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POLITICA, TIMORI E SPERANZE
post pubblicato in diario, il 24 febbraio 2018
Presenti in tutte le trasmissioni televisive, talk show, spettacoli di vario genere e quant’altro, i politici italiani non la smettono mai di scagliarsi palle di fango, volgarità, accuse reciproche, in una totale mancanza di rispetto verso gli avversari, sempre l’un contro l’altro armati in un’escalation vergognosa che rischia di far crescere astensionismo, odio e violenze. C’è in giro un’aria pesante, quasi il presagio che valori democratici e libertà siano in pericolo. Gaber cantava anni fa (e già sembrano secoli!), “la libertà non è star sopra un albero, libertà è partecipazione.” In questi giorni molti hanno rimpianto la propaganda politica del passato che cercava di incidere sugli elettori almeno con una parvenza di razionalità e coerenza attraverso la presentazione di programmi politici ben definiti. Memorabili le Tribune Elettorali, condotte in Tv da moderatori, come Ugo Zatterin, Jader Jacobelli, Ugo Vecchietti ed altri: si svolgevano in tono piuttosto formale ma pacato e “cronometrato” per non far torto a nessun partito. Modalità di voto o modifiche a leggi elettorali, inoltre, venivano spiegate dettagliatamente e ripetute più volte. Quali delucidazioni sono state offerte in Tv sul Rosatellum oggi e quanti hanno capito in che cosa consista? I tempi cambiano ed è inevitabile, ma siamo davvero stanchi della supponenza di tanti personaggi che, dopo aver danneggiato l’Italia per anni, con gran faccia tosta si ripresentano agli elettori abolendo qualsiasi memoria storica di eventi tra l’altro nemmeno tanto lontani. Si parla per ore ed ore per slogan e promesse accattivanti, distogliendo l’attenzione da problemi seri e sollevando così un gran polverone che nasconde la verità e confonde le persone. Insomma ognuno promette qualcosa: non si pagheranno più il canone RAI, il bollo per l'auto, le tasse saranno ridotte e quelle universitarie addirittura abolite, si avrà un reddito minimo per chi è senza lavoro, facilitazioni per mamme e bambini e quant'altro. Ma non stiamo faticosamente uscendo da una spaventosa crisi?! Dove li prenderanno tutti questi soldi?! E intanto mentre le destre si aggregano e i grillini crescono malgrado inesperienza, eloquio sgrammaticato e scandalo rimborsi, il centro-sinistra si sfascia in una miriade di rivoli che porterà a un’inevitabile dispersione di voti. Come se non bastasse, dopo l’efferato omicidio di Pamela Mastropietro e altri episodi che hanno coinvolto immigrati, ormai si parla solo di immigrazione clandestina che viene strumentalizzata per motivi politici. Ovviamente il crescente numero dei migranti rappresenta un’emergenza che va risolta a livello europeo e con il supporto dell’ONU (almeno si spera!), ma dove sono finiti gli altri problemi? Dov’è finita la disoccupazione che coinvolge soprattutto i giovani? E le delocalizzazioni che sbattono all’improvviso sul lastrico migliaia di persone? E la Brexit, e le strategie protezionistiche di Trump che riducono le opportunità di un lavoro dignitoso anche per nostri “laureati con la valigia”? E il debito pubblico? E il divario fra Nord e Sud? Potremmo continuare all’infinito con le domande, senza ottenere risposte. Purtroppo si percepisce che economia e finanza conducono il gioco e la politica è da esse condizionata sia a livello nazionale che internazionale: i partiti di sinistra sono in crisi in un mondo in cui equità sociale e diritti dei lavoratori perdono peso soprattutto nei paesi più deboli, messi in difficoltà sia dal liberismo che dal protezionismo di Trump. Pilotati da grandi lobby anche i mass media manipolano l’informazione, con grave rischio per la libertà di stampa. Più attendibili i libri di autori seri e coraggiosi, come quelli di Noam Chomsky, grande linguista, analista politico e autore di molti testi, come “Chi sono i padroni del mondo?” nel quale scrive quanto segue: “Nella nostra epoca, i padroni del mondo sono le conglomerate internazionali, le enormi istituzioni finanziarie, gli imperi commerciali e così via. La vile massima che li guida è: tutto per noi e niente per gli altri". Concludendo, pensare quindi all’Italia come un paese che possa reggersi da solo al di fuori dal contesto europeo e internazionale, è pura follia. Speriamo che i politici più esperti, onesti, colti e preparati del centro-sinistra riescano a combattere per lavoro, istruzione, equità sociale e libertà, trovando qualche forma di aggregazione con altri partiti ben radicati nei valori democratici, come i radicali di Emma Bonino ad esempio che sostengono un’Europa più forte e solidale, diritti umani e civili, libere scelte (come il testamento biologico). Giovanna D’Arbitrio
