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BUON NATALE, MIA CARA NAPOLI
post pubblicato in diario, il 30 novembre 2014
           

Con l’avvicinarsi del periodo natalizio, Napoli indossa una veste scintillante intessuta di luci e colori, malgrado la crisi economica e i numerosi irrisolti problemi che l’attanagliano inesorabilmente.

 

Amo talmente la mia città che nei miei pensieri  talvolta le parlo come se fosse una persona, un personaggio antico come la sirena Partenope dei miti, capace di incantare con il fascino del suo magico canto perfino i numerosi invasori  del suo meraviglioso regno.

 

Quante dominazioni hai subito, cara Partenope!  Eppure hai saputo rielaborare, trasformare, integrare culture e tradizioni diverse fin dai tempi della tua fondazione, antica colonia greca ricca di arte e bellezza, divenuta in seguito Neapolis (Città Nuova) ad opera dei Cumani, passata poi nel corso della storia ad Osci, Romani, Bizantini, Goti, Normanni, Svevi, Angioini, Aragonesi, Borboni, a Bonaparte e la sua schiatta, di nuovo ai Borbone ed infine all’ Unità d’Italia per la quale il tuo popolo versò generosamente il suo sangue sognando un’unica patria, forte e coesa, capace di respingere nuovi invasori. Un sogno mai pienamente realizzato.  Tu che sei Sud d’ Italia, rimani “terra di conquista”,  come tutti i Sud del mondo.

 

Che dire, cara Napoli? Sovente vilipesa, denigrata, schiacciata, tu rimani comunque “viva” e come l’araba fenice combatti per rinascere dalle tue ceneri , conservando ciò che di positivo è nel tuo passato di sofferenze e tiranniche repressioni, e t’inventi di tutto pur di sopravvivere grazie a fantasia, creatività, gioia di vivere che si rivela in una vivace tarantella o in una sagace battuta di spirito per cui si distinguono i tuoi abitanti. Oppure ecco  svelate in un lampo sensibilità, intensi  sentimenti, malinconia, dolente rassegnazione al fato, attraverso le tue melodiose canzoni conosciute in tutto il mondo.

 

Sono contenta di essere nata qui, quando  dall’ alto delle tue colline ammiro stupendi paesaggi che si tingono di colori e sfumature diverse a seconda delle ore del giorno. Sei impareggiabile in quell’ ora che segue il tramonto “e ai marinai intenerisce il core” (Dante) con le tinte tenui che ricordano certe gouache della Scuola di Posillipo.

 

Sono contenta di essere napoletana e campana quando penso all’ immenso patrimonio artistico e culturale del tuo territorio,  sono fiera quando posso mettere in risalto i tuoi aspetti positivi pur combattendo contro quelli negativi, sperando sempre che in tutto il Sud d’ Italia, e in tutti i sud del mondo,  istruzione, formazione e lavoro possano un giorno generare un cambiamento.

 

Ai napoletani faccio una raccomandazione: per favore non gettate le carte per terra, altrimenti sarete sempre considerati un popolo di “lazzari” e delinquenti anche se state morendo di cancro per rifiuti tossici e quant’altro,  sempre criticati per “effetti”  negativi  le cui “cause”  non vengono mai analizzate. Smettiamo dunque di sperare nell’ altrui aiuto e rimbocchiamoci le maniche, reagiamo al degrado, lottiamo. E che il 2015 sia un anno diverso!

 

E allora per concludere in bellezza ricordiamo a turisti italiani e stranieri che l’antica Partenope e tutta la Campania  li aspettano a Natale con una miriade di incontri ed eventi culturali, conferenze, concerti, teatri, cinema, visite guidate a monumenti, musei, siti archeologici e così via.

 

Basta consultare qualche sito on line su “Natale a Napoli” per informarsi, come ad esempio quello del Forum Universale delle culture www.forumculture.org ,  un’ importante manifestazione globale iniziata nel 2013 che si concluderà il 30 dicembre 2014.

 

Del Forum poco si è parlato e quasi nulla si sa in Italia, come accade per tanti significativi eventi culturali a Napoli e in Campania.

 

Giovanna D’Arbitrio

 

 

 

 

 

IL FILM "TORNERANNO I PRATI"
post pubblicato in diario, il 19 novembre 2014
           

“La guerra è una brutta bestia che gira il mondo e non si ferma mai”

 

di Giovanna D’ Arbitrio

 

Il film “Torneranno i prati” conferma ancora una volta il talento del grande regista Ermanno Olmi che alla veneranda età di 83 anni ci regala un’ altra significativa opera.

