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NOEMI, NAPOLI E IL RESTO DEL MONDO
post pubblicato in diario, il 15 maggio 2019
Migliorano le condizioni della piccola Noemi, colpita da un proiettile il 3 maggio durante un agguato camorristico a Piazza Nazionale, e i napoletani che hanno pregato per sua guarigione, mostrano non solo sentita partecipazione ovunque se ne parli, ma anche grande preoccupazione per una dilagante criminalità nei “quartieri a rischio”. Senz’altro lodevole la reazione emotiva dei napoletani e degli italiani che hanno seguito, e ancora seguono, minuto per minuto i bollettini medici sulle condizioni di salute di Noemi, giuste anche le preghiere nelle chiese e nelle case, comprensibile l’interessamento dei mass media che hanno dato ampio risalto al drammatico avvenimento. Urgono tuttavia significative riflessioni sui nostri comportamenti, nonché su quelli dei media che accendono o spengono i riflettori dove sembra loro più opportuno dirigere (o dirottare) l’attenzione delle masse. Ancor oggi tutte le Tv e i giornali continuano a parlano per ore di Noemi e della criminalità organizzata a Napoli, mentre quotidianamente si tace sulle condizioni di degrado di tante zone periferiche di tutta l’Italia e del mondo… per non parlare del terzo mondo! Su tale tema ho già scritto un articolo: http://www.scenaillustrata.com/public/spip.php?article4428 E ci chiediamo allora perché la morte di un solo bambino susciti tanta emozione, mentre quella di centinaia di minori migranti annegati in mare rientrino quasi in una “normalità”, alla quale ci abituiamo a tal punto da ascoltare notizie dei Tg mentre pranziamo a casa tranquillamente. E ancora, perché non si parli tutti i giorni di bambini vittime di guerre, terrorismo, fame, di traffico di organi, di pedofilia, di lavoro minorile in totale assenza di diritto allo studio. E poi ci domandiamo che fine abbia fatto nei mass media il resto del Meridione sotto ndrangheta e mafia? E come mai solo di tanto in tanto vengono a galla connivenze tra politica, industria e una criminalità che ormai agisce a livello nazionale e internazionale. Ci viene allora in mente il film di Pif “La mafia uccide solo d’estate”, una spiegazione fornita da un padre per tranquillizzare il figlio, mentre sottolinea in aggiunta che è la camorra di Napoli il vero pericolo. In effetti se riflettiamo la strategia è sempre la stessa: si cerca di allontanare da noi un fenomeno che potrebbe colpirci, spostandolo altrove. Più è lontano, meno ci riguarda. Noemi invece è vicina: potrebbe succedere anche ai nostri figli! Eppure non si può restare indifferenti leggendo il rapporto 2019 dell’UNICEF, "Humanitarian Action for Children": https://www.unicef.it/doc/8833/rapporto-emergenze-2019.htm -In esso si parla di ben 34 milioni i bambini che vivono in situazioni di guerra o disastri naturali e che hanno urgente necessità di misure di protezione. Fra loro, 6,6 milioni vivono nello Yemen, 5,5 milioni in Siria e 4 milioni nella Repubblica Democratica del Congo. Drammatica la situazione anche in altri paesi: Libia: 241.000 bambini sono bisognosi di assistenza umanitaria; Venezuela: vari paesi dell’America Latina e dei Caraibi stanno ospitando 2,4 milioni di rifugiati e migranti venezuelani; Afghanistan: si stima che nel 2019 3,8 milioni di bambini avranno bisogno di assistenza umanitaria e protezione; Sud Sudan: 2,2 milioni di bambini non frequentano la scuola; emergenza Rohingya: da agosto 2017, più di 730.000 profughi di etnia Rohingya, di cui 400.000 bambini, sono fuggiti dalle violenze nel Myanmar, rifugiandosi nel distretto di Cox’s Bazar nel vicino Bangladesh; Bacino del Lago Ciad (Camerun, Repubblica Centrafricana, Ciad, Niger e Nigeria): quasi 21 milioni di persone sono coinvolte nei conflitti in corso; Repubblica Centrafricana: nel 2019, 1,5 milioni di bambini – due terzi della popolazione infantile del paese – avranno bisogno di assistenza umanitaria; Etiopia: 1,5 milioni di bambini sono sfollati; Ucraina Orientale: quasi mezzo milione di bambini sono vittime del conflitto e hanno bisogno di protezione e assistenza umanitaria. E allora, concludendo, senz’altro più semplice oggi in Italia parlare solo di Napoli, concentrando qui tutti i mali e allontanando così dalle altre parti d’Italia pericoli, incluse le responsabilità! E senza dubbio funziona anche la strategia di tacere sul degrado di tutte le periferie del mondo civile: ci sentiamo più tranquilli, pensando che tali fenomeni si verificano solo in certi luoghi oppure in nazioni sottosviluppate per fortuna lontane da noi. In fondo è più facile alzare muri contro i migranti e rimanere indifferenti, senza pensare mai alle “cause” che generano orrori, senza ritenere nemmeno possibile cambiare politiche internazionali e nazionali basate su denaro e potere. In “1984”, il Grande Fratello di G. Orwell afferma che “L’ignoranza è forza”: funziona sempre per la gestione di un Potere senza etica. In alternativa ci sforziamo di ricordare invece che Istruzione, formazione, lavoro, solidarietà e pace sono le uniche armi valide per combattere il degrado e aiutare tutti i bambini del mondo. Giovanna D’Arbitrio
INCONTRO CON MAURIZIO DE GIOVANNI
post pubblicato in diario, il 1 maggio 2019
