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GHEDDAFI:immagini raccapriccianti in tv
post pubblicato in diario, il 25 ottobre 2011

Abbiamo ricordi angoscianti legati a tante passate edizioni straordinarie dei Tg che  all’improvviso disturbavano il nostro tranquillo tran tran quotidiano.  E così quando qualche giorno fa le trasmissioni televisive sono state interrotte, per un attimo abbiamo pensato a mille probabili tragedie “italiane” col fiato sospeso.

 

Poi è stata annunciata la morte di Gheddafi e ci siamo sentiti quasi sollevati, pensando alla fine di una guerra e al diritto alla libertà del popolo libico.

 

Le raccapriccianti immagini del linciaggio mostrate subito dopo, tuttavia, davvero ci sono arrivate addosso come un pugno nello stomaco e ci hanno turbato, anche se certamente non ammiravamo il dittatore.

 

Tanti ragazzi erano davanti alla televisione, molti senza i genitori presenti che potessero intervenire spegnendo la tv o almeno commentare per attenuarne l’effetto.

 

Come se non bastasse, su diversi canali hanno continuato per giorni  a mandare in onda il linciaggio a tutte le ore, ripetutamente, in modo quasi martellante, e ci si chiede per quale motivo in un paese civile come l’Italia insistiamo su questa ossessiva, diseducativa, macabra violenza.

 

 Senza dubbio il dittatore nel suo paese ha suscitato  questo immane odio che l’ha trascinato verso una terribile morte, ma  l’insistere sui crudi particolari di questa uccisione non è un po’ vile, soprattutto se consideriamo che in molti paesi occidentali era stato accolto con tutti gli onori?

                                                                                                                                                                                                                              Certo la storia ci insegna che questa è di solito la fine dei dittatori, sia di quelli considerati carismatici trascinatori di popoli da loro ipnotizzati fino a far perder  l’uso della ragione, sia di tanti mediocri fantocci supportati e utilizzati nei paesi sottosviluppati per meglio sfruttarne le risorse: tutti ugualmente deleteri per quanti aspirano a libertà e  democrazia.

                                                                                                                                                                                                        Numerose sono ancora le dittature nel mondo e milioni di persone subiscono soprusi, bestiali torture e pene di morte, ma i riflettori dei mass media per loro sono spenti. Solo Amnesty International ne parla.                

                                                                                                                                                                                                                       Non ci meravigliamo allora se le lezioni della storia non vengono mai apprese e pertanto si ricade sempre negli stessi errori. Non dovrebbero essere proprio i popoli più civili a rammentare tali lezioni, diffondendo cultura e benessere invece di  insistere su politiche colonialistiche?

 

A quanto pare un più alto livello di civiltà è ancora un sogno da realizzare su questo pianeta.

Giovanna D'Arbitrio

 

 

 

  

 

 

INDIGNATI
post pubblicato in diario, il 14 ottobre 2011

C’era una volta un’Italia che credeva di essere un paese indipendente, c’era  una volta un popolo che dopo aver subito un’atroce guerra mondiale e una sanguinosa guerra civile, fu capace di elaborare una Costituzione che garantisse diritti umani e civili, libertà e democrazia.

C’erano una volta gli Italiani che desideravano ardentemente ricostruire il loro paese su basi diverse, lottando insieme con il sudore della fronte del lavoro onesto, per una società più giusta ed equa.

Era un’Italia povera in cui anche nelle buone famiglie borghesi si spaccava la lira: noi, i bambini degli anni ’50, avevamo un paio di scarpe per l’inverno e uno per l’estate, scarpe che non venivano buttate nella spazzatura, ma anno dopo anno erano risuolate e utilizzate dai fratelli più piccoli, così per i vestiti, i giocattoli e quant’altro.

 Le strade di Napoli erano pulite e le acque del nostro mare erano limpide: gli spazzini facevano la raccolta “porta a porta”.  Si ascoltava la radio e, quando arrivò la televisione, ci si riuniva in casa di amici per stare insieme e vedere pochi programmi, ma di “qualità”. Avevamo una gran fiducia nel progresso scientifico e tecnologico e da esso ci aspettavano una vita migliore.

I racconti degli adulti sulla guerra ci facevano inorridire e dentro di noi nacque un forte desiderio di pace e non violenza, di valori democratici e rispetto per gli altri. Tra mille difficoltà e lotte quotidiane, abbiamo superato anni difficili, condiviso gli ideali positivi degli anni ’60, quelli di Gandhi, M. L. King, J. Kennedy, Papa Giovanni XXIII, abbiamo rischiato di saltare in aria in treni, aerei, banche, strade e piazze durante gli “anni di piombo”, siamo rimasti sconvolti per l’uccisione di Moro, di Falcone e Borsellino, di tanti che si batterono per preservare i valori essenziali nei quali si deve radicare un paese civile.

 Siamo usciti “vivi” in tutti i sensi da quelle esperienze e sempre pronti a sperare, ma oggi  ci sentiamo davvero confusi e indifesi in questo mondo globalizzato dove i singoli stati, soprattutto quelli più deboli, sembrano aver perso la propria indipendenza, subordinati ad un potere economico internazionale che si avvale di agenzie di rating le quali piombano come falchi su paesi in difficoltà condizionandoli nelle scelte politiche ed economiche, paesi ricattati in modo crescente da strategie che favoriscono investimenti  nel terzo mondo e nei paesi emergenti, dove si possono realizzare alti profitti senza rispettare regole. Per completare l’opera poi, in Occidente, guarda caso, si chiedono sempre sacrifici alle classi sociali più bisognose e si taglia su scuola, cultura occupazione, pensioni, sanità, ambiente, compromettendo sempre più il futuro dei giovani.

