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FILM "IL NOME DEL FIGLIO"
post pubblicato in diario, il 31 gennaio 2015
           

Il film di Francesca Archibugi, “Il Nome del Figlio” s’inserisce con successo nella tradizione della buona “commedia all’italiana”, capace  di  far riflettere su vizi e virtù della nostra società con uno stile satirico davvero efficace.

 

Anche se il punto di partenza è stata la pièce teatrale di Alexandre de La Patellière e Matthieu Delaporte “Le Prénom” dalla quale era già stato tratto il film francese “Cena tra amici”, “il Nome del Figlio” non può essere considerato un remake, come ha precisato Francesco Piccolo, sceneggiatore del film  insieme alla regista.

 

La storia inizia a casa di Betta Pontecorvo (Valeria Golino), insegnante e madre di due bimbi sposata con Sandro (Luigi Lo Cascio), colto professore universitario precario. Avendo organizzato una cena in famiglia, Betta è in attesa degli ospiti: arrivano suo fratello Paolo (Alessandro Gassman), agente immobiliare ricco, estroverso e burlone, sua moglie Simona (Micaela Ramazzotti), bella e “coatta” scrittrice di borgata, l’amico d’infanzia Claudio (Rocco Papaleo), eccentrico musicista.

 

Durante la cena Paolo informa i presenti che la moglie aspetta un figlio rivelando anche il nome scelto per il nascituro. La famiglia, politicamente allineata a sinistra, reagisce con veemenza ad un nome che richiama alla mente un passato di estrema destra. Dibattito e scambio di idee degenerano in una lite che inizialmente coinvolge soprattutto  Paolo e Sandro riportando alla luce vecchi rancori, ma poi si estende ben  presto agli altri in un’accesa discussione  su  idee politiche, valori, classi sociali,  scelte personali e quant’altro, il tutto osservato dai due bambini che spiano gli adulti dalla loro stanza avvalendosi di una sorta di drone-giocattolo.

 

Continui flashback  sul passato dei personaggi ci svelano i momenti salienti della loro amicizia, della loro gioventù, bei ricordi che comunque continuano a tenerli uniti, al di là di tutti i cambiamenti che l’attuale società impone con i suoi ritmi frenetici, la deriva etica imperante,  l’uso crescente di nuove tecnologie con tablet e social network  che alimentano comunicazione veloce e superficiale, ma ostacolano un dialogo quotidiano sincero e autentico anche tra familiari e amici di lunga data, uso che purtroppo inculca perfino nei bambini la cattiva abitudine di spiare, come se fosse un fatto normale (Grande Fratello insegna), oltretutto costringendoli a entrare prematuramente nel mondo degli adulti.

 

Il film è ricco di colpi di scena che tengono desta l’attenzione dello spettatore con l’aiuto di dialoghi veloci colti e brillanti oppure spontanei e naïf, ricchi di humour “cattivo” e graffiante: finalmente una “vera comunicazione”  che fa cadere maschere, malintesi e pregiudizi  e così per fortuna insieme a vizi e verità nascoste riemergono anche virtù e sinceri sentimenti. Bravi tutti gli attori che si calano alla perfezione nei panni dei personaggi.

 

Emozionante in particolare la scena in cui gli amici si ritrovano cantando in coro e ballando sulle note della canzone di Lucio Dalla “Telefonami tra vent’anni anni”, come facevano da ragazzi. Un doveroso plauso va pertanto all’autore della colonna sonora, Battista Lena, che con la musica ha ben sottolineato i momenti più significativi del film.

 

Giovanna D’Arbitrio

 

 

 

A NAPOLI "TABLEAUX VIVANTS": CARAVAGGIO
post pubblicato in diario, il 23 gennaio 2015
           

Nel Complesso Monumentale di Donnaregina, sede del Museo Diocesano di Napoli,  anche quest’anno  Tableaux Vivants” riscuotono consensi  con una nuova rappresentazione su 21 capolavori del Caravaggio.

 

Il progetto, nato nel 2006, ogni anno ritorna con successo proponendo un esperimento in cui la pittura prende vita dinanzi agli occhi degli spettatori proiettandoli direttamente nelle splendide e reali scene dei dipinti: un modo di avvicinarsi all’arte che esalta le emozioni, permettendo di cogliere l’essenza più profonda delle opere.

