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LIBRO "NINA DETTA NINI", di Luisa Cappuccio
post pubblicato in diario, il 30 dicembre 2018
"Al mio cuore, muscolo anarchico per eccellenza, che ancora non si è ben capito in quale strano modo batta" (A.Faber) Con questa dedica tratta da una poesia di A. Faber , veniamo introdotti alla seconda pagina del libro di Luisa Cappuccio, “Nina detta Ninì” (Ed.Ginevra Bentivoglio), pagina in cui l’autrice sembra quasi voler preparare il lettore alla storia che sta per raccontare con i suoi versi: “Son mille vite/cento storie, non mie/e se soffro di me/molte apparenze/Dissimili parvenze…/Se ha la mia esistenza età remote/e per alveo distese siderali…/Non opporre/impari domande/perché solo, da sempre/mi esalta/l’umano irriducibile/della diversità”. Dopo tali premesse, inizia la prima parte intitolata “Nina, ovvero Ninì” che scorre velocemente coinvolgendo il lettore, in particolare se è una lettrice, nelle vicende realistiche di una donna che sperimenta diverse situazioni e imprevedibili difficoltà, passando dalla ricca tenuta di famiglia di fronte al lago di Avigliana, rampolla prediletta di una grande famiglia piemontese, fanciulla vezzeggiata e moglie amatissima, fino a diventare madre frustrata di una figlia ostile, poi vedova squattrinata, ex pittrice ed ex scrittrice dilettante, giardiniera, colf e babysitter a Roma dove vive in un piccolo appartamento, unico bene lasciato in eredità da una zia. Attraverso i suoi ricordi incontriamo personaggi del passato e del presente, eventi storici del secondo dopoguerra leggendo la seconda parte, intitolata “Qualcosa di giallo”, e poi la terza “Fino alla sponda del mattino” che finisce con la pagina conclusiva “Dalla vita al romanzo” Un’incrollabile fede nella vita e nell’amore sembra guidare Nina anche nei momenti più bui: riflettendo sui suoi errori giovanili e lottando per vivere con una grande capacità di adattamento a situazioni molto diverse tra loro, ella esce vincente ancorandosi sempre ai sentimenti sinceri e perdonando a se stessa e agli altri gli sbagli commessi. Anche la figlia infine si riavvicina a lei dicendo: “Quanti colpevoli, e quante vittime, eh mamma? Ma ora basta! Ora davvero basta! Bisogna pur sopravvivere, tu ed io?”. Nella quarta di copertina si legge: “La storia eccezionale e allo stesso tempo comune di Antonia Ragusa, detta anche Nina, o Ninì, passa di mano in mano attraverso un'intensa comunicazione tra donne, dando origine a una danza narrativa in cui più racconti scivolano l'uno dentro l'altro e il flusso dell'esistenza spazia tra sconfitte cocenti e insperati recuperi. Passando dall'Eden di una fanciullezza privilegiata e felice, alla crisi che travolge la sua famiglia nel secondo dopoguerra, fino ad arrivare a una personale e ambigua caduta agli inferi, la protagonista è costretta a sperimentare finalmente se stessa, mettendo in campo le proprie risorse, la propria capacità di adattamento, offrendosi a sorprendenti trasformazioni e a un'audace epifania dell'amore”. Interessante il commento Giuseppe Argirò (riportato sulla quarta di copertina): “Il viaggio di Nina è un viaggio tutto interiore, in cui le vite della protagonista si ricompongono attraverso la scrittura. Mediante la parola l’Io si determina, la realtà si rivela, l’inconscio si rivela nella sua scandalosa verità: ogni giustificazione viene abbattuta e Antonia Ragusa capisce che l’unico modo per poter vivere la propria vicenda umana è raccontarla al di là di ogni illecito dubbio, senza presunzione d’innocenza, ma con la piena consapevolezza della sua imperfetta, meravigliosa umanità”. In verità la sottoscritta pensa che Nina detta Nini in fondo non sia solo la storia di una donna, ma di tante donne che silenziosamente combattono ogni giorno in diversi campi della vita, spesso sole e incomprese, ma costrette a non fermarsi, a guardare sempre avanti, sostenute solo dalla loro capacità di amare e rinnovarsi. Dalle note biografiche su Luisa Capaccio apprendiamo che è autrice di numerosi racconti e opere poetiche, finalista al premio di scrittura teatrale femminile “Donne e teatro”, e a quello di poesia “Fiori di Duna”. Insegna da 41 anni, ha una lunga esperienza nel condurre laboratori di scrittura creativa. Nel 2014 ha pubblicato con la GBE EditoriA il romanzo “Margherita e i banchi di scuola”, risultando finalista al concorso “Testo in cerca di Regista”, abbinato al David di Donatello. Giovanna D’Arbitrio
