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FILM "LA VERITA' STA IN CIELO"
post pubblicato in diario, il 11 ottobre 2016
Tutto è così incredibilmente vero da sembrare impossibile (Shakespeare) La frase di Shakespeare, usata da R. Faenza, è illuminante per inquadrare il suo nuovo film, “La Verità sta in cielo”, tratto dal romanzo di Vito Bruschini “La verità sul caso Orlandi” (New Compton Ed.). In effetti il regista (e sceneggiatore) in quest’opera cerca di far luce sul difficile e misterioso caso di Emanuela Orlandi, quindicenne figlia di un messo pontificio, scomparsa a Roma il 22 giugno 1983. Il racconto inizia con le indagini sull’attuale Mafia Capitale da parte di un giornalista inglese, John (Shel Shapiro), che incarica la sua collega Maria (Maya Sansa), di far ricerche sulla vicenda di E. Orlandi. Maria riesce a contattare Raffaella Notariale (Valentina Lodovini) che aveva già ottenuto scottanti rivelazioni da Sabrina Minardi (Greta Scarano), ex amante di Enrico De Pedis (Riccardo Scamarcio), detto Renatino, malavitoso coinvolto nella scomparsa di Emanuela. Attraverso un dettagliato lavoro di ricerca basato su materiali di archivio e contatti con la famiglia Orlandi, R. Faenza tenta di ricostruire quello che fu uno dei più dolorosi e clamorosi casi irrisolti italiani. Lunghi anni di indagini, oscure ipotesi, presunti coinvolgimenti tra criminalità, poteri forti dello Stato, alta finanza e Vaticano sono stati ampiamente illustrati da mass media nonché da scrittori in numerosi libri, ma non sono stati mai convalidati dalla Giustizia italiana: la Cassazione ha archiviato l’inchiesta nel maggio 2016. Il titolo del film ha origine dalla risposta di Papa Francesco - “Emanuela ora sta in cielo”- data al fratello di Emanuela, Pietro Orlandi. Intervistato, il regista ha dichiarato che l’obiettivo del film è ovviamente quello di cercare la Verità qui in terra, in un’Italia machiavellica piena di misteri che restano sempre oscuri e irrisolti in tutti i tempi. Un film interessante, ma che lascia negli spettatori un grande senso di amarezza e di sfiducia in Stato, Chiesa e Giustizia, mettendo in risalto la loro incapacità di combattere intrighi e corruzione. Ecco un video sull’’intervista rilasciata dal regista: https://www.youtube.com/watch?v=ksNqXPkLDfI Giovanna D’Arbitrio
FILM "IL QUINTO POTERE"
post pubblicato in diario, il 29 ottobre 2013
           

Il film di Bill Condon,  “Il Quinto Potere”,  ricostruisce il rapporto tra Julian Assange, già gestore e fondatore di Wikileaks e il suo  socio, il tedesco Daniel Domscheit-Berg, rapporto conclusosi nel 2010 per profonde divergenze  sul modo di utilizzare la nota piattaforma digitale che in pochi anni riuscì a divulgare una serie di sconvolgenti  segreti che colpirono alta finanza e politica a livello internazionale, avvalendosi di anonimi informatori sparsi in tutto il mondo.  

 

La narrazione si basa su due libri, “Inside Wilileaks” del suo ex collaboratore,  e “Wikileaks” di David Leigh e Luke Harding, due giornalisti del Guardian, il giornale inglese che aiutò Assange a pubblicare scottanti informazioni sulla guerra in Afghanistan.

 

Bill Condon (già famoso per film come Dreamgirls, Kinsey, Demoni e Dei e Twilight Saga) ci offre un’immagine piuttosto ambigua del personaggio Assange : da un lato lo dipinge come un idealista che combatte per la libertà d’informazione con lo slogan “il coraggio è contagioso”, dall’altro ne evidenzia bugie, mistificazioni e mancanza di scrupoli nella gestione delle notizie.

 

Avvalendosi di  una frase di Oscar Wilde citata da Assange, “date ad un uomo una maschera e vi dirà la verità”, il regista mette in evidenza  la rivoluzione generata dalle nuove tecnologie nel campo dell’informazione e dell’attivismo online. Nello stesso tempo, tuttavia, condividendo i dubbi di D. Domscheit- Berg,  sembra condannare un tipo di informazione non sempre attendibile e verificabile e per di più con conseguenze imprevedibili e pericolose, capaci di alterare delicati equilibri internazionali.

