.
Annunci online

COMINCIAMO DALLA SCUOLA
post pubblicato in diario, il 28 febbraio 2014
           

Purché ovviamente non sia solo “politica d’immagine” come in passato, ci sembra positiva l’intenzione del nuovo governo di partire dalla scuola, un settore troppo spesso trascurato che ci ha attirato molte critiche di recente per i dati sull’analfabetismo, ancora non debellato nel nostro paese.

 

“L’ignoranza è forza” afferma G. Orwell nel suo libro “Nineteen Eighty-four” (del 1948) che descrive un paese governato da un misterioso dittatore, il Grande Fratello, il quale con varie strategie tiene basso il livello culturale del popolo per controllarlo più facilmente.

 

Come madre ed insegnante, ovviamente i problemi scolastici hanno sempre attirato la mia attenzione e, da quando scrivo su siti on line, più volte ho evidenziato le carenze della scuola statale, come nel seguente articolo che risale al 2008, dal quale si evince che la situazione non è cambiata rispetto al passato.

 

Ecco ciò che scrissi anni fa: “Tanti sono oggi i gravi problemi dell’Italia e, tra questi, uno dei più seri è quello della crisi della scuola statale che non è capace di offrire più ai nostri ragazzi una preparazione culturale adeguata per affrontare la vita.

 

Ho insegnato per molti anni nella scuola dell’obbligo ed ho sempre difeso con tutte le mie forze il diritto allo studio degli alunni più deboli, più fragili, meno capaci e, in particolare, dei  cosiddetti “svantaggiati”, non solo nei quartieri a rischio ma anche nelle zone più ricche dove il divario culturale tra le diverse classi sociali è drammaticamente più marcato ed evidente. Combattere la dispersione scolastica e offrire una buona istruzione, inoltre, nella nostra regione, la Campania, significa sottrarre manovalanza alla criminalità ed offrire ai giovani alternative e scelte di vita più valide e costruttive.

 

In tutte le scuole in cui ho insegnato  mi sono battuta per l’inclusione dei suddetti alunni in corsi di recupero e in laboratori pomeridiani, per l’intervento di psicologi ed esperti, per una didattica più idonea al raggiungimento degli obiettivi ecc.., sacrificando talvolta  parte del mio stipendio per acquisto di libri, materiale didattico e altro. Anche se tanti insegnanti come me di solito raggiungono qualche risultato, tuttavia, è ben poca cosa rispetto a quello che si potrebbe fare se ci fosse una maggiore attenzione  verso i problemi della scuola statale.

 

Numerose, talvolta assurde e contrastanti riforme sono state introdotte dai vari governi, riforme che hanno creato un clima di instabilità, nervosismo e  grave disagio  che certamente non  educa e non aiuta i giovani in una società  sempre più corrotta, priva di valori etici e di positivi  punti di riferimento. Perché il diritto allo studio in Italia non può essere un obiettivo perseguito da tutti i partiti politici e da tutti i governi come accade nei  paesi più civili?

 

Sono stati applicati alla scuola, purtroppo, gli stessi criteri che vengono imposti alle aziende per ridurre i costi: fusioni, tagli sul personale, precarietà, flessibilità, mobilità, non stipendi adeguati ma verticalizzazioni del personale, quindi contrasti e tensioni per accaparramento di incarichi e progetti, lotte intestine  per guadagnare qualche soldo in più. Una vera guerra tra poveri!

 

Insegnanti mal pagati, insoddisfatti, spesso assenteisti, non riescono certo a comunicare entusiasmo ed interesse per la cultura! La qualità si paga! I docenti italiani hanno gli stipendi più bassi d’Europa. D’altra parte sarebbe giusto far responsabilizzare, con sanzioni e decurtazione di stipendio, chi non fa il proprio dovere  poiché, oltre a rovinare gli alunni,  genera caos e ostacola anche il lavoro dei docenti seri e motivati.

 

E che dire della mancanza di strutture, soprattutto nelle regioni meridionali, dove ci sono edifici scolastici fatiscenti in cui le più elementari norme igienico-sanitarie, nonché di sicurezza, vengono ignorate? Non essendo quindi disponibili spazi necessari per organizzare il lavoro in modo diverso e  più produttivo, risulta impossibile estendere l’orario curricolare al pomeriggio e allestire laboratori  (aperti a tutti gli alunni, non a pochi come accade ora) che dovrebbero rappresentare la parte pratica ed operativa di ogni disciplina, seguendo l’esempio delle scuole europee.

 

Concludendo,  per la scuola statale, che rappresenta il sacrosanto  diritto allo studio di tutte le classi sociali, non ci sono mai soldi! Quale futuro stiamo preparando per i nostri giovani che dovranno lavorare nel contesto duro e spietato della globalizzazione?”.

