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RIFLESSIONI SEMISERIE
post pubblicato in diario, il 29 febbraio 2012
           

Si dice che” il buongiorno si vede dal mattino” e in effetti talvolta ci sono giornate in cui fin dalle prime ore si nota qualcosa che non quadra, che disturba, e se cominciamo ad innervosirci di sicuro cadremo in un crescendo vorticoso di cause ed effetti. La via di uscita in questi casi è  un pizzico di humour, di sana ironia che ci permetta di interrompere il pericoloso circolo vizioso della rabbia e dello sfogo aggressivo contro gli altri.

 

 Quando la giornata “nera” capita durante il weekend è davvero dura da sopportare. Mentre speriamo di  rilassarci finalmente e star tranquilli, ecco arrivare una serie infinita di imprevedibili contrarietà:  il citofono squilla per il solito inquilino del piano di sotto che protesta per mille sciocchezze o ci arriva l’ennesima multa per divieto di sosta presa per mancanza di parcheggi, oppure la lavatrice improvvisamente riversa litri di acqua sul pavimento ecc. ecc.

 

 Ad esempio capita talvolta che inaspettatamente si scateni un violento temporale che ci impedisce di uscire. Rassegnati allora accendiamo il televisore e ci sforziamo di seguire il Tg per dovere di buoni cittadini, anche se non ci va di ascoltare brutte notizie. Purtroppo continuano a deliziarci con lo “Spread”, ci agitiamo, la pressione sale, così per non rovinarci la salute cambiamo canale: danno quasi tutti la pubblicità (sono sincronizzati?) e in attesa di un programma decente siamo costretti a  guardare gli spot.

 

 Ci meravigliamo allora nel vedere Garibaldi ridotto a un citrullo rimproverato da una madre scema che con voce in falsetto parla al cellulare. Poi ecco apparire una graziosa fanciulla che lancia un messaggio d’amore scritto sulla carta igienica al Principe Azzurro  il quale, affascinato da tanta deliziosa “morbidezza”, non legge le amorevoli parole della sua bella ma si dirige ammiccando verso il W.C.  E da tale fascino non si salva nemmeno il nostro sommo poeta, Dante Alighieri, che subisce la stessa attrazione fatale e scrive i sublimi versi della Divina Commedia sulla medesima carta. Potremmo continuare per ore citando altri esempi, ma preferiamo fermarci.

 

Ci vengono in mente altri tempi quando i genitori ci mandavano a letto dopo ” Carosello” che ci teneva incollati alla Tv con divertenti  scenette e particolari personaggi, una pubblicità discreta eppur efficace che ci faceva ricordare davvero i prodotti reclamizzati.

 

 Altri tempi davvero! Oggi tutto è cambiato poiché i prodotti sono tanti e quindi bisogna fare in fretta, pochi minuti e via! Ma siamo poi sicuri che ci resti impresso nella memoria  ciò che si reclamizza? Forse siamo più colpiti dalla stranezza degli spot che dai numerosi e svariati brand in essi presentati . Bisognerebbe riflettere su questi aspetti.  In fondo la pubblicità migliore è sempre quella intelligente, creativa, di buon gusto.

 

Le ore passano, è fine settimana e andiamo a cinema, ma anche qui siamo  perseguitati dal  “tormentone” pubblicitario mentre intorno a noi tutti mangiano o bevono qualcosa, soprattutto i ragazzi, quasi non si possa far a meno di lasciare in pace le mascelle costrette continuamente a lavorare.

 

Eravamo già snervati e speravamo di vedere un film comico per tirarci su, ma i nostri amici hanno insistito per vedere “Paradiso Amaro” e abbiamo accettato poiché ci piace George Clooney. Sarà stata la giornata “storta” o anche il film era un po’ strano?

 

 In un ospedale delle Hawaii, un tempo isole da paradiso terrestre ora semidistrutte dal cemento, giace una povera donna in coma irreversibile. Intorno a lei si agitavano numerosi personaggi dai comportamenti  inqualificabili, tutti mezzi matti da stendere sul lettino di un bravo psicanalista. Una sorta di consolatorio happy ending, con esaltazione di  valori tradizionali  (famiglia, ambiente, natura ecc.), può giustificare circa due ore di farneticanti dialoghi?

 

In effetti oggi  in molti film si adotta questa soluzione:  ti fanno assistere per ore a scene terribili e poi ti propinano una sintetica condanna contro guerra e violenza, oppure ti proiettano incredibili oscenità e volgarità per esaltare infine il vero amore, o ancora ti mostrano genitori e figli impegnati in una distruzione totale della famiglia e poi tutto finisce come si suol dire “a tarallucci e vino”,  e  così via. Per fortuna ci sono ancora film “di qualità” che ci fanno amare il cinema, come dimostrano i recenti Premi Oscar.

