.
Annunci online

FILM "IL CASO SPOTLIGHT"
post pubblicato in diario, il 25 febbraio 2016
In questi giorni è apparso sugli schermi italiani il nuovo film di Tom McCarthy, “IL Caso Spotlight”, che sta suscitando grande interesse per l’argomento che tratta.Tom MacCharthy, già noto attore divenuto poi anche regista e sceneggiatore, ha al suo attivo altre pellicole: The Station Agent, L’Ospite Inatteso, Mosse vincenti, The Cobler. “Il Caso Spotlight”, presentato fuori concorso alla Mostra Cinematografica di Venezia nel 2015, è candidato a 6 Premi Oscar: miglior film, miglior regia, miglior attore non protagonista a MarK Ruffalo, miglior attrice non protagonista a Rachel McAdams, miglior sceneggiatura originale a Josh Singer e Tom McCarthy, miglior montaggio a Tom McArdle. Nel film il racconto inizia dall’anno 2001, quando il nuovo direttore del “Boston Globe”, Martin Baron (Liev Schreiber), incarica un team di giornalisti investigativi, lo “Spotlight”, di indagare sul comportamento dell’arcivescovo Bernard F. Law (Len Cariou), sospettato di aver insabbiato dei casi di pedofilia. Walter Robinson (Michael Keaton), capo di Spotlight, insieme ai suoi validi collaboratori, riesce a scoprire la verità attraverso accurate indagini, svelando l’esistenza di oltre 80 casi di abusi sessuali su minori in diverse parrocchie della città. Il dato più sconvolgente: le vittime erano tutti bambini provenienti da ambiente molto umile e deprivato in cui i genitori vedevano i preti come un supporto umano ai loro gravi problemi. La storia, come tutti sanno, è vera e nel 2003 al Boston Globe fu assegnato il Premio Pulitzer di servizio pubblico reso per aver avuto il coraggio di investigare su un caso scottante e chiedere giustizia per tante innocenti vittime, dando il via ad un’inchiesta che in seguito si estese a livello nazionale ed internazionale, portando alla luce migliaia di casi in tutto il mondo. Fin dall’inizio lo stile del film-inchiesta mira ad esaltare il buon giornalismo investigativo che giunge a risultati encomiabili nella ricerca della verità, difendendo la libertà di stampa e i valori democratici in genere contro ogni sopruso e ogni tipo di potere invasivo e condizionante. Il cast degli attori è stato scelto con cura, anche se poche sono le opportunità offerte ai singoli interpreti per dimostrare la loro bravura, in un racconto corale in cui conta di più il lavoro di squadra sul grave caso al quale tutti stanno lavorando con impegno. Queste caratteristiche rappresentano forse sia il pregio che il limite del film: continue riunioni, ricerche, interviste da un lato tengono desti attenzione e interesse degli spettatori, dall’altro non riescono ad emozionarli in modo intenso a livello umano, poiché poco spazio viene dato al racconto delle vittime e in particolare alle gravi conseguenze sulle loro vite, generate dal trauma infantile. Solo i dati sul numero dei minori coinvolti fanno inorridire. Né tantomeno si analizzano “le cause” di un fenomeno così esteso a livello mondiale. Il film comunque stimola altre riflessioni sui soprusi subiti dai bambini in tutto il mondo, insieme a tante domande. Perché non si indaga a fondo sui minori migranti non accompagnati, in balia forse di esseri abietti per traffico d’organi, pedofilia e quant’altro? Perché non si parla mai di bambini-soldato e di armi costruite ad hoc proprio per loro? Perché non si interviene a livello internazionale per salvare tanti bambini da fame, stenti e malattie? Perché in molti paesi non ci sono scuole che insegnino almeno a leggere e a scrivere? E le spose-bambine? E così via, potremmo continuare a chiederci tanti “perché”, le risposte sono davvero poche. Altro che step-child adoption! Giovanna D’Arbitrio