 

Anche se lo sceneggiatore, Josh Singer, ha cercato di contattare testimoni diretti e opinionisti e l’attore  tedesco D. Bruehl ha voluto incontrare Daniel per meglio documentarsi sui fatti,  Assange tuttavia si è mostrato molto insoddisfatto ed ha pubblicato una mail inviata all’attore Benedict  Cumberbatch (che ben lo incarna sullo schermo) nella quale afferma: “Io credo che tu sia una brava persona, ma non è un buon film quello che hai interpretato e scelto: si basa su una sceneggiatura “tossica”, ti sei affidato a persone il cui scopo primario è distruggere e rimuovere tutto il lavoro fatto da Wikileaks”.

 

Il film è comunque da vedere, anche se ci si aspettava qualcosa in più. La narrazione è inizialmente noiosa e caotica per immagini, notizie, personaggi e luoghi presentati quasi in sovrapposizione con sottotitoli troppo veloci e di difficile lettura, ma poi diventa gradualmente più interessante e coinvolgente, lasciando alla fine gli spettatori sempre più avviliti per i terribili segreti che minacciano l’umanità: in effetti  le recenti notizie sul Datagate ci fanno costatare che le conseguenze dell’ 11 settembre e la crescente paura di attentati terroristici  stanno limitando il diritto alla privacy non solo di “addetti ai lavori” come i politici o gli esponenti dell’alta finanza presentati  in” Quinto Potere”, ma di comuni onesti cittadini spesso spiati senza motivo.

 

Il messaggio conclusivo del film sul tema della “ricerca della verità”, dovere di ogni individuo non delegabile a nessuno secondo lo stesso Assange, ci lascia ancor più perplessi sul “come”  accedere alla verità.  Una maggiore diffusione della cultura potrebbe aiutarci a discernere tra vero e falso? Potrebbe essere utile unire all’informazione online anche quella “cartacea” basata su testi di seri studiosi  o di onesti giornalisti “investigativi”? Perché non giungere a leggi internazionali più trasparenti e rispettose della libertà dei popoli? E alla fine ci si chiede: “ Una volta svelato ogni intrigo e turpe intrallazzo, quali mezzi ha oggi l’individuo per difendersi da solo?”.

 

 Un senso di impotenza pervade l’anima di fronte a tutto ciò e dal confronto con gli amici dopo la visione del film, scaturisce almeno l’auspicio di una  sorta di “riscossa culturale ed etica”, una positiva globalizzazione alternativa e costruttiva condotta in tutti i paesi da persone  civili, illuminate ed evolute che con le loro idee possano condurre l’umanità verso una crescente consapevolezza per evitare l’ attuale irresponsabile spinta verso il baratro.

Giovanna D’Arbitrio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL FILM "ROMANZO DI UNA STRAGE"
post pubblicato in diario, il 12 aprile 2012
           

Piazza Fontana,  12 dicembre 1969, ore 16,37: una bomba esplode nella Banca Nazionale dell’Agricoltura, 17 i morti, 88 i feriti. I colpevoli ancor oggi restano ignoti ed impuniti.

 

Si dava inizio così agli  “anni di piombo”,  anni in cui nessuno si sentiva tranquillo in stazioni, aeroporti, treni, aerei  e quant’altro, anni in cui il terrorismo sferrò un attacco violento  anche in Italia, impietoso e crudele soprattutto nel mietere vittime innocenti, persone comuni, lontane dai circuiti contorti della politica.

 

E proprio’ questa pagina buia della nostra storia che il regista Marco Tullio Giordana ci invita a rileggere, offrendoci una versione “diversa” di due personaggi  legati alla strage di Piazza Fontana: l’anarchico Giuseppe Pinelli (Pierfrancesco Favino)  e il commissario di polizia Luigi Calabresi (Valerio Mastandrea).  Il 15 dicembre 1969 Pinelli  muore precipitando da una finestra del Commissariato di Milano nel corso di un interrogatorio. Calabresi viene ritenuto responsabile di ciò, benché in quel momento non fosse presente: il 17 maggio 1972 viene assassinato davanti alla sua abitazione.

 

M. T. Giordana li rappresenta  entrambi come due  uomini onesti e non violenti, vittime di intrighi nazionali ed internazionali che alimentarono “la strategia della tensione ”, insiste sui loro rapporti basati su reciproca stima, evidenzia il loro amore per la famiglia: insomma descrive due persone  dignitose e in buona fede anche se di idee politiche differenti. La stessa dignità  caratterizza le donne di questa storia, Gemma Calabresi (Laura Chiatti),  Licia Pinelli (Michela Cescon).