Lodevole iniziativa quella della Libreria Raffaello -Book & Coffe (via Kerbaker, Napoli) che con il suo “Club dei Lettori” ha aperto le porte a letture di libri e dibattiti, allietati anche da qualche piacevole sosta nell’accogliente bar: un anno di incontri mensili (da settembre a maggio) con tanti scrittori italiani contemporanei, presentati dalla scrittrice Vincenza Alfano, durante i quali soci del club hanno l’opportunità di dialogare con ciascun autore in modo aperto e spontaneo. Senz’altro interessante si è rivelato l’incontro di martedì 30 aprile (ore 18.00) con Maurizio De Giovanni, noto giallista napoletano, che ha aperto il dibattito con un significativo discorso sulle librerie che corrono il rischio di chiudere a causa di crescenti acquisti on line. In effetti nel quartiere Vomero molte di esse sono state tristemente rimpiazzate da banche, minimarket e quant’altro. Prima di aprire la discussione sull’ultimo libro di De Giovanni, “Le Parole di Sara” (Ed. Rizzoli), l’attore Alessandro Incerto ne ha letto qualche pagina, davvero intensa e toccante, che ha dato poi il via alle domande (tante in verità!) alle quali l’autore ha fornito dettagliate risposte con gentilezza, unita talvolta a bonaria ironia, risposte arricchite da episodi ed esperienze personali, nonché da note culturali su Napoli e la sua storia antica, in particolare su miti, leggende e misteri della Napoli Sotterranea di cui ha scritto nella serie i Guardiani. Ha asserito che un autore come lui scrive per istinto, non per ragionamento. Anche se oggi il noir è un genere di successo che attira lettori, vendite e guadagni, in realtà egli scrive gialli poiché il “crimine rappresenta l’esplosione massima delle passioni” e in effetti a lui interessa proprio il tema della “passione”: non potrebbe mai scrivere per calcolo o imposizione di case editrici, se non sentisse nascere le storie dentro di sé e provare il piacere di scriverle. Se ciò non avvenisse, anche i lettori perderebbero il gusto di leggere i suoi libri. Dialogando sui personaggi e sulle serie che crescono intorno a loro, attraverso le domande del pubblico sono emerse essenziali riflessioni, in particolare sull’ultimo personaggio, quello di Sara, la donna invisibile che odia ciò che è falso fino al punto da rifiutare trucco, tacchi alti e tinture per capelli. Ho letto il libro che come al solito si distingue per lo stile inconfondibile di De Giovanni, un mix di suspense e di intense emozioni, forte caratterizzazione dei personaggi, prosa che assume a tratti delle impennate liriche e s’innalza al di sopra del frastuono quotidiano, benché non manchi il contatto con problemi reali che vanno oltre il genere noir, come corruzione, le difficoltà degli umili, i pericoli delle nuove tecnologie, l’utilizzo di dati personali e così via. Infine ho sentito il bisogno di alzarmi in piedi e di partecipare al dibattitto, dicendo all’autore: “Accade un fatto strano: la sottoscritta non ama i gialli, né le serie, ma legge con piacere i suoi libri, poiché sono thriller insoliti in cui il crimine sembra quasi un pretesto per trattare altre tematiche attraverso personaggi ben delineati che si muovono sullo sfondo della nostra amata città”. Ha sorriso a questo mio intervento e sui personaggi da me definiti “ben delineati”, ironicamente mi ha fatto notare che ormai aveva accumulato una certa esperienza per poterli descrivere. Non ho ritenuto opportuno ribattere, ma dentro di me ho pensato: “E no, caro Maurizio, l’esperienza non basta per creare personaggi così amati dai lettori, occorre saper osservare la gente, bisogna avere sensibilità e umanità e ancora non basta… se non c’è creatività, fantasia e la capacità di scrivere sentendo la magia delle parole”. Giovanna D’Arbitrio
NAPOLI:UOVO GAY-ODIN 2019
post pubblicato in diario, il 6 aprile 2019
La tradizione del gigantesco uovo di cioccolato pasquale “a tema” anche quest’anno è stata rispettata dalla Gay-Odin, antica e prestigiosa cioccolaterie napoletana, che con costante impegno professionale, sociale e civile mette in risalto aspetti positivi di Napoli . Molti in verità gli autorevoli personaggi, venuti a rendere omaggio a questa lodevole iniziativa alla quale la stampa dà ampio risalto. Per la Pasqua 2019 l’enorme’uovo di 360chili,alto più di due metri, è artisticamente decorato per celebrare le Universiadi, evento sportivo e culturale coinvolgente atleti universitari a livello internazionale. Il termine fu coniato unendo le parole “università” e “olimpiade”per la prima edizione del 1959 tenutasi Torino.La Regione Campania ha ottenuto per la città di Napoli la designazione da parte della FISU a ospitare l’edizione estiva dell’Universiade che si terrà dal 3 al 14 Luglio 2019. La Gay Odin,dunque, amministrata e diretta con abilità e passione da Marisa Maglietta Del Vecchio e dai suoi figli, Sveva, Dimitri e Davide, con un atto di amore verso Napoli cerca di promuoverne la rinascita culturale e sociale.Ci sembra giusto, pertanto, ricordare in un rapido excursus i significativi temi scelti per decorare l’uovo almeno in questi ultimi anni. Nel 2018 Il tema fu la Speranza, raffigurata con una Napoli dal cielo azzurro ma pieno di nuvolette con positivi desideri per la soluzione di problemi ancora irrisolti, come strade senza buche, città pulita, lotta alla criminalità, politica efficiente, incentivi per il turismo, tutela della natura e delle coltivazioni agricole e… perfino l’ambito scudetto per la squasdra di calcio! Nel 2017 il tema fu quello dei Musei Partenopei che, come affermò Marisa Del Vecchio in n’intervista, fu scelto per il boom del turismo a Napoli, dovuto” anche grazie alla nuova linfa dei due principali musei partenopei, il Mann e quello di Capodimonte, disegnati entrambi sull’uovo e circondati da una splendida veduta cittadina”. Nel 2016 l’uovo fu dedicato alla Apple che aveva scelto Napoli per realizzare un polo di ricerca per le nuove App della casa di Cupertino.Il decoro rappresentava una veduta del golfo di Bagnoli con il Vesuvio eruttante computer e smartphone. Nel 2015 il tema fu quello della Grande Expo e la decorazione mostrava la nostra Penisola con tutti i suoi piatti tradizionali e il messaggio “Nutriamo bene il pianeta“ per esaltare cibo di qualità. Nel 2014 l’uovo tributò un omaggio a Paolo Sorrentino, vincitore del premio Oscar per il film “La Grande Bellezza”, nonché alle città di Roma e Napoli. A questo punto ci fermiamo, poiché l’elenco sarebbe davvero molto lungo e concludiamo con un encomio a Marisa del Vecchio, ai suoi familiari e collaboratori che ancora una volta hanno confermato un grande amore per Napoli, perseguendo con costanza l’obiettivo di valorizzarne eccellenze territoriali, significativi personaggi ed eventi, nonché l’imponente patrimonio storico,culturale e paesaggistico. Giovanna D’Arbitrio