 

Così un altro weekend è passato tra varie arrabbiature, riflessioni semiserie e qualche risata per sdrammatizzare.  In fondo possiamo ancora ritenerci fortunati rispetto a tanti che stanno peggio di noi.  Per di più siamo ancora in grado di riflettere, di pensare con la nostra testa confrontandoci liberamente con gli altri. Malgrado tutto non ci possiamo lamentare e coraggiosamente andiamo avanti, soprattutto noi donne che ogni giorno ci destreggiamo tra genitori molto anziani, nipotini, figli lontani per problemi di  lavoro. Sono cascata anch’io in un conclusivo happy ending?  Penso di si, anche a me capita come a tante altre persone, forse perché ottimismo e speranza ci aiutano a vivere.

 

Giovanna D’Arbitrio

 

 

 

 

 

 

 

IL FILM "WAR HORSE"
post pubblicato in diario, il 21 febbraio 2012
           

Regista, sceneggiatore, produttore e talvolta anche attore (in alcuni cammei), più volte vincitore di Oscar e di svariati premi, Steven Spielberg è davvero una colonna portante del cinema mondiale. Ha diretto più di 40 film spaziando tra diversi generi, quali fantascienza in Incontri Ravvicinati del III Tipo,  E.T. the Extraterrestrial , A.I.  Artificial Intelligence,  oppure avventura nella serie su Indiana Jones, o temi più impegnati contro guerra, razzismo, violenza,  come in Schindler’s List, Amistad, Salvate il Soldato Ryan, Munich, solo per citarne alcuni tra i più noti.

 

In War Horse, tratto dall’omonimo romanzo di Michael Morpurgo e candidato a 6 Premi Oscar, ancora una volta  Spielberg condanna la guerra e ogni forma di crudeltà e violenza  raccontando la storia di un cavallo venduto all’asta a Ted  Narracot (Peter Mullan) in un villaggio inglese del Devon.  Rimproverato per tale acquisto dalla moglie Rose (Emily Watson), ma appoggiato dal figlio Albert (Jeremy Irvine), alla fine Ted riesce a far accettare il cavallo che entra nella famiglia col nome di Joey. Grazie al grande feeling tra Albert e Joey, sarà possibile dissodare ed arare un terreno arido ed incolto per ricavarne un buon raccolto e pagare così i debiti al prepotente signorotto del villaggio.

 

 Purtroppo la sfortuna si accanisce sulla piccola famiglia: una devastante pioggia distrugge il raccolto e il povero Ted  è costretto a vendere il cavallo all’esercito inglese che si accinge a partire per la Grande Guerra.  Comincia allora l’odissea di questo coraggioso e sensibile animale che passa da un proprietario all’altro, da uno schieramento all’altro tra gli orrori di una guerra di trincea in cui per la prima volta vennero usati carri armati e artiglierie automatiche a ripetizione che fecero strage di tanti giovani vite.

 

Ovunque il fato conduca Joey, egli agisce in modo positivo, quasi come una “cartina di tornasole” che mette in evidenza ed esalta il Bene contro il Male, i personaggi sensibili contro quelli crudeli (siano essi inglesi francesi o tedeschi) fino a ritrovare il suo amico Albert in un commovente happy ending .

 

 Particolarmente significativo l’episodio in cui soldati inglesi e tedeschi insieme si prodigano per salvare Joey,  impigliatosi nel filo spinato dopo una folle corsa tra fiamme, gas, spari e violenze di ogni genere, episodio in cui improvvisamente si crea una “pausa” tra gli orrori, un’oasi di pace in cui gli esseri umani si ritrovano nei valori semplici ed essenziali  della vita, al di sopra di tutte le guerre che in genere la gente comune è costretta a subire. E così il cavallo diventa un nobile simbolo del Bene che riesce ad unire non solo persone di nazionalità diverse, ma anche uomini ed animali, questi nostri amici, spesso maltrattati e da noi poco “conosciuti”, che talvolta ci sorprendono nel rivelarsi migliori di certi esseri umani insensibili e malvagi.

 

Un film edificante, molto educativo, adatto a tutte le età, un film che genitori e figli dovrebbero vedere insieme anche per rendere omaggio ad un grande regista che avvalendosi di un buon cast e un’ équipe già collaudata in precedenti film per sceneggiatura (Richard Curtis e Lee Hall), montaggio (Michael Kahn), colonna sonora (John Williams), ci dona ancora emozioni ispirandosi ai bei film del passato.