 

Davanti agli occhi dei visitatori si compone un quadro con attori veri, seguendo la tecnica dei quadri viventi o “tableaux vivants” che affonda le sue radici nel settecento: un piccolo gruppo di attori propone 21 opere del Caravaggio, facendole “vivere” davanti  agli occhi ammirati dei visitatori, coinvolgendoli a livello emotivo.

 

Le musiche di Mozart, Vivaldi, Bach e Sibelius  valorizzano ulteriormente i tableaux  in cui i corpi degli attori avvolti da stoffe drappeggiate fanno rivivere le opere sulla scena, disponendosi plasticamente in modo veloce e naturale, come nelle vere opere dell’autore.

 

Ritroviamo i forti contrasti tra luce ed ombre che nei quadri caravaggeschi accentuano il realismo  delle figure umane le quali si stagliano su sfondi cupi attraversati da squarci di luce violenta.

 

Un plauso va dunque anche agli attori i cui nomi vanno ricordati: Andrea Fersula, Serena Ferone, Ivano Ilardi, Laura Lisanti, Chiara Kija, Paolo Salvatore, Claudio Pisani.

 

Da ricordare anche le date delle rappresentazioni relative all’anno 2015: 18 Gennaio-22 febbraio-29 marzo-19 aprile-10 maggio-7 giugno 2015. Prezzo del biglietto: 8 euro adulti, dai 7 ai 18 anni 4 euro, gratis fino a 6 anni.

 

Da precisare, inoltre, che il biglietto d’ingresso comprende anche la visita allo splendido Museo Diocesano. Inaugurato il 23 ottobre 2007 presso la seicentesca chiesa di “Santa Maria Donnaregina Nuova” per volontà del cardinale Crescenzo Sepe, il  Museo Diocesano custodisce opere di Massimo Stanzione, Luca Giordano, Francesco Solimena, Aniello Falcone, Andrea Vaccaro che sfilando sotto gli occhi dei visitatori insieme ad altri oggetti d’arte, conducendoli in un percorso culturale storico-religioso, ricco di tradizione locale.

 

Per più dettagliate informazioni, si consiglia di consultare il sito www.museodiocesanonapoli.com

 

Giovanna D’Arbitrio

 

 

FILM "THE IMITATION GANE"
post pubblicato in diario, il 15 gennaio 2015
           

Da qualche settimana sugli schermi italiani è apparso il film del regista norvegese Morten Tyldum “The Imitation Game” che narra la vita di Alan Turing, brillante matematico ed esperto crittografo considerato ora come uno dei padri della moderna informatica, mentre ai suoi tempi fu perseguitato dalla rigida e conformista  società britannica.

 

Nel film la storia inizia a Manchester negli anni ’50 quando Alan (Benedict Cumberbatch) viene arrestato a causa della sua omosessualità, allora considerata un reato: interrogato da un poliziotto che afferma di volerlo aiutare, con sincerità gli racconta la sua vita.

 

Attraverso una serie di flashback lo spettatore apprende che Alan goffo e impacciato, ma bravissimo in matematica,  fin da ragazzo fu considerato “un diverso” spesso incompreso, invidiato o deriso da compagni di scuola e insegnanti.  Solo un amico gli fu vicino in quel periodo, Christopher Morcom, al quale si legò con amore, ma purtroppo la sua  prematura e inaspettata morte fu per lui un’ulteriore dolorosa esperienza a livello psicologico. Più volte nel racconto viene ripetuta  una frase di cui Morcom si servì  per incoraggiare Alan: “Sono le persone che nessuno immagina che possano fare certe cose, quelle che fanno cose che nessuno può immaginare”.

 

Per sottolineare questo legame nel film Alan dà il nome di “Christopher”  ad una macchina da lui inventata (in realtà denominata “la bomba”) che poi mise al servizio del suo paese durante la seconda guerra mondiale, creando un gruppo di lavoro a Bletchley Park.  

 

Con l’aiuto di tale macchina e di pochi esperti tra i quali Hugh Alexander (Matthew Goode), campione di scacchi, e soprattutto di Joan Clarke, abile in enigmistica, Alan riuscì a decrittare il codice Enigma, ideato dai tedeschi per comunicare le loro operazioni militari in forma segreta.

 

 Continui flashback collegano il presente al passato tenendo sempre desta l’attenzione dello spettatore con dialoghi vivaci, qua e là animati da qualche intelligente battuta che allevia la tensione drammatica del racconto e la sua triste conclusione.

