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CHEF
post pubblicato in diario, il 26 giugno 2012
           

“CHEF” (titolo originale “Comme un Chef”) di Daniel Cohen, sembra un filmetto comico senza  pretese, a tratti quasi farsesco, ma lancia messaggi sottesi di grande interesse che fanno riflettere.

 

In effetti dopo la visione del film, molte sono le domande che lo spettatore si pone:  “Come si può far bene un lavoro se non si ha alcuna attitudine per esso, se si fa di malumore e controvoglia poiché non è stato  scelto? Si può cucinare senza provare alcuna emozione, senza amore per gli altri? Le moderne, fredde tecnologie sono sufficienti a riscaldarci la vita? Le esperienze del passato sono tutte da buttar via? E’ giusto trascurare gli affetti familiari per dar sempre la precedenza al lavoro?”. A quanto pare no, secondo la storia narrata nel film.

 

Jacky (Michael Youn),32 anni, amante della cucina “di qualità”, ha molto talento e sogna di aprire un ristorante. Nel frattempo però per vivere ed accontentare la moglie incinta che vuole per lui un “lavoro serio”, accetta perfino di fare l’imbianchino in un ospizio. Per caso là incontra Alexandre Lagarde (Jean Reno), grande chef francese  in crisi di creatività, che rischia di perdere la sua fama e qualche stella, pressato in modo minaccioso dal gruppo che finanzia i suoi ristoranti.

 

Uniti dalla passione per le ricette della tradizione francese, Jacky e Alexandre affronteranno la sfida contro le nuove tecniche della cucina molecolare e, mescolando antichi sapori e moderne tecniche, riusciranno ad inventare nuove ricette di successo e a salvare onore e gestione del ristorante. Alla fine Alexandre cederà generosamente tutto a Jacky per dedicarsi di più alla figlia a lungo trascurata e al nuovo amore per una giovane donna.

 

“Chef” dunque è un film gradevole, ben “cucinato”, che si avvale di buoni ingredienti: bravi attori, sceneggiatura semplice ed efficace di D. Cohen,  musiche divertenti  di Nicola Piovani, fotografia solare di Robert Fraise.

 

Daniel Cohen, noto soprattutto come attore in molti film di successo, si rivela ora  anche buon sceneggiatore e regista.

 

Giovanna D’Arbitrio

LA MIA VITA E' UNO ZOO
post pubblicato in diario, il 26 giugno 2012
           

Tratto dal libro autobiografico "We bought a zoo” di Benjiamin Mee, il film diretto da Cameron Crowe racconta la storia vera del suddetto giornalista, vedovo con due figli. Per ricominciare a vivere in un ambiente nuovo dopo la morte della moglie, egli compra una casa in campagna che include anche un piccolo zoo, chiuso per mancanza di soldi.

L'amore della figlia verso gli animali lo spingerà a ristrutturare lo zoo, aiutato da un gruppo di collaboratori molto volenterosi.  Tra mille difficoltà, problemi burocratici, risentimenti e conflitti con il figlio Dylan (Colin Ford), adolescente ribelle e pieno di dolore per la perdita della madre, si arriva comunque ad un convincente lieto fine che scaturisce in modo naturale e consequenziale dalle tematiche stesse del film.  Dai titoli di coda poi si apprende che il parco naturale Mee è stato modello per tanti altri piccoli zoo in tutto il mondo. 


 La sceneggiatura  (di A. B. Mckenna e C. Crowe,) essenziale e semplice, mette in rilievo i buoni sentimenti e il coraggio nell’affrontare la vita che spesso mette alla prova le persone con imprevedibili tragiche difficoltà, ma che può regalare ancora momenti di gioia e nuovi amori. Il messaggio del film è condensato nella frase “A volte bastano 20 secondi di spudorato, autentico coraggio e il risultato può essere meraviglioso”.


Il film è coinvolgente, capace di emozionare, ben recitato da Scarlett Johansson, da Matt Damon e da tutti gli altri attori che sanno dar corpo a personaggi ben delineati con sensibili approfondimenti psicologici (tra loro ricordiamo Elle Fanning, T. H. Church, Patrick Fugit).

 

In particolare colpisce il visetto  dolce e un po’ malinconico della piccola Rosie (Maggie Elizabeth Jones) che fa discorsi spontanei ed intelligenti, dimostrando di comprendere  persone e situazioni meglio degli adulti. Positivo il contatto con la natura che dona una dimensione diversa e più elevata della vita, educativo l’amore verso gli animali che viene comunque esaltato per le cure affettuose prodigate con  umanità, benché sia evidente che alcuni animali (una tigre e un orso in particolare) soffrono per mancanza di libertà.

 

Cameron Crowe, ex attore, ora regista, sceneggiatore e produttore, viene  ricordato per altri bei film, come “Jerry Maguire”(la sua prima nomination all’Oscar), “Quasi Famosi” (Golden Globe e Oscar 2001 per la sceneggiatura), “Vanila Sky”, “Elizabethtown”.

Giovanna D’Arbitrio

Bevande alcoliche e teenagers
post pubblicato in diario, il 11 giugno 2012
           

 Sei persone (di età compresa tra 22 e 56 anni) sono state accusate di somministrazione di bevande alcoliche a minori:  avevano organizzato una festa a pagamento per giovani che volevano dire addio all'anno scolastico appena concluso, un mega-party, denominato “fuck the school, welcome summer”, che si è tenuto in un noto locale della “Napoli-bene” di via Manzoni, senza le necessarie autorizzazioni sanitarie e di sicurezza. Oltre trecento i partecipanti alla festa, tutti risultati minori di 18 anni.