FILM "PERFETTI SCONOSCIUTI"
post pubblicato in diario, il 16 febbraio 2016
Il nuovo film di Paolo Genovese, “Perfetti Sconosciuti”, ancora una volta evidenzia l’interesse del regista per fatti e aspetti della nostra epoca nel seguire comunque la tradizione della commedia all’italiana, come aveva già fatto in Immaturi, Una famiglia perfetta, Tutta colpa di Freud, Sei mai stato sulla luna? La trama questa volta è centrata sulle storie di quattro coppie che s’incontrano per ammirare insieme un’ecclissi lunare: Rocco ed Eva (Marco Giallini e Kasia Smutnjak),genitori preoccupati per i problemi della figlia adolescente, invitano a cena Bianca e Cosimo (Alba Rohrwacher, Edoardo Leo), sposati da poco, Lele e Carlotta (Valerio Mastandrea, Anna Foglietta), in crisi dopo anni di matrimonio, Peppe (Giuseppe Battiston), il quale arriva senza la nuova compagna che gli amici desiderano conoscere. Durante la cena, Eva (psicologa) propone un gioco: tutti dovranno mettere i cellulari sul tavolo per ascoltare in “viva voce” telefonate o leggere sms. Il passatempo degenera e si trasforma in una sorta di massacro psicologico che svela segreti e bugie, con colpi di scena finali in cu i vecchi amici si trasformano quasi in “perfetti sconosciuti”. Sotto accusa sembra essere il cellulare, diventato “la scatola nera della nostra vita”, al quale affidiamo con superficialità quel lato oscuro dell’ anima, un tempo tenuto segreto, causando spesso sofferenze e ulteriori squilibri in rapporti affettivi già compromessi e instabili. In realtà, come ha spiegato lo stesso regista in alcune interviste, il vero problema oggi non è tanto rappresentato da cellulari e nuove tecnologie in sé, ma dall’uso che in genere se ne fa, spostando l’attenzione da rapporti comunicativi reali a quelli virtuali, affidando a un tablet non solo aspetti positivi della vita quotidiana, ma anche quelli negativi, come insoddisfazioni, frustrazioni e lati oscuri che purtroppo vengono tutti registrati e spesso non cancellati. Nel sottotitolo del film si legge la frase dello scrittore G.G. Márquez: “Ognuno di noi ha tre vite: una privata, una pubblica, una segreta”, ma oggi a quanto pare quella segreta non lo è più, soprattutto per colpa nostra, per la nostra superficialità. Alla fine comunque la “verità” viene fuori nel film e, anche se essa può essere dolorosa, è preferibile alle bugie, alle “maschere” che impediscono rapporti sinceri tra le persone: amicizia e amore sono valori troppo importanti che vanno tutelati in ogni momento della vita. Ci sembra opportuno sottolineare, con un po’ di ironia, che il contesto della “cena” tra amici, sia a teatro che a cinema, è stato più volte sfruttato e…. non porta fortuna ai personaggi, dalla lontana “Cena delle beffe” di Blasetti (tratto dal dramma di Benelli), a “Metti una sera a cena” di G. Patroni Griffi, a “Il fascino discreto della borgesia” di Buñuel, a “Indovina chi viene a cena” di S. Kramer, fino alle più recenti opere, come “La cena dei cretini” di Veber, “La cena per farli conoscere” di p. Avati, “Carnage” di Polanski”, “Il nome del figlio” di F. Archibugi, tratto dal film francese “La cena tra amici” (a sua volta ispirato alla pièce teatrale “Le Prenom”) e così via. Un film comunque da vedere quello di Genovese che si avvale di bravi interpreti, una buona sceneggiatura(P. Genovese. F. Bologna, P. Costella. P. Mannini, R. Rovello) e di una bella canzone di Fiorella Mannoia che ha lo stesso titolo del film. Giovanna D’Arbitrio
L'HOMO "ZAPPENS" di G. MERMET
post pubblicato in diario, il 9 febbraio 2016