FILM "MADE IN ITALY"
post pubblicato in diario, il 12 febbraio 2018
Made in Italy, scritto e diretto dal cantautore L. Ligabue, s’ispira all’omonimo album del 2016, un concept disc includente 14 brani legati tra loro. Al centro della storia c’è il personaggio di Riko (Stefano Accorsi), cinquantenne operaio emiliano, costretto a sbarcare il lunario lavorando in un’azienda che produce salumi. Le insoddisfazioni quotidiane, la rabbia contro una società che non offre opportunità e alternative allo squallore di una vita grama, si ripercuotono sui rapporti in famiglia: sua moglie, Sara (Katia Smutiak), che fa la parrucchiera, sente che il rapporto di coppia si sta logorando e il figlio, il primo della famiglia ad iscriversi all’università, viene spesso rimproverato, vittima dei loro litigi. Malgrado qualche relazione extraconiugale, sia Riko che Sara si amano ancora, hanno amici sinceri con i quali si confidano e sono considerati come persone oneste. Le situazioni si complicano con il licenziamento di Riko ed altre problematiche: tra alti e bassi, con l’aiuto di Sara egli cerca di tirare avanti, ma non trovando un nuovo impiego, decide di emigrare in Germania per scuotersi dalla depressione, preservando così la propria dignità con un lavoro più soddisfacente. La fotografia e le musiche (tratte dal suddetto album) sottolineano i momenti più drammatici e quelli più sereni. I colori cupi predominano nelle scene tristi e mentre diventano solari e luminosi quando sentimenti sinceri e speranze infondono coraggio. Significativa la scena con i girasoli. Insomma è un viaggio nell’anima dell’Italia che non viene mai raccontata nemmeno a cinema, secondo Stefano Accorsi, poiché “è più facile farsi ammaliare dai malvagi o da ciò che esce fuori dall’ordinario. Nel film Luciano dà voce ai suoi amici e a chi lo circonda”. Dopo 16 anni Ligabue dunque ritorna nei panni di regista, dopo Radiofreccia e Da zero a dieci, con un film che offre un ritratto veritiero e amaro di un’Italia fatta di persone oneste e umili, costrette a sopravvivere tra mille difficoltà per rimanere onesti e non cedere ai facili guadagni offerti da corruzione imperante e criminalità, persone ormai divenute quasi invisibili per l’attuale politica che si ricorda di loro solo come serbatoio di voti da sfruttare in campagna elettorale. Ecco un’intervista al regista: https://www.youtube.com/watch?v=sEKO-D1w8J8 Giovanna D’Arbitrio
FILM THE STARTUP
post pubblicato in diario, il 28 aprile 2017
Alessandro D’Alatri, sceneggiatore e regista da annoverare tra i validi eredi della “commedia all’italiana”, è autore di diverse pellicole che nel corso degli anni hanno ottenuto premi e riconoscimenti , come Americano Rosso, Senza Pelle, Il Prezzo dell’Innocenza, I Giardini dell’Eden, Casomai, La Febbre, Commediasexi, Sul Mare. Nel suo ultimo film The Startup racconta la storia vera di Matteo Achilli (Andrea Arcangeli), un diciottenne di famiglia modesta, nato nella periferia di Roma, che inizialmente sogna di diventare un campione di nuoto L’Italia dei raccomandati e del sistema clientelare, purtroppo, cancella brutalmente il suo sogno quando l’allenatore gli preferisce il figlio dello sponsor della squadra. Matteo decide allora di reagire e, con l’aiuto di suo padre (Massimiliano Gallo) e di un giovane ingegnere (Luca Di Giovanni), inventa un social network, Egomnia, al quale possono iscriversi tutti coloro che cercano lavoro. Mediante un algoritmo matematico che classifica il curriculum di ogni candidato con parametri oggettivi, Egomnia, valorizza soprattutto il merito, regolarmente ignorato nel nostro Paese. Bravo studente, accettato alla Bocconi, Matteo si trasferisce a Milano e qui con l’aiuto di una giovane milanese(Matilde Gioli), riesce a lanciare la sua startup, accolta con successo nel mondo universitario, commerciale e politico. Dopo un periodo di crisi in cui il giovane ed inesperto inventore si monta la testa e corre il rischio di essere fagocitato da sporchi interessi, allontanandosi anche dalla fidanzata, Emma(Paola Calliari) e dall’amico ingegnere, per fortuna alla fine egli riprenderà la sua strada e si dedicherà con onestà e serietà ad Egomnia. Un bel film, coinvolgente, essenziale, privo di inutili verbosità, dai ritmi veloci, enfatizzati da un valida colonna sonora(Pivio e Aldo De Scalzi). Bravi tutti gli attori. Ecco un’interessante intervista al regista: https://www.youtube.com/watch?v=JY8adq0sIw0 Giovanna D’Arbitrio