 

Un film da vedere per l’ ottima interpretazione di Benedict Cumberbatch e per il tema affrontato con chiarezza nella sceneggiatura di Graham Moore che si basa sulla biografia di Andrew Hodges “Alan Turing: the enigma”. Notevole anche la colonna sonora di A. Desplat.

 

Il film  ha riscosso molti consensi e al Festival di Toronto e si è guadagnato la candidatura a 5 Golden Globe, come miglior film drammatico, migliore attore, migliore attrice non protagonista, miglior sceneggiatura,  miglior colonna sonora,  anche se nessuno di essi gli è stato assegnato, ma poi ha ottenuto 8 nomination agli Oscar.

 

Da notare che su qualche giornale inglese sono stati evidenziati più i difetti  che i pregi del film, accusato di inesattezze e discrepanze rispetto ai fatti reali, del resto ammesse in un’intervista anche da G. Moore  il quale ha tuttavia sottolineato l’obiettivo principale perseguito in “the Imitation Game”: dar risalto alla personalità di Turing e alle ingiustizie da lui subite.

 

Comunque un fatto è certo: Alan Turing per non finire in prigione e per poter  così continuare studi e ricerche, nel 1952 fu costretto ad accettare la castrazione chimica che lo condusse al suicidio. Due anni dopo morì per aver mangiato una mela al cianuro. Qualcuno avanzò l’ipotesi di omicidio, ma poi prevalse la tesi del suicidio.

 

Nel 2009 Gordon Brown fece pubblica ammenda per il trattamento riservato allo scienziato, ma una riabilitazione ufficiale arrivò solo nel 2013, quando la regina Elisabetta finalmente concesse ad Alan Turing “l'assoluzione reale” su richiesta del ministro della giustizia, Chris Grayling, che evidenziò l’importanza delle sue ricerche a Bletchley Park.

 

Giovanna D’Arbitrio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

FILM "AMERICAN SNIPER"
post pubblicato in diario, il 7 gennaio 2015
           

Il film di Clint Eastwood “American Sniper”, apparso di recente sui nostri schermi, divide pubblico e critica, stimolando accese discussioni.

Tratto dall’autobiografia di Chris Kyle (Bradley Cooper), un US Navy SEAL, il film racconta la sua missione come cecchino in Iraq dove ha il compito di proteggere i soldati americani. Con la sua infallibile mira ne salva molti facendo fuori  160 nemici, o forse più, e pertanto viene soprannominato "leggenda" .

 

Combatte con la Bibbia sul cuore e crede in “chiesa, patria e famiglia”, come gli ha insegnato il padre che classificava gli uomini secondo un suo schema, dividendoli in “agnelli, lupi e cani da pastore”. Chris non si sente né pecora né lupo, ma cane da pastore che difende il gregge ed è sinceramente motivato a combattere per  le sue idee.

 

Ritornando ogni tanto a casa cerca di essere un buon marito e padre affettuoso, ma nonostante la moglie lo solleciti ad abbandonare la lotta, non può fare a meno di tornare sul campo di battaglia per non sottrarsi alla sua missione, neanche quando i nemici cercano di farlo uccidere da un loro abile cecchino. Il sovrapporsi di drammatici eventi lo costringeranno a tornare  al suo paese, dove cercherà di aiutare i reduci di guerra andando incontro ad un’ imprevedibile conclusione della sua vita.

 

Il film fa molto discutere per questo texano macho pieno di amor patrio e di buoni sentimenti , costretto ad uccidere anche donne e bambini, trasformati in combattenti nella spietata realtà di quella particolare guerra. Non esamina le cause pregresse del terrorismo e di quel conflitto, ne illustra solo i devastanti effetti davanti ai quali il dovere di un soldato è quello di difendere la propria patria.

 

A questo punto ci chiediamo se così facendo giustificheremo tutte le guerre, perché cani da pastore saranno presenti  sempre anche nella parte avversa, in un’escalation di violenza senza pari. E poiché è stato sempre storicamente difficile nel percorso dell’umanità sulla terra scoprire quale sia la verità su chi è lupo e chi è agnello, su chi attacca e chi subisce, in quanto spesso la guerra si ammanta di nobili ideali, preferiamo lottare per la pace e per la vita con tutte le nostre forze.

 

Clint Eastwood è comunque un bravo regista, lucido nel delineare i personaggi. La sceneggiatura di Jason Hall, la fotografia di Tom Stern e la bravura degli attori completano la sua opera.