 

Apparso sugli schermi sia in Italia che all’estero in occasione del centenario della Prima Guerra Mondiale, il film è  una chiara condanna di tutte le guerre anche se si concentra soprattutto sulla descrizione del drammatico squallore di una trincea dopo i sanguinosi scontri del 1917.

 

In un avamposto delle linee italiane situato a Nord-Est, un febbricitante capitano (F. Formichetti), un maggiore (C. Santamaria) e un giovane tenente (A. Sperduti) sono  costretti ad obbedire a ordini insensati che mandano i soldati al macello come bestie. Tra grandi silenzi rotti solo dal vitale e poetico canto di un napoletano, commenti in dialetto e improvvisi scoppi di granate, la vita della trincea scorre lenta nell’ attesa della posta, unico legame con le famiglie lontane insieme alle foto sbiadite sul muro, oppure della distribuzione del rancio, una brodaglia scura che dà un po’ di calore.

 

Paesaggi da togliere il fiato pur nella follia collettiva della guerra sono ammirati da giovani soldati stupefatti davanti alla bellezza della Natura animata da alberi e animali capaci di dar conforto:  un umile larice, una  volpe, un piccolo topo, compagno di branda.

 

Come in tante opere di Olmi, la narrazione è lenta, indugia sui visi, scava dentro, si serve di dialoghi essenziali, in un lampo si colora d’improvvisa vivacità per sottolineare i momenti più drammatici e le immagini parlano, sono poesia pura che illumina i personaggi svelandone l’anima.

 

Ricoverato in ospedale per controlli medici, il regista ha spiegato in un videomessaggio il motivo della dedica  a suo padre nelle didascalie finali del film, affermando quanto segue:  "Mio padre aveva 19 anni quando venne chiamato alle armi.  A quell'età l'esaltazione dell'eroicità infiamma menti e cuori soprattutto dei più giovani. Scelse l'Arma dei bersaglieri, battaglioni d'assalto e si trovò dentro la carneficina del Carso e del Piave, che segnò la sua giovinezza e il resto della sua vita. Ero bambino quando lui raccontava a me e a mio fratello più grande del dolore della guerra, di quegli istanti terribili in attesa dell'ordine di andare all'assalto e sai che la morte è lì, che ti attende sul bordo della trincea. Ricordava i suoi compagni e più d'una volta l'ho visto piangere. Ora celebriamo il centenario di quella guerra, con discorsi e bandiere…. Mi auguro che in queste celebrazioni si trovi il modo di chiedere scusa ai tanti soldati che abbiamo mandato a morire senza spiegare loro perché. Della prima Guerra Mondiale non è rimasto più nessuno di coloro che l'hanno vissuta e nessun altro potrà testimoniare con la propria voce tutto il dolore di quella carneficina. Rimangono gli scritti: quelli dei letterati e quelli dei più umili dove la verità non ha contorni di retorica".

 

In effetti è un pastore (Toni Lunardi) che alla fine del film descrive la guerra come "una brutta bestia che gira il mondo e non si ferma mai” e così nei luoghi in cui tanti giovani morirono “ritorneranno i prati” e  l’oblio.

 

In un rapido excursus ricordiamo altri indimenticabili film del grande regista, opere prive di falsa retorica, ricche di atmosfere poetiche pur nell’ osservazione della realtà, come  L’albero degli zoccoli con i suoi umili contadini, Lunga vita alla signora e Cammina cammina  contro le iniquità Potere, Il segreto del bosco vecchio e Terra Madre contro ogni egoistica devastazione della Terra, Cantando dietro i paraventi con i suoi colorati aquiloni esaltanti perdono e pace, l mestiere delle armi con i coraggiosi capitani di ventura che giurano di non uccidere più innocenti, Centochiodi  con il folle professore che trafigge i libri del sapere dogmatico e va alla ricerca del “Cristo delle strade”, il Cristo degli umili, un tema riproposto anche nel Villaggio di cartone.

 

Giovanna D’Arbitrio

 

 

 

"LA SCIANTOSA" AL TEATRO DIANA DI NAPOLI
post pubblicato in diario, il 13 novembre 2014
           

Serena Autieri, la bella e brava cantante- attrice napoletana, nota per la sua partecipazione a  numerose fiction e spettacoli televisivi, film, musical e quant’ altro, sta riscuotendo un notevole successo al Teatro Diana con lo spettacolo “La Sciantosa – ho scelto un nome eccentrico”, scritto da Vincenzo Incenzo e diretto da Gino Landi.