MIO PADRE: UN UOMO ONESTO
post pubblicato in diario, il 8 dicembre 2016
Chi sa perché l’approssimarsi del Natale risveglia in me tanti ricordi di un passato impresso in modo indelebile nella mia mente: una forte nostalgia mista a dolcezza mi prende e mi avvolge mentre penso alle persone scomparse, in particolare ai miei genitori. Ed avendo già descritto mia madre in un precedente articolo, ora sento il bisogno di aggrapparmi alla figura di mio padre, un uomo onesto e dignitoso, mentre i valori del passato sembrano crollare intorno a me in una società decadente. Papà non aveva avuto una vita facile, fin dall’infanzia: suo padre era morto durante la I guerra mondiale quand’egli aveva due mesi, poi sua madre si risposò e il patrigno lo mise in collegio. Spesso ci raccontava che era talmente piccolo che non riusciva a rifarsi il letto da solo nel convento di “Fatebenefratelli” a Posillipo (ora divenuto ospedale) e per la sua vivacità spesso finiva in castigo, “senza, frutta, senza dolce e faccia al muro”. Continuò gli studi con l’aiuto delle zie e di varie borse di studio: quando sua madre morì, aveva solo 18 anni e cominciò a lavorare per iscriversi all’università. Desiderava diventare un bravo ingegnere, ma purtroppo lo scoppio della II guerra mondiale infranse quel sogno. Fu richiamato sotto le armi e servì la patria come ufficiale dell’aereonautica. Riuscì comunque a laurearsi in matematica e durante una vigilia di Natale degli anni ‘40 incontrò Ada, la mia futura madre: fu colpo di fulmine e si sposarono pur tra orrori, violenze della guerra e i distruttivi bombardamenti . Diventò in seguito professore di liceo e fu molto amato dagli alunni per la sua severità unita ad equità, comprensione per i problemi dei giovani, gentilezza e humour molto “napoletano”. Un giorno un alunno che faceva caricature agli insegnanti, lo rappresentò alto, autorevole e imponente dietro una minuscola cattedra. Papà si divertì molto nel vedere quel disegno e lo conservò con cura in un cassetto del suo scrittoio. Lavorava tanto Il prof, Salvatore D’Arbitrio, un vero stakanovista, e per sbarcare il lunario dava ripetizioni di pomeriggio (talvolta fino a notte inoltrata in caso di preparazione agli esami di maturità): la famiglia era numerosa (4 figlie!). Paragonavo talvolta mio padre a Robin Hood, poiché ai ragazzi poveri faceva pagare di meno anche se le sue lezioni duravano più a lungo, quando era necessario. Mio padre non ci ha fatto mancare mai niente, sempre attento non solo al nostro benessere fisico, ma anche e soprattutto alla nostra formazione culturale ed umana. E anche se era affettuoso verso i genitori e i parenti di mia madre, non chiese mai loro denaro o favori, pur sapendo che provenivano da famiglia benestante e di nobili origini. Tutto ciò che faceva e diceva con passione e impegno su scuola, istruzione, educazione, contatto con i giovani, è stato per me un esempio meraviglioso e così… sono diventata anch’io un’insegnante. Amava la libertà e la democrazia e, non essendo legato ad alcun carro politico, di volta in volta dava il suo voto al partito che gli sembrava più convincente per programmi e idee. Non sopportava le persone false e bugiarde che farfugliavano imbarazzate davanti ai suoi grandi occhi azzurri, indagatori, limpidi e sinceri, sempre alla ricerca della verità. Morì dopo molte sofferenze per una grave malattia e rottura di un femore. Nei pochi attimi di lucidità prima di andarsene, trovò per noi frasi piene d’amore ed incoraggiamento. Sapendo che attraversavo un momento difficile, a me disse: “Giovanna, forza, forza, forza!” e quelle furono le sue ultime parole. Ci venne così a mancare una guida forte e amorevole. Anche i nipoti ricordano con affetto Nonno Salvatore, uomo onesto, dignitoso e saggio, sempre gioioso (“Alleluia!”, era l’esclamazione preferita in caso di buoni risultati