 

Giovanna D’Arbitrio

 

 

 

 

 

"NAPULE E'......PINO DANIELE"
post pubblicato in diario, il 6 gennaio 2015
           

Napule è mille culure, Napule è mille paure

Napule è a voce de' creature che saglie chianu chianu

E tu sai ca nun si sule

Napule è nu sole amaro Napule è addore e mare

Napule è na carta sporca e nisciuno se ne importa

E ognuno aspetta a 'ciorta

Napule è na' camminata, inte e viche miezo all' ato

Napule è tutto nu' suonno e a sape tutto 'o munno

Ma nun sann' a verità.

 

Quante volte abbiamo ascoltato questa canzone, quante volte ci siamo commossi sentendo anche dentro di noi tanto amore per la nostra città e tanta amarezza per “quella carta sporca”, quel marchio che offusca la sua bellezza e tutti i suoi tesori artistici e culturali e che sminuisce le qualità di un popolo generoso e creativo.

 

In genere ogni canzone è legata ai ricordi della nostra vita e appena ne ascoltiamo le note ecco che essi sfilano nelle nostre menti, riportandoci indietro nel tempo a persone e fatti del passato. Nella sottoscritta “Napul’è” è proprio un colpo al cuore ogni volta che la sua dolce melodia le giunge alle orecchie, poiché era la canzone preferita di Lucia, sorella amatissima scomparsa prematuramente. Lucia ammirava tanto Pino Daniele e, pur avendo lasciato Napoli per sposare un genovese, aveva conservato dentro di sé forti legami sentimentali ed affettivi con la sua città, la sua cultura, le canzoni.

 

Un altro ricordo affiora sempre con le note di tale canzone e mi riporta agli anni in cui insegnavo a Fuorigrotta nella Scuola Media  “Grazia Deledda”, quando un mio collega invitò il cantautore Eduardo Bennato per un incontro con gli alunni che desideravano intervistare proprio lui, nato in quei luoghi, figlio di un impiegato dell’ Italsider. Ricordo che un alunno gli chiese cosa ne pensasse di Pino Daniele ed egli ne parlò con grande stima, spiegando che c’era un gruppo ci cantati che stavano dando una svolta alla canzone napoletana.

 

E in un’ intervista così ne ha commentato la morte: “Non è facile mettere insieme testi poetici ed evitare la retorica, specie se c'è di mezzo Napoli. Pino Daniele invece c'è riuscito e voglio ricordarlo anche per questo. Ha raccontato Napoli senza tante smancerie. Perdiamo un grande musicista e io perdo un amico. Ci siamo fatti gli auguri per Natale, ci siamo stimati reciprocamente per tutta una vita», senza mai salire insieme sul palco”.

 

Negli anni ’70 esplose il fenomeno del “Neapolitan Power” e Pino Daniele era nel gruppo dei suoi  più importanti esponenti,  come Edoardo Bennato, Eugenio Bennato, Tony Esposito, Tony Cercola, Tullio De Piscopo e Pino Daniele i quali cercarono di unire tradizione napoletana a musica rock e jazz. Bennato in una sua canzone “Rinnegato” cantò: “Eugenio dice che sono un rinnegato/  perché ho rotto i ponti col passato:/Guardare avanti,  sì, ma a una condizione,/ che tieni sempre conto della tradizione!”.

Pino Daniele in particolare eccelleva in una mescolanza originale di elementi musicali con prevalenza di blues: un vero bluesman con la voce carica di vibrazioni napoletane.

 

A Napoli per commemorarlo  il 6 gennaio, alle 20,45, in Piazza del Plebiscito è stato organizzato un flash mob in cui tutti canteranno “Napul’è”.

 

Giovanna D’Arbitrio

 

 

 

 

 

 

SPES, ULTIMA DEA e....BUON ANNO!
post pubblicato in diario, il 4 gennaio 2015
           

Il vecchio anno se n’è andato e il 2015 è già qui con i soliti buoni auspici e le rituali speranze per un futuro migliore. “Anno nuovo, vita nuova” diciamo ogni anno, sperando in una svolta positiva della nostra vita oppure in un cambiamento significativo nelle scelte politiche a livello nazionale e mondiale, scelte poco responsabili ormai da diversi anni che hanno portato tanti paesi sull’orlo di un baratro e causato un incremento di drammatici eventi.