 

Sulla locandina del film in alto a destra si legge la scritta ”La Verità esiste”, ma ci si chiede poi a cosa serva se essa non emerge mai con chiarezza. Il film sottolinea la difficoltà di accedere in genere ad una corretta informazione sui fatti, per cui lo stesso  Calabresi, inizialmente confuso, solo dopo lunghe ed accurate indagini personali arriva ad una verità che alla fine viene occultata “per non causare danni maggiori all’intera nazione”:  essa diventa pertanto “romanzo”, cioè una sorta di ricostruzione “fantasiosa” degli eventi  poiché le prove mancano,  come si evince dal significativo colloquio tra Calabresi e il capo dell’ufficio “affari  riservati”(interpretato da G. Colangeli).

 

 Lo stesso  regista in effetti ha dichiarato che l’affermazione di Pasolini “Io so, ma non ho le prove”, gli ha fornito lo spunto per il titolo del film, un “romanzo”  diviso in capitoli che racconta un pezzo della nostra storia ai giovani di oggi, così lontani da quei tragici avvenimenti.

 

M. T. Giordana dunque dopo  due film di successo come “I 100 Passi” e “La Meglio Gioventù”, viene elogiato ancora una volta per il suo stile asciutto, privo di falsa retorica e allo stesso tempo umano, capace di introspezione psicologica.

 

Concludendo, ci sembra opportuno sottolineare che purtroppo il terrorismo è sempre la conseguenza di gravi  problemi “irrisolti” che esplodono poi in modo violento, innescando pericolosi processi distruttivi spesso  strumentalizzati per scopi poco nobili. Il prezzo è alto: si rischia la perdita di libertà e democrazia. E dove domina la tirannia poi si verifica ancora un processo simile: la  stessa soppressione dei valori democratici con l’uso della forza bruta, prima o poi genera una reazione uguale e contraria, una sorta di boomerang  che ritorna indietro e spazza via i dittatori, come sta avvenendo nei paesi arabi. La spirale della violenza è un pericoloso circolo vizioso.

 

Gandhi riuscì a mobilitare un’intera nazione contro il colonialismo britannico  con “la resistenza passiva”, oggi invece dopo l’orrendo e devastante attentato alle Torri Gemelle dell’ 11 settembre, assistiamo ad un’ escalation del terrorismo e forse anche ad una strumentalizzazione dello stesso a livello mondiale per fini poco chiari. Dove vogliamo arrivare? La scelta è sempre tra violenza e non-violenza,  inciviltà e civiltà.

Giovanna D’Arbitrio

 

 

 

 

  

 

 

THE LADY- L'AMORE PER LA LIBERTA'
post pubblicato in diario, il 27 marzo 2012
           

Presentato al Festival Internazionale di Roma, il film di Luc Besson “The Lady -l’amore per la libertà” racconta la storia di Aung San Suu Kyi, Premio Nobel per la Pace 1991, definita “orchidea d’acciaio” per la sua coraggiosa opposizione alla dittatura militare che da molti anni opprime  il suo paese, la Birmania.

 

Dopo l’assassinio del padre, il generale Aung San, leader della lotta indipendentista, Suu (Michelle Yeoh) lascia il suo paese, va in Inghilterra, sposa  Michael Aris (David Thewlis), un professore universitario, e  decide di vivere ad Oxford con la sua famiglia. Costretta a ritornare in patria nel 1988 per le gravi condizioni di salute di sua madre, assiste alla brutale repressione dei moti studenteschi, un vero bagno di sangue in cui furono trucidati tremila giovani, e pertanto decide di restare in Birmania per aiutare il suo popolo. Fonda un partito, la Lega Nazionale per la democrazia, vince le elezioni (una farsa inscenata dal regime), ma viene catturata e costretta agli arresti domiciliari per molti anni, poiché si rifiuta di ritornare in Inghilterra e di abbandonare la lotta.

 

Seguendo l’esempio di suo padre e le idee di Gandhi, ella si batte per democrazia, libertà, diritti umani  secondo i principi della non-violenza, guadagnandosi ammirazione e stima sia in patria che all’estero. Costretta a rinunciare agli affetti familiari, poiché il regime non consente al marito e ai figli di entrare in Birmania, con grande sofferenza li segue da lontano: non potrà essere vicina a Michael nemmeno quando egli si ammalerà  di cancro e morirà. Il 13 novembre  2010 Suu viene finalmente liberata dalla sua lunga ed estenuante prigionia.