 

La stessa  S. Autieri ha affermato: -Ho voluto rileggere in chiave nuova ed attuale il “Cafè chantant”  con un lavoro di ricerca e rivalutazione nel repertorio dei primi del ‘900, da brani più conosciuti e coinvolgenti, quali A tazz’ e cafè”e Comme facette mammeta sino a perle nascoste come Serenata napulitana e Chiove, oggi ascoltabili solo con il grammofono a tromba. Tra una rima recitata e una lacrima intendo riportare al pubblico quelle radici poetiche e melodiche ottocentesche e quei profumi arabi, saraceni e americani che Napoli ha ruminato e restituito al mondo nella sua inconfondibile cifra. Ho voluto fortemente mantenere il clima provocatorio e sensuale di quei Caffè, e ricreare in teatro quel rapporto senza rete con il pubblico, improvvisando, battibeccando, fino a coinvolgerlo spudoratamente nella “mossa”, asso nella manica di tutte le sciantose -.

 

Nelle “note dell’ autore” di Vincenzo Incenzo si legge quanto segue: - Incontrare la sciantosa e il suo “nome eccentrico” vuole dire aprire un baule magico con un immenso tesoro dentro. Vuole dire tuffarsi anima e corpo nell’oceano della tradizione classica e allo stesso tempo abbracciare le radici della modernità. ‘A tazz’ e cafè, Comme facette mammeta, I’ te vurria vasà, prima di essere meravigliose canzoni, sono testimoni e sentinelle di un mondo e di un’epoca da proteggere, di un tempo e di uno spazio in cui germogliano i princìpi tutti della cultura dello spettacolo che verrà. Serena Autieri entra a schiaffo, con i panni di Pulcinella, nei luoghi e nei codici del caffè concerto e del varietà, ed è subito Napoli, arte di arrangiarsi, gioia e disperazione, mare romantico e vulcano incandescente. E’ guerra, colera, miseria ma è anche resurrezione, sorriso, amore. Poi, via la maschera, e d’incanto Napoli è femmina. Una “mossa”, una rima recitata, una lacrima, ed eccole, quelle radici poetiche e melodiche ottocentesche e quei profumi arabi, saraceni, americani che ‘o paese d’’o sole, crocicchio di riferimenti locali e stimoli provenienti da ogni latitudine, ha ruminato e restituito al mondo nella sua inconfondibile cifra. Il pretesto dello spettacolo è la prima grande protagonista di quel mondo, Elvira Donnarumma, “a capinera napoletana”, colei che sovvertì le regole dell’apparire; bassina, tarchiata, ma con una voce che toccava le corde dell’anima. Colei che raccolse i fiori sul palco di Eleonora Duse e Matilde Serao, che rifiutò per spirito patriottico il contratto in Germania, che sfidò la sua malattia ogni sera fino alla morte pur di non abbandonare il pubblico; lei che avvolta dalla bandiera italiana, in precario equilibrio e con gli occhi pieni di lacrime, cantò “Addio” davanti a tutta Napoli che l’ acclamava-.

 

Uno spettacolo davvero gradevole, in cui Serena Autieri ancora una volta conferma le sue magnifiche doti canore, nonché l’abilità di vera “show woman”, capace di interagire con il pubblico in modo spontaneo, garbato ed elegante, coinvolgendolo con allegria e spronandolo non solo a prendere parte attiva al canto, ma perfino ad alzarsi in piedi per cimentarsi nell’ esecuzione della famosa “mossa”.

 

E il palcoscenico a un certo punto sembra non bastarle, allora Serena cerca un maggiore contatto con gli spettatori e così scende tra il pubblico e improvvisa, recitando a soggetto e spazzando via la barriera tra scena e platea.