 

E ora speriamo che qualcosa cambi!

 

 Giovanna D’Arbitrio

 

 

 

 

 

 

 

 

FILM "12 ANNI SCHIAVO"
post pubblicato in diario, il 27 febbraio 2014
           

Dopo film di successo come “Hunger” (su Bobby Sands) e “Shame”, il regista Steve McQueen si dedica al complicato periodo storico in cui la schiavitù  in America non era ancora stata abolita negli stati del Sud.

 

Il suo recente film “12 Anni Schiavo” (12 Years a Slave), tratto dall’omonimo libro di memorie di Solomon Northup  (interpretato da Chiwetel Ejifor), narra la storia di un bravo violinista nero che nel 1841 viveva con la sua famiglia nella contea di Saratoga a New York. Un giorno, tratto in inganno da falsi agenti di spettacolo, venne deportato in Louisiana, venduto come schiavo e costretto a subire  inaudite violenze nelle piantagioni di cotone.

 

L’incubo durò dodici anni, tra colpi di frusta, torture fisiche e psichiche inflitte da padroni  sadici e degeneri , come Edwin Epps  (Michael Fassbender), finché non arriverò Bass (Brad Pitt), un abolizionista canadese che lo aiutò a tornare a casa.

 

Da qualche tempo sembra che il cinema si concentri in modo particolare sullo schiavismo, come si può notare da film quali “Lincoln” (S. Spielberg), “Djanco Unchained” (Q. Tarantino), “The Butler” (L. Daniel) e il suddetto “12 anni Schiavo” che, benché abbia avuto già diverse nomination agli Oscar, da alcuni critici non viene giudicato come il film migliore di S. MacQueen.

 

Il regista ha spiegato, pertanto, in un’intervista che “ una storia vera impone rispetto, non permette eccessi d’invenzioni visuali” e che nello scegliere un’autobiografia intendeva far rivivere agli spettatori  le esperienze di un uomo libero che all’improvviso si ritrova schiavo e viene proiettato in una realtà completamente diversa. Ha aggiunto che sotto tale aspetto il libro di Salomon Northup è in qualche modo paragonabile al diario di Anna Frank.

 

 “12 Anni Schiavo” è senz’altro un buon film che si avvale di bravi attori e della sceneggiatura di J. Ridley, (fotografia di S. Bobbit, musiche di H. Zimmer), ma in effetti non sempre riesce a coinvolgere  gli spettatori per una narrazione a volte troppo lenta e ripetitiva, pur se si resta colpiti dalla durezza di certe scene di violenza.

 

Pare che il regista abbia dichiarato anche che un regista di colore possa raccontare con maggior realismo lo schiavismo vissuto dai neri sulla propria pelle: in verità non siamo d’accordo su tale affermazione.

 

Basti ricordare due film di Spielberg, come “Il Colore Viola” del 1985 e soprattutto “Amistad” del 1995, una coinvolgente lezione su schiavismo, colonialismo e valori della democrazia americana (spesso dimenticati) con riferimento ai Padri Fondatori degli USA e “all’esempio positivo degli antenati”,  presente anche nelle culture tribali nere. Così “Amistad”, il nome del vascello dei negrieri spagnoli, gradualmente diventa nel film un simbolo di amicizia e di dialogo tra due popoli di razze diverse.

 

Ci colpisce, infine, il fatto che il cinema in genere si soffermi sullo schiavismo più come fenomeno del passato che del presente, mentre sappiamo purtroppo che oggi il problema non è stato ancora risolto in tanti paesi, come si rileva dai racconti degli immigrati africani (soprattutto quelli delle donne) che approdano stremati sulle nostre coste. In particolare ci sembrano davvero impressionanti i dati UNICEF sui “bambini schiavi” coinvolti in lavoro minorile, guerre (bambini soldato), sfruttamento sessuale, traffico di organi e quant’altro.  

 

Giovanna  D’Arbitrio

 

 

 

  

 

 

"IL COMPLEANNO DI BAUDELAIRE"
post pubblicato in diario, il 16 febbraio 2014
           

 In scena al Teatro San Ferdinando (14- 16 febbraio) “Il Compleanno di Baudelaire”, ci è sembrato davvero uno spettacolo “di qualità”, originale ed intenso, tratto dal testo omonimo di Luca Cedrola, diretto da Bruno Garofalo, interpretato da Giuseppe Zeno, M. Murano, C. Cardella, F. Viglietti, L. Giulivo (musiche di P. Coletta, costumi di M. Nicotra, immagini videografiche di Claudio Garofalo).