Il sociologo Gérard Mermet, autore di “Francoscopie” (Ed. Larousse), analizzando i cambiamenti della società, rileva che i francesi sono sempre più afflitti da “mobilità” in tutti i campi della vita quotidiana, sia privata che pubblica. Dalla lettura dei suoi scritti, tuttavia, ci accorgiamo che in effetti tali cambiamenti non stanno coinvolgendo solo la Francia, ma gran parte del mondo, soprattutto con l’avanzare della globalizzazione: secondo Mermet dall’Homo Sapiens stiamo passando all’Homo “Zappens”, poiché a quanto pare lo “zapping” (temine usato per indicare il saltare continuo da un canale Tv all’altro)si sta estendendo a tutti gli aspetti della vita. Per quanto riguarda la vita familiare in Francia, ad esempio, si registra un numero crescente di convivenze prevalenti su matrimoni tradizionali, sia civili che religiosi, con un aumento di divorzi seguiti da nuovi matrimoni o nuove convivenze: il numero dei divorzi si è quadruplicato dal 1960, più di un bambino su 10 vive oggi in una famiglia monoparentale (cioè con un solo genitore), circa due milioni di giovani vivono in famiglie “allargate”. La vita lavorativa presenta un’evoluzione simile, con delle carriere che non sono più lineari, ma complicate da un’ ininterrotta successione di impieghi non solo su territorio nazionale, ma estesi a paesi esteri, con numerosi spostamenti che senza dubbio non facilitano rapporti umani stabili. In materia di consumi i francesi cambiano sempre di più prodotti e negozi, a seconda dell’umore o delle offerte speciali. Come fare a meno delle “offerte speciali” in periodo di crisi? Anche in Italia ne sappiamo qualcosa. In un mondo caratterizzato da complessità e incertezza, i francesi cercano spiegazioni e nuovi punti di ancoraggio, dal momento che quelli vecchi sono in crisi: la Scuola non riesce a impersonare con successo il suo ruolo educativo e formativo, la Chiesa non è più capace di attirare i giovani, la Politica condizionata da economia e finanza, disorienta gli elettori che non riescono più a ritrovare le connotazioni classiche di destra e sinistra, le Istituzioni della Repubblica laica non sono più in grado di fornire risposte adeguate. Risultato: sfiducia e populismi predominano. Si parla in genere di una perdita di valori, ma secondo Mermet in realtà è in atto qualcosa di molto più grave. Si tratta di una trasformazione profonda, “un’ inversione spettacolare rispetto ai grandi principi sui quali si fondava la società francese”: il concetto stesso di trascendenza su un mondo spirituale ed eterno è rimpiazzato da una visione materialistica a breve termine; l’apparire ha rimpiazzato l’essere; la forma prevale sul contenuto; i sensi prevalgono sul senso; danaro e prestigio non provengono più dal lavoro serio e onesto, ma dalla notorietà, dal darsi in pasto ai mass media, dal far spettacolo; il principio di continuità è messo a dura prova da nuove tecnologie e progressi scientifici mal utilizzati, eventi socio-culturali e politici causano continui choc, terrorismo incluso. Insomma è in atto un processo di distruzione verso tutto ciò che precedentemente era stato pazientemente costruito e preservato: più che una nuova società, si tratta di una nuova pericolosa civiltà che sta sorgendo. Un quadro davvero negativo del futuro, non solo per i francesi, ma per tutta l’Umanità. E in verità, pur riconoscendo in esso tutto il malessere della nostra epoca che indubbiamente ci condurrà ad affrontare dure prove, non ci sentiamo di accettare le conclusioni pessimistiche di Mermet, rinunciando alla speranza di un mondo migliore. Non tutta l’Umanità è marcia, violenta e distruttiva, c’è una parte di essa che in silenzio continua a lottare strenuamente, preservando i propri ideali. Ne parla con fiducia il filosofo Marco Guzzi nel libro, “La Nuova Umanità” in cui egli sottolinea l’esistenza di un numero crescente di esseri umani più consapevoli e maturi che lottano ogni giorno contro tutte le iniquità, le ingiustizie, le guerre e le violenze del vecchio mondo, con la speranza di poter edificare sulle sue ceneri un mondo nuovo pieno di pace, fratellanza e libertà. Giovanna D’Arbitrio