Giovanna D’Arbitrio  

 

 

"UNION ATLANTIC" di A. Haslett
post pubblicato in diario, il 21 febbraio 2012
           

Adam Haslett, nato a Kingston (Massachussets) nel 1970, si è laureato in legge a Yale. Ha scritto “Il Principio del Dolore” una raccolta di racconti che ha riscosso molto successo, grazie alla quale è risultato finalista del Pulitzer, del National Book Award e del National Magazine Award.

 

Nel suo ultimo libro “UNION ATLANTIC”, edito in Italia da Feltrinelli, ci descrive  le disoneste speculazioni di un mondo finanziario senza scrupoli narrando la storia di Doug Fanning, giovane e corrotto manager di banca che accumula denaro e si può permettere una vita di agi e lussi.

 

Così la sua fastosa abitazione viene costruita abusivamente su un terreno demaniale donato dalla famiglia di Charlotte Graves, sua vicina di casa nonché combattiva ed idealista insegnante di storia, decisa ad attaccarlo legalmente poiché non sopporta il cattivo gusto di quella costruzione che deturpa il paesaggio.

 

 Anche la “Union Atlantic”, la banca in cui Doug lavora, finisce sotto inchiesta per speculazioni illegali, ma il tutto si risolverà come al solito colpendo in basso non in alto e facendo fuori  “i pesci piccoli” non certo quelli che contano e che continueranno comunque a mantener in vita il sistema.

 

I fatti si svolgono alla vigilia del crollo finanziario del 2008: attraverso i vari personaggi, confrontando passato e presente, il romanzo ci mostra la graduale perdita dei valori americani di onestà e duro lavoro fino al mondo attuale dei nuovi ricchi sprovvisti di senso morale. 

 

Anche le recensioni  mettono in risalto tali caratteristiche: Malcom Gladwell  lo definisce “un ritratto magistrale della nostra epoca”, Gary Shteyngart ne esalta “umorismo, stile e generosità” nel descrivere la “ bestia finanziaria”, Jonathan Franzen lo considera “un romanzo verissimo, di eccezionale maturità, completezza e compassione”.

Giovanna D’Arbitrio

 

 

 

DUE FILM DA OSCAR: HUGO CABRET, THE ARTIST
post pubblicato in diario, il 17 febbraio 2012
           

Per i cinefili come la sottoscritta  HUGO CABRET di Martin Scorsese e THE ARTIST di Michel Hazanavicus, due film che esaltano il cinema, rappresentano senz’altro un’ irresistibile attrazione, ma il loro grande successo non solo di critica ma anche di pubblico, dimostra che il” cinema di qualità” s’impone e coinvolge tutti se punta su originalità, fantasia e sentimento.

 

“HUGO CABRET”, tratto dall’omonimo libro di Brian Selznick, candidato a 11 premi Oscar, narra la storia di un orfano che vive nascosto nella stazione di Montparnasse, continuando il lavoro dello Zio Claude (Ray Winstone) che dopo avergli insegnato a ricaricare gli orologi  lo abbandona.  Attraverso i grandi occhi azzurri di Hugo (Asa Butterfield) che  osserva  il via-vai dei passeggeri  e tante divertenti “scenette”, quasi dei siparietti su alcuni personaggi particolari, come il gendarme, la fioraia, la signora con il cane, il giocattolaio, il bibliotecario, lo spettatore viene immerso nel passato di una coloratissima e smagliante Parigi del 1927.

 

Nella torre-orologio della stazione in cui abita, Hugo conserva un automa rotto che egli si ostina a riparare rubando pezzi al giocattolaio (Ben Kingsley), padrino della sua amica Isabelle (Emanuela Ionica), convinto che esso possa svelargli qualche segreto messaggio del padre morto in un incendio (Jude Law). Attraverso interessanti rivelazioni e colpi di scena ricchi di suspense e atmosfere  sospese tra sogno e realtà, le vicende del passato portano alla luce la verità, facendo  scoprire a Hugo anche il magico fascino del cinema, in particolare dei film di Georges Méliès, creatore di fantastici automi per le sue pellicole.

 

 Hugo Cabret  è un film sull’AMORE  (si ha quasi pudore ad usare questa parola oggi), un amore che eleva gli animi e fa scoprire il senso della vita. Il robot si “anima” simbolicamente solo con una chiave a forma di cuore, una magica chiave che trasforma tutti i personaggi del film e ne “aggiusta” i meccanismi bloccati dolorosamente nella psiche. In effetti il mondo viene paragonato da Hugo ad una grande macchina in cui ogni “pezzo” ha una funzione come  gli esseri umani che hanno un compito, un obiettivo da raggiungere.

