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THE LADY- L'AMORE PER LA LIBERTA'
post pubblicato in diario, il 27 marzo 2012
           

Presentato al Festival Internazionale di Roma, il film di Luc Besson “The Lady -l’amore per la libertà” racconta la storia di Aung San Suu Kyi, Premio Nobel per la Pace 1991, definita “orchidea d’acciaio” per la sua coraggiosa opposizione alla dittatura militare che da molti anni opprime  il suo paese, la Birmania.

 

Dopo l’assassinio del padre, il generale Aung San, leader della lotta indipendentista, Suu (Michelle Yeoh) lascia il suo paese, va in Inghilterra, sposa  Michael Aris (David Thewlis), un professore universitario, e  decide di vivere ad Oxford con la sua famiglia. Costretta a ritornare in patria nel 1988 per le gravi condizioni di salute di sua madre, assiste alla brutale repressione dei moti studenteschi, un vero bagno di sangue in cui furono trucidati tremila giovani, e pertanto decide di restare in Birmania per aiutare il suo popolo. Fonda un partito, la Lega Nazionale per la democrazia, vince le elezioni (una farsa inscenata dal regime), ma viene catturata e costretta agli arresti domiciliari per molti anni, poiché si rifiuta di ritornare in Inghilterra e di abbandonare la lotta.

 

Seguendo l’esempio di suo padre e le idee di Gandhi, ella si batte per democrazia, libertà, diritti umani  secondo i principi della non-violenza, guadagnandosi ammirazione e stima sia in patria che all’estero. Costretta a rinunciare agli affetti familiari, poiché il regime non consente al marito e ai figli di entrare in Birmania, con grande sofferenza li segue da lontano: non potrà essere vicina a Michael nemmeno quando egli si ammalerà  di cancro e morirà. Il 13 novembre  2010 Suu viene finalmente liberata dalla sua lunga ed estenuante prigionia.

 

“The Lady” è senz’altro un film commovente, senza falsa retorica, che racconta drammatici eventi attraverso i sentimenti:  la forza dell’amore di Suu e della sua famiglia, saldamente unita negli affetti e nella lotta per la libertà, viene contrapposta all’odio e alla crudeltà di un Potere politico ottuso e corrotto.

 

Nel corso di un’ intervista, al regista è stato chiesto come mai egli riesca così bene a penetrare nella psicologia femminile di personaggi come Giovanna D’Arco e San Suu Kyi. Besson ha risposto che non ritiene di possedere particolari abilità in tal senso e che i risultati raggiunti sono solo frutto di un’accurata ricerca della verità attraverso documenti e testimonianze.

 

Per questo film la ricerca è stata piuttosto difficile e lunga, poiché non riuscendo ad aver contatti né con Suu né con la sua famiglia, si è rivolto ad associazioni internazionali come Amnesty International  e agli stessi birmani includendone circa 200 nel cast: ad essi soprattutto egli ha chiesto se ogni scena o dialogo sembrasse più o meno aderente alla realtà. Ha inoltre aggiunto che oggi nel mondo abbiamo particolarmente bisogno di persone come San Suu Kyi, di “modelli” che battendosi per ideali positivi possano trainare gli altri e segnare una svolta .

 

Un bel film che si avvale di un buon cast, della sceneggiatura di Rebecca Fryan, musiche di Eric Serra, un film che dovrebbero vedere tutti, soprattutto i giovani

 Giovanna D’Arbitrio

 

   

 

 

 

 

 

 

 

 

MAREVIVO A NAPOLI
post pubblicato in diario, il 18 marzo 2012
           

Sabato 17 marzo, su RAI 3, nell’interessante trasmissione televisiva “AMBIENTE ITALIA”, i rappresentanti di “MAREVIVO”, tra i quali ricordiamo in particolare la presidente Rosalba Giugni, hanno evidenziato tutte le iniziative da loro messe in atto per il disinquinamento del golfo di Napoli in un momento in cui la città sarà sotto i riflettori mondiali per l’ America’s Cup.

 

Il tema era stato già trattato in un precedente significativo convegno organizzato da MAREVIVO (a Castel dell’Ovo, 5 marzo 2012) al quale furono presenti  Corrado Clini, ministro dell’Ambiente, Antonio D’Alì (Commissione Ambiente Senato), Luigi De Magistris, sindaco di Napoli, Luigi Cesaro, presidente della Provincia d Napoli ed altri personaggi di rilievo.

