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FILM"IL CAPITALE UMANO"
post pubblicato in diario, il 18 gennaio 2014
           

Ad Ornate, un paese (immaginario) della Brianza, Virzì colloca personaggi ed eventi del suo ultimo film “Il Capitale umano”, una sconcertante storia di mentitori: finanzieri senza scrupoli, finti amici, opportunisti, genitori distratti, giovani allo sbando, sprovveduti  investitori.  Mentono tutti, nel bene o nel male:  gli adulti guidati da profitto,  avidità o superficialità,  i giovani per autodifesa.

 

Tanti personaggi, positivi o negativi, s’incontrano e si scontrano fino al drammatico epilogo: Giovanni Bernaschi (Fabrizio Gifuni), un arrogante finanziere senza scrupoli  specula con un fondo d’investimento non affidabile, coinvolgendo Dino Ossola(F.Bentivoglio), sciocco arrivista, agente immobiliare destinato al fallimento; Carla Bernaschi, sua moglie (Valeria Bruno Tedeschi), donna  insicura, sofferente e confusa, ex attrice che vuole ritornare a recitare  con l’aiuto di un critico teatrale, Donato Russomanno (L. Lo Cascio); Roberta (V. Golino) moglie di Dino, sensibile psicologa che si occupa di drogati; Serena ( Matilde Gioli) figlia di Dino, decisa e coraggiosa, attratta prima dal ricco Massimiliano figlio del finanziere, poi dal problematico e sensibile Luca (G. Ansaldo). Le loro  vite si intrecciano e alla fine saranno travolte da un incidente stradale in cui muore un umile cameriere. 

 

Diviso in quattro capitoli, il film nei primi tre racconta il punto di vista di tre personaggi diversi, Dino, Carla e Serena,  che gradualmente ricostruiscono gli eventi del racconto come in un puzzle, fino a far scoprire chi ha investito il cameriere dalla cui morte scaturisce anche il titolo il film: il “capitale umano”  in effetti consiste nel quantificare “il valore di una persona” in denaro  per consentire all’assicurazione il risarcimento della perdita subita dalla famiglia in caso di morte per incidente.

 

Tratto dal romanzo di Stephen Amidon ,”Human Capital”, che ha fornito l’intreccio narrativo per la sceneggiatura di Paolo Virzì, Francesco Bruni e Francesco Piccolo, il film evidenzia la mancanza di valori di una società in cui anche la perdita di una vita umana è ridotta a qualcosa di “quantificabile” e risarcibile col denaro.

 

Alla fine il finanziere trionfa e tutto sembra ricomporsi e ritornare ad una squallida normalità, anche se Carla Bernaschi  mormora al marito:-Avete scommesso sulla rovina di questo paese e avete vinto -.

 

Pare che gli abitanti della Brianza si siano offesi per questo film, ma in tal caso davvero senza motivo, poiché  oggi  “tutto il mondo è paese” quanto a speculazioni finanziarie e avidità: il discorso valica i confini italiani. Il libro di S. Amidon  “Human Capital è ambientato a Totten Crossing, Connecticut.

 

E’ piuttosto il mondo degli adulti che ne esce malconcio, mentre i giovani sono considerati  vittime che cercano comunque di vivere e continuare ad amare, come Serena e Luca: nonostante il cinismo e l’infantilismo dei genitori messi in rilievo dall’incidente stradale, sono proprio le figure giovanili a far sperare ancora in un cambiamento positivo.

 

Paolo Virzì, autore di film di successo, come” Ovosodo”, “Caterina va in città”, “Tutta la vita d’avanti”,” La prima cosa bella” e  tanti altri, si conferma ancora una volta osservatore attento e sferzante di vizi e virtù all’italiana, e non solo.

 

Giovanna D’Arbitrio

 

 

 

FILM "THE BUTLER"
post pubblicato in diario, il 16 gennaio 2014
           

“L’oscurità non può scacciare l’oscurità,

solo la luce può farlo”.