Libro"DIZIONARIO APPASSIONATO DI NAPOLI", di J.N. SCHIFANO
post pubblicato in diario, il 30 marzo 2019
Venerdì 29 marzo, alle ore 16,30, ha avuto luogo un interessante incontro con Jean-Noël Schifano, autore del “Dizionario appassionato di Napoli”, in via Vetriera 12 a Napoli. Nella storica cioccolateria della Gay-Odin, Marisa Maglietta Del Vecchio ha creato con i suoi collaboratori un Uovo Pasquale contente il libro di Schifano: l’Ovo di Virgilio, dunque, antica leggenda, diventa simbolo di Napoli.. Ne ha parlato a lungo Jean-Noël Schifano, meridionalista convinto, cittadino onorario di Napoli, un tempo direttore dell’Istituto Francese di via Crispi, il Grénoble, illustrando il suo Dizionario che racconta Napoli dalla A alla Z. Presenti all’incontro con l’autore, la dott. Marisa Maglietta Del Vecchio, il console francese, Laurent Burin Des Roziers, l’editrice Donatella Gallone, la brava attrice Anna Maria Ackermann, che ha letto un significativo brano del libro e il chitarrista Franco Manuele che ha cantato antiche canzoni napoletane. Si avvicina la Pasqua e l’artistico uovo contenente il libro di Schifano, mette in rilievo le pagine che l’autore ha dedicato al famoso “Ovo” di Virgilio nel suo Dizionario. Particolare interessante: un grande uovo di cioccolato con il libro come “sorpresa”, firmato dall’autore, verrà regalato al Presidente Macron che ama molto Napoli. Ritornando dunque alla leggenda, Schifano ha evidenziato che il grande poeta Virgilio, considerato un mago, aveva messo un uovo d’oro dentro una sfera di cristallo per salvare Napoli da ogni calamità naturale e donarle eterna vita. Nella villa del romano Lucullo situata sull’antico isolotto di Megaride, l’uovo in seguito fu messo in una gabbia di ferro e seppellito sotto il castello che è ancor oggi conosciuto come Castel dell’Ovo. Quella dell’Uovo, tuttavia, non è solo una leggenda, ma una permanente simbologia, di vita e rinascita, simbolo stesso della città e della sua ricerca di un olistico “intero” in cui anche aspetti contrastanti coesistono, resistendo contro ogni disgregazione di identità. E il simbolo dell’Uovo si ritrova ovunque a Napoli da Pulcinella (derivante da “pulcino”) con il suo ventre tondeggiante e la gobba, alla forma stessa del golfo che si estende in una forma ovoidale e con due braccia avvolgenti, quasi a ricordare l’amore della sirena Partenope per Napoli: una città ricca di miti e di leggende, di bellezze naturali e di millenaria storia e cultura che attraverso i secoli ha saputo fondere gli aspetti positivi di popoli invasori. Amante di pace e accoglienza, anche se ridotta a mera colonia dopo l’Unità d’Italia, ha sopportato con dignità ulteriori saccheggi, benché avesse contribuito all’Unità con il sangue dei suoi patrioti. J. N.Schifano, quindi, può essere considerato figlio amorevole di questa città ed erede responsabile della sua storia, fatta di bellezza e arte, in particolare canto e poesia. Significativa la collaborazione tra l’autore e la casa editrice “Ilmondodisuk”, fondata dalla giornalista e scrittrice Donatella Gallone che con coraggiosa iniziativa ha lanciato un S. O. S. per Napoli, al quale hanno aderito ben più di cento artisti, dando prova che il mondo dell’arte può unirsi in solidarietà per una diffusione della cultura senza confini. "SosPartenope", in effetti, è un progetto di crowdfunding che Ilmondodisuk ha lanciato con l’obiettivo di tradurre e pubblicare Dictionnaire amoureux de Naples (Dizionario appassionato di Napoli) di Jean-Noël Schifano, un libro capace di smantellare gli stereotipi su una metropoli troppo spesso e troppo a lungo etichettata come covo del malaffare. Per sostenerlo, circa 140 artisti italiani e stranieri hanno donato le loro opere per la mostra, "SosPartenope, 100 artisti per il libro della città", organizzata in collaborazione con l'Assessorato alla Cultura del Comune di Napoli ed esposta prima a Castel dell'Ovo e poi in altri storici edifici. Un incontro davvero interessante che ci fa ben sperare per la nostra meravigliosa città di cui troppo spesso si mettono in rilievo solo aspetti negativi, mentre un vergognoso silenzio su quelli positivi continua ad imperversare. Malgrado ciò, Napoli rimane una città “resiliente” che vuole vivere e che “non morirà mai”, come ha affermato Schifano. Giovanna D’Arbitrio
Libro "EMOZIONI VISIVE DALLA BIRMANIA"
post pubblicato in diario, il 29 marzo 2019