NAPOLI: LA VEDOVA ALLEGRA AL TEATRO DI SAN CARLO
post pubblicato in diario, il 1 febbraio 2016
É in scena al Teatro di San Carlo di Napoli “La Vedova Allegra”, famosa operetta di Franz Lehar (libretto di Victor Léon e Leo Stein, tratto dalla commedia “L’Attaché d’Ambassade” di Henri Meilhac ), che debuttò con successo a Vienna nel 1905. La trama dell’operetta è ben nota: la storia è ambientata a Parigi, dove nell'ambasciata del piccolo regno di Pontevedro, il conte Danilo Danilovich, affascinante scapolo, viene convocato dal Barone Zeta affinché accetti di sposare la bella Hanna Glawari, vedova di un ricchissimo banchiere di corte, per salvare lo Stato dalla bancarotta. Per sfortunato amore giovanile con Anna, tuttavia, Danilo rifiuta la proposta, generando equivoci, gelosie ed eventi inaspettati che coinvolgono altri personaggi fino ad arrivare poi ad una felice conclusione. Nell’edizione 2016 dell’antico Teatro di San Carlo di Napoli, è Alfred Eschwé a dirigere orchestra, coro e corpo di ballo del Teatro stesso, mentre sarà Maurizio Agostini a prendere il suo posto nell’ultima rappresentazione di mercoledì 3 febbraio. In scena bravi cantanti ed interpreti (tra i quali Peppe Barra nel ruolo comico del cancelliere Njegus) si adoperano per tenere in piedi uno spettacolo che suscita qualche perplessità. In tale rappresentazione, per la verità, disturbano ancora una volta i costanti tentativi di apportare modifiche ad opere del passato, forse per renderle più moderne ed attuali, snaturandone fondamentali caratteristiche legate a contesti storici e socio-culturali. All’aprirsi del sipario, stupisce vedere su uno schermo luminoso la data dell’ottobre 1929, anno della famosa grave crisi economica: in effetti il regista, F. Tiezzi, ha ritenuto opportuno spostare l'azione agli anni '20 con una scenografia grigia e triste, creata ad hoc da E. Sanchi, e con squallidi costumi indossati da personaggi che si muovono tra scritte luminose uguali a quelle usate in Borsa con gli indici economici. E come se ciò non bastasse, la bella Hanna Glawari al suo arrivo viene fuori da una cassaforte, scortata da grossi gorilla come in un gangster movie. Senz’altro appare alquanto inopportuno ritornare alla crisi del ’29, rattristando ulteriormente spettatori già provati dalle attuali problematiche e accorsi in teatro solo per rilassarsi un po’. Il regista ha dichiarato che se è intervenuto sul testo non è stato per alterarlo, ma per sintetizzarlo, eliminato tutte le "concrezioni accumulatesi negli anni, eredità di numerosi interpreti" che ne avevano appesantito le parti recitate. Non contestiamo certo la sintesi, bensì tante inutili modifiche che alterano sia la parte romantica che lo spirito allegro e ricco di humour dell’operetta. Solo verso la fine, nella scena che si svolge nel famoso “Chez Maxim’s”, lo spettacolo si anima e mostra qualche sprizzo di allegria con un vivace cancan. Per fortuna la musica di Franz Lehar non è manipolabile e così, chiudendo gli occhi, si ritorna alle sognanti, romantiche atmosfere “del tempo che fu” e ad altre più fedeli interpretazioni dell’esprit de l’époque. Giovanna D’Arbitrio
Sfoglia gennaio        marzo