 

Il racconto inizia il 31 agosto 1867 a Parigi, quando Charles Baudelaire giace in un letto della clinica del Dott. Duval e là riceve la visita di Auguste Poulet Malassis, editore della sua opera “I Fiori del Male”. Il poeta, ormai in fin di vita (all’età di 46 anni), in lunghi, appassionati monologhi rivive le tormentate tappe della sua vita con Auguste che lo ascolta addolorato e rassegnato, interrompendolo solo di tanto in tanto: la morte del padre, il difficile rapporto con la madre Caroline e il suo rigido patrigno, il generale Aupick,  l’irrefrenabile passione per Jeanne Duval (un’affascinante mulatta  con la quale condivise eccessi, droghe di vario genere e malattie veneree), il veto di pubblicazione alle sue opere considerate immorali da una società a lui ostile, una società borghese più impegnata nella corsa al denaro e al commercio che nella difesa della cultura (tendenza da Baudelaire profeticamente vista in espansione nei secoli a venire).

 

Ascoltando il racconto delle drammatiche vicende della sua vita ci vengono in mente i versi “Ses ailes de géant l’empêche de marché” (le sue ali di gigante gli impediscono di camminare), tratti dalla sua poesia “L’albatro” in cui il poeta è paragonato ad un grande albatro che appare  meraviglioso solo in volo, ma goffo e brutto, schernito dai marinai, se imprigionato sulla terra. Così ci appare Baudelaire, intrappolato nel fango terreno e incompreso dai contemporanei, eppure capace di librarsi in alto e trasformare i terreni “fiori del male” in immortali poesie.

 

Lo spettacolo coinvolge e commuove per la magistrale interpretazione di Giuseppe Zeno che si cala nei panni del poeta in modo molto realistico e appassionato: ad un ritmo serrato e incalzante, quasi trattenendo il respiro nello scorrere senza sosta di un fiume di parole e profondi concetti su arte, amore, vita e morte, egli ci fa rivivere i drammi di Baudelaire, mentre le bianche pareti della scena all’improvviso si aprono ad immensi e quieti spazi della Parigi dell’epoca e come per incanto appaiono strade, cimiteri, personaggi evocati dalla memoria (uso di immagini videografiche).

 

Nelle note di  regia di B. Garofalo si legge: - Oggi andare a Teatro ed essere costretti ancora a pensare, riflettere, ragionare, sembra un impegno ormai troppo gravoso, quella goccia che potrebbe far debordare dal vaso...Solo il mio malsano “spirito di contraddizione”, di rivalsa sull’appiattimento delle trame culturali che fino a qualche anno fa ci hanno governati, mi ha spinto a leggere un libro bellissimo, semplice ma ricco di amore e di sapori, come quello scritto da L. Cedrola, intitolato “Il Compleanno di Charles Baudelaire” con una prospettiva attiva nel viverlo intensamente, profondamente, di immaginarne i contenuti, guardarlo scorrere come in un film. Ho visto davanti ai miei occhi prendere corpo, carne e sangue la figura grande, struggente, disperata di Charles Baudelaire... mi è piaciuto inventarmi affinità e condivisioni… da qui ad immaginarlo in scena, su di un palcoscenico, avvolto dalle polveri sacre, dalle luci, dalla musica… ho pensato, forse presuntuosamente, di farne un opera Teatrale…Scommessa azzardata? Invendibile? Poco “commerciale”? Si! Vivaddio! Un gesto di amore per la parola detta da un Attore, in quel rituale antico, prezioso, nobile, che il Teatro è stato per millenni. Un atto d'amore per il Teatro fatto senza calcolo, senza convenienze, per amore… solo per amore, tutto qui -.

 

Uno spettacolo senz’altro da vedere e consigliare. Personalmente, inoltre, ho rivisto con piacere il Teatro San Ferdinando che mi è apparso in tutto il suo splendore con la sua magnifica facciata illuminata, nell’armoniosa Piazza E. De Filippo.

 

Costruito alla fine del Settecento (su progetto di Camillo Lionti) e aperto secondo Benedetto Croce nel 1790,fu inizialmente teatro lirico e in seguito teatro di prosa:  alternando periodi di splendore a periodi di decadenza, bombardato nel 1943,rinacque dalle sue ceneri grazie ad Eduardo De Filippo che lo rilevò nel 1948 e, dopo un costoso lavoro di restauro, fu riaperto 1954. Chiuso di nuovo negli anni '80, di nuovo restaurato, il San Ferdinando riaprì i battenti il 1 ottobre 2007 con "La tempesta" di William Shakespeare, nella versione tradotta da Eduardo De Filippo. Ora insieme al Teatro Mercadante fa parte del “Teatro Stabile di Napoli” e si spera che continui la sua  "vocazione eduardiana".

