.
Annunci online

La solitudine dei giovani "diversi"
post pubblicato in diario, il 26 settembre 2010

Letteratura e cinema ancora una volta interagiscono nel film di Saverio Costanzo “La Solitudine dei Numeri Primi”, tratto dall’omonimo romanzo di Paolo Giordano (Premio Strega 2008).

Il tema della “diversità” di Alice e Mattia e i loro drammi esistenziali, nel film vengono tradotti in immagini forti ed impressionanti.

 

Alice ha sette anni e odia la scuola di sci, ma suo padre la obbliga ad andarci, ha un incidente e rimane zoppa. Mattia è un ragazzino intelligente, ma costretto continuamente dai genitori ad aver cura della sorella ritardata, Michela, un giorno l’abbandona in un parco per andare da solo ad una festa. Questi episodi iniziali peseranno come marchi indelebili sulle vite dei due giovani i quali, anche se  profondamente attratti, saranno inesorabilmente divisi come quei numeri speciali che in matematica vengono definiti come “numeri primi gemelli “, separati da un solo numero pari.

 

 Sia nel libro che nel film i genitori sono  messi sotto accusa: i loro errori nell’educare i figli sono la causa dei suddetti drammi. In questa spietata analisi viene inclusa anche la scuola, non più in grado di incidere sull’attuale generazione che incamera sempre più i pericolosi messaggi di una società priva di valori. Il fenomeno del bullismo, che fa vittime soprattutto tra i “diversi”, è una triste realtà dei nostri giorni. A difesa dei docenti tuttavia, da insegnate animata da buona volontà, posso testimoniare che è estremamente difficile dedicare un’adeguata attenzione agli alunni più fragili in classi sovraffollate, senza il supporto di validi insegnati di sostegno, il costante intervento di competenti psicologi e un massiccio aiuto da parte del personale ATA per sorvegliare bagni, corridoi o luoghi più appartati in cui spesso “i bulli” attaccano. I tagli sull’Istruzione pesano proprio sui più deboli.

 

 Nel romanzo Paolo Giordano riesce ad alternare momenti di estrema durezza  a scene di grande tenerezza e di speranza, a mitigare in parte  la drammaticità delle situazioni. Saverio Costanzo invece  avvolge la storia in un’ atmosfera da horror film servendosi di colori, suoni, suggestioni e fisicità. Emblematica la trasformazione dei corpi dei protagonisti che riflette il rapporto patologico col cibo, grave problema di tanti giovani. Essere “diversi” oggi, dunque, sia a livello fisico che spirituale, appare molto più difficile in una società che punta tutto su immagine e aggressività.

 

In un’intervista lo scrittore, anche sceneggiatore  (insieme al regista), ha affermato: -  Avendo scritto anch’io il film, ero cosciente di ciò che Saverio stava costruendo, ma dalla scrittura alla pellicola c’è un passaggio sorprendente... So che è l’opera di qualcun altro, ma non ho affatto ansia di possesso. Se si ha un attaccamento morboso al romanzo, non bisogna lasciare che qualcun altro ci lavori su -. Infine egli ha concluso il discorso affermando che vedendo il film da spettatore, per la prima volta ha “letto” la sua storia e si è commosso. 

 

Certamente il merito va anche agli attori, tutti bravi, tra i quali in particolare ricordiamo Alba Rochrwacher (Alice), Luca Marinelli (Mattia), Isabella Rossellini (madre di Mattia), Filippo Timi (il clown).

 

Giovanna D’Arbitrio

 

 

 

 

 

 

Uomini e animali
post pubblicato in diario, il 14 settembre 2010

Ieri è morta Gaia, la nostra amata cagnetta e siamo molto tristi in famiglia. Per confortarci in qualche modo, qualcuno ci ha detto : - Suvvia, non esagerate. In fondo era solo un cane! -. L’ho guardato senza parlare, ritenendo inutile dare spiegazioni a chi non aveva mai voluto un animale domestico in casa.

 

Gaia era con noi da ben 14 anni: mio figlio l’aveva trovata a Posillipo, alla cosiddetta “Gaiola”. Mentre faceva jogging, sentì dei lamenti provenienti da un cassonetto della spazzatura. Gli sembrarono umani e pensò addirittura ad un neonato, buttato là come un oggetto (purtroppo succede anche questo). Invece era una cagnetta, sporca, malata e piena di piaghe che un veterinario curò con cura. Poi l’adottammo, la chiamammo Gaia, dal nome del luogo in cui era stata trovata.

 

Come far comprendere a chi non ama gli animali quanto affetto essi siano capaci di dare? In che modo spiegare la loro sensibilità, il loro intuito nel capire i tuoi stati d’animo, quando gli altri non si accorgono nemmeno che esisti, quando nessuno percepisce la tua tristezza, la tua solitudine?

 

Amici e parenti  mi hanno talvolta delusa, ma Gaia no, lei mai. Si stendeva ai miei piedi e mi leccava una mano per confortarmi se ero triste per qualche motivo, oppure mi faceva scuotere con la sua allegria, con il suo gioioso abbaiare, con la richiesta di attenzione. 

 

Gaia dunque era  “trovatella e bastarda”, ma non per questo  da noi meno amata. Ho pensato a lei mentre, leggendo i giornali, mi aggiornavo sulla nuova legge UE che pone  limiti un po’ più severi alle sperimentazioni  sugli animali, legge che ha suscitato ancora molte proteste da parte degli animalisti. Anche se essa è forse un altro piccolo passo avanti, non si può far a meno di pensare: “ Com’ è lenta l’Umanità in certi campi!”.

 

Personalmente sono rimasta colpita dal trattamento discriminatorio riservato ai randagi. E’ vietata la vivisezione su cani e gatti, ma se sono randagi il discorso cambia. Quale crudele assurdità! Riusciamo a creare “caste” perfino tra gli animali?

 

Ora sono contenta di aver accettato 14 anni fa quella piccola randagia in casa mia: anche un umile animale ci può dare qualche lezione d’amore, più di tanti tracotanti esseri “umani”, che di umano talvolta hanno solo l’aspetto.

 

Addio Gaia, ci mancherai tanto.

 

Giovanna D’ Arbitrio

 

 

 

 

 

 

 

Sfoglia agosto        ottobre