da loro conseguiti), pronto alla battuta di spirito, oppure a dar loro consigli, lezioni di matematica e quant’altro Forse è stato meglio per lui andar via da questo mondo quando ancora esistevano tante persone oneste come lui, quando i valori e i principi in cui credeva erano ancora saldi in un’Italia di onesti lavoratori che non conoscevano ancora le devastanti conseguenze della globalizzazione, quando le famiglie erano numerose con parentele estese fatte di zii e cugini, e soprattutto quando erano ancora unite e solidali, disposte all’aiuto reciproco, quando ci si frequentava tutto l’anno, non solo a matrimoni e funerali o una volta tanto a Natale. E per concludere, caro papà, spero che tu sia in un posto pieno di pace, sempre insieme alla tua amata Ada, come in quella lontana Vigilia di Natale in cui vi incontraste. Giovanna D’Arbitrio
IL LIBRO "LA BANDA DELLA CULLA
post pubblicato in diario, il 5 settembre 2016
Il Fertility Day sta scatenando molte polemiche, soprattutto sui social dove i giovani mettono in rilievo le loro difficoltà con accesi dibattiti, vignette e post. Ci chiediamo in effetti perché al posto della “fertilità” non ci si concentri piuttosto su strategie politiche che offrano ai giovani maggiori opportunità di lavoro. Forse molti potrebbero anche metter su una famiglia e avere dei figli. Ci sarebbero ancora tante riflessioni da fare in merito, ma il discorso diventerebbe troppo lungo. Suggerisco pertanto la lettura di un libro interessante, “La Banda della Culla”, di Francesca Fornario (Ed. Einaudi), candidato al Premio Pavoncella e entrato nella rosa dei libri finalisti. “Nella sala d'aspetto di una ginecologa romana si incrociano i destini di Claudia e Francesco, Veronica e Camilla, Giulia e Miguel.- si legge nella presentazione del testo- Sei vite che vogliono generare nuove vite. Ma non possono. Non in Italia, dove se hai un contratto precario, o un ovaio policistico, o origini straniere rimani impigliato nella peggiore giungla di divieti e norme arcaiche immaginate da un Paese che dichiara di amare la famiglia ma forse, segretamente, non la sopporta. Così parte l'avventura comica e disperata della «banda della culla», che sfida la legge per avere giustizia in un Paese dove gli inviati dei talk-show non vengono inviati da nessuna parte, i giornalisti scrivono sotto pseudonimi che scrivono sotto altri pseudonimi, gli argentini fanno i camerieri nei ristoranti messicani...” In effetti il libro fin dalle prime pagine coinvolge il lettore con le storie di sei personaggi, cioè tre coppie molto diverse tra loro, ma accomunate dal desiderio di avere un figlio: Claudia e Francesco, studenti fuori sede, desiderano lavorare per poter avere un bambino. Quando lei rimane incinta hanno solo tre mesi di tempo (cioè fino allo scadere dei termini legali per l'aborto) per cercare disperatamente un'assunzione; Veronica ha un lavoro ben pagato nel talk show di punta della Tv pubblica, come inviata che non viene inviata da nessuna parte (i suoi servizi da Strasburgo sono in realtà collegamenti da Montecitorio e Palazzo Chigi): ha una relazione con Camilla, sua compagna da dieci anni, ma la legge in Italia non consente a una coppia omosessuale di mettere al mondo un figlio; Giulia ha una casa e un lavoro a tempo indeterminato, è sposata in chiesa, ma ha una disfunzione alle ovaie che non le consente di rimanere incinta, vorrebbe ricorrere a una fecondazione assistita, ma la legge in Italia non lo permette, allora cerca di adottare un bambino, ma suo marito Miguel, figlio di desaparecidos argentini, cresciuto in Italia, ha precedenti penali a causa della legge Bossi-Fini. Claudia non ne può più e convoca tutti per decidere cosa fare per risolvere i loro problemi. Il libro è senz’altro un racconto molto realistico, centrato sui problemi dei giovani d’oggi, in particolare in Italia dove mancanza di lavoro e leggi farraginose e arcaiche non aiutano le coppie che vogliono mettere su famiglia. Molto particolare soprattutto il personaggio di Claudia, tenera, forte e anticonformista: i suoi discorsi e pensieri ricchi di humour, fanno sorridere pur stimolando serie riflessioni. Francesca Fornario è nota come giornalista, autrice satirica e attrice in radio e tv, su Rai 2 ha condotto Un giorno da pecora con Geppi Cucciari e Giorgio Lauro e lo show satirico Mamma non mamma con Federica Cifola. La banda della culla è il suo primo romanzo. Giovanna D’Arbitrio