Giovedì 28 marzo, alle ore 16,30, nell’ Antica Fabbrica di cioccolato Gay-Odin (via Vetriera 12 Napoli), è stato presentato il libro “Emozioni visive dalla Birmania, Immagini di un viaggio in Myanmar, un paese bello e sfortunato”. Dopo una breve introduzione di Marisa Maglietta Del Vecchio, Proprietaria dell’antica e prestigiosa cioccolateria napoletana, ha dialogato con l’autrice il dott. Salvatore Manna, direttore della rivista “Segni dei Tempi”, alla presenza del Console del Touring Club, dott. Silvana De Luca e del Vice console, dott. Maria Rosaria Vaccaro. Come ha spiegato la stessa prof. Cristina Morra, intervistata da. S. Manna, libro è un racconto di “emozioni” espresse attraverso numerose foto. L’obiettivo perseguito, dunque, è quello di suscitare anche nel lettore profonde emozioni guardando le immagini scattate durante il suo viaggio del 2009 in Birmania, Paese che ella definisce bello e allo stesso tempo sfortunato. Bello per il fascino di spettacoli naturali, umanità di bambini e contadini, arte e meravigliosi templi, sfortunato a livello politico per governi dittatoriali, povertà, mancanza di igiene, arretratezza tecnologica (non c’è energia elettrica in molti luoghi): un Paese, senz’altro coraggioso che politicamente ha combattuto con grande dignità per la libertà, sostenendo Aung San Suu Ky. La Birmania, inoltre, esercita un grande fascino spirituale. Anche se Siddharta Gautama, il Buddha, era indiano, il suo pensiero filosofico si diffuse in tutta l’Asia meridionale e orientale. In Birmania suscitò più interesse il cosiddetto Buddismo del “piccolo veicolo”, cioè quello delle origini, più legato ad interiorità, lavoro sulla persona, conoscenza del sé. Colpiscono le innumerevoli statue del Buddha in tutte le pose (fotografate nel libro). L’autrice evidenzia che questa antica filosofia, anche se priva di una visione trascendente, è tra le più alte in quanto fu la prima a predicare l’ottuplice sentiero dei principi etici e “la compassione” che in qualche modo si avvicina alla “solidarietà” del Cristianesimo, religione che tuttavia si differenzia dal buddismo in diversi punti fondamentali, messi in rilievo da Papa Giovanni Paolo II nel suo libro “ Il cammino della speranza” e da Laura Cesarano Jouakim, in “Gesu’, il Buddha e la legge della vita. Come prendere il meglio dal buddismo senza smettere di essere cristiani”. Partendo pertanto dalla considerazione che il Buddhismo non è una religione, ma filosofia morale e sapendo che Buddha vive nel V secolo a.C., nel libro se ne sottolinea l’influsso sull’Ebraismo e quindi indirettamente sul Cristianesimo che comunque rappresenta un ulteriore e più avanzato livello spirituale illuminato dalla luce divina. Dai cenni biografici apprendiamo che la prof. Cristina Morra, laureata in Economia e Commercio, ha insegnato per 26 anni presso l’Istituto Tecnico Michelangelo Buonarroti di Arezzo. Attualmente in pensione, è presidente della Sezione aretina dell’A.I.I.G. (Associazione Italiana Insegnanti di Geografia)e offre la sua collaborazione all’ l’Università Statale di Firenze e l’Università dell’Età Libera di Arezzo. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo diversi testi scolastici e i seguenti libri: Globalizzati, ma liberi e sviluppati? (2006); Uno sguardo su Arezzo e il suo centro storico. Per uno "slow tourism"(2007). Giovanna D’Arbitrio
LIBRO "I TESSUTI D'ARTE DEL REGNO DI NAPOLI"
post pubblicato in diario, il 22 dicembre 2018
Il 23 dicembre 2018, alle ore !8,00, alla Sala Pan In via Vittoria Colonna a Napoli, è stato presentato postumo l’ultimo libro di Nicoletta D’Arbitrio I TESSUTI D’ARTE DEL REGNO DI NAPOLI (Ed. Ad Est dell’Equatore). Le note biografiche sull’autrice ci informano che “NICOLETTA D'ARBITRIO (Napoli, 1948 – 2017): Scenografa, esperta d'Arte del tessuto e del restauro dei tessuti storici. Docente di Restauro dei tessuti storici dal 1989 (Istituto Mondragone di Napoli, Istituto L. de Medici, Accademia di Belle Arti di Napoli). Autrice di pubblicazioni sulla storia dell'arte del tessuto e sulle manifatture tessili del Regno di Napoli, tra queste ricordiamo: L'Arte della tessitura in Campania, Marotta, Napoli 1989; Il Real Albergo dei Poveri di Napoli. Un edificio per le “Arti della città”, Edisa, Napoli 1999 (coautore Luigi Ziviello); Carolina Murat La Regina Francese del Regno delle Due Sicilie Le Architetture La Moda L'Office de la Bouche, Edisa, Napoli 2003 (coautore L. Ziviello), La “Nova sacristia” di San Domenico Maggiore, gli apparati e gli abiti dei re Aragonesi, Edisa Napoli, 2001. L'età dell'Oro, Artemisia, Napoli 2007. Curatrice di mostre sul patrimonio tessile e sulla cultura materiale del Regno di Napoli con sede a Napoli, Caserta, Roma, Tokyo, New York, Madrid, Londra, Parigi, Strasburgo. Tra queste, la cura della sezione “tessuti” della mostra Las Manufacturas Napolitanas de Carlos y Ferdinando Borbon, entre Rococo y Neoclasicismo o Las utopias posibles, Madrid 2003; Un Giojello per la Regina, Museo di San Martino, (catalogo Electa Napoli) 2006; I Pastori napoletani e le vestiture del Regno di Napoli. Il tempo della tradizione, Londra 2009/2010; Il Presepe del Regno di Napoli. Le arti e i mestieri della Città, Parigi 2010/2011; Il Presepe cortese del Regno di Napoli. I Figurarum Sculptores, Strasburgo 2010/2011. Ha partecipato a mostre e pubblicazioni curate dalla Soprintendenza del Polo museale della città di Napoli; tra queste: Settecento napoletano: Sulle ali dell'aquila Imperiale, Napoli 1994, Tiziano e il ritratto di corte da Raffaello ai Carracci, Electa Napoli 2006 (con il saggio La Veste de’ Nobiltà, il potere e l’apparire).Ha curato e condotto il restauro scientifico-materiale e la schedatura di opere d'arte tessile del patrimonio campano; tra cui i reperti tessili del I° secolo d. C. di Ercolano e di Pompei, gli apparati vestimentari del XV e XVI secolo dei sovrani d'Aragona e della corte vicereale, gli arazzi della manifattura settecentesca di San Carlo alle Mortelle dei Borbone di Napoli, i panni ricamati del XVII secolo della collezione d'Avalos (Museo di Capodimonte), i panni ricamati del XVII secolo della collezione d'Aquino (Basilica di San Domenico Maggiore), i paramenti sacri del XVII e XVIII secolo della Cappella del Tesoro di San Gennaro. Sulla quarta di copertina del libro si legge quanto segue: «Il restauro non è un'applicazione tecnica per quanto sofisticata, ma è un atto critico, il gesto di mani guidate dal pensiero. E il gesto che porta a restaurare non si dirige verso l'indistinto mondo