LIBRO "I TESSUTI D'ARTE DEL REGNO DI NAPOLI"
post pubblicato in diario, il 22 dicembre 2018
Il 23 dicembre 2018, alle ore !8,00, alla Sala Pan In via Vittoria Colonna a Napoli, è stato presentato postumo l’ultimo libro di Nicoletta D’Arbitrio I TESSUTI D’ARTE DEL REGNO DI NAPOLI (Ed. Ad Est dell’Equatore). Le note biografiche sull’autrice ci informano che “NICOLETTA D'ARBITRIO (Napoli, 1948 – 2017): Scenografa, esperta d'Arte del tessuto e del restauro dei tessuti storici. Docente di Restauro dei tessuti storici dal 1989 (Istituto Mondragone di Napoli, Istituto L. de Medici, Accademia di Belle Arti di Napoli). Autrice di pubblicazioni sulla storia dell'arte del tessuto e sulle manifatture tessili del Regno di Napoli, tra queste ricordiamo: L'Arte della tessitura in Campania, Marotta, Napoli 1989; Il Real Albergo dei Poveri di Napoli. Un edificio per le “Arti della città”, Edisa, Napoli 1999 (coautore Luigi Ziviello); Carolina Murat La Regina Francese del Regno delle Due Sicilie Le Architetture La Moda L'Office de la Bouche, Edisa, Napoli 2003 (coautore L. Ziviello), La “Nova sacristia” di San Domenico Maggiore, gli apparati e gli abiti dei re Aragonesi, Edisa Napoli, 2001. L'età dell'Oro, Artemisia, Napoli 2007. Curatrice di mostre sul patrimonio tessile e sulla cultura materiale del Regno di Napoli con sede a Napoli, Caserta, Roma, Tokyo, New York, Madrid, Londra, Parigi, Strasburgo. Tra queste, la cura della sezione “tessuti” della mostra Las Manufacturas Napolitanas de Carlos y Ferdinando Borbon, entre Rococo y Neoclasicismo o Las utopias posibles, Madrid 2003; Un Giojello per la Regina, Museo di San Martino, (catalogo Electa Napoli) 2006; I Pastori napoletani e le vestiture del Regno di Napoli. Il tempo della tradizione, Londra 2009/2010; Il Presepe del Regno di Napoli. Le arti e i mestieri della Città, Parigi 2010/2011; Il Presepe cortese del Regno di Napoli. I Figurarum Sculptores, Strasburgo 2010/2011. Ha partecipato a mostre e pubblicazioni curate dalla Soprintendenza del Polo museale della città di Napoli; tra queste: Settecento napoletano: Sulle ali dell'aquila Imperiale, Napoli 1994, Tiziano e il ritratto di corte da Raffaello ai Carracci, Electa Napoli 2006 (con il saggio La Veste de’ Nobiltà, il potere e l’apparire).Ha curato e condotto il restauro scientifico-materiale e la schedatura di opere d'arte tessile del patrimonio campano; tra cui i reperti tessili del I° secolo d. C. di Ercolano e di Pompei, gli apparati vestimentari del XV e XVI secolo dei sovrani d'Aragona e della corte vicereale, gli arazzi della manifattura settecentesca di San Carlo alle Mortelle dei Borbone di Napoli, i panni ricamati del XVII secolo della collezione d'Avalos (Museo di Capodimonte), i panni ricamati del XVII secolo della collezione d'Aquino (Basilica di San Domenico Maggiore), i paramenti sacri del XVII e XVIII secolo della Cappella del Tesoro di San Gennaro. Sulla quarta di copertina del libro si legge quanto segue: «Il restauro non è un'applicazione tecnica per quanto sofisticata, ma è un atto critico, il gesto di mani guidate dal pensiero. E il gesto che porta a restaurare non si dirige verso l'indistinto mondo Tessuti unici e preziosi che avevano valore monetario accertato e accettato negli scambi commerciali. I sovrani aragonesi arricchirono con una collezione di tessuti d'arte di pregio il loro tesoro custodito nella torre del “Guardaroba reale” in Castel Nuovo. Una collezione che, oltre a dimostrare l’attenzione dedicata all'arte e a dare prestigio alla corte, rappresentò per i sovrani un patrimonio preziosissimo, adottato anche come “impegno” offerto ai banchieri per acquisire fondi utili a finanziare le imprese dei re d'Aragona”. Dal seguente articolo (pubblicato su Ischia News) apprendiamo che ”Il