 

“Spes, ultima Dea” (la Speranza, ultima Dea»), frase latina spesso usata con riferimento al mito greco della Dea Speranza (che restò tra gli uomini a consolarli anche quando tutti gli altri Dei abbandonarono la terra per l’Olimpo), ci dimostra che fin dall’antichità “la speranza” era presente nella vita degli uomini. La frase fu ricordata anche da Foscolo nei Sepolcri : “Anche la Speme, ultima Dea, fugge i sepolcri”.

 

Numerosi aforismi di persone di cultura, detti e proverbi popolari s’intrecciano sull’ argomento con accezione a volte positiva, a volte negativa. Ecco ad esempio alcuni aforismi attribuiti a importanti personaggi in un rapido excursus:La speranza è un sogno ad occhi aperti (Aristotele). /Non sperare senza disperazione, non disperare senza speranza (Seneca). /Finché c'è vita, c'è speranza (Cicerone). /Senza la speranza è impossibile trovare l'insperato (Eraclito). /La speranza è buona come prima colazione, ma è una pessima cena (Francesco Bacone). /Io vivo, dunque io spero, è un sillogismo giustissimo (Leopardi). /Una speranza, a volte, indebolisce le coscienze, come un vizio (Elsa Morante). /La speranza è una trappola, è una cosa infame inventata da chi comanda (Mario Monicelli)”.

 

Ed ecco alcuni proverbi: “Chi vive di speranza, male pranza e peggio cena. /Chi vive di speranza, satolla lo spirito e affama la panza. /La speranza è la ricchezza dei poveri. /La speranza è un piatto magro. /La speranza è un sogno nella veglia/Chi di speranza vive, disperato muore. /La speranza è l'ultima a morire”. Interessante a tal proposito potrebbe rivelarsi  la lettura oppure la semplice consultazione, del libro Il Grande Dizionario dei Proverbi Italiani”(Ed. Zanichelli) di P. Guazzotti, M. F. Oddera, un viaggio nella saggezza e sagacia “all’italiana”, nonché nella “sorprendente continuità, in passato, fra la cultura popolare e la tradizione letteraria più colta, che smentisce, almeno in parte, l'opinione corrente che relega il proverbio a sola espressione dei più retrivi luoghi comuni”. (come si legge nella presentazione del testo).

 

E allora tornando alle nostre speranze per il 2015, dopo essere stati quotidianamente martellati  per tutto il 2014 da spaventose notizie su efferati delitti perpetrati in famiglia, violenza contro donne e bambini, guerre,  fondamentalismi, decapitazioni, razzismo, populismi, corruzione dilagante, disastri climatici e quant’altro, siamo talmente sopraffatti da tutti questi orrori che talvolta troviamo un po’ di pace solo nei nostri affetti e sentimenti positivi, in una bella giornata di sole vissuta a contatto con la natura, oppure nell’ammirare il cielo stellato per sentirci parte di un meraviglioso universo.

 

Ci sembra giusto ricordare il libro “Un Altro Giro di Giostra-Viaggio nel male e nel bene del nostro tempo” di T. Terzani il quale, ammalato di cancro, decise di girare il mondo per cercare una cura efficace sia in occidente che in oriente, tra medicine allopatiche e alternative. L’incontro con un vecchio saggio sull’Himalaya nel silenzio di una grandiosa natura gli fece infine percepire che siamo parte di un armonioso “Tutto”, di un immenso universo, e così ritrovò il significato della vita. Terzani capì allora che in fondo il suo viaggio era stato un viaggio interiore, una ricerca spirituale, un ritorno alle radici divine dell’uomo, capì che i miracoli esistono, ma che ognuno deve essere artefice del proprio miracolo, che per combattere il Male ognuno deve cambiare prima se stesso con una sorta  di kantiana “rivoluzione copernicana” interiore per poi dare  il suo contributo alla “speranza di un mondo migliore”. Una profonda riflessione su quello che non va nelle nostre vite di donne e uomini moderni, insomma, ci potrebbe far scoprire uno splendido universo dentro e fuori di noi.

 

Per concludere il nostro discorso sulla speranza, citiamo le parole del poeta tedesco F. Hölderlin: “Che cosa sarebbe la  vita senza speranza? Una scintilla che sprizza dal carbone e si spegne; e come nella torbida stagione si ode una folata di vento che spira un istante e poi va morendo, così sarebbe pure di noi”. E allora continuiamo pure a sperare, ma in modo attivo, non passivo: rimbocchiamoci le maniche e lottiamo per ciò che è giusto.

 

Giovanna D’Arbitrio

 

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