Tessuti unici e preziosi che avevano valore monetario accertato e accettato negli scambi commerciali. I sovrani aragonesi arricchirono con una collezione di tessuti d'arte di pregio il loro tesoro custodito nella torre del “Guardaroba reale” in Castel Nuovo. Una collezione che, oltre a dimostrare l’attenzione dedicata all'arte e a dare prestigio alla corte, rappresentò per i sovrani un patrimonio preziosissimo, adottato anche come “impegno” offerto ai banchieri per acquisire fondi utili a finanziare le imprese dei re d'Aragona”. Dal seguente articolo (pubblicato su Ischia News) apprendiamo che ”Il saggio pone le basi scientifiche per un repertorio documentario e letterario in gran parte inedito, frutto di una ricerca condotta negli archivi storici italiani ed europei e fondato sulla acquisizione di una vasta documentazione iconografica. Lo studio ha portato alla luce preziose opere d'arte tessile create da artefici napoletani e anche francesi, fiorentini, senesi, veneziani e genovesi che operarono a Napoli, dove furono accolti e a cui fu data cittadinanza, contribuendo al fiorire dell'arte tessile. I documenti non solo ne rivelano l'identità ma specificano le caratteristiche dei manufatti creati dall'atelier di ogni “Maestro di drappi d'oro”. Lo studio rivela anche il contributo dato dagli artisti del Regno di Napoli nel XV e XVI secolo alla diffusione dell'arte tessile in Francia, dove furono invitati e ospitati nelle dimore reali. I sovrani francesi, inoltre, per promuovere le arti si ispirarono agli interventi introdotti a Napoli dal governo aragonese e vicereale. Il testo valorizza i percorsi produttivi-creativi legati alla cultura materiale della città e che ne hanno nel tempo promosso lo sviluppo, il benessere economico e civile. La seconda parte del libro riguarda le fasi di restauro di opere dell’arte tessile napoletana tra cui gli arazzi di Palazzo Reale, i ricami della famiglia D’Aquino e gli apparati delle famiglie reali e delle nobili casate napoletane conservati in S. Domenico Maggiore e i ricami di S. Chiara eseguiti dall’autrice stessa nel corso della propria vita professionale” . Concludendo, Nicoletta D’Arbitrio ha dedicato la sua vita a diffusione di Arte e Cultura, con impegno e sacrificio. Posso testimoniarlo, come sorella e amante di ogni forma d’arte. Giovanna D’Arbitrio
LIBRO "CONVERSAZIONE A DUE VOCI", di R.R.TOSCANI
post pubblicato in diario, il 20 dicembre 2018
Sabato 15 Dicembre 2018 alle ore 10,30, nella splendida Sala Comencini della Fondazione Circolo Artistico Politecnico in piazza Trieste e Trento a Napoli, è stato presentato il libro “Conversazione a Due Voci- note di supervisione”, scritto da Rosa Romano Toscani, (psicoterapeuta e scrittrice, socio fondatore SIPP, docente con funzioni di training). ), con la collaborazione di Pietrina Bianco (psicoterapeuta e dirigente U.O. adozione e affido familiare) Al dialogo con le autrici hanno partecipato Giuseppe Scialla (Autorità Garante infanzia e adolescenza), Antonio De Rosa (Presidente SIPP). Luigi Baldaccini,(direttore dell’Istituto di Psicoterapia Relazionale),Raffaele Caprioli(psichiatra , membro ordinario SIPP), Antonia Imparato (Psichiatra, membro FPL e membro EPFCLI),Valeria Sperti (docente di letteratura francese- Università Federico II), nonché l’attrice Agnese Crispino che ha letto alcuni brani del libro. Nel corso del dibattito, coordinato abilmente dalla stessa Pietrina Bianco, è stato evidenziato quanto sia importante la figura del “supervisore” come supporto nei momenti di impasse di fronte a casi più complicati. In momenti storici difficili come quelli attuali, inoltre, secondo i relatori occorre “umanizzare” i processi psicoterapeutici, evitando modelli superati, in particolare nel campo di infanzia e adolescenza (G. Scialla).I mutamenti sociali agiscono anche sui pazienti che oggi vogliono guarire “in fretta” e quindi per loro occorrono nuovi strumenti, nuova formazione e continuo confronto(A. De Rosa, P. Bianco.). Immersione empatica, umiltà, rispetto reciproco, superamento della “vergogna” e in particolare creatività sono elementi fondamentali nel percorso in cui si confrontano paziente, terapeuta e supervisore alle prese con transfert e controtransfert (A. Imparato, R.R. Toscani, L. Baldaccini). E poiché il libro è ricco di citazioni letterarie, è stato evidenziato infine il legame tra psicanalisi, letteratura e arte in genere, nonché l’importanza del linguaggio, cioè l’uso di parole “appropriate” nel delicato dialogo della “triade” paziente- terapeuta - supervisore, una storia scritta a tre mani (V. Sperti, R. Caprioli, R.R. Toscani)- ? senz’altro difficile sintetizzare un dibattito di due ore in poco spazio, un dibattito che fin dall’inizio si è rivelato coinvolgente, colto ed elevato, un’ottima opportunità per riflettere anche per la sottoscritta che da insegnante spesso ha seguito con particolare cura alunni affetti da disagio psichico Ho letto il libro in breve tempo, grazie allo stile scorrevole e al significativo contenuto: molto interessante la seconda parte in cui il caso di Anna, una paziente difficile, evidenzia in pratica come le autrici abbiano vissuto il rapporto con la paziente: l’una nei panni di terapeuta (P. Bianco) e l’altra in quelli di supervisore (R. R. Toscani). Mi è piaciuta la citazione a pag. 57: “Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi”(Proust).Una citazione appropriata agli aspetti innovativi illustrati nel libro. Rispondente a verità la quarta di copertina in cui si legge che “dopo un’esauriente cornice teorica, il volume presenta un’esperienza esemplare di supervisione di una coppia al lavoro, didatta-allieva, che accompagna le varie tappe di un percorso di psicoterapia psicoanalitica. Come sottolinea