 

“The Lady” è senz’altro un film commovente, senza falsa retorica, che racconta drammatici eventi attraverso i sentimenti:  la forza dell’amore di Suu e della sua famiglia, saldamente unita negli affetti e nella lotta per la libertà, viene contrapposta all’odio e alla crudeltà di un Potere politico ottuso e corrotto.

 

Nel corso di un’ intervista, al regista è stato chiesto come mai egli riesca così bene a penetrare nella psicologia femminile di personaggi come Giovanna D’Arco e San Suu Kyi. Besson ha risposto che non ritiene di possedere particolari abilità in tal senso e che i risultati raggiunti sono solo frutto di un’accurata ricerca della verità attraverso documenti e testimonianze.

 

Per questo film la ricerca è stata piuttosto difficile e lunga, poiché non riuscendo ad aver contatti né con Suu né con la sua famiglia, si è rivolto ad associazioni internazionali come Amnesty International  e agli stessi birmani includendone circa 200 nel cast: ad essi soprattutto egli ha chiesto se ogni scena o dialogo sembrasse più o meno aderente alla realtà. Ha inoltre aggiunto che oggi nel mondo abbiamo particolarmente bisogno di persone come San Suu Kyi, di “modelli” che battendosi per ideali positivi possano trainare gli altri e segnare una svolta .

 

Un bel film che si avvale di un buon cast, della sceneggiatura di Rebecca Fryan, musiche di Eric Serra, un film che dovrebbero vedere tutti, soprattutto i giovani

 Giovanna D’Arbitrio

 

   

 

 

 

 

 

 

 

 

FILM "THE CONSPIRATOR"
post pubblicato in diario, il 29 giugno 2011

Quattro anni dopo “Leoni per Agnelli”, Robert Redford si ripropone come regista di “The Conspirator”, restando ancora una volta fedele alla tradizione del cinema “liberal” nella difesa dei valori democratici, sanciti dalla Costituzione americana.

Il film  si spira alla storia degli USA: la guerra di secessione, la vittoria dei nordisti, l’assassinio del  presidente Abramo Lincoln  (15 Aprile 1865)da parte di John Wilkes Bouth, catturato e ucciso poi in un fienile mentre cercava di scappare, il processo contro gli altri cospiratori e l’impiccagione di quattro di essi, cioé  D. Herald, G Atzerodt, L. Powell e Mary Surratt, la prima donna giustiziata negli USA.

 La difesa di Mary (Robin Wright) viene affidata a a Frederick Aiken (James McAvoy), giovane avvocato e ufficiale dell’esercito nordista che pur essendo convinto della sua colpevolezza, è fermamente deciso ad offrire un “giusto processo” e a scoprire la verità.

 Inizialmente riluttante ad accettare la difesa della donna, si convince poi gradualmente della sua innocenza, quando scopre che John Surratt, latitante figlio dell’accusata, è il vero colpevole essendo amico di Bouth e di altri cospiratori i quali s’incontravano nella pensione gestita da Mary. Lotta allora con coraggio contro la volontà dell’establishment che, servendosi del segretario del ministero della difesa (Kevin Kline) e del corrotto procuratore (Danny Huston), usa metodi poco ortodossi per far impiccare Mary e offrire così subito alla nazione un capro espiatorio sul quale riversare il desiderio di vendetta per l’assassinio di Lincoln.

Vestita di nero, fiera, dignitosa, la figura di Mary si staglia sulla scena della storia, colpevole di mille ingiustizie contro le donne: è solo una madre che vuole salvare un figlio, ma viene sacrificata e strumentalizzata per fini politici. E Frederick allora con la sua appassionata difesa sostituisce il figlio latitante, John, che non accorre a discolpare la madre poiché, come affermerà poi quando anch’egli verrà imprigionato, “ non aveva mai creduto che potessero giustiziare una donna”.

“The Conspirator” racconta senz’altro una pagina buia della storia americana e pertanto molti negli USA non l’hanno apprezzato, poiché oltretutto hanno visto nel film un sotteso parallelo tra passato e presente, quasi una critica all’attuale lotta contro il terrorismo  gestita con metodi poco ortodossi e spesso criticati a livello internazionale.

In verità tutto ciò non appare nel film che è di pregevole fattura per sceneggiatura (J. Solomon),  fotografia (N. T. Sigel), ottima interpretazione degli attori. Esso sembra piuttosto allinearsi ad un genere di film costantemente presente nel  storia del cinema statunitense, cioè quello che ha sempre combattuto e continua a combattere contro ipocrisia e pregiudizi,  in difesa di verità, democrazia e libertà.

Giovanna D’Arbitrio

 

 

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