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FILM "SELMA"
post pubblicato in diario, il 27 febbraio 2015
Il film “Selma, la strada verso la libertà” , premiato con un Oscar per la canzone Glory, porta di nuovo alla ribalta la giovane regista afroamericana, Ava DuVernay, già vincitrice al Sundance Film Festival 2012 per “Middle of nowhere”, in cui descrisse con sensibilità le sofferenze di una donna di colore, moglie di un carcerato . In “Selma” affronta un tema molto più complesso nel raccontare con coraggio una pagina della storia americana: la lotta per i diritti civili condotta da Martin Luther King. Siamo nel 1965 e il diritto di voto dei neri è duramente contestato, specialmente negli stati del Sud come l’Alabama, governata da bianchi razzisti. Martin Luther King (David Oyelowo) decide di organizzare una marcia di protesta da Selma a Montgomery, nonostante il parere contrario del presidente Lyndon Johnson (Tom Wilkinson) e del governatore George Wallace (Tim Roth). Il percorso si rivela subito irto di difficoltà tra opposizioni non solo all’esterno ma anche all’interno del movimento. I neri, inoltre, subiscono duri pestaggi senza reagire, rispettando il principio della non-violenza predicato da M. L. King, grande ammiratore di Gandhi. Saranno proprio quelle immagini violente diffuse dalla Tv a far risvegliare le coscienze dei bianchi più sensibili e a indurre anche L. Johnson a garantire il diritto al voto. La narrazione attenta, rispettosa della verità storica, lineare e senza fronzoli, offre un ‘immagine diversa di M. L. King: non solo eroe e coraggioso condottiero, ma anche uomo non privo di dubbi, preoccupato per moglie e figli, abile nel dialogare con il potere, saggio alla fine nell’evitare inutili massacri. I suoi discorsi pieni di ideali, dignità e forza donano al racconto ritmo ed elevazione spirituale. Selma è paragonabile ad una sinfonia che comincia in sordina e gradualmente s’innalza per suono e intensità in un coinvolgente “crescendo” finale. E’ un film che stimola riflessioni su pregiudizi e odio irrazionale, cause di abbrutimento, a cui fa da contrappunto la saggezza della non-violenza, un film che forse avrebbe meritato maggiori riconoscimenti nell’assegnazione degli Oscar 2015, una strana “Notte delle Stelle” quest’anno, costellata da gaffe e frasi “graffianti”. Ricordiamo ad esempio quella di S. Penn che sul palco accoglie il vincitore Iñarritu dicendo “Chi ha dato la green card a questo figlio di buona donna.." e la pronta risposta del regista che nel dedicare il premio agli immigrati e al popolo messicano replica in tono ironico "magari il prossimo anno il governo cambierà le regole per l'immigrazione e i messicani come me non potranno più entrare all'Academy". Come se non bastasse il presentatore N. P. Harris ha definito l’Oscar 2015 come “l'edizione migliore e più bianca, pardon più brillante”. Per fortuna la commovente esibizione di John Legend e Common nel cantare “Glory” ha elevato i toni della serata, anche se Legend alla fine ha affermato: "Viviamo nel paese più incarcerato del mondo. Ci sono più neri con misure cautelari oggi che neri schiavi nel 1850". Concludendo, il tema di “Selma” ci appare più che mai attuale poiché, anche se ci sono nuove leggi, i vecchi pregiudizi sono difficili da sradicare. Giovanna D’Arbitrio
MOSTRA DI ANTONIO RAUCCI
post pubblicato in diario, il 23 febbraio 2015
Sabato 28 febbraio 2015, alle ore 17.00 presso Movimento Aperto (via Duomo 290/c) a Napoli, si inaugura la mostra di Antonio Raucci, una personale che include diciotto opere di piccole e grandi dimensioni, in tecnica mista. La mostra resterà aperta fino al 28 marzo, il lunedì ed il martedì dalle ore 17.00 alle 19.00, il venerdì dalle ore 10.30 alle 12.30 e su appuntamento. La mostra è illustrata da due testi, Simul/acri, di Stelio Maria Martini, e Dell’Epigonismo, di Dario Giugliano. Ecco alcuni passaggi significativi estrapolati da Simul/acri : “Antonio Raucci è un frequentatore di depositi di manufatti in obliterazione reperiti in tutti i possibili angoli morti degli abitati (case contadine comprese) e da tali depositi, da tali angoli recupera quei pezzi di vissuto che poi danno forma ai suoi lavori. È ciascun pezzo a indurgli, già all’atto dell’elezione, lo stimolo al fare… In tal modo gli oggetti risultanti riassumono in maniera enigmatica ma avvincente la loro originaria fisicità, inenarrata e inenarrabile…. Allo stesso modo egli glorifica vecchie scritture epistolari, patetiche foto istantanee di persone, gesti, volti già stati una volta, e li recupera nella scanzonata fiducia di raccogliere il grido disperato del loro precipitare nel nulla. Raucci invece li rende definitivi come idee platoniche…” Il secondo testo Dell’Epigonismo di Dario Giugliano afferma che “ è evidente che Raucci utilizzi stilemi, tecniche, e orientamenti poetici tipici della neoavanguardia del secondo Novecento. Questo già basterebbe a cucirgli addosso l’etichetta di epigono….L’epigono, infatti, letteralmente è colui che nasce dopo e, di conseguenza, non può che arrivare “in ritardo”. Succube, sotto un profilo morale, ed effetto, da un punto di vista logico, di una concezione linearistica della temporalità storica, la categoria di epigonismo raccoglie senso sempre e solo all’interno di un (sempre vano) tentativo di orientamento nel caos generale dell’umana poiesis…. In fondo, come opportunamente sottolinea Martini, quello di Raucci è proprio un lavoro sul tempo, sulla difficoltà anche di una gestione del meccanismo della temporalità che da storica, comunitaria e sociale (memoria condivisa) si fa individuale, personale….” Antonio Raucci è nato nel 1959 a Caivano, (Na) dove vive e lavora. Mostre personali: Bas/Alto; Trame, Tracce, Frammenti; La forma più vera 1; La forma più vera2. Mostre collettive: Artistamps; Cam Art War 2011, Il limite e la memoria; “(non)sono”; “Arte Incontro, mostre dedicate ai bambini delle scuole elementari campane. Giovanna D’Arbitrio
FILM "BIRDMAN"
post pubblicato in diario, il 11 febbraio 2015
           

