atroce guerra mondiale e una sanguinosa guerra civile, fu capace di elaborare una Costituzione che garantisse diritti umani e civili, libertà e democrazia.

C’erano una volta gli Italiani che desideravano ardentemente ricostruire il loro paese su basi diverse, lottando insieme con il sudore della fronte del lavoro onesto, per una società più giusta ed equa.

Era un’Italia povera in cui anche nelle buone famiglie borghesi si spaccava la lira: noi, i bambini degli anni ’50, avevamo un paio di scarpe per l’inverno e uno per l’estate, scarpe che non venivano buttate nella spazzatura, ma anno dopo anno erano risuolate e utilizzate dai fratelli più piccoli, così per i vestiti, i giocattoli e quant’altro.

 Le strade di Napoli erano pulite e le acque del nostro mare erano limpide: gli spazzini facevano la raccolta “porta a porta”.  Si ascoltava la radio e, quando arrivò la televisione, ci si riuniva in casa di amici per stare insieme e vedere pochi programmi, ma di “qualità”. Avevamo una gran fiducia nel progresso scientifico e tecnologico e da esso ci aspettavano una vita migliore.

I racconti degli adulti sulla guerra ci facevano inorridire e dentro di noi nacque un forte desiderio di pace e non violenza, di valori democratici e rispetto per gli altri. Tra mille difficoltà e lotte quotidiane, abbiamo superato anni difficili, condiviso gli ideali positivi degli anni ’60, quelli di Gandhi, M. L. King, J. Kennedy, Papa Giovanni XXIII, abbiamo rischiato di saltare in aria in treni, aerei, banche, strade e piazze durante gli “anni di piombo”, siamo rimasti sconvolti per l’uccisione di Moro, di Falcone e Borsellino, di tanti che si batterono per preservare i valori essenziali nei quali si deve radicare un paese civile.

 Siamo usciti “vivi” in tutti i sensi da quelle esperienze e sempre pronti a sperare, ma oggi  ci sentiamo davvero confusi e indifesi in questo mondo globalizzato dove i singoli stati, soprattutto quelli più deboli, sembrano aver perso la propria indipendenza, subordinati ad un potere economico internazionale che si avvale di agenzie di rating le quali piombano come falchi su paesi in difficoltà condizionandoli nelle scelte politiche ed economiche, paesi ricattati in modo crescente da strategie che favoriscono investimenti  nel terzo mondo e nei paesi emergenti, dove si possono realizzare alti profitti senza rispettare regole. Per completare l’opera poi, in Occidente, guarda caso, si chiedono sempre sacrifici alle classi sociali più bisognose e si taglia su scuola, cultura occupazione, pensioni, sanità, ambiente, compromettendo sempre più il futuro dei giovani.

E ancora una volta nella storia i giovani sono scesi in piazza, ancora una volta essi  sono “indignati” contro scelte guidate da un egoistico potere, oggi più forte e globalizzato, che consente speculazioni economico- finanziarie di ogni genere sulla pelle dei più deboli. Questi giovani ora purtroppo hanno perso ogni fiducia nella politica e fanno di ogni erba un fascio, poiché anche le connotazioni politiche sono saltate, grazie alle politiche internazionali che sostengono governi, partiti e ” Yes men”,  pronti  a prostrarsi davanti al dio danaro.

Quando Obama fu eletto invocò “ regole”  internazionali e condivise contro tutto ciò, ma anch’egli adesso appare in qualche modo condizionato e costretto a rinunciare in parte ai suoi obiettivi. Siamo lontani dall’entusiastico e fiducioso “Yes, we can”.  Fitch, Moody’s,  Stanfard & Poor’s non hanno risparmiato nemmeno gli USA, oltre a colpire l’Europa.  Le proteste della gente  davanti a Wall Street ne sono una dimostrazione.

Gli “indignati” aumentano in tutto il mondo e… non sono solo giovani. Il sociologo francese, Alain Touraine, nel suo libro “Aprés la Crise” auspicò qualche anno fa il sorgere di numerosi movimenti in difesa di diritti umani e civili, libertà e democrazia, per una più ampia presa di coscienza dei problemi attuali attraverso un costante confronto con gli altri.

Si sta ora forse verificando ciò che egli si augurò?  Speriamo solo che la protesta non degeneri in violenza e serva a favorire una svolta a livello mondiale e di conseguenza nazionale, restituendo agli stati la loro piena autonomia.

Giovanna D'Arbitrio

 

   

 

 

 

 

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