 

Ci sembra giusto concludere quindi con le parole di V. Incenzo che ben descrivono lo show: - Gli spettatori diventano parte attiva e memoria di quello che fu, allo stesso tempo. Una sorta di non-sequitur visuale, dove la rottura della convenzione scatena la comicità. Risate, lacrime, riflessioni. Il pubblico è preso a schiaffi e carezze, come quel Pulcinella in incontinenza verbale magistralmente interpretato da Serena a inizio spettacolo, metafora vivente e straordinariamente attuale dell’accavallarsi folle di parole del nostro tempo. É Cafè Chantant ma è anche talent show di oggi, perché cambiano i codici ma non il messaggio. E’ sguardo critico al presente, allo strapotere dell’immagine tritatutto, alla mai troppo considerata meritocrazia, ai valori al tramonto di patria e di famiglia. Ma è soprattutto amore, identità, rivendicazione. É passato che guarda al futuro-.

Uno spettacolo da vedere, in cui oltre alla bravura di Serena Autieri, si apprezzano i costumi di Monica Celeste, la vivace presenza del ballerino e mimo Alessandro Urso, l’ abilità dei musicisti del  “Quintetto Popolare Italiano” che hanno interpretato con maestria le antiche melodie napoletane.

Giovanna D’Arbitrio       

 

 

 

 

"KIDZANIA", microcittà per bambini
post pubblicato in diario, il 5 novembre 2014
           

Nel 1999 Xavier Lopez Ancona  realizzò a Santa Fe un particolare parco per bambini, alquanto diverso da quelli tradizionali. Nei parchi Kidzania in effetti non ci sono giostre, né divertimenti di vario genere, ma aree ben organizzate in cui i bambini possono lavorare imitando gli adulti e sperimentando diversi mestieri e professioni.

 

In essi ragazzi dai 5 ai 16 anni possono guadagnare uno stipendio in “Kidzos” (moneta locale) che aumenta in base all’impegno e al merito e incassare assegni da versare su una sorta di conto corrente.

 

 I Kidzania sono in costante aumento nel mondo e si calcola che nel  2015 saranno circa una ventina:  dopo Bombay, Tokyo, Cairo, Istanbul, Lisbona e Seoul e altre città,  anche Londra ne avrà uno l’anno prossimo.

 

Joel Cadbury  sarà il futuro presidente del Kidzania londinese che sorgerà nella parte ovest della città, all’interno dell’immenso centro commerciale Westfield. Joel sta contattando numerosi sponsor tra i quali, a quanto pare, già sono presenti  McDonald’s, Epson, Sony, DHL, Walmart e Mitsubishi che hanno accettato subito con entusiasmo. Anche a Londra, dunque,  la formula sarà la stessa degli altri parchi sparsi per il mondo:  è il trionfo dei marchi, in bella mostra nei  settori dei vari mestieri e professioni.

 

Bambini e ragazzi, accompagnati dal personale,  sono muniti di un microchip che consente di localizzarli in qualsiasi momento durante le quattro  ore di permanenza nel parco. I genitori potranno  aspettarli nel  “Parents’ Clubhouse”, oppure fare shopping negli adiacenti  centri commerciali.

 

I prezzi dei biglietti non sono alti e il tutto viene a costare meno di una babysitter a ore.  All’ entrata del parco colpiscono slogan come, “preparatevi a un mondo migliore”, oppure “che la tua giornata sia produttiva”.

 

Malgrado le buone intenzioni dei sostenitori di tale iniziativa, il successo dei Kidzania  appare a molti genitori ed educatori piuttosto inquietante,  se si pensa alla presenza dei numerosi marchi e all’influsso di una pubblicità martellante che già condiziona le menti dei giovani  in ogni momento della loro giornata. Ci si chiede inoltre se sia educativo inculcare nei minori la logica della produttività e del guadagno.

 

Sembra infine dannoso consentire tali esperienze a una fascia di minori che va dai 5 ai 16 anni, senza curarsi a livello pedagogico delle esigenze peculiari di ciascuna età all’interno di tale fascia: un bambino è diverso da un adolescente!

 

Non sarebbe più giusto che le attitudini dei  minori  fossero individuate da scuola e famiglia (operanti in stretta collaborazione con vigile e affettuosa cura) in modo da indirizzarle poi verso future attività lavorative?

 

Francamente l’ idea di bambini muniti di microchip che girano in una città “senza giochi”, ci rattrista e ci fa rimpiangere i bei tempi in cui ci rotolavamo sui prati e giocavamo all’ aria aperta con i nostri amici, liberi e felici nell’ inventarci giochi di ogni genere, nel goderci il sole,  i fiori di campo e gli alberi che mutavano colori e forme a seconda delle stagioni: un positivo, educativo contatto con la Natura che ci ha  accompagnato per tutta la vita.

 

Giovanna D’Arbitrio

 

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