saggio pone le basi scientifiche per un repertorio documentario e letterario in gran parte inedito, frutto di una ricerca condotta negli archivi storici italiani ed europei e fondato sulla acquisizione di una vasta documentazione iconografica. Lo studio ha portato alla luce preziose opere d'arte tessile create da artefici napoletani e anche francesi, fiorentini, senesi, veneziani e genovesi che operarono a Napoli, dove furono accolti e a cui fu data cittadinanza, contribuendo al fiorire dell'arte tessile. I documenti non solo ne rivelano l'identità ma specificano le caratteristiche dei manufatti creati dall'atelier di ogni “Maestro di drappi d'oro”. Lo studio rivela anche il contributo dato dagli artisti del Regno di Napoli nel XV e XVI secolo alla diffusione dell'arte tessile in Francia, dove furono invitati e ospitati nelle dimore reali. I sovrani francesi, inoltre, per promuovere le arti si ispirarono agli interventi introdotti a Napoli dal governo aragonese e vicereale. Il testo valorizza i percorsi produttivi-creativi legati alla cultura materiale della città e che ne hanno nel tempo promosso lo sviluppo, il benessere economico e civile. La seconda parte del libro riguarda le fasi di restauro di opere dell’arte tessile napoletana tra cui gli arazzi di Palazzo Reale, i ricami della famiglia D’Aquino e gli apparati delle famiglie reali e delle nobili casate napoletane conservati in S. Domenico Maggiore e i ricami di S. Chiara eseguiti dall’autrice stessa nel corso della propria vita professionale” . Concludendo, Nicoletta D’Arbitrio ha dedicato la sua vita a diffusione di Arte e Cultura, con impegno e sacrificio. Posso testimoniarlo, come sorella e amante di ogni forma d’arte. Giovanna D’Arbitrio
LIBRO "CONVERSAZIONE A DUE VOCI", di R.R.TOSCANI
post pubblicato in diario, il 20 dicembre 2018
Sabato 15 Dicembre 2018 alle ore 10,30, nella splendida Sala Comencini della Fondazione Circolo Artistico Politecnico in piazza Trieste e Trento a Napoli, è stato presentato il libro “Conversazione a Due Voci- note di supervisione”, scritto da Rosa Romano Toscani, (psicoterapeuta e scrittrice, socio fondatore SIPP, docente con funzioni di training). ), con la collaborazione di Pietrina Bianco (psicoterapeuta e dirigente U.O. adozione e affido familiare) Al dialogo con le autrici hanno partecipato Giuseppe Scialla (Autorità Garante infanzia e adolescenza), Antonio De Rosa (Presidente SIPP). Luigi Baldaccini,(direttore dell’Istituto di Psicoterapia Relazionale),Raffaele Caprioli(psichiatra , membro ordinario SIPP), Antonia Imparato (Psichiatra, membro FPL e membro EPFCLI),Valeria Sperti (docente di letteratura francese- Università Federico II), nonché l’attrice Agnese Crispino che ha letto alcuni brani del libro. Nel corso del dibattito, coordinato abilmente dalla stessa Pietrina Bianco, è stato evidenziato quanto sia importante la figura del “supervisore” come supporto nei momenti di impasse di fronte a casi più complicati. In momenti storici difficili come quelli attuali, inoltre, secondo i relatori occorre “umanizzare” i processi psicoterapeutici, evitando modelli superati, in particolare nel campo di infanzia e adolescenza (G. Scialla).I mutamenti sociali agiscono anche sui pazienti che oggi vogliono guarire “in fretta” e quindi per loro occorrono nuovi strumenti, nuova formazione e continuo confronto(A. De Rosa, P. Bianco.). Immersione empatica, umiltà, rispetto reciproco, superamento della “vergogna” e in particolare creatività sono elementi fondamentali nel percorso in cui si confrontano paziente, terapeuta e supervisore alle prese con transfert e controtransfert (A. Imparato, R.R. Toscani, L. Baldaccini). E poiché il libro è ricco di citazioni letterarie, è stato evidenziato infine il legame tra psicanalisi, letteratura e arte in genere, nonché l’importanza del linguaggio, cioè l’uso di parole “appropriate” nel delicato dialogo della “triade” paziente- terapeuta - supervisore, una storia scritta a tre mani (V. Sperti, R. Caprioli, R.R. Toscani)- ? senz’altro difficile sintetizzare un dibattito di due ore in poco spazio, un dibattito che fin dall’inizio