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"DORICO DI CARTA", UNA MOSTRA DI S. VECCHIO
post pubblicato in diario, il 30 aprile 2014
           

Mercoledì 7 maggio 2014, ore 17 presso  Movimento Aperto, in via Duomo 290/c, Napoli, si inaugura la personale  di Sergio Vecchio, intitolata : ”Dorico di carta“, che resterà aperta fino al 28 maggio 2014, lunedì e giovedì dalle 17 alle 19, mercoledì dalle 10.30 alle 12.30 e su appuntamento.

 

In mostra  una selezione di opere realizzate nell’ultimo decennio: dodici grandi carte su carta di Acireale, dipinte ad olio e tecnica mista ed alcuni libri d’artista, tecnica mista su carta grezza.

 

Il testo di Gerardo Pedicini, intitolato “Il disperdersi ed il ritrovarsi”, presenta l’opera di S. Vecchio affermando quanto segue: “In questa mostra predominano alcuni aspetti che vale la pena sottolineare, immagini senza tempo, sospese in uno spazio dilatato, infinito;  immagini che si rincorrono da un foglio all’altro nel variare di un colore intriso di luce, segno di una ritrovata “terra promessa” di ungarettiana memoria. Il riferimento al poeta non è casuale.

 

C’è del Viaggio nel Mezzogiorno lo stesso incanto stupefatto, lo stesso smarrito sentimento, le stesse emozioni e sensazioni, gli stessi inesauribili segreti. Sergio Vecchio li traduce in continue metafore visive, quasi a specchio dei segni verbali del poeta….in un giuoco di ombre e luci per portare sul proscenio visivo le testimonianze storiche della antica Paestum, condannate, nel presente, a una infinita solitudine. Da qui le “figure” di flautisti, ninfe, Penelopi, eroi, guerrieri che popolavano la scena visiva. In esse la consonanza con il poeta Ungaretti era intensa e forte. C’era la stessa dimensione metafisico-memoriale, lo stesso sentimento del tempo che portava il poeta a ritrovare nell’intimità la sacralità dei luoghi come proprio “paese innocente.

 

 Attualmente invece si assiste a un mutamento di rotta. Il passaggio dalle sollecitazioni che gli venivano dalle rovine archeologiche muta nel viaggio che si svolge in interiore homine, nell’immobilità che regna nei luoghi stessi in cui l’artista trascorre quotidianamente la propria vita e dove egli ricerca, nel persistente viaggio-sogno onirico, assunto a emblema delle sue visioni, le tracce della propria infanzia nei frammenti che baluginano da un passato fuori dal tempo e dallo spazio….

 

Sono tanti frammenti di vita che testimoniano lontane memorie. Recuperandole dal suo fondo onirico, l’artista si predispone a una ininterrotta meditazione, a un continuo interrogarsi, a una perenne disposizione ad aprirsi al dilatato orizzonte del sogno e a vivere con esso, in simbiosi con un atteggiamento sacrale, l’esistenza,come colui che è consapevole che il mistero della conoscenza non è fuori ma dentro di sé....

 

Il “viaggio” di Sergio Vecchio è pertanto un caleidoscopio dalle infinite sfaccettature e dalle molteplici diramazioni e congiunzioni puramente mentali che ne fanno un corpus di vitale ascendenza intellettuale in cui l’esserci e il non-esserci, il dis-perdersi e il ri-trovarsi, il dis-unirsi e il ri-unirsi, non appartengono alla categoria del dubbio ma rivelano la loro unità nell’antitesi”.

 

Sergio Vecchio dal 1968 ha scelto di vivere a Paestum, ha fondato  l’Archivio-Laboratorio di Paestum, dove raccoglie immagini, opere, documenti, gouache, fotografie dell’antica città. Interessato all’incisione, pubblica numerose raccolte di stampe e partecipa a rassegne prestigiose. Nel 1984, segnalato da Pierre Restany, è inserito nel Catalogo Generale della Grafica Italiana dell’Arte Mondadori, poi scopre la carta di Acireale e la fabbricazione della carta. A partire dal 2000 espone in America in mostre personali (alla Rogers Gallery di Washington, al Center for the Creative Arts in Virginia, alla Monica Art di Atlanta). Nel 2012 è presente all’ Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia nella sezione Campania. E’ autore di numerose pubblicazioni di memorialistica e di grafica. Vive e lavora a Paestum.

FILM "GRAND BUDAPEST HOTEL"
post pubblicato in diario, il 13 aprile 2014
           

Wes Anderson, brillante regista americano autore di numerosi film di successo (tra i quali ricordiamo Rushmore, I Tenebaum,  Moonrise Kingdom), ci regala un altro originale film  “Grand Budapest Hotel”, apparso di recente sugli schermi italiani. Vincitore del Premio della Giuria  2014 a Berlino, il film  appare davvero come uno scintillante caleidoscopio di personaggi e situazioni.