L'HOMO "ZAPPENS" di G. MERMET
post pubblicato in diario, il 9 febbraio 2016
Il sociologo Gérard Mermet, autore di “Francoscopie” (Ed. Larousse), analizzando i cambiamenti della società, rileva che i francesi sono sempre più afflitti da “mobilità” in tutti i campi della vita quotidiana, sia privata che pubblica. Dalla lettura dei suoi scritti, tuttavia, ci accorgiamo che in effetti tali cambiamenti non stanno coinvolgendo solo la Francia, ma gran parte del mondo, soprattutto con l’avanzare della globalizzazione: secondo Mermet dall’Homo Sapiens stiamo passando all’Homo “Zappens”, poiché a quanto pare lo “zapping” (temine usato per indicare il saltare continuo da un canale Tv all’altro)si sta estendendo a tutti gli aspetti della vita. Per quanto riguarda la vita familiare in Francia, ad esempio, si registra un numero crescente di convivenze prevalenti su matrimoni tradizionali, sia civili che religiosi, con un aumento di divorzi seguiti da nuovi matrimoni o nuove convivenze: il numero dei divorzi si è quadruplicato dal 1960, più di un bambino su 10 vive oggi in una famiglia monoparentale (cioè con un solo genitore), circa due milioni di giovani vivono in famiglie “allargate”. La vita lavorativa presenta un’evoluzione simile, con delle carriere che non sono più lineari, ma complicate da un’ ininterrotta successione di impieghi non solo su territorio nazionale, ma estesi a paesi esteri, con numerosi spostamenti che senza dubbio non facilitano rapporti umani stabili. In materia di consumi i francesi cambiano sempre di più prodotti e negozi, a seconda dell’umore o delle offerte speciali. Come fare a meno delle “offerte speciali” in periodo di crisi? Anche in Italia ne sappiamo qualcosa. In un mondo caratterizzato da complessità e incertezza, i francesi cercano spiegazioni e nuovi punti di ancoraggio, dal momento che quelli vecchi sono in crisi: la Scuola non riesce a impersonare con successo il suo ruolo educativo e formativo, la Chiesa non è più capace di attirare i giovani, la Politica condizionata da economia e finanza, disorienta gli elettori che non riescono più a ritrovare le connotazioni classiche di destra e sinistra, le Istituzioni della Repubblica laica non sono più in grado di fornire risposte adeguate. Risultato: sfiducia e populismi predominano. Si parla in genere di una perdita di valori, ma secondo Mermet in realtà è in atto qualcosa di molto più grave. Si tratta di una trasformazione profonda, “un’ inversione spettacolare rispetto ai grandi principi sui quali si fondava la società francese”: il concetto stesso di trascendenza su un mondo spirituale ed eterno è rimpiazzato da una visione materialistica a breve termine; l’apparire ha rimpiazzato l’essere; la forma prevale sul contenuto; i sensi prevalgono sul senso; danaro e prestigio non provengono più dal lavoro serio e onesto, ma dalla notorietà, dal darsi in pasto ai mass media, dal far spettacolo; il principio di continuità è messo a dura prova da nuove tecnologie e progressi scientifici mal utilizzati, eventi socio-culturali e politici causano continui choc, terrorismo incluso. Insomma è in atto un processo di distruzione verso tutto ciò che precedentemente era stato pazientemente costruito e preservato: più che una nuova società, si tratta di una nuova pericolosa civiltà che sta sorgendo. Un quadro davvero negativo del futuro, non solo per i francesi, ma per tutta l’Umanità. E in verità, pur riconoscendo in esso tutto il malessere della nostra epoca che indubbiamente ci condurrà ad affrontare dure prove, non ci sentiamo di accettare le conclusioni pessimistiche di Mermet, rinunciando alla speranza di un mondo migliore. Non tutta l’Umanità è marcia, violenta e distruttiva, c’è una parte di essa che in silenzio continua a lottare strenuamente, preservando i propri ideali. Ne parla con fiducia il filosofo Marco Guzzi nel libro, “La Nuova Umanità” in cui egli sottolinea l’esistenza di un numero crescente di esseri umani più consapevoli e maturi che lottano ogni giorno contro tutte le iniquità, le ingiustizie, le guerre e le violenze del vecchio mondo, con la speranza di poter edificare sulle sue ceneri un mondo nuovo pieno di pace, fratellanza e libertà. Giovanna D’Arbitrio
FILM "THE IRON LADY"
post pubblicato in diario, il 4 febbraio 2012