si è rivelato coinvolgente, colto ed elevato, un’ottima opportunità per riflettere anche per la sottoscritta che da insegnante spesso ha seguito con particolare cura alunni affetti da disagio psichico Ho letto il libro in breve tempo, grazie allo stile scorrevole e al significativo contenuto: molto interessante la seconda parte in cui il caso di Anna, una paziente difficile, evidenzia in pratica come le autrici abbiano vissuto il rapporto con la paziente: l’una nei panni di terapeuta (P. Bianco) e l’altra in quelli di supervisore (R. R. Toscani). Mi è piaciuta la citazione a pag. 57: “Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi”(Proust).Una citazione appropriata agli aspetti innovativi illustrati nel libro. Rispondente a verità la quarta di copertina in cui si legge che “dopo un’esauriente cornice teorica, il volume presenta un’esperienza esemplare di supervisione di una coppia al lavoro, didatta-allieva, che accompagna le varie tappe di un percorso di psicoterapia psicoanalitica. Come sottolinea Palacio Espasa nell'introduzione, è soprattutto la qualità della relazione interpersonale maestro-allievo che favorisce la trasmissione della tecnica psicoanalitica. L'originalità di questo libro sta proprio nel testimoniare la graduale acquisizione di competenze a partire da una profonda relazione duale che, per osmosi, si estende alla cura del paziente: la supervisione quindi come riconoscimento e costruzione tra ognuno dei due membri separatamente e in coppia. Accogliendo le parole di Claudio Neri, "uno spazio per la differenza tra pari". La narrazione dell'allievo dell'esperienza della supervisione costituisce un ulteriore elemento di ricchezza del testo, un'apertura e uno sguardo dentro l'avventura emotiva della sua formazione nella ricerca di autonomia, autenticità e creatività come persona analitica- Un libro originale sulla relazione terapeutica e sulla formazione del terapeuta. Un intreccio tra storia e narrazione clinica descritto attraverso il racconto dei suoi protagonisti. Un percorso intimo ed empatico che abbraccia la cura e lo sviluppo di una dimensione creativa di sé. Un libro sull’arte dell’ascolto e del cum-versare dentro la stanza d’analisi, su noi stessi, la nostra vita e la vita dell’altro”. Giovanna D’Arbitrio
FILM "COLETTE"
post pubblicato in diario, il 16 dicembre 2018
COLETTE, di Wash Westmoreland , è un biopic sulla vita della scrittrice francese, Colette, pseudonimo di Sidonie Gabrielle Colette (Saint-Sauveur 1873-Parigi 1954), scrittrice, sceneggiatrice e attrice teatrale francese, considerata fra le maggiori figure della prima metà del XX secolo. Il film inizia quando Gabrielle (Keira Knightley) lascia la sua casa in campagna nel 1893 a vent'anni per sposare Henry Gauthier-Villars, detto Willy (Dominic West), noto scrittore e critico che a Parigi la introduce nei salotti letterari e artistici. In difficoltà economiche per i suoi debiti, Willy per denaro impone alla moglie di scrivere racconti sfruttando il suo talento. Mescolando i suoi ricordi bucolici con episodi piccanti ben accolti dalla società libertina della Belle Époque, Gabrielle scrive una serie di racconti intitolata Claudine che ottiene un grande successo. Willy se ne appropria, firmando i suoi libri e tiranneggiandola, ma l’amore per Missy (Denise Gough), Mathilde de Morny, aristocratica lesbica francese, incoraggia in seguito Gabrielle a troncare il rapporto con il marito e a pubblicare i romanzi con il suo nome. Il cinema sembra prediligere in questi ultimi tempi il tema della condizione femminile, in particolare in campo artistico dove spesso in passato diversi uomini hanno avuto successo, sfruttando il talento di mogli e compagne. Colette , in effetti arriva dopo Big Eyes, Mary Shelley, The Wife, sottolineando soprattutto il rapporto della scrittrice con il marito e le sue tendenze bisessuali, ma non riesce a dar vera vita ad un personaggio poliedrico e molto complesso che ai suoi tempi si distinse in vari campi: autrice di numerosi libri, attrice di music-hall, critica teatrale e cinematografica, sceneggiatrice. Insomma fu senz’altro una