 

 Il racconto inizia nel Grand Hotel Budapest  a Zubrowka, un immaginario paese dell’Est, dove il suo proprietario Mr. Mustafa (F. Murray Abraham) incontra un giovane scrittore (Jude Law) al quale narra le vicende della sua vita. Con un lungo flash back  Mustafa ritorna agi anni ’30 quando egli, giovane immigrato soprannominato Zero (Tony Revolori), viene assunto da Monsieur Gustave (Ralph Fiennes), abile concierge-gigolo che circuisce signore anziane in cerca di emozioni. Una di queste, Madame D. (Tilda Swinton), muore improvvisamente lasciandogli in eredità un prezioso quadro, ma gli avidi eredi guidati dal figlio Dimitri (Adrien Brody) lo accusano di averla assassinata. Finito in prigione sarà aiutato da Zero e dalla sua ragazza, Aghata  (Saoirse Ronan) e….poi la vicenda prosegue tra colpi di scena, intrecci “gialli”, funambolici inseguimenti, gag divertenti e surreali.

 

Suddividendo la narrazione in capitoli sui personaggi principali, Anderson attraversa di volata 50 anni di storia ad un ritmo frenetico con il suo stile fantasioso, ironico e raffinato: un racconto immaginario, ma ricco di riferimenti alla realtà passata e presente, come il regista stesso ha evidenziato dedicando il film a Stefan Zweig, scrittore austriaco, convinto pacifista, le cui opere furono bruciate dai nazisti.

 

 Così il Grand Hotel Budapest diventa una variegata rappresentazione allegorica dell’umanità con i suoi pregi e difetti  attraverso i sui numerosi personaggi, esaminati con una sorta di lente deformante che c’induce ad osservarli  più da vicino, con humour ma anche con un’esplicita condanna contro razzismo, dittature, violenza, ipocrisia e avidità.

 

Diversi critici hanno trovato nel film elementi riferibili al Grande Dittatore di Chaplin, al cinema muto in genere alle commedie sofisticate di Lubitsch e Wilder, ai film di Mamoulian e Goulding e perfino ai fumetti, in verità in tale opera risalta ancora una volta uno stile tipicamente “andersoniano”, con i suoi dialoghi veloci, colti e brillanti  (soggetto e sceneggiatura di W. Anderson), le sue atmosfere magiche e favolistiche, i colori sgargianti, l’attenta scenografia (S. O. Gessler)valorizzata dalla fotografia (R. Yeoman) e da una colonna sonora (A. Desplat) sempre appropriata all’azione e ai personaggi, interpretati da validi attori.

 

 Un cast stellare davvero eccezionale nel quale, oltre ai già citati interpreti principali, ne  ricordiamo tanti altri come B. Murray, E. Norton, H. Keitel, J.Schwartzman, W. Dafoe, L. Seydoux, O. Wilson, T. Wilinson, B. Balaban, M. Amalric, J.Goldblum che con la loro bravura danno rilievo anche a personaggi secondari.

 

Giovanna D’Arbitrio

 

  

 

NAPOLI- MOSTRA DI L. PROUVOST e B. BEE
post pubblicato in diario, il 6 aprile 2014
           

Due donne saranno le protagoniste di questa primavera 2014 per il Progetto XXI: la francese  Laure Prouvost  e la napoletana Betty Bee, in due interessanti percorsi espositivi presso la Fondazione Morra Greco (largo Avellino 17 – Napoli) dall’11 aprile al 24 maggio 2014.

 

Dalla biografia di Laure Prouvost (1978, Lille, Francia) apprendiamo che vive e lavora a Londra, dove ha studiato al Central St. Martin College of Arts e al Goldsmiths College. Ha vinto numerosi premi:  il Turner Prize con il lavoro Wantee, commissionato nel 2012 dalla Tate Modern,  la quarta edizione del Max Mara Prize for Women per il quale ha presentato la mostra Farfromwords presso la Collezione Maramotti di Reggio Emilia e la White Chapel di Londra. I suoi lavori sono stati inoltre presentati presso: Tate Britain, Londra; CCA, Glasgow; Portikus, Francoforte; National Centre for Contemporary Arts, Mosca; New Museum, New York.