 

E di AMORE e delicati sentimenti parla anche THE ARTIST, candidato a 10 premi Oscar, film muto in bianco e nero che inaspettatamente ha riscosso un grande successo, dimostrando ancora una volta che l’alta qualità è sempre vincente quando si unisce a humour, originalità e sentimenti sinceri.

 

L’anno è sempre lo stesso 1927, ma ora siamo a Hollywood dove George Valentin (Jean Dujardin), noto attore del cinema muto è osannato ed applaudito alla premiere di un suo film. Qui per caso incontra una graziosa aspirante attrice di cui s’innamora e che poi farà una brillante carriera nel cinema sonoro con il nome di Peppy Miller (Berenice Bejo). Valentin, invece, orgoglioso dei suoi successi, rifiuta tale novità e in breve sarà dimenticato da tutti, ma sarò salvato dalll’amore di Peppy, del suo fedele cane (che anima il film con divertenti gag) e dell’affettuoso maggiordomo-autista Clifton (James Cromwell). Ricordiamo che J. Dujardin ha già vinto a Cannes il premio per la miglior interpretazione maschile per l’ottima interpretazione e il suo volto luminoso ed espressivo che dona tante emozioni.

 

Davvero una sferzata di energia positiva e di ottimismo, particolarmente apprezzata dagli spettatori che si sentono così più rilassati e pronti ad affrontare la vita con maggior coraggio.

Giovanna D’Arbitrio

 

 

FERDINANDO SANFELICE
post pubblicato in diario, il 9 febbraio 2012

Dispiace davvero dover costatare li progressivo degrado del nostro patrimonio artistico, in particolare in Campania dove veri e propri tesori vengono distrutti per totale incuria, tesori che in altri paesi verrebbero tutelati e valorizzati come preziose vestigia di un glorioso passato.

 

E del nostro  passato in effetti si tratta quando si parla della Napoli del 700, brillante capitale europea, centro di grande spessore culturale più avanzato sotto certi aspetti anche rispetto a Londra e Parigi, come è stato sottolineato dal prof. Alfonso Gambardella in una interessante conferenza, organizzata dal Club Soroptimist di Napoli  all’Istituto per gli Studi Filosofici, mercoledì 8 febbraio alle ore 17,00.

 

Dopo una breve introduzione della presidente, dott. Amina Lucantonio, il prof. Gambardella ha illustrato l’opera di un grande urbanista e architetto, Ferdinando Sanfelice, nato a Napoli nel 1675 da Ferdinando Sanfelice e Ippolita Moccia, entrambi discendenti di nobili famiglie.

 

 Il giovane Ferdinando mostrò subito attitudine per le arti figurative e, benché contrastato dal padre, fu poi aiutato nei suoi stuti dal fratello Antonio, vescovo di Nardò, che lo fece seguire da valenti dotti prelati giansenisti,  noti per apertura mentale e ampia cultura in tutti i campi dello scibile umano.

 

L’interessante esposizione del prof. Gambardella, supportata dallo scorrere di significative immagini sullo schermo, ci ha illustrato le innovative opere di Sanfelice che fu il primo a introdurre a Napoli  “il Palazzo”, laddove prima esistevano solo “case palazziate”, cioè aggregazioni di appartamenti. È ricordato soprattutto per le sue originali grandi “Scale” e l’infinita varietà di soluzioni da lui trovate, come scale ad ali di falco, ad occhiali, elicoidali e perfino circolari realizzate con la tecnica “a sbalzo”, così ardite nella struttura da sembrare pericolanti e far esclamare in dialetto “lievat’a sotte” (togliti da sotto), nomignolo poi scherzosamente  aggiunto al vero nome dell’architetto con la solita arguzia del popolo napoletano.

 

Le sue opere si trovano soprattutto a Napoli, a Nola e a Nardò. La sua bravura e versatilità si possono ammirare non solo in storici Palazzi (Palazzo dello Spagnolo, Palazzo Serra di Cassano Palazzo Palmarice, Palazzo Filomarino, Palazzo Maggiocco ecc.), ma anche in importanti Chiese (S. Paolo Maggiore, S. Lorenzo, S. Giovanni a Carbonara, S. Caterina a Formiello ecc.),nelle ville del cosiddetto “Miglio d’Oro, in ponti, fontane, cortili, in particolari strutture ideate per  eventi e fiere napoletane, perfino in alcuni dipinti in cui evidenziò una certa abilità.