“Fu vera gloria? Ai posteri l’ardua sentenza”, così scrisse il Manzoni nel “Cinque Maggio” parlando di Napoleone, ma a quanto pare la regista Phyllida Lloyd sembra ignorare tale saggia posizione cimentandosi nella descrizione  di Margaret Thatcher, un personaggio ancora in vita e quindi ancora troppo vicino a noi per darne una valutazione storica obiettiva e distaccata.

 

Quanti la conobbero o semplicemente l’ ascoltarono e la videro in Tv tra gli anni ‘80 e ’90, infatti, non riescono a ritrovarne i tratti caratteristici che nel bene e nel male le valsero l’appellativo di “Lady di Ferro”, malgrado l’indiscussa bravura di Meryl Streep, candidata all’Oscar come miglior attrice.

 

Vero è che il film ci offre un’immagine inedita della Thatcher, insicura ottantenne, malata di Alzheimer,  che parla con il fantasma del marito (Jim Broadbent) e confonde passato con presente, ma nemmeno i continui flash back sulla sua gioventù e carriera politica convincono le persone di una certa età:  ancora emotivamente coinvolti per le loro idee politiche di destra o di sinistra, essi sono poco disponibili ad accettare oltretutto una lettura troppo “romanzata” del personaggio ridotto a una fragile donna che nei suoi ricordi danza romanticamente sulle note di  “Il Re ed Io” e che appare poco convincente, quasi una caricatura di se stessa, anche quando a testa bassa come un toro persegue i suoi obiettivi, presentati nel film quasi come slogan e frasi fatte, non come fini da perseguire per ben definite strategie politiche.

 

A questo punto sembra utile ricordare che, benché di umili origini e per di più donna, ambiziosa e volitiva, ella riuscì  a dare la scalata al potere nel partito conservatore fino  a diventare Primo Ministro per ben tre legislature consecutive dal ’79 al ’90, anche se da molti contestata sia in patria che all’estero.

 

I conservatori e le destre in genere ne elogiano  le scelte politiche che salvarono il Regno Unito da una grave crisi economica e rilanciarono il prestigio della nazione a livello mondiale, soprattutto dopo la guerra contro l’Argentina per il possesso delle isole Falkland. I laburisti e le sinistre le addebitano invece 10 morti per sciopero della fame tra prigionieri irlandesi dell’IRA (1981), il duro picchettaggio dei minatori in sciopero (1984), il sanguinoso attentato dell’IRA a Brighton dovuto all’inasprimento delle strategie repressive contro l’Ulster (1984) e in generale le politiche economiche che colpirono le classi meno abbienti. Significativa la sua frase “la medicina è amara ma il paziente ne ha bisogno”, una frase che stranamente ci fa venire in mente quelle di tanti politici europei dei nostri giorni come i suoi discorsi che incitavano i disoccupati a inventarsi qualcosa di nuovo per vivere, ad essere fantasiosi, creativi. La Storia si ripete!

 

Concludiamo con un’altra  frase, ricordata anche nel film: - Cura le tue abitudini e curerai il tuo carattere, ama il tuo carattere e curerai il tuo destino -. Di carattere Margaret Thatcher  ne aveva senz’altro da vendere, ma  ci chiediamo quali possano essere gli esempi da offrire oggi ai nostri giovani affinché vengano curate quelle “abitudini” che ne migliorino il carattere  e soprattutto li aiutino fare le scelte giuste in un’epoca che oltretutto tende ad omologare e ad appiattire piuttosto che ad esaltare forti individualità.