 

Nella presentazione delle opere a cura di Francesca Boenzi su Laure Prouvost leggiamo quanto segue: “Frutto di una riflessione e una produzione che Laure Prouvost ha avviato alla fine del 2011, in occasione di una residenza d’artista a Napoli e durante visite successive, la mostra Polpomotorino ha come motivo centrale il carattere tentacolare e irriducibile della città partenopea. Durante il suo soggiorno, Laure Prouvost ha osservato la città e la sua corporeità; ha filmato le strade, di giorno e di notte, le dinamiche sociali, i rituali che vi hanno luogo. Ha registrato il ritmo incessante e concitato della vita, i rumori assordanti, l’aria salmastra del mare e quella malsana dei vicoli. Ha interpretato la tradizione artistica e storica e il complesso intreccio di bellezza e decadenza, nobiltà e violenza. Le sensazioni divergenti di questa esplorazione sono confluite in una mostra che ha la struttura frammentaria, la tensione espressiva e la densità sinestetica di un testo poetico”.

 

Sul lavoro di Betty Bee si legge invece che esso “può essere letto come un processo di autoterapia attraverso l’arte, travestimento di sé da un lato e messa a nudo della sua anima dall’altro. Il suo cammino esistenziale e le dinamiche sociali ed affettive che lo hanno contraddistinto coincidono con il suo percorso artistico condotto attraverso performance, video, pittura, fotografia. Se la provocazione e la prorompente esuberanza pop-kitsch caratterizza tendenzialmente i lavori fotografici, i video e le performance, la produzione pittorica assume un carattere molto più intimista e la storia che questa volta la Bee vuole narrare non è di violenza ed espiazione ma di cambiamento e liberazione. Second life, titolo della mostra, è esemplificativo della trasformazione fissata sulla tela dall’artista, che attraverso l’esposizione di cinque lavori pittorici, inediti, riscopre se stessa e dà voce alle evoluzioni emozionali che hanno caratterizzato l’ultimo periodo della sua vita. I dipinti in mostra sono stati realizzati tutti nel 2013, ad eccezione dell’unico lavoro risalente al 1998 che prelude alla produzione recente. Sintomi indiscutibili della necessità di tutelare l’interiorità dell’artista sono i due i motivi ricorrenti in tutte le opere”.

 

Betty Bee è nata nel 1963 a Napoli, dove vive e lavora. Le sue opere sono state esposte presso: Palazzo delle Esposizioni, Roma (1996); Centre for Contemporary Art, Amsterdam (1996); Castel Sant’Elmo, Napoli (1999); Biennale di Valencia (2001); Pan, Napoli (2005); Chelsea Art Museum, New York (2006); Maxxi, Roma (2007); Istituto Italiano di Cultura, New York (2008); Religare Arts, Nuova Delhi (2009); Cam, Casoria per la 54 Biennale di Venezia; Palazzo Zenobio, Venezia (2011), Museo del 900, Milano (2013).

 

Giovanna D’Arbitrio

 

 

CONCERTO DI EVAN SHINNERS A NAPOLI
post pubblicato in diario, il 6 aprile 2014
           

 “Da Bach a Bob Dylan”, un concerto molto particolare del giovane e virtuoso pianista americano, Evan  Shinners, è stato presentato lo scorso 4 aprile nella sala Alexandre Dumas dell’Istituto “Grenoble” a Napoli, col patrocinio del Console francese e del Console degli Stati Uniti.

 

Il ricavato del concerto è stato interamente devoluto all’associazione “ONLUS Punto Cuore”, associazione internazionale (consulente presso l’O.N.U), con attività nella provincia di Napoli in sostegno a famiglie disagiate.

 

Diplomato alla Julliard School di New York, ospite della Casa Bianca e di numerosi festival in Francia, Evan Shinners ricorda molto il famoso Glenn Gould con il suo talento e il suo non-conformismo. Interpreta Bach con passione e le sue stesse composizioni sulla scia di Bob Dylan e Jack Kerouac.

 

Considerato come una giovane icona emergente della musica classica e popolare, Shinners è in grado di passare dal genere classico al jazz. Il suo primo album “@Bach”  è stato definito dai critici “essenziale” e  “uno dei dischi più incisivi su Bach dai tempi di Glenn Gould” (Huffington Post).

 

Nel corso del concerto egli ha eseguito brani tratti da “Il Clavicembalo ben temprato”  di Bach, una raccolta di preludi e fughe in 12 tonalità (maggiore e minore) per clavicembalo o  pianoforte, intervallando tali brani con una selezione delle sue migliori composizioni, accompagnate spesso dalla sua voce intonata e illustrate con proiezioni di immagini su schermo, grazie alle nuove tecnologie.

Come ciò se non bastasse, di tanto in tanto, Shinners ha raccontato in inglese alcune divertenti barzellette sui monaci Zen, evidenziando anche una buona dose di humour.

