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"LA GRANDE MAGIA" , una commedia di E. De Filippo
post pubblicato in diario, il 29 ottobre 2013
           

Viene riproposta al Teatro Bellini di Napoli  dalla Compagnia  di Luca De Filippo, figlio del grande Edoardo, “La Grande Magia”, commedia tra le più “inquietanti” del grande drammaturgo napoletano e forse per tale motivo tra le meno rappresentate, messa in scena solo dalla stesso Eduardo e poi da Giorgio Strehler  al Piccolo Teatro di Milano dal 1985 in poi.

 

La commedia narra la storia del prof. Otto Marvuglia che con le sue finte arti magiche aiuta la moglie di Calogero Di Spelta a fuggire con l’amante facendola “sparire” durante uno spettacolo, convincendo poi il marito che ella sia rinchiusa in una scatola:  potrà riapparire solo se egli, rinunciando alla sua ossessiva gelosia, aprirà la scatola con totale fiducia nella sua fedeltà. Divenuto quasi pazzo, il poveretto preferisce aggrapparsi alle illusioni, piuttosto che affrontare la realtà e così quando la moglie ritorna pentita, la scaccia  rifiutando di riconoscerla.

 

 Il tema dunque di quest’opera è il rapporto tra realtà e illusione, come in effetti lo stesso Eduardo dichiarò parlando della commedia, poiché secondo lui “la vita è un gioco, e questo gioco ha bisogno di essere sorretto dall'illusione, la quale a sua volta deve essere alimentata dalla fede.... Ogni destino è legato ad altri destini in un gran gioco eterno del quale non ci è dato scorgere se non particolari irrilevanti”.

 

Egli fu spinto forse a tali affermazioni  da una sua crisi personale  che dopo gli anni pieni di speranza del primo dopoguerra, lo condusse allo scoramento nel costatare in seguito che il mondo,  cieco e sordo, preferiva non guardare in faccia la realtà e pertanto considerava anche il teatro solo un tranquillizzante gioco di illusione e come tale quindi arte di second’ordine.

 

Universale e filosofico ci appare ora il pensiero di Edoardo, non relegabile solo alla sua epoca, ma purtroppo quasi profetico considerando che egli già allora parlava di un mondo dove la realtà quotidiana è un gioco d'illusione popolato da furbi prestigiatori, manipolatori della verità che ottundono le menti degli uomini conducendoli spesso alla follia.

 

Giovanna D’Arbitrio

 

 

 

 

 

 

FILM "IL QUINTO POTERE"
post pubblicato in diario, il 29 ottobre 2013
           

Il film di Bill Condon,  “Il Quinto Potere”,  ricostruisce il rapporto tra Julian Assange, già gestore e fondatore di Wikileaks e il suo  socio, il tedesco Daniel Domscheit-Berg, rapporto conclusosi nel 2010 per profonde divergenze  sul modo di utilizzare la nota piattaforma digitale che in pochi anni riuscì a divulgare una serie di sconvolgenti  segreti che colpirono alta finanza e politica a livello internazionale, avvalendosi di anonimi informatori sparsi in tutto il mondo.  

 

La narrazione si basa su due libri, “Inside Wilileaks” del suo ex collaboratore,  e “Wikileaks” di David Leigh e Luke Harding, due giornalisti del Guardian, il giornale inglese che aiutò Assange a pubblicare scottanti informazioni sulla guerra in Afghanistan.

 

Bill Condon (già famoso per film come Dreamgirls, Kinsey, Demoni e Dei e Twilight Saga) ci offre un’immagine piuttosto ambigua del personaggio Assange : da un lato lo dipinge come un idealista che combatte per la libertà d’informazione con lo slogan “il coraggio è contagioso”, dall’altro ne evidenzia bugie, mistificazioni e mancanza di scrupoli nella gestione delle notizie.

 

Avvalendosi di  una frase di Oscar Wilde citata da Assange, “date ad un uomo una maschera e vi dirà la verità”, il regista mette in evidenza  la rivoluzione generata dalle nuove tecnologie nel campo dell’informazione e dell’attivismo online. Nello stesso tempo, tuttavia, condividendo i dubbi di D. Domscheit- Berg,  sembra condannare un tipo di informazione non sempre attendibile e verificabile e per di più con conseguenze imprevedibili e pericolose, capaci di alterare delicati equilibri internazionali.

 

Anche se lo sceneggiatore, Josh Singer, ha cercato di contattare testimoni diretti e opinionisti e l’attore  tedesco D. Bruehl ha voluto incontrare Daniel per meglio documentarsi sui fatti,  Assange tuttavia si è mostrato molto insoddisfatto ed ha pubblicato una mail inviata all’attore Benedict  Cumberbatch (che ben lo incarna sullo schermo) nella quale afferma: “Io credo che tu sia una brava persona, ma non è un buon film quello che hai interpretato e scelto: si basa su una sceneggiatura “tossica”, ti sei affidato a persone il cui scopo primario è distruggere e rimuovere tutto il lavoro fatto da Wikileaks”.