 

 I carabinieri hanno accertato che le bevande alcoliche e superalcoliche venivano concesse anche a clienti di età inferiore ai 16 anni. Il locale è stato sequestrato.

 

 I proprietari del locale si sono difesi dicendo: - Il nostro locale non è una discoteca, noi organizziamo eventi, ricevimenti e galà, affittando la struttura ai privati, i quali provvedono direttamente ad organizzare il proprio party -.

 Pertanto hanno  tenuto a precisare quanto segue: -Svolgiamo questa attività da diversi anni e conosciamo bene quali sono le regole e i rischi che si corrono ad offrire bevande alcoliche ai minorenni, la cui salute ci sta molto a cuore. Per cui è abbastanza logico che mai saremmo incorsi in un simile errore. Rispettiamo la legge, figuriamoci la salute dei nostri clienti -. Allora chi ha procurato le bevande alcoliche? Le responsabilità sono ancora da accertare.

 

Questa la notizia riportata da molti giornali: grande in verità la preoccupazione destata da tali fenomeni che diventano sempre più frequenti tra i teenagers, con un pericoloso anticipo dei tempi verso esperienze dannose divenute molto comuni purtroppo tra i minori.

 

Ci si chiede allora quali siano le responsabilità degli adulti, non solo genitori ed insegnanti, ma di tutta una società sempre più “libertina” nel concedere senza limiti false libertà anche a ragazzi giovanissimi, una società che allo stesso tempo, ottundendo le menti, diventa “liberticida” nel sopprimere in embrione la capacità di pensare con la propria testa, di essere davvero “liberi” nel fare scelte consapevoli, di essere capaci di rifiutare mode e comportamenti omologati ed omologanti che riducono i ragazzi (e non solo loro!) a pecore intruppate in un gregge.

 

A parte queste serie riflessioni, ci si chiede inoltre come mai solo raramente si intervenga per far rispettare le leggi in tali casi, perché non si effettuino più accurati controlli nelle discoteche dove ormai entrano anche ragazzini delle scuole medie che senz’altro non hanno la maturità per difendersi da tanti pericoli.

Giovanna D’Arbitrio

 

 

 

  

 

COSMOPOLIS
post pubblicato in diario, il 6 giugno 2012
           

Il regista canadese David Cronenberg, riesce ancora una volta a suscitare incubi con il suo ultimo inquietante film,“Cosmopolis”, tratto dall’omonimo libro di Don De Lillo, offrendoci un quadro cupo e disperato dei nostri tempi dominati da uno spietato potere finanziario, totalmente avulso da valori e principi etici, potere che tuttavia ha i giorni contati secondo alcune frasi del film, come “Il denaro ha perso la sua forza narrativa”, oppure “E’ l’inizio dell’Era del Topo” che simbolicamente sostituisce il dio Denaro.

 

Eric Packer, giovane manager miliardario, attraversa New York nella sua lussuosa limousine bianca, deciso a raggiungere un vecchio quartiere per farsi tagliare i capelli (una sorta di ossessivo rituale), incurante delle incombenti minacce di uno stalker e del caos metropolitano scatenato da violenti dimostranti che sfasciano tutto e scagliano topi morti ovunque. 

 

Rinchiuso nell’auto superaccessoriata e computerizzata, una sorta di bunker insonorizzato a prova di proiettili, il pallido Eric, moderno vampiro (ben interpretato da R. Pattinson, già collaudato in tal ruolo), succhia il sangue di poveri ignari mortali derubandoli dei loro averi: compra e vende azioni  servendosi di preziose, segrete informazioni sull’andamento dei  mercati azionari.

 

Sempre richiuso nella limousine,  tiene riunioni di lavoro con collaboratori, riceve strani personaggi,  ha rapporti sessuali con varie donne, si sottopone a quotidiane visite mediche e scopre che la sua prostata è “asimmetrica”, simbolo di una vita  innaturale e robotica.

 

 Imbottigliato nel traffico, ogni tanto è costretto a scendere dall’auto e ne approfitta per incontrare l’algida moglie, miliardaria depressa, prendere un drink in una discoteca piena di giovani drogati, uccidere una delle sue guardie del corpo quasi per gioco (la vita degli altri a quanto pare per lui non ha più alcun valore) e incontrare finalmente il barbiere per il rituale scaramantico taglio di capelli.

 

 Malgrado ciò, tuttavia, la fortuna lo ha abbandonato:  ha commesso un errore e perderà le ricchezze accumulate sulla pelle degli altri per il crack finanziario di un lontano paese asiatico e poi alla fine  di una lunga giornata cadrà anche nelle grinfie del suo stalker (interpretato da uno straordinario Paul Giamatti), un ex dipendente che gli elencherà  i motivi del suo odio puntandogli contro un’arma: Eric è per lui il simbolico condensato di tutti i mali di un’orrenda epoca di decadimento, uno dei colpevoli, irresponsabili costruttori  di una società corrotta, alienata e alienante, lontana dall’armonia della Natura, una realtà in cui tutto è caos ed asimmetria.

 

David Cronenberg, regista  spesso definito “filosofo esistenzialista, affonda ancora una volta il coltello nelle piaghe dell’Umanità, nei suoi lati negativi, come aveva già fatto in altri film (La Mosca, Spider, A History of violence, Crash, A Dangerous Method ecc.), generando spesso nello spettatore un senso di malessere, soprattutto in questo triste e claustrofobico “Cosmopolis” in cui purtroppo riconosciamo i mali della nostra epoca, al di là di dialoghi astratti, eccesso di simboli ed atmosfere surreali.

 

Suona un po’ come una “sveglia”, un monito per non scendere ancora più in basso, finché siamo in tempo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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