E ancora una volta nella storia i giovani sono scesi in piazza, ancora una volta essi  sono “indignati” contro scelte guidate da un egoistico potere, oggi più forte e globalizzato, che consente speculazioni economico- finanziarie di ogni genere sulla pelle dei più deboli. Questi giovani ora purtroppo hanno perso ogni fiducia nella politica e fanno di ogni erba un fascio, poiché anche le connotazioni politiche sono saltate, grazie alle politiche internazionali che sostengono governi, partiti e ” Yes men”,  pronti  a prostrarsi davanti al dio danaro.

Quando Obama fu eletto invocò “ regole”  internazionali e condivise contro tutto ciò, ma anch’egli adesso appare in qualche modo condizionato e costretto a rinunciare in parte ai suoi obiettivi. Siamo lontani dall’entusiastico e fiducioso “Yes, we can”.  Fitch, Moody’s,  Stanfard & Poor’s non hanno risparmiato nemmeno gli USA, oltre a colpire l’Europa.  Le proteste della gente  davanti a Wall Street ne sono una dimostrazione.

Gli “indignati” aumentano in tutto il mondo e… non sono solo giovani. Il sociologo francese, Alain Touraine, nel suo libro “Aprés la Crise” auspicò qualche anno fa il sorgere di numerosi movimenti in difesa di diritti umani e civili, libertà e democrazia, per una più ampia presa di coscienza dei problemi attuali attraverso un costante confronto con gli altri.

Si sta ora forse verificando ciò che egli si augurò?  Speriamo solo che la protesta non degeneri in violenza e serva a favorire una svolta a livello mondiale e di conseguenza nazionale, restituendo agli stati la loro piena autonomia.

Giovanna D'Arbitrio

 

   

 

 

 

 

Il Film "A Dangerous Method"
post pubblicato in diario, il 7 ottobre 2011

Accolto con un lungo applauso al Festival di Venezia 2011, il nuovo film di David Cronenberg  racconta con efficacia l’evolversi dei rapporti tra due grandi maestri della psicanalisi, S. Freud e C. G. Jung, audaci esploratori di nuovi territori della psiche portati alla luce con metodi  mai sperimentati prima.

L’azione inizia a Zurigo nel 1904, quando Jung (M. Fassbender) sposato e in attesa di una figlia, lavora nell’ospedale di Burghozil, dove incontra una giovane paziente, Sabina Spielrein (Keira Knightley). Ammiratore di Freud (V. Mortensen), egli comincia a curarla seguendo le sue teorie sulla sessualità e scopre che i traumi infantili, legati ai comportamenti violenti del padre, sono in realtà la vera causa degli squilibri mentali e delle anomalie sessuali rilevati durante la terapia.

                                                                                                                                                                                                   A quanto pare, tuttavia, anche i medici non sono immuni da tentazioni e dubbi e così quando Freud gli manda un altro paziente, Otto Gross( V. Cassel), psichiatra in difficoltà per tossicodipendenza e trasgressioni varie, Jung si lascia influenzare dalle sue idee sulla monogamia e inizia un’intensa e sconvolgente relazione con Sabina, infrangendo le regole morali che un medico deve rispettare verso i pazienti.

La presenza di Sabina trasformerà anche il rapporto maestro-discepolo tra i due scienziati, poiché Jung, non più convinto seguace di tutte le teorie di Freud, è pronto a seguire altre vie. Il contrasto tra queste tre forti personalità unite dal vivo interesse per la psicanalisi, comunque, si rivelerà molto proficuo per ulteriori progressi nel campo:  la giovane, diventerà in seguito un’apprezzata psicanalista e Jung, pur non sottovalutando le idee di Freud sulla sessualità, estenderà poi le sue ricerche a sfere più legate alla spiritualità  come religione, filosofia occidentale e orientale, sociologia, arte, parapsicologia, alchimia, astrologia e soprattutto interpretazione dei sogni, ricerche che lo condurranno verso altre teorie, come  l’individuazione di archetipi e di un inconscio collettivo.

Sembra quasi impossibile che mentre questi tre personaggi si dibattevano tra vicende private, passioni, sentimenti, vizi e virtù, malattie mentali, elevate disquisizioni culturali e teorie psicanalitiche d’avanguardia, la follia collettiva stava covando nell’ombra per poi esplodere in una sanguinosa e distruttiva guerra mondiale.

Per dovere di cronaca, non possiamo dimenticare i film di due bravi registi italiani che avevano già raccontato la stessa storia: “Cattiva” di C. Lizzani nel 1991, “Prendimi l’anima” di R. Faenza nel 2003.

Il film è coinvolgente e il tempo passa in fretta, lo spettatore non si annoia ascoltando i vivaci dialoghi tra i personaggi ben interpretati dagli attori.

La sceneggiatura è di Cristopher Hampton, la foltografia di Peter Suscitzley, le musiche sono di Haward Shore.

Giovanna D’Arbitrio

 

 

 

 

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