“E hai ottenuto quello che volevi da questa vita, nonostante tutto? Si.

 E cosa volevi? Poter dire di essere amato, sentirmi amato sulla terra”. (R. Carver)

 

Con questa citazione inizia “Birdman, the unespected virtue of ignorance” del regista messicano A.G Inãrritu, film molto originale, candidato a 9 premi Oscar, che racconta la storia di Riggan Thompson (M. Keaton), un maturo attore stanco d’interpretare l’immaginario supereroe Birdman.

 

Per liberarsi dall’eroe alato Riggan decide di dedicarsi al teatro, riproponendosi in una veste nuova e pertanto a Broadway mette in scena un adattamento del racconto di Raymond Carver, “Di che cosa parliamo quando parliamo d’amore”.

 

Nel corso di disastrose anteprime, Riggan deve affrontare molti problemi causati dalle persone che lo circondano: Laura (A. Riseborough), la sua compagna che pensa di essere incinta, Lesley (Naomi Watts), attrice che sogna il successo, Mike Shiner (Edward Norton), attore imprevedibile che non riesce a fingere in scena e invece recita nella vita, Sam (Emma Stone), sua figlia ed ex tossicodipendente che lo disprezza come padre, Jake (Zac Galifianakis), ansioso produttore e amico, Sylvia (Amy Ryan,) l’ex moglie ed infine Tabitha Dickinson (L. Duncan), critica teatrale che vuole stroncare lo spettacolo.  Come se non bastasse, egli deve lottare con il suo Ego che gli appare di tanto in tanto nelle sembianze di Birdman, in una sorta di schizofrenico sdoppiamento, sollecitandolo a ritornare al cinema.