Palacio Espasa nell'introduzione, è soprattutto la qualità della relazione interpersonale maestro-allievo che favorisce la trasmissione della tecnica psicoanalitica. L'originalità di questo libro sta proprio nel testimoniare la graduale acquisizione di competenze a partire da una profonda relazione duale che, per osmosi, si estende alla cura del paziente: la supervisione quindi come riconoscimento e costruzione tra ognuno dei due membri separatamente e in coppia. Accogliendo le parole di Claudio Neri, "uno spazio per la differenza tra pari". La narrazione dell'allievo dell'esperienza della supervisione costituisce un ulteriore elemento di ricchezza del testo, un'apertura e uno sguardo dentro l'avventura emotiva della sua formazione nella ricerca di autonomia, autenticità e creatività come persona analitica- Un libro originale sulla relazione terapeutica e sulla formazione del terapeuta. Un intreccio tra storia e narrazione clinica descritto attraverso il racconto dei suoi protagonisti. Un percorso intimo ed empatico che abbraccia la cura e lo sviluppo di una dimensione creativa di sé. Un libro sull’arte dell’ascolto e del cum-versare dentro la stanza d’analisi, su noi stessi, la nostra vita e la vita dell’altro”. Giovanna D’Arbitrio
FILM "IL VIZIO DELLA SPERANZA"
post pubblicato in diario, il 5 dicembre 2018
Vincitore del Premio del pubblico BNL alla Festa del Cinema di Roma 2018, premiato al Tokyo International Film Festival per la Miglior regia (Edoardo De Angelis) e la Miglior attrice (Pina Turco), il film Il Vizio della Speranza, evidenzia la lotta per la vita pur nell’estremo degrado delle periferie urbane. Il film inizia con un’immagine straziane: il corpo di una bambina tramortita da un brutale stupro galleggia sull’acqua del mare nell’ abito bianco della prima comunione e viene ripescato dall’ex giostraio, Pengue (Massimiliano Rossi). Segnata dall’abuso sessuale che ha compromesso la sua capacità di generare, Maria (Pina Turco) per sopravvivere aiuta una pappona tossica, Zia Maria (Marina Confalone), traghettando sul Volturno prostitute nigeriane che affittano l'utero per denaro. Accorgendosi di essere incinta, un giorno Maria ha un improvviso risveglio di coscienza e aiuta Fatima che vuole tenere per sé il suo bambino. Costretta a fuggire, si nasconde nella casa delle prostitute nigeriane: viene scoperta e tenuta prigioniera da Zia Maria che prevedendo la sua morte dopo il parto, vuole impadronirsi del bambino per i suoi loschi traffici. Maria lotta con tutte le sue forze per salvare suo figlio e vi riesce con l’aiuto di Pende che durante il parto prega Dio con tutta l’anima affinché Maria non muoia. Il film è stato girato nella zona di Castel Volturno dove negli anni ’60 i fratelli Coppola realizzarono il progetto edilizio Pinetamare (a nord di Napoli), finito poi nell’abusivismo e nel degrado, terra di emarginati, migranti e criminali. Edoardo De Angelis l’aveva già scelta per altri due film Mozzarella Stories e Indivisibili, seguendo l’esempio di Matteo Garrone che qui girò scene di Gomorra e del recente Dogman. Insomma il Villaggio Coppola diventa periferia degradata generica che rappresenta in fondo tutte le zone suburbane abbandonate a se stesse. Nelle note di regia, De Angelis ha scritto che ”Castel Volturno, nell’organismo della nazione, è un organo secondario, è la milza d’Italia. Se lo asporti, sopravvivi lo stesso. Eppure, tra i secondari, la milza è l’unico a essere collegato all’organismo attraverso vasi sanguigni, vene e arterie. Inoltre, combatte le infezioni ematiche ed è un buon serbatoio di sangue”. Il film è ricco di simboli: il nome stesso della protagonista, Maria, la scena finale della nascita di suo figlio, simile ad un presepe, in qualche modo rappresentano la voglia di rinascita e speranza. Anche il desiderio di libertà appare chiaro nella bella scena di un cavallo nero che galoppa lungo la riva del mare. In una luce triste e crepuscolare si aggirano personaggi di un mondo in penombra (fotografia di Ferran Parede) dove napoletani e neri riescono a convivere tra eventi drammatici, ritmi africani e antiche canzoni popolari (musiche di Enzo Avitabile), un'integrazione che nasce dalla solidarietà tra gli umili, ben descritta da atmosfere e dialoghi(sceneggiatura di De Angelis e Umberto Contarello). Giovanna D’Arbitrio
NAPOLI- PRESENTAZIONE DEL LIBRO "L'ALTRO RADICALE"
post pubblicato in diario, il 21 ottobre 2018
Il 18 ottobre 2018, alle ore 18,00, a Napoli, allo Spazio Guida in via Bisignano, 11, ha avuto luogo la presentazione del libro L’altro Radicale - essere liberali senza aggettivi (Guida editore) di Giuseppe Rippa con Luigi O. Rintallo. Sono intervenuti: Antonio Marulo (moderatore), Luigi Rintallo, Andrea Manzi, Paolo Macry (ordinario di Storia contemporanea all'Università Federico II), Biagio De Giovanni (professore di Filosofia Politica all'Università degli Studi l'Orientale di Napoli), Giuseppe Rippa (direttore di Quaderni Radicali e dell’Agenzia di Stampa on-line Agenzia Radicale), webmaster Roberto Granese. Prima di riferire sui temi del dibattito ci sembra interessante come viene descritto il libro dalla Casa Editrice Guida: “Partendo dalle ragioni dell'"alterità" del partito fondato da Marco Pannella, Giuseppe Rippa riflette sull'eclisse attuale dei radicali nello scenario italiano dopo la morte del leader nel 2016. È l'occasione per raccontare la propria esperienza politica dagli esordi nella Napoli degli anni Settanta alla situazione attuale, che a due anni dalle elezioni presidenziali negli Stati Uniti registra una svolta epocale dai contorni ancora indefiniti. Attraverso la carrellata di incontri ed eventi emerge con nitidezza l'analisi politica del direttore di «Quaderni Radicali» e «Agenzia