 

Sia nella trasmissione televisiva che nel suddetto convegno in effetti sono state evidenziate le gravi problematiche del Golfo di Napoli in cui si scaricano sostanze altamente inquinanti di tutti i generi a causa di depuratori obsoleti e malfunzionanti oppure (assurdo ma vero!) per il mancato allacciamento di quelli più moderni che giacciono inutilizzati dal 2008 alla foce del fiume Sarno.

 

La situazione è particolarmente grave nell’area di Cuma, del Sarno e dei Regi Lagni, definiti in pratica “una discarica a cielo aperto”.

 

Dall’incontro del 5 marzo 2012 per fortuna pare siano emersi concreti e positivi impegni presi dal Ministero dell’Ambiente, dalla Regione Campania, dalla Provincia e dal Comune di Napoli che hanno accolto per il momento le proposte di MAREVIVO, cioè quelle essenziali per incominciare ad attivarsi:

1)allacciamento di almeno 4 comuni ai depuratori della Foce Sarno;

2)riutilizzo immediato delle condotte sottomarine Napoli Est per portare acque parzialmente depurate al di là della battigia;

3) costituzione di un gruppo di volontari a supporto della struttura pubblica.

 

E’ stato messo in rilievo, come al solito, lo spreco di risorse economiche e di fondi UE mal gestiti nel corso degli anni, per cui si propone un attento e costante monitoraggio affinché ciò non si verifichi più in futuro.

 

Nel corso dell’interessante trasmissione “Ambiente Italia”, inoltre, sono state mostrate numerose ferite inferte dall’inquinamento a tutto il territorio italiano e in particolare al Sud, alla nostra povera Italia che un tempo vantava acque pulite ed abbondanti, terreni fertili con varietà di prodotti invidiati in tutto il mondo (altro che “infertili” OGM), bellezze paesaggistiche e siti archeologici di grande rilievo storico-culturale.

 

Che spreco per risorse come agricoltura, turismo e tutte le attività ad esse connesse!

Giovanna D’Arbitrio  

 

 

ARTICOLO 18 e DELOCALIZZAZIONI
post pubblicato in diario, il 15 marzo 2012
           

Talvolta ascoltando politici, sindacalisti, rappresentanti di Confindustria, giornalisti e noti opinionisti che discutono animatamente dell’articolo 18 in varie trasmissioni televisive, si ha l’impressione di gran bailamme e confusa bagarre che infiammano gli animi, ma non fanno riflettere su dati realistici ed indiscutibili.

 

Sembrano personaggi di una realtà virtuale, lontani dalla gente comune che ogni giorno deve far quadrare il bilancio familiare tra mille difficoltà. Anche il denaro sembra essere diventato virtuale, staccato da parametri reali, regolato da entità astratte come Spread, agenzie di rating e speculazioni finanziarie che lo fanno sparire e ricomparire qua e là  condizionando l’economia reale.

 

 E allora ci si chiede come mai coloro che discutono dell’articolo 18 non si siano accorti che esso è ormai già superato da migliaia di quotidiani licenziamenti, da fusioni e consequenziali perdite di posti di lavoro, da flessibilità e mobilità entrate nel sistema da diversi anni incrementando precarietà, disoccupazione e lavoro nero.

 

L’aspetto più assurdo della faccenda poi è che si parla di “rilancio dell’economia” senza mai affrontare lo spinoso problema delle delocalizzazioni  alle quali si accenna” en passant” senza affrontarne veramente tutte le drammatiche conseguenze sui diritti dei lavoratori occidentali, diritti conquistati con dure lotte nel corso di un paio di secoli.

 

E’ vero anche i sindacati in passato hanno sbagliato non discernendo tra lavoratori seri e fannulloni, proteggendo spesso tutti indiscriminatamente, ma basterebbe eliminare tali aspetti negativi senza distruggere un sistema che garantisce legalità ed equità contro eventuali soprusi.

 

Così invece di estendere decenti condizioni di lavoro anche ai paesi del terzo mondo e a quelli emergenti, si attuano piani globalizzati di duplice sfruttamento sia in Occidente che nei suddetti paesi, usando minacce ricattatorie di delocalizzazione per bloccare le giuste proteste dei lavoratori, in particolare di quelli che vivono nei paesi europei più deboli.