 

Dopo un serrato dialogo con Tabitha, si ubriaca e nelle vesti di Birdman immagina di spiccare il volo sopra la città allontanandosi da tutto e da tutti. Ritornato sulle scene riesce comunque a recitare molto bene la sua parte, ma per essere più realistico e ottenere un riconoscimento della sua bravura, usa una pistola vera per spararsi un colpo sul viso. Il sangue scorre sul palcoscenico tra standing ovation degli spettatori e recensione favorevole perfino della cinica Tabitha.

 

Il film sorprende fino alla fine con colpi di scena e immagini surreali e simboliche che ci fanno riflettere su finzione e realtà, condizionamenti e libertà, successo conquistato col sudore della fronte e notorietà ottenuta senza alcun merito grazie ai video pubblicati sui social network, allontanamento del pubblico da vera arte, teatro e cultura fagocitati da imperante cattivo gusto, ricerca di spettacolari effetti speciali e vuoti supereroi, gente che va a teatro come in un lontano passato si andava all’anfiteatro per veder scorrere il sangue.  E Riggan è pronto a versare il suo sangue in una disperata ricerca di approvazione per la sua bravura e per un immenso desiderio d’amore.

 

Attori straordinari, dialoghi brillanti, virtuosismi registici evidenziati  da una successione ininterrotta di piani di sequenza:  i personaggi entrano ed escono dal teatro, vanno in strada, s’incontrano nei camerini, percorrono cunicoli e corridoi del backstage in inquadrature labirintiche e claustrofobiche, accompagnate dal  martellante jazz di una batteria (quella di A. Sanchez) che solo  a tratti cede il passo a brani di musica classica (Ravel, Mahler, Rachmaninoff, Tchaikovsky).

 

Un film da vedere per il suo stile dinamico, rocambolesco, ridondante, ricco di spunti per riflessioni, con personaggi-simbolo della condizione umana nell’attuale società.

 

Alcuni critici hanno visto in Inãrritu un seguace di Altman, ma non si può comunque negare l’originalità delle sue opere tra le quali ricordiamo 21 grammi, Babel, Biutiful.

Giovanna D’Arbitrio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CULTURA, DEMOCRAZIA, LIBERTA'
post pubblicato in diario, il 8 febbraio 2015
           

Cultura, Democrazia, Libertà  sono senz’altro tappe inscindibili di un percorso verso un livello evolutivo più alto dell’Umanità.  Il punto di partenza è senza dubbio  la “Cultura” che non è soltanto istruzione, cioè acquisizione di conoscenze in varie discipline, ma anche Educazione, intesa nel senso più alto come socratica “ars maieutica” (arte della levatrice), ovvero abilità educativa nel “far venire alla luce” conoscenza e verità attraverso il dialogo docente-discente, favorendo un processo di crescita spirituale. Nelle moderne scuole occidentali, anche se piene di aggeggi elettronici di ogni genere, purtroppo spesso l’ aspetto educativo inteso in tal senso non è prioritario, ma almeno il diritto allo studio è garantito. Ben diversa è la situazione in tanti paesi sottosviluppati dove tale diritto non è riconosciuto e… non a caso in essi sono assenti anche democrazia e libertà.

 

Ogni giorno i Tg ci mostrano orrende immagini di violenza e morte che ci ricordano i secoli bui del Medio Evo, in un progressivo sprofondamento nell’ abisso dell’inciviltà. Attoniti e sgomenti, tutti coloro che sono lontani dai complicati interessi politici internazionali, si pongono inquietanti interrogativi ai quali non sanno rispondere.

 

Come mai terribili dittature, guerre e terrorismo predominano in territori ricchi di risorse? Perché in tante nazioni analfabetismo, miseria, fame,  malattie, inquinamento e disastri climatici non sono stati debellati malgrado i progressi di scienza e tecnica?  Come mai micidiali armi finiscono nelle mani dei terroristi? Perché pena di morte e tortura sono ancora presenti nei paesi civili? Come mai i governi (anche quelli più indebitati) scelgono di acquistare costose armi e non investono su istruzione, cultura, lavoro e solidarietà che potrebbero creare vivibilità invece di guerre, violenza, criminalità, morte e distruzione?