Radicale», contraddistinta dal complesso rapporto con Pannella - a un tempo dialettico ma sempre improntato a lealtà - e dalla determinazione a concepire l'impegno civile come una ragione di vita irrinunciabile. Introduzione di Silvio Pergameno. Postfazione di Biagio de Giovanni”. Ritornando al dibattito, dopo una breve introduzione dell’ equilibrato moderatore, Atonio Marulo, la parola viene data a Luigi Rintallo secondo il quale il liberalismo non può essere considerato la causa scatenante di globalizzazione, turbocapitalismo e consequenziale crisi del 2008, in quanto non hanno in sé niente di liberale, come viene sottolineato anche nel libro, ideato dopo la morte di Pannella per ricostruire l’alterità dei radicali, nonché quella dello stesso Rippa. Dagli anni ’70 si arriva ad oggi con una serie di riflessioni che diventano un manifesto politico, non solo memoria del passato, una proposta politica per il futuro dal momento che dal’92 predomina l’antipolitica, con una frammentazione orchestrata dal Potere dominante che preferisce manipolabili ribelli ai riformatori che propongono reali cambiamenti. L’esigenza di ritornare alla vera politica era già presente nel loro libro del ’93, “Hanno ammazzato la politica”. A questo punto Marulo passa la parola ad Andrea Manzi che definisce il libro “molto complesso”: essere liberali senza aggettivi è difficile, in particolare oggi per la crisi attuale dell’Italia, un paese “fermo” in condizioni drammatiche. Rippa, comunque, ha il merito di estendere la sua visione oltre i confini, pur lottando sempre per i diritti umani e civili. In effetti i radicali in tutte le loro battaglie hanno cercato di introdurre nuove norme o di modificare quelle esistenti con una chiara visione della legge. Secondo Manzi spesso si parla di crisi della democrazia liberale della quale non esistono esempi riscontrabili nella realtà (tranne forse negli USA): liberalismo e democrazia sono due cose diverse secondo li, in quanto il primo è atteggiamento etico-politico mentre la democrazia ha un carattere prettamente politico. Drammatica appare oggi la cattiva manutenzione della democrazia anche per colpa dei liberali, secondo “The Economist” che rileva una mancanza di azione incisiva dei liberali (perfino nel caso dei migranti), per una crisi dei valori liberali. Secondo Paolo Macry, tutto parte dalle campagne referendarie degli anni ’70, alcune vinte altre perse, battaglie difficili in un’Italia clericale e martoriata da eventi drammatici, come ad esempio il caso Moro, battaglie costruite anche con l’appoggio della sinistra, col “passa parola” e con costruttive insperate sinergie, come quella con Scalfari e l’Espresso. Anche nelle sconfitte, tuttavia, i radicali si garantiscono uno “zoccolo duro”, un 15% -20% di adesioni anche su temi molto difficili, avvalendosi di una piccola classe dirigente competente e colta che fa discorsi nuovi. Battaglie per i diritti civili, fatte per affermare lo stato di diritto e la democrazia liberale, battaglie fatte per l’informazione, con Radio Radicale, nata a metà anni ’60 sul criterio di “conoscere per deliberare”. Preoccupano oggi le forze illiberali, ma bisogna sperare di far sentire una voce diversa, come hanno fatto i radicali con Pannella e una classe dirigente intelligente che è riuscita a rompere la “crosta del senso comune”, mettendo in campo “valori non negoziabili”. La parola passa poi a Biagio De Giovanni, autore della post prefazione, che dichiara in modo netto e conciso che siamo “alla fine di un mondo”, fine nella quale siamo tutti coinvolti. Allora volgiamo lo sguardo al passato quando esistevano i grandi partiti di massa, fenomeno non solo italiano ma europeo, contrassegnato da una tensione dialettica alla quale partecipavano anche i radicali, mai stati un partito, bensì una costellazione diretta da Pannella, crollata quando sono scomparsi i grandi partiti, le grandi culture che hanno fondato la democrazia di massa nel dopoguerra. Nel periodo delle battaglie referendarie, in effetti, anche il partito comunista è stato positivamente coinvolto. Nel 1989 poi cambia la struttura del mondo con la globalizzazione, in Europa all’inizio interpretata come una premessa per unificare il mondo ed estendere la democrazia, ma non è stato così: l’Europa si sta disgregando sotto l’ avanzata di destre estremiste e populismi (vedi Brexit e una Germania sempre più debole). Assistiamo all’agonia della democrazia rappresentativa e al sorgere di democrazie illiberali, una crisi non solo europea, ma mondiale. Un’opposizione vera può venire solo dalla Cultura, poiché ora occorrono nuovi strumenti per una svolta. Il passato non ritorna, chiediamoci piuttosto da dove ripartiamo per uscire dall’attuale caos mondiale e dalle democrazie illiberali. Basti pensare alle parole di Salvini durante il suo recente viaggio in Russia, nazione in cui si sente “a proprio agio”, nazione in cui si ammazzano gli informatori e dove regna il dispotismo. Speriamo che si risvegli la Cultura per mettere a tacere una trionfante sottocultura becera e rozza. Conclude il dibattito Giuseppe Rippa riassumendo i temi trattati dai vari interlocutori e partendo dagli anni ’70 quando Napoli era un avamposto delle battaglie civili. Pur condividendo le idee di Biagio De Giovanni, egli mette in evidenza i costanti sforzi dei radicali nel cercare interlocutori anche negli altri partiti (in particolare la DC di Fanfani e PC) per le loro difficili battaglie nel difendere la cultura liberale, la vera democrazia, lo Stato di diritto e l’informazione corretta. L’attacco alla parte deleteria della partitocrazia è stata fatta con i referendum. Il libro “Hanno ammazzato la politica” aveva in sé il presagio della fine di una costruttiva dialettica