figura iconica dell’emancipazione femminile, mito nazionale in Francia. Nel 1953 in occasione dei suoi 80 anni, Colette ricevé la medaglia della Città di Parigi, il grado di GrandeUfficiale della Legione d'onore, l'elezione a membro onorario del National Institute of Art and Letters di New York. Alla sua morte nel 1954 a Parigi, la Chiesa le rifiutò il rito religioso, ma in compenso le vennero concesse le esequie di Stato. Dai suoi romanzi e racconti furono tratti numerosi film, come due versioni di Gigi e quella teatrale nell'omonimo spettacolo a Broadway nel 1951. Concludendo, anche se la sceneggiatura di Wash Westmoreland, Richard Glatzer, Rebecca Lenkiewicz non riesce a dare un’immagine esaustiva del personaggio, notevoli appaiono fotografia (Giles Nuttgens), musiche(Thomas Adès), costumi (Andrea Flesch). Il film è candidato al British Independent Film Awards per il premio come miglior attore a Dominic West e quello per migliori costumi a Andrea Flesch. Giovanna D’Arbitrio
FILM "IL VIZIO DELLA SPERANZA"
post pubblicato in diario, il 5 dicembre 2018
Vincitore del Premio del pubblico BNL alla Festa del Cinema di Roma 2018, premiato al Tokyo International Film Festival per la Miglior regia (Edoardo De Angelis) e la Miglior attrice (Pina Turco), il film Il Vizio della Speranza, evidenzia la lotta per la vita pur nell’estremo degrado delle periferie urbane. Il film inizia con un’immagine straziane: il corpo di una bambina tramortita da un brutale stupro galleggia sull’acqua del mare nell’ abito bianco della prima comunione e viene ripescato dall’ex giostraio, Pengue (Massimiliano Rossi). Segnata dall’abuso sessuale che ha compromesso la sua capacità di generare, Maria (Pina Turco) per sopravvivere aiuta una pappona tossica, Zia Maria (Marina Confalone), traghettando sul Volturno prostitute nigeriane che affittano l'utero per denaro. Accorgendosi di essere incinta, un giorno Maria ha un improvviso risveglio di coscienza e aiuta Fatima che vuole tenere per sé il suo bambino. Costretta a fuggire, si nasconde nella casa delle prostitute nigeriane: viene scoperta e tenuta prigioniera da Zia Maria che prevedendo la sua morte dopo il parto, vuole impadronirsi del bambino per i suoi loschi traffici. Maria lotta con tutte le sue forze per salvare suo figlio e vi riesce con l’aiuto di Pende che durante il parto prega Dio con tutta l’anima affinché Maria non muoia. Il film è stato girato nella zona di Castel Volturno dove negli anni ’60 i fratelli Coppola realizzarono il progetto edilizio Pinetamare (a nord di Napoli), finito poi nell’abusivismo e nel degrado, terra di emarginati, migranti e criminali. Edoardo De Angelis l’aveva già scelta per altri due film Mozzarella Stories e Indivisibili, seguendo l’esempio di Matteo Garrone che qui girò scene di Gomorra e del recente Dogman. Insomma il Villaggio Coppola diventa periferia degradata generica che rappresenta in fondo tutte le zone suburbane abbandonate a se stesse. Nelle note di regia, De Angelis ha scritto che ”Castel Volturno, nell’organismo della nazione, è un organo secondario, è la milza d’Italia. Se lo asporti, sopravvivi lo stesso. Eppure, tra i secondari, la milza è l’unico a essere collegato all’organismo attraverso vasi sanguigni, vene e arterie. Inoltre, combatte le infezioni ematiche ed è un buon serbatoio di sangue”. Il film è ricco di simboli: il nome stesso della protagonista, Maria, la scena finale della nascita di suo figlio, simile ad un presepe, in qualche modo rappresentano la voglia di rinascita e speranza. Anche il desiderio di libertà appare chiaro nella bella scena di un cavallo nero che galoppa lungo la riva del mare. In una luce triste e crepuscolare si aggirano personaggi di un mondo in penombra (fotografia di Ferran Parede) dove napoletani e neri riescono a convivere tra eventi drammatici, ritmi africani e antiche canzoni popolari (musiche di Enzo Avitabile), un'integrazione che nasce dalla solidarietà tra gli umili, ben descritta da atmosfere e dialoghi(sceneggiatura di De Angelis e Umberto Contarello). Giovanna D’Arbitrio
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