Senza dubbio “un personaggio” poliedrico, questo giovane musicista, molto originale e dotato di grande talento.

Giovanna D’arbitrio

 

 

 

 

 

 

 

 

FILM "STORIA DI UNA LADRA DI LIBRI"
post pubblicato in diario, il 4 aprile 2014
           

Il film di Brian Percival “Storia di una ladra di libri” in questi giorni sta riscuotendo grande successo di pubblico in Italia:  tratto dal romanzo “The book thief” di Markus Zusak  che in Australia ha vinto dei premi come testo educativo per giovani (Ala Best Books for Young Adults, Michael L. Printz Honour Book), il film racconta con un tocco poetico e gentile la drammatica storia di Liesel,  una storia ricca di ideali e valori costruttivi.

 

La pellicola inizia con la voce fuori campo dell’Angelo della Morte che descrive quanto accade su un treno: una madre viaggia con due figli, una ragazzina, Liesel, e il suo fratellino che muore all’improvviso e viene sepolto in un campo accanto ai binari dove al becchino cade dal taschino un manuale per la sepoltura. La piccola Liesel Meminger lo raccoglie e lo porta con sé nella casa dei genitori adottivi, Hans e Rose Huberman, ai quali la madre è costretta ad affidarla per sfuggire alle persecuzioni naziste.

 

In un piccolo villaggio tedesco, Liesel inizia la sua nuova vita: diventa amica del dodicenne Rudy Steiner che s’innamora subito di lei, va a scuola dove viene derisa perché analfabeta, impara finalmente a leggere con l’aiuto del sensibile e tenero Hans utilizzando il primo libro “rubato”, il manuale per necrofori, e una sorta di alfabeto dipinto da Hans sui muri della cantina.

 

Durante i festeggiamenti per il compleanno del Fürher, quando centinaia di libri vengono accatastati e bruciati, ella ruba il suo secondo libro salvandolo dalle fiamme e poi continuerà a “rubare” testi (o meglio a “prenderli in prestito” di nascosto) nella casa del sindaco, sempre più affascinata dalla cultura.

 

Intanto la persecuzione contro gli Ebrei incalza e durante la famigerata “notte dei cristalli” arriva il giovane Max Vandenburg che chiede aiuto e rifugio a Rose e Hans. Nella cantina degli Huberman nasce tra Liesel e Max una profonda amicizia. Il giovane ebreo le farà un prezioso dono: un libro- quaderno ricavato imbiancando le pagine di “Mein Kampf” sul quale egli scrive in ebraico la parola “Vita”, una speranza per il futuro nonché una sollecitazione ad imprimere su di esso la magia delle parole con la scrittura.

 

La  guerra  avanza velocemente con la sua violenza e distruttività sotto gli occhi innocenti dei bambini, travolgendo anche il piccolo villaggio dove pochi si salveranno dai bombardamenti. Ritorna allora la voce narrante dell’Angelo della Morte, una voce piena di umanità e compassione di fronte ai mali della Terra.

 

Pur raccontando drammatici eventi, il film non è triste poiché alla fine trionfa la Vita con i suoi valori positivi e con indimenticabili personaggi  che restano impressi nella mente e nel cuore: il piccolo Rudy “dai capelli color limone” che sogna di diventare un campione come il nero J. Owen, molto  innamorato di Liesel e disposto a morire per un suo bacio; il coraggioso e gentile Hans con l’inseparabile fisarmonica; Rose, “burbera benefica” che nasconde un cuore tenero sotto l’apparente durezza; Max, pieno di ideali e speranze che insegna a Liesel  la magia nascosta nelle parole, intuendo in lei l’attitudine alla scrittura.

 

 Ed infine come dimenticare quelle scene in cui Liesel legge a Max, malato e febbricitante, pagine immortali di grandi autori per aiutarlo a vivere, oppure quelle in cui ella racconta le storie apprese nei libri alle persone impaurite ed ammucchiate negli scantinati durante i bombardamenti. La sua voce rassicura tutti e sconfigge la paura, superando il frastuono delle bombe: il potere della “cultura che è vita” contro quello della “guerra che è morte”.

 

Un film poetico che tutti dovrebbero vedere, soprattutto i giovani, senza trascurare la lettura del libro da cui è tratto. Bravissimi gli attori, in particolare Geoffry Rush (Hans), Emily Watson (Rose), Sophie Nélisse (Liesel), Ben Schnetzer (Max), Nico Liersch (Rudy), notevoli la sceneggiatura di M. Petroni, la fotografia di F. Ballhaus, la colonna sonora di J. Elliot.

 

Giovanna D’Arbitrio

 

 

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