 

Difficile ed insicuro appare ora il destino delle nuove generazioni e le uniche abitudini con le quali dovremmo cercare di forgiare il loro carattere potrebbero essere quelle  fondate sui valori di democrazia, libertà, equità sociale, lavoro, onestà, difesa dei cosiddetti beni comuni e dei diritti umani e civili, davvero “sane abitudini” che dovrebbero  essere universalmente adottate fino a diventare trasversali e condivise anche da tutti gli schieramenti politici.

Giovanna D’Arbitrio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

   

 

I BAMBINI E L'AMORE
post pubblicato in diario, il 5 giugno 2011

Il film di Luc e Jean-Pierre  Dardenne “Il Ragazzo con la Bicicletta” (Le Gamin au Vélo), vincitore del Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes 2011, sta riscuotendo notevoli consensi di pubblico e critica anche in Italia.

Il tema dell’infanzia abbandonata ed incompresa, tema molto presente sia in letteratura che a cinema, è trattato dai fratelli Dardenne  con grande sensibilità e una drammaticità essenziale che non cade mai  in facili toni mélo, ma preferisce un linguaggio asciutto e realistico, molto efficace nel delineare i personaggi.

Il protagonista, Cyril ( Thomas Doret), un ragazzo di 12 abbandonato in una casa-famiglia, non si rassegna  a stare da solo, continua disperatamente a cercare il padre, lo trova e non riesce ad accettare la dura realtà: per il padre egli non è altro che un peso.

Cyril si ribella, sfoga la sua rabbia pedalando la sua bici per la città come un forsennato, ma alla fine anch’egli dovrà scegliere tra bene e male, trovare una strada nella vita: da un lato c’è Wes (Egon Di Matteo), ragazzo violento, ladro e spacciatore di droga, dall’altro Samantha (Cécile De France), gentile e sensibile parrucchiera disposta a fargli da madre. Per fortuna  fa la scelta giusta e il film si conclude con un happy ending che tuttavia fa riflettere in modo critico sugli aspetti negativi della società.

In un’intervista Luc Dardenne ha dichiarato che l’idea del  film è nata durante un viaggio in Giappone ascoltando la storia di un ragazzo che, abbandonato in un orfanatrofio, ha continuato a cercare invano il padre  per anni ed è poi diventato un gangster. Allora in Luc e Jean-Pierre è nata l’idea di raccontare una specie di favola moderna con un finale positivo, immaginando che quel ragazzo si salvasse incontrando una donna amorevole e materna.

Luc pertanto ha concluso il discorso dicendo: -  Il film è’ una bella storia a lieto fine, ma getta anche uno sguardo critico sulla società e sul tipo di adulti che siamo, schiavi della riuscita, della celebrità e della ricchezza, incapaci di posare il nostro sguardo sull’altro, pronti a sacrificare i bambini perché i bambini ci fanno paura, perché rappresentano quello che verrà dopo di noi -.   

Ci auguriamo che questo duro giudizio  riguardi solo una piccola parte dell’attuale società, poiché se non saremo più capaci di dare amore ai bambini nelle nostre famiglie, oppure di trovare persone sensibili disposte ad adottarli, allora davvero non ci sarà alcuna speranza per il futuro dell’Umanità.

Da insegnante napoletana, inoltre, ho pensato ad  altri film, come “Certi Bambini” dei fratelli Frazzi e “Scugnizzi” di Nanni Loi, focalizzati sui drammatici problemi dei ragazzi nei quartieri  “a rischio” il cui destino spesso è segnato da miseria, ignoranza e criminalità. Là c’è bisogno non solo di amore in famiglia (forse quello non manca), ma dell’amore e dell’interesse di tutta la società, capace di attivarsi per offrire un’alternativa attraverso  SCUOLA , LAVORO, LEGALITA’

 Apprezziamo pertanto il vento del cambiamento che soffia a Napoli:  la speranza  che il nuovo sindaco, Luigi De Magistris, cominci proprio dalla scuola, come ha già  dimostrato nel voler incontrare gli insegnanti delle elementari .

Giovanna D’Arbitrio

 

 

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