 

Vogliamo tornare indietro di due secoli quando in seguito alla Rivoluzione Industriale i lavoratori (tra i quali si annoveravano perfino bambini!) erano trattati come bestie? E’ esattamente ciò che sta accadendo ora nei paesi del terzo mondo dove non esistono sindacati, dove non si rispettano regole né verso le persone né verso l’ambiente, con palesi violazioni di diritti umani e tassi d’inquinamento così elevati da incidere pesantemente anche sul clima.

 

Come potremo noi europei essere “competitivi” rispetto a Cina, paesi emergenti e paesi del terzo mondo nei quali tutto è permesso? E’ chiaro che non ci riusciremo mai se non si imporranno regole condivise a livello internazionale, ma….c’è la volontà “globalizzata” di raggiungere tale traguardo? No,a quanto pare.

 

E’ giusto combattere per l’articolo 18, ammortizzatori sociali e quant’altro, ma a cosa servirà tutto ciò se poi le opportunità di lavoro vengono quotidianamente spostate altrove?

 

Una volta ci si sentiva “sulla stessa barca” poiché i problemi venivano gestiti a livello nazionale, ora i confini si sono dilatati, estesi al mondo, una barca molto più grande ma in realtà “ la nostra comune barca”, quella di tutti gli esseri umani. Ci salveremo collaborando o andremo tutti a picco?

Giovanna D’Arbitrio

 

 

 

 

 

CULTURA: UNICA IDENTITA' EUROPEA
post pubblicato in diario, il 8 marzo 2012
           

Di ritorno da un viaggio a Parigi per ricevere la nomina di commendatore della Legion d’Onore, Umberto Eco ha rilasciato un’intervista pubblicata lo scorso gennaio da “Le Monde” e da altri giornali.

 

Pur apprezzando tale onore, ha dichiarato che si è sentito altrettanto emozionato nell’essere insignito della Gran Croce del Dodecaneso in Grecia, oppure nel ricevere auguri da parte di importanti politici stranieri poiché finalmente “siamo europei per cultura” dopo tante guerre fratricide.        

 

Citando poi la frase dell’ex ministro tedesco Joschka Fischer “l’Euro è un progetto politico”, ha evidenziato la necessità di un’integrazione che vada al di là della moneta comune.

 

Secondo lo scrittore, l’identità europea del 2012 è diffusa, ma ancora “shallow”, termine inglese che indica uno posizione intermedia tra “superfice e profondità”: dobbiamo pertanto radicarla meglio prima che l’attuale crisi la distrugga del tutto.

 

I giornali economici purtroppo non danno risalto all’Erasmus che ha creato la prima generazione di europei mentre invece, secondo lo scrittore, esso dovrebbe essere propagandato ed esteso a mestieri e professioni di tutti i generi per intensificare proficui scambi culturali ed esperienze che potrebbero accelerare l’integrazione.

 

I Padri Fondatori d’Europa, come Adenauer, De Gasperi e Monnet, forse viaggiavano di meno, non conoscevano bene le lingue straniere e non usavano Internet: la loro Europa rappresentava una reazione alla Guerra per costruire la pace. Oggi noi dobbiamo lavorare all’identità profonda, cercando ciò che ci unisce, non ciò che ci divide.

 

L’Europa, infatti, è un continente che ha saputo “fondere molte identità senza confonderle”, le nostre radici greco-romane, giudaiche e cristiane convivono, come la Bibbia e le mitologie nordiche ( presepe e albero di Natale, San Nicola, Santa Claus, Santa Lucia ecc.).  Anche se non parliamo la stessa lingua come negli USA, potremo diventare un’indissolubile federazione se diventeremo europei “profondi”.

 

Allora sulle nostre banconote forse un giorno disegneremo personaggi della CULTURA che ci ha unito, da Dante a Shakespeare, da Balzac a Rossellini.

 

Insomma, concludendo, non sarà certo lo Spread a farci sentire europei, ma sarà la nostra identità culturale l’unica via verso un’Europa davvero unita.

Giovanna D’Arbitrio

 

 

 

 

 

 

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