(M. L. King)

 

 

Con questa citazione tratta da un discorso di M. L. King inizia “The Butler” il film del regista Lee Daniels sulla storia vera di Eugene Allen, maggiordomo di colore alla Casa Bianca per più di 30 anni che fu intervistato da Wil Haygood nel 2008. L’intervista, pubblicata poi sul Washington Post col titolo di “A Butler well served by this election”, ha offerto l’ispirazione per la sceneggiatura a Lee Daniel e Danny Strong.

 

Cecil Gaines (F. Whitaker), nato in una piantagione di cotone, dopo le atrocità subite dai genitori (madre stuprata e impazzita, padre ucciso dal padrone),  viene addestrato a servire in casa e gradualmente si distingue per la sua abilità come maggiordomo fino ad arrivare alla Casa Bianca.

 

Dopo il matrimonio con Gloria, divenuto padre di Louis e Charlie, orgoglioso della sua famiglia e soddisfatto del suo lavoro, si comporta con professionalità, dignità e pazienza pur rimanendo quasi un’ ombra invisibile in un mondo di bianchi che ruotano intorno a vari presidenti : ben sette da Truman ad Obama.

 

Intrecciando abilmente vicende private ed eventi storici, come il sit-in di Greensboro, i Freedom bus, l'attentato a Kennedy, la morte di Martin Luther King, la guerra in Vietnam e così via, il regista riesce a dar risalto alle tragedie familiari vissute da Cecil, la morte del figlio minore in Vietnam, i litigi con la moglie e con il figlio primogenito, più volte imprigionato come attivista per i diritti civili dei neri e seguace prima di M. L. King, poi di Malcom X.

 

Il mondo cambia velocemente intorno a Cecil: sette presidenti e tanti avvenimenti che gradualmente gli fanno prendere coscienza di sé e dei suoi diritti e che lo inducono infine a dimettersi  per scendere in campo a fianco del figlio. E dopo tante lotte e sofferenze,  il sogno gradualmente diventa realtà con la vittoria di Obama.

 

Ritornato con la moglie nella piantagione nella quale aveva tanto sofferto, Cecil afferma: “Gli americani chiudono sempre un occhio su quello che hanno fatto al loro popolo. Guardiamo il resto del mondo e giudichiamo. Sentiamo parlare dei campi di concentramento ma quei campi ci sono stati per ben 200 anni anche qui, in America”.

 

Lee Daniels, già autore dello struggente “Precious”, conferma la sua bravura avvalendosi di un grande cast di attori, quali Forest Whitaker, John Cusack, James Marsden, Jane Fonda, Robin Williams, Alan Rickman, Lenny Kravitz, Alex Pettyfer, Jesse Williams, Liev Schreiber, Minka Kelly, Nelsan Ellis, Terrence Howard, Cuba Gooding Jr., Vanessa Redgrave, Mariah Carey, Melissa Leo, Oprah Winfrey, David Oyelowo, della fotografia di A. Dunn e della colonna sonora di Rodrigo Leão.

 

Pare che Lee Daniels consideri i registi bianchi non sempre capaci di comprendere fino in fondo il modo in cui i neri hanno vissuto le tappe fondamentali della storia americana e quindi egli ne ripropone una rilettura critica “dal basso” attraverso la vita del maggiordomo.


Insieme a film recenti come” Djanko Unchained” di Tarantino, “Lincoln” di Spielberg , “12 Anni Schiavo” di Steve McQueen, “The Butler” dunque va ad arricchire un quadro storico visto da angolazioni diverse e rappresentato con differenti stili, ciascuno tuttavia a suo modo apprezzabile nel ribadire la condanna al razzismo.