 

Il film è comunque da vedere, anche se ci si aspettava qualcosa in più. La narrazione è inizialmente noiosa e caotica per immagini, notizie, personaggi e luoghi presentati quasi in sovrapposizione con sottotitoli troppo veloci e di difficile lettura, ma poi diventa gradualmente più interessante e coinvolgente, lasciando alla fine gli spettatori sempre più avviliti per i terribili segreti che minacciano l’umanità: in effetti  le recenti notizie sul Datagate ci fanno costatare che le conseguenze dell’ 11 settembre e la crescente paura di attentati terroristici  stanno limitando il diritto alla privacy non solo di “addetti ai lavori” come i politici o gli esponenti dell’alta finanza presentati  in” Quinto Potere”, ma di comuni onesti cittadini spesso spiati senza motivo.

 

Il messaggio conclusivo del film sul tema della “ricerca della verità”, dovere di ogni individuo non delegabile a nessuno secondo lo stesso Assange, ci lascia ancor più perplessi sul “come”  accedere alla verità.  Una maggiore diffusione della cultura potrebbe aiutarci a discernere tra vero e falso? Potrebbe essere utile unire all’informazione online anche quella “cartacea” basata su testi di seri studiosi  o di onesti giornalisti “investigativi”? Perché non giungere a leggi internazionali più trasparenti e rispettose della libertà dei popoli? E alla fine ci si chiede: “ Una volta svelato ogni intrigo e turpe intrallazzo, quali mezzi ha oggi l’individuo per difendersi da solo?”.

 

 Un senso di impotenza pervade l’anima di fronte a tutto ciò e dal confronto con gli amici dopo la visione del film, scaturisce almeno l’auspicio di una  sorta di “riscossa culturale ed etica”, una positiva globalizzazione alternativa e costruttiva condotta in tutti i paesi da persone  civili, illuminate ed evolute che con le loro idee possano condurre l’umanità verso una crescente consapevolezza per evitare l’ attuale irresponsabile spinta verso il baratro.

Giovanna D’Arbitrio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

"Nuvole e Passioni", di A. Marino
post pubblicato in diario, il 9 ottobre 2013
           

 Il 9 ottobre 2013, ore 18,00, alla Feltrinelli di Caserta, sarà presentata la raccolta poetica
“Nuvole e passioni” di Alfonso Marino (Edizione Alla Chiara Fonte).


Saranno presenti l’autore e l’editore Mauro Valsangiacomo, Lello Agretti e Vanna Corvese. L’incontro è stato organizzato dalle associazioni “Le Piazze del sapere” (Aislo ,AUSER Caserta).

 

Sull’artista e le sue opere è stato scritto  che egli “ napoletano di nascita e formazione dopo aver vissuto qualche tempo a Caserta , si è stabilito da alcuni anni a Sabaudia. Personaggio di grande vivacità ed eclettismo si è sempre espresso in modo originale con la poesia, con la poesia visiva, con la fotografia ed il collage”.

 

Nel corso degli anni queste forme di espressione non sono rimaste tra loro separate, ma si sono intersecate interagendo significativamente. L’artista ha preso parte a molte mostre in Italia ma anche fuori dai confini nazionali ricevendo numerosi premi.

 

G. Agnisola così giudica la sua opera: - C’è l’allusione talora palese, talora nascosta ad una realtà sociale che l’artista stravol­ge, rimescola, tra realtà e finzione. Lo stravolgimento è l’indicatore di una volontà demisti­ficatrice e di denuncia, di presa di posizione, ad esempio nei riguardi delle falsità consu­mistiche o ideologiche. Sicché quello di Marino, connesso con l’arte, è anche un disegno politico. Che tuttavia non ha la definizione di una speculazione intellettuale, la gravità di una indagine filosofica. Si affida piuttosto alla rivelazione intuitiva, alla fiabesca leggerez­za, alla freschezza immaginativa.

 

Di fatto non è la società l’obiettivo intrinseco al suo linguaggio e neppure il gioco fine a se stesso, sia esso ironico o ludico. Il fine o almeno il controcanto della sua arte è la poesia: lieve, persistente, pervasiva. Lo si legge osservando tanto il tratto d’insieme che i parti­colari delle sue opere, il loro timbro emozionale, il loro carattere psicologico, aperti ai tracciati d’anima piuttosto che al racconto ideologico, tracciati in cui l’artista racconta in definitiva se stesso, la sua storia, la sua memoria, consegnandoci con discrezione una personale e poetica visione della vita -.

 

Giovanna D’arbitrio

 

 

 

 

 

FILM "ANNI FELICI"
post pubblicato in diario, il 9 ottobre 2013
           

Daniele Luchetti nel suo nuovo film in parte autobiografico, “Anni Felici”, interpretato da Micaela Ramazzotti e Kim Rossi Stuart, ci racconta gli anni ’70  attraverso gli occhi di un bambino che osserva i suoi genitori e il mondo che lo circonda.

 

La storia inizia a Roma nel 1974: Guido, artista d'avanguardia, si sente intrappolato in una famiglia per lui troppo borghese, composta da sua moglie Serena e i figli, Dario e Paolo.