 

Il prof. Gambardella ha sottolineato che la sua ricerca su tale imponente personaggio è frutto di un lungo lavoro da lui svolto nel tempo, poiché il metodo di “ricerca” deve essere ermeneutico, se si vuol giungere ad una corretta interpretazione, e non può essere statico ma  in continuo divenire. Egli, inoltre, si è dichiarato sempre pronto a lottare per preservare il nostro patrimonio artistico, poiché  “la negligenza culturale è distruttiva e porta alla deviazione assoluta”.

Giovanna  D’Arbitrio

 

 

 

 

 

 

 

 

FER

FILM "THE IRON LADY"
post pubblicato in diario, il 4 febbraio 2012

“Fu vera gloria? Ai posteri l’ardua sentenza”, così scrisse il Manzoni nel “Cinque Maggio” parlando di Napoleone, ma a quanto pare la regista Phyllida Lloyd sembra ignorare tale saggia posizione cimentandosi nella descrizione  di Margaret Thatcher, un personaggio ancora in vita e quindi ancora troppo vicino a noi per darne una valutazione storica obiettiva e distaccata.

 

Quanti la conobbero o semplicemente l’ ascoltarono e la videro in Tv tra gli anni ‘80 e ’90, infatti, non riescono a ritrovarne i tratti caratteristici che nel bene e nel male le valsero l’appellativo di “Lady di Ferro”, malgrado l’indiscussa bravura di Meryl Streep, candidata all’Oscar come miglior attrice.

 

Vero è che il film ci offre un’immagine inedita della Thatcher, insicura ottantenne, malata di Alzheimer,  che parla con il fantasma del marito (Jim Broadbent) e confonde passato con presente, ma nemmeno i continui flash back sulla sua gioventù e carriera politica convincono le persone di una certa età:  ancora emotivamente coinvolti per le loro idee politiche di destra o di sinistra, essi sono poco disponibili ad accettare oltretutto una lettura troppo “romanzata” del personaggio ridotto a una fragile donna che nei suoi ricordi danza romanticamente sulle note di  “Il Re ed Io” e che appare poco convincente, quasi una caricatura di se stessa, anche quando a testa bassa come un toro persegue i suoi obiettivi, presentati nel film quasi come slogan e frasi fatte, non come fini da perseguire per ben definite strategie politiche.

 

A questo punto sembra utile ricordare che, benché di umili origini e per di più donna, ambiziosa e volitiva, ella riuscì  a dare la scalata al potere nel partito conservatore fino  a diventare Primo Ministro per ben tre legislature consecutive dal ’79 al ’90, anche se da molti contestata sia in patria che all’estero.

 

I conservatori e le destre in genere ne elogiano  le scelte politiche che salvarono il Regno Unito da una grave crisi economica e rilanciarono il prestigio della nazione a livello mondiale, soprattutto dopo la guerra contro l’Argentina per il possesso delle isole Falkland. I laburisti e le sinistre le addebitano invece 10 morti per sciopero della fame tra prigionieri irlandesi dell’IRA (1981), il duro picchettaggio dei minatori in sciopero (1984), il sanguinoso attentato dell’IRA a Brighton dovuto all’inasprimento delle strategie repressive contro l’Ulster (1984) e in generale le politiche economiche che colpirono le classi meno abbienti. Significativa la sua frase “la medicina è amara ma il paziente ne ha bisogno”, una frase che stranamente ci fa venire in mente quelle di tanti politici europei dei nostri giorni come i suoi discorsi che incitavano i disoccupati a inventarsi qualcosa di nuovo per vivere, ad essere fantasiosi, creativi. La Storia si ripete!

 

Concludiamo con un’altra  frase, ricordata anche nel film: - Cura le tue abitudini e curerai il tuo carattere, ama il tuo carattere e curerai il tuo destino -. Di carattere Margaret Thatcher  ne aveva senz’altro da vendere, ma  ci chiediamo quali possano essere gli esempi da offrire oggi ai nostri giovani affinché vengano curate quelle “abitudini” che ne migliorino il carattere  e soprattutto li aiutino fare le scelte giuste in un’epoca che oltretutto tende ad omologare e ad appiattire piuttosto che ad esaltare forti individualità.

 

Difficile ed insicuro appare ora il destino delle nuove generazioni e le uniche abitudini con le quali dovremmo cercare di forgiare il loro carattere potrebbero essere quelle  fondate sui valori di democrazia, libertà, equità sociale, lavoro, onestà, difesa dei cosiddetti beni comuni e dei diritti umani e civili, davvero “sane abitudini” che dovrebbero  essere universalmente adottate fino a diventare trasversali e condivise anche da tutti gli schieramenti politici.

Giovanna D’Arbitrio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

   

 

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