 

Giovanna D’Arbitrio

"Pa(es)aggi e figure dell'immaginario" (Arte Moderna)
post pubblicato in diario, il 16 gennaio 2014
           

Mercoledì 22 gennaio 2013, ore 17.00, presso “Movimento Aperto” (via Duomo 290/c Napoli) si inaugura la mostra “PA(ES)AGGI E FIGURE DELL'IMMAGINARIO” di Enzo  e Nicola PAGANO, che resterà aperta fino al 12 febbraio dal lunedì al venerdì ore 17-19 e su appuntamento.

 

Enzo Pagano è nato a Napoli il 18-11-1952. È docente di Storia dell’Arte presso il Liceo Artistico di Napoli. Tra le più recenti mostre: “ La Materia Melanconica, Roger Caillois e l’immaginazione materiale” (con Nicola Pagano,  Grenoble , Napoli 2007; “L’èchiquier labyrinthique de Roger Caillois (con Nicola Pagano, Université du Sud , Palais Neptune, Tolone 2007); “Malinconia Dulcissima Alchymia” (mostra antologica, Sala della Loggia, Maschio Angioino, Napoli, 2010).

 

Nicola Pagano è nato a Napoli il 15-5-1955. Architetto e designer, insegna Disegno e Storia dell’arte e si occupa di pianificazione ambientale e del paesaggio. Principali mostre: “La Materia Melanconica, Roger Caillois e l’immaginazione materiale (con Enzo Pagano, Grenoble,  Napoli, 2007); “L’èchiquier labyrinthique de Roger Caillois” (con Enzo Pagano, Université du Sud, Palais Nep­tune, Tolone, 2007); “Mithra sol invictus” (rassegna d’arte, museo archeologico dell’antica Capua, Santa Maria Capua Vetere, 2011).

 

La mostra è introdotta da un testo di Dario Giugliano, intitolato “La Forza dell'Espressione” nel quale si legge: “Per l’arte contemporanea, un concetto in particolare è probabilmente più importante di tanti altri: il concetto di espressione. Letteralmente espressione sta a indicare la condizione di una esternazione, nel senso ancora letterale della fuoriuscita di un interno di ciò che, fino a poco prima, era dentro …Si tratta, pertanto, di un movimento che, nel suo stesso manifestarsi, crea una continuità come possibilità di congiunzione tra un interno e un esterno”.

 

Nel testo quindi si asserisce che il concetto di espressione, come qualsiasi altro della metafisica occidentale, “sarà sempre la voce come con­dizione della manifestazione di un pensiero o di una volontà di senso che dalla prossimità assoluta con l’anima di chi la emette raggiunge, all’esterno del soggetto emittente, gli altri (le loro anime) a cui questi si rivolge”. Ad esempio Aristotele nel “ De interpretazione” afferma che la voce è espressione delle affezioni dell’anima e, raggiungendo gli altri, essa è in grado di portar loro ciò che il soggetto sente, pensa, vuole.

 

Secondo D. Giugliano, dunque, “se non ci fossero le parole o i segni in generale, nulla di tutto ciò che c’è avrebbe senso. È grazie ai segni che noi possiamo conferire una significazione alle cose e al mondo nella sua totalità. Il mondo acquista un senso ovvero risulta per noi intelligibile solo grazie alle espressioni. Ed è così, quindi, anche per i concetti cosiddetti astratti. ….da questo punto di vista, l’espressione sarebbe all’origine di ogni cosa, non tanto come esternazione ovvero incarnazione di qualcosa (di immateriale e) di preesistente (nel­l’altrove assoluto dell’anima), ma come possibilità reale di creazione (costante e continua) di cose, stati, condizioni”.

 

Questi concetti sono alla base di tanti movimenti sperimentali dell’arte contemporanea che considerano

l’espressività come esternazione dell’intimità dell’artista, ovvero del modo in cui “ attraverso il gesto dell’artista si possa creare una realtà, anzi la realtà”.  D. Giugliano afferma pertanto che per comprendere appieno il senso di tale discorso basterà guardare le opere di Enzo e Nicola Pagano, benché diverse tra loro.