 

Costantemente coinvolto con suo fratello nelle burrascose vicende dei genitori tra rapporti amorosi, litigi e tradimenti, happenings artistici, vacanze e imbarazzanti confessioni, Dario (l’alter ego del regista) racconta gli anni felici (che allora sembravano infelici) di una famiglia in cui i suoi genitori erano alla ricerca di se stessi.

 

Intervistato, il regista ha affermato: "Direi che nel film prevale un sentimento di struggente nostalgia. Non tanto per quegli anni, ma per personaggi che hanno avuto il coraggio di vivere fino in fondo la loro vita, di farsi travolgere dalla passione. Si tratta di figure ispirate più o meno da vicino a mio padre e mia madre: il primo vuole essere un artista d'avanguardia, cattivo, libero e non ci riesce, l'altra viene tacciata di essere tutto il contrario, cioè ricattatoria, possessiva, una che ha sempre bisogno dell'approvazione altrui, e invece è proprio lei che trova il coraggio di spezzare l'incantesimo e di fuggire. Poi c'è il tema dell'arte di quegli anni: le avanguardie, le correnti, la voglia di rottura, ma il personaggio che racconto non è in quel mondo o almeno non lo è quanto vorrebbe. E infine, il femminismo, con cui accade un po' la stessa cosa. La grande corrente che trascina quegli anni è l'inquietudine, un Paese che si interroga su tutto".

 

Significativa la frase di Dario che conclude il film: “Indubbiamente erano anni felici, peccato che nessuno di noi se ne fosse accorto”.

 

Colpisce fin dalle prime scene lo stile un po’ “coatto” della rappresentazione, malgrado le pretese “culturali” ed artistiche del protagonista, per l’uso frequente di luoghi comuni e di un “romanesco” piuttosto volgare, ma poi pian piano il film s’innalza a significati più universali, al tema della ricerca di se stessi attraverso la libertà, agli inevitabili errori che tale ricerca comporta ed infine alla scoperta di nuove vie e più ampi  orizzonti.

 

“Anni felici evidenzia” ancora una volta l’attitudine del regista a presentare problemi epocali attraverso vicende familiari, come già aveva fatto in “Mio fratello è figlio unico” e “La nostra vita”.

 

Giovanna D’Arbitrio

 

 

 

 

 

 

FILM "THE BLING RING"
post pubblicato in diario, il 5 ottobre 2013
           

Nel suo nuovo film  “The Bling Ring” (La banda dei gioielli), Sofia Coppola narra la storia di un gruppo di adolescenti ispirandosi ad un fatto di cronaca realmente accaduto qualche anno fa.

 

Nicki, Sam, Mark, Chloe e Rebecca, adolescenti ossessionati dal mito di personaggi ricchi e famosi, come Paris Hilton e Orlando Bloom, riescono ad individuarne le lussuose abitazioni e a saccheggiarle in loro assenza, appropriandosi  di costosi vestiti, scarpe, gioielli o altri oggetti, ambiti status symbols di una vita contrassegnata da successo, celebrità e danaro, attualissimo miraggio di tanti giovani di oggi alla deriva.

 

Travolti da un’omologazione inquietante sotto l’influsso di un martellante consumismo unito alla sponsorizzazione mediatica di falsi miti, i suddetti ragazzi più desiderosi di “avere che di essere” non rappresentano certo un fenomeno isolato, poiché tale mentalità è come un virus che infetta tante coscienze, ottundendole e deviandole, inducendole spesso a colmare vuoti affettivi e carenze educative di una società allo sfascio.

 

Sofia Coppola ancora una volta si rivela un’attenta ed interessata osservatrice del mondo dei giovani  e dei nostri tempi, come ha evidenziato nei suoi precedenti film, “Le vergini suicide”, “Lost in translation”,  “Marie Antoinette”, “Somewhere”.

 

Anche il suo nuovo film mostra a tratti il carattere distaccato di chi guarda  ciò che accade mettendo in rilievo problematiche per le quali alla fine tuttavia non sa indicare soluzioni, come si evince dalle dichiarazioni dei ragazzi che,  intervistati, si sentono soddisfatti  di aver raggiunto la tanto agognata notorietà sotto i riflettori dei mass media, dopo l’ arresto e qualche anno di prigione.

 

Sotto velate accuse non solo l’attuale decadente civiltà, ma anche genitori totalmente inadeguati o quasi assenti e un sistema scolastico poco attento al disagio di alunni “difficili”, più propenso all’emarginazione che all’integrazione: non a caso i protagonisti  frequentano un istituto che accoglie ragazzi espulsi da altre scuole o comunque in possesso di un curriculum scolastico non regolare.

 

Bravi i giovani attori tra i quali ricordiamo in particolare Emma Watson, ex Hermione in Harry Potter, notevole la colonna sonora (di Brian Reitzell), come in tutte le pellicole di S. Coppola, regista e sceneggiatrice del film.

 

Giovanna D’Arbitrio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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