Giovanna D’Arbitrio

 

CORI RAZZISTI CONTRO I NAPOLETANI ALLO STADIO
post pubblicato in diario, il 8 febbraio 2014

Quando un anno finisce tutti sperano che il nuovo anno porti qualcosa di nuovo e di buono, spezzando la catena delle passate negatività e di errori che si ripetono in modo ossessivo-compulsivo in questo mondo di matti, o semplicemente di persone ignoranti e incivili.

 

Avevamo sperato, noi napoletani, che allo stadio non si ripetessero più gli inqualificabili cori razzisti contro i campani che da anni sono il tormentone di tante partite. Purtroppo nulla è cambiato finora.

 

Eppure siamo convinti che non tutti gli italiani del centro e del Nord approvino tali comportamenti, come evidenziano le significative parole di Gianni Morandi che così ha scritto su Facebook: - Prima dell'inizio della gara fra Bologna e Napoli, sono comparsi striscioni intollerabili contro la squadra e la città di Napoli e, mentre le note di Caruso con la voce di Lucio Dalla risuonavano nell'aria, una parte della curva dei tifosi rossoblù ha cominciato a fischiare. Non credevo che il tifo fosse degenerato a questo punto. Sono lontani i tempi quando lo stadio di Bologna veniva preso ad esempio per la civiltà e la sportività del pubblico presente, che sapeva addirittura applaudire la squadra avversaria quando giocava meglio della nostra -.

 

Cori discriminatori ci sono stati anche nella recente partita Roma- Napoli con irripetibili frasi offensive che hanno causato alla Roma una squalifica, nonché la chiusura delle “curve colpevoli”, 50mila Euro di sanzione, più 30mila Euro per uso di petardi.  Per fortuna  ci sono provvedimenti che tendono a correggere tali comportamenti, ma resta tuttavia l’amarezza dei campani per una  ripetuta mancanza di rispetto, spesso rilevata anche in altri contesti, non solo nel calcio.

 

 In effetti appena i napoletani varcano i confini della Campania, riscontrano una certa indifferenza o addirittura una sorprendente disinformazione sui loro gravi problemi e così spesso sono costretti a sentire frasi come le seguenti:  - Perché tanti spiacevoli avvenimenti accadono solo da voi? Dovete ammettere che la borghesia napoletana è molto colpevole. Tutti i partiti politici hanno provato a cambiare le cose, ma voi siete sempre uguali, si vede che vi sta bene così! Vi siete abituati perfino alla spazzatura! E poi non vi piace lavorare! -.  Contestando tali idee con calma, si potrebbero sottolineare le responsabilità di tutti gli italiani, “storia alla mano”,  dall’Unità d’Italia fino ai nostri giorni (rifiuti tossici inclusi), evidenziando  anche le colpe dei mass media che ogni giorno danno un’immagine estremamente negativa della Campania, senza parlare mai delle “cause” pregresse dei numerosi  irrisolti problemi, mostrandone solo i devastanti effetti.

 

Di fronte a tali atteggiamenti  i campani e in particolare i napoletani, essendo i più bersagliati, provano disgusto e rabbia.  In effetti, essendo fieri di essere Italiani (oltretutto con tanti amici e parenti  al Nord), essi non riescono a capire come mai nessuno metta in risalto gli aspetti positivi della nostra terra: favoloso patrimonio artistico, storico-culturale e paesaggistico, particolari tradizioni e usanze, eccellenti cibi e vini, creatività, fantasia e pazienza di un popolo ancora capace di sorridere, grazie al suo inconfondibile humour. Come si possono dimenticare, inoltre, i nostri giovani laureati “con la valigia” che diffondono cultura e valori antichi in tutto il mondo, facendo onore all’Italia insieme a numerosi  braccianti, operai, militari meridionali  che hanno dato e continuano a dare un grande contributo non solo all’estero, ma anche al Nord Italia.

 

Il  nostro grande poeta, Giacomo Leopardi, ha affermato: - La guerra più terribile è quella che deriva dall’egoismo e dall’odio…non rivolto verso l’aggressore esterno, ma verso il concittadino, il compagno.-

 

E infine, concludendo con la battuta ironica di un personaggio di L. De Crescenzo nel film “Così parlò Bellavista”, diciamo ai nostri amici settentrionali: - State attenti anche voi! C’è sempre qualcuno che vive “più a Nord”! -.

Un po’ di humour fa sempre bene e a volte funziona più di tante parole.

Sfoglia gennaio        marzo