 

 In effetti  egli quindi conclude il discorso esaltando la tecnica del collage che, permettendo di comporre insieme elementi linguistici preesistenti, ha reso  sempre più evidente che il materiale di cui si serve l’arte non è la co­siddetta realtà esterna , ma “l’unica realtà, a cui ognuno non può non fare riferimento, costituita dai segni espressivi. Così, l’arte fa mostra di quel paesaggio interiore, di quel paesaggio immaginario (imaginary landscape, come diceva Cage) costituito da quell’accumulo di immagini, da quel repertorio di segni che è il mondo stesso che ognuno porta con sé,  mondo che soprattutto è in grado di pensare (come ci hanno insegnato Nietzsche e Freud) per noi, in noi”.

 

Giovanna D’Arbitrio

PHILOMENA
post pubblicato in diario, il 1 gennaio 2014
           

Il recente film di S. Frears, tratto dal libro “The lost child of Philomena Lee: a mother, her son and a 50 year search”  di Martin Sixsmith, racconta la storia di una donna irlandese, Philomena Lee (Judi Dench), che nel 1952 venne ripudiata dalla sua famiglia e chiusa in un convento perché rimasta incinta in seguito ad un rapporto occasionale. Il suo bambino, Michael, le venne poi sottratto e dato in adozione ad una coppia americana.

 

Dopo varie inutili ricerche per ritrovarlo, finalmente 50 anni dopo riceve aiuto e supporto da Martin Sixsmith (Steve Coogan), un giornalista (silurato dall’establishment di Blair) che decide di scrivere un libro su una storia vera per  una forma di riscatto personale. Scoprono così insieme che Michael  è diventato un brillante avvocato che ha intrapreso la carriera politica a Washington, tra le file dei repubblicani e .. altri imprevedibili risvolti e colpi di scena.

 

Presentato lo scorso settembre alla Mostra cinematografica di Venezia dove ha ottenuto il Premio Osella per la miglior sceneggiatura (di Steve Coogan e Jeff Pope), il film mescola sapientemente humour e dramma, avvalendosi di due eccellenti interpreti, Judi Dench e Steve Coogan, una coppia perfetta che si muove in sintonia crescente man mano che il racconto procede.

 

Il regista si rivela davvero abile nell’ adattare allo schermo la storia di Philomena  senza cadere nel mélo e schivando il rischio di riproporre un tema già trattato da Mullan in “Magdalene”,  un implacabile atto d’accusa sulle violenze subite da povere ragazze nei conventi irlandesi.

 

Pur criticando come Mullan un mondo cattolico bigotto, dogmatico ed estremista, Stephen Frears  in effetti riesce a trovare uno stile originale in questo viaggio alla ricerca del figlio perduto, mettendo a confronto due persone molto diverse: Martin Sixsmith,  giornalista arrabbiato, amante della giustizia, scettico e razionale e Philomena anziana ex infermiera irlandese, incolta lettrice di romanzetti rosa, ma umana e intelligente, che conserva una fede religiosa forte e sincera nonostante le offese e le crudeltà subite.

 

 Philomena e Martin dimostrano che in fondo il dialogo  è sempre possibile quando si superano le barriere del pregiudizio e dello sterile protagonismo.

 

Frears ha affermato : “Incontrando la vera Philomena Lee ero sorpreso dal fatto che volesse venire sul set, cosa che ha fatto il giorno in cui veniva girata la scena terribile della lavanderia. Philomena è una donna magnifica, priva di autocommiserazione, che continua ad avere fede nonostante le ingiustizie subite”.

 

Da questa dichiarazione si evince forse il senso profondo di un film che fa commuovere, riflettere e anche divertire: un film da vedere, che ridona  un po’ di fiducia nell’Umanità.

 

Giovanna D’Arbitrio

 

 

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