 

 In fondo anche “i ghetti” periferici delle grandi città occidentali hanno problemi simili. Come mai perfino l’Europa rinuncia a essere un faro di civiltà e cultura, crollando sotto i colpi dello Spread ? Cosa succederà alla Grecia?  Dove ci condurrà l’Ucraina? Come si può parlare di posti di lavoro se poi si consentono le “delocalizzazioni”? le domande potrebbero essere ancora tante, ma difficili e complicate sono le risposte: ricerca di potere e denaro, incapacità ad elaborare una responsabile visione d’insieme, crescente follia collettiva, imperante ateismo o devastanti fondamentalismi religiosi sembrano impedire una positiva evoluzione dell’Umanità. Cosa accade?  Forse non c’è un numero sufficiente di persone sagge e coraggiose che possano generare una positiva svolta?

 

G. Orwell nel suo lungimirante romanzo 1984 (Nineteen Eighty-four) ci  mise in guardia contro i tre slogan del  Grande Fratello, terribile dittatore che si serve di avanzate tecnologie per controllare, spiare e omologare l’Umanità: “l’ignoranza è forza, la guerra è pace, la libertà è schiavitù”.

 

Il pericolo maggiore che oggi corriamo in effetti è proprio quello dell’ottundimento delle coscienze  sotto i colpi di una distruttiva omologante cultura che martellandoci continuamente con immagini e slogan negativi, potrebbe condurci a una crescente spirale di odio e violenza oppure farci sprofondare lentamente nella rassegnazione e infine nell’ indifferenza a tutto ciò che accade, convinti di essere impotenti ed inermi dinanzi a decisioni che ci sovrastano. Eventi straordinari di ogni genere dovrebbero comunque indurci a riflettere sull’attale periodo storico che ci pone di fronte ad un inevitabile bivio: è giunta l’ora di schierarsi da una parte o dall’altra, scegliendo tra barbarie o civiltà, egoismo o solidarietà, schiavitù o libertà. Sia pur tra mille condizionamenti, nei nostri democratici paesi occidentali possiamo ancora scegliere, ma dobbiamo fare in fretta: il tempo stringe. 

 

La lettura del Rapporto di Amnesty International 2013 ci può far riflettere su quanto avviene negli scenari internazionali.  Salil Shetty nell’Introduzione al suddetto rapporto intitolato “I diritti umani non conoscono confini”, cita le seguenti  parole di M. L. King: “L’ingiustizia che si verifica in un luogo minaccia la giustizia ovunque. Siamo tutti presi in una rete di reciprocità alla quale non si può sfuggire, legati a un unico destino. Qualsiasi cosa colpisca direttamente uno, colpisce indirettamente tutti.” (Martin Luther King Jr, lettera dal carcere di Birmingham, Usa, 16 aprile 1963). Ricordando Malala Yousafzai, vincitrice del Premio Nobel per la Pace, nota per la sua strenua lotta per il diritto all’ istruzione, ha poi sottolineato che Il coraggio e la sofferenza delle persone, insieme alla potenza dei social network, hanno cambiato la nostra visione della lotta per la difesa dei diritti umani  che non hanno confini e pertanto un elemento chiave in tale difesa è “il diritto di tutte le persone di essere libere dalla violenza, ponendo  forti limiti alla possibilità dello Stato d’interferire nella nostra vita e in quella dei nostri familiari. Ciò comprende la protezione della nostra libertà d’espressione, associazione e coscienza”.(http://rapportoannuale.amnesty.it/2013/introduzione)

 

Ci sembra giusto concludere con le parole del personaggio di Orwell, Winston Smith, l’ultimo uomo libero rimasto sulla Terra, il quale prima di essere “omologato” con lavaggio del cervello, sotto tortura dice:  Io so che alla fine sarete sconfitti. C’è qualcosa nell’universo…non so, un qualche principio che non riuscirete mai a sopraffare….Lo Spirito dell’Uomo”.

 

Giovanna D’Arbitrio 

 

 

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