e l’inizio di un’informazione sempre più scorretta. Il declino dei partiti è oggi evidente nei discorsi dei politici, inclusi quelli del PD che ha perso continuamente pezzi. Insomma bisogna lavorare sulla “società delle conseguenze”, in cui vanno scomparendo tutti gli spazi di confronto e dialogo, mentre trionfano o ignoranza, incompetenza, disinformazione: una catastrofe alla vigilia delle elezioni europee per il predominio di sovranismi e populismi. Un dibattito davvero interessante, in cui finalmente abbiamo potuto apprezzare il tono colto ed elevato del confronto tra persone intelligenti che con sincerità, signorilità e competenza hanno analizzato un lungo periodo storico dagli anni ’70 ad oggi, toccando numerosi temi con discorsi “di qualità”, quella qualità culturale che purtroppo oggi scarseggia, come giustamente ha rilevato B. De Giovanni, auspicando un ritorno alla vera Cultura. Giovanna D'Arbitrio
"L'AMICA GENIALE", di ELENA FERRANTE
post pubblicato in diario, il 8 ottobre 2018
I primi due episodi della serie televisiva tratta dalla nota quadrilogia di Elena Ferrante, sono apparsi sul grande schermo in questi giorni, riscuotendo un notevole successo. Ricordiamo che nel 2011 fu pubblicato il primo volume del ciclo L'Amica Geniale, seguito dai libri Storia del nuovo cognome, Storia di chi fugge e di chi resta, Storia della bambina perduta. (Ed.e/o). Nel 2017 la televisione statunitense HBO annunciò poi la produzione di una serie televisiva in otto puntate basata sui suddetti libri (prodotta da RAI Cinema e Fandango), recitata in lingua napoletana con sottotitoli in inglese. I primi due episodi sono tratti dal primo volume che descrivono l’infanzia e l’adolescenza di due bambine, Elena (Elisa del Genio), e Raffaella (Ludovica Nasti), in un quartiere povero di Napoli negli anni ’50, dove è racchiusa tutta la loro vita, tra giochi con le bambole, scuola e famiglia, litigi tra familiari e i loro vicini, violenze del “guappo”, Don Achille. Molto intelligente, ribelle e decisa, Lila desta l’ammirazione di Lenù che diventa sua amica e la segue in tutte le sue audaci iniziative. Purtroppo con la fine della scuola elementare sono costrette a separarsi: il padre di Lila, calzolaio povero e maschilista, non le consentirà di proseguire gli studi, mentre il padre di Lenù, usciere comunale, permetterà alla figlia di continuare a studiare. I loro percorsi comunque continueranno ad intrecciarsi per tutta la vita e in futuro verranno poi descritti da Elena in un libro, specchio dei loro sogni, amori, inganni, rotture e ricongiungimenti, in particolare del loro coraggio nel sottrarsi a patriarcale sottomissione, maschilismo e degrado socio-culturale. Il primo volume, così come il film, si apre con il prologo, Cancellare le tracce, in cui il figlio di Lila chiede invano aiuto a Lenù, ormai anziana, qualche notizia per ritrovare la madre scomparsa. La narrazione poi continua con i ricordi di Lenù (voce narrante: Alba Rohrwacher ) ed è condotta da lei stessa in prima persona. Vengono alla luce così tanti personaggi, descrizioni di ambienti e usanze di una Napoli anni ‘50 e via via nei libri successivi scorrono tanti eventi storici fino ai nostri giorni: un excursus emozionante e coinvolgente per i napoletani di una certa età, come la sottoscritta che ben ricorda il passato, in particolare gli anni ’60 quando come insegnante toccò con mano i problemi della dispersione scolastica in certi quartieri napoletani “a rischio”. Secondo la descrizione della casa editrice la quadrilogia “comincia seguendo le due protagoniste bambine, e poi adolescenti, tra le quinte di un rione miserabile della periferia napoletana, tra una folla di personaggi minori accompagnati lungo il loro percorso con attenta assiduità. L'autrice scava intanto nella natura complessa dell'amicizia tra due bambine, tra due ragazzine, tra due donne, seguendo passo passo la loro crescita individuale, il modo di influenzarsi reciprocamente, i buoni e i cattivi sentimenti che nutrono nei decenni un rapporto vero, robusto. Narra poi gli effetti dei cambiamenti che investono il rione, Napoli, l'Italia, in più di un cinquantennio, trasformando le amiche e il loro legame. E tutto ciò precipita nella pagina con l'andamento delle grandi narrazioni popolari, dense e insieme veloci, profonde e lievi, rovesciando di continuo situazioni, svelando fondi segreti dei personaggi, sommando evento a evento senza tregua, ma con profondità e potenza.. Altri romanzi arriveranno poi per raccontarci la giovinezza, la maturità, la vecchiaia incipiente delle due amiche”. Nella trasposizione cinematografica, senz’altro notevole la sceneggiatura di Elena Ferrante, Francesco Piccolo, Laura Paolucci, Saverio Costanzo il quale con la sua abile regia, inoltre, è riuscito a dar corpo a Lenù e Lila con due piccole bravissime attrici non professioniste, Elisa Del Genio (Elena) e Ludovica Nasti (Lila), ricostruendo la storia a Caserta, vicino Napoli che è l’ altra protagonista del racconto, una città descritta in tutti i suoi contrasti, tra splendore, miseria, catastrofi naturali (terremoto dell’ ’80,) sullo sfondo di un'Italia tormentata da drammi di tutti i generi dal dopoguerra fino ai nostri giorni. Si ritiene che la scrittrice Elena Ferrante, nata e cresciuta a Napoli, si nasconda dietro uno pseudonimo, per cui varie ipotesi sono state avanzate sulla sua vera identità, tra le quali forse la più accreditata è quella centrata su Anita Raja, traduttrice e saggista partenopea. Dal suo primo romanzo, L'amore molesto (1992) fu tratto l'omonimo film di Mario Martone e da I giorni dell'abbandono (2002) è stata realizzata la pellicola omonima di Roberto Faenza. Giovanna D’Arbitrio
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