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ATTRICI IN ABITI NERI AI GOLDEN GLOBE
post pubblicato in diario, il 1 febbraio 2018
Il caso Weinstein che ha coinvolto il noto produttore cinematografico, nonché registi e attori in seguito all’outing di attrici famose sulle molestie sessuali subite, è diventata una protesta che si è estesa a livello internazionale I problemi atavici della condizione femminile, mai risolti fino in fondo anche nei paesi cosiddetti “civili”, in quest’epoca difficile sembrano riacutizzarsi sempre più in un crescendo impressionante di femminicidi, stupri, pestaggi e quant’altro. Il cinema che non è solo fabbrica di sogni, ma anche specchio della realtà, combatte a fianco delle donne con numerosi film e impone riflettori su violenze e ricatti perpetrati contro di loro. Durante la cerimonia dei Golden Globe i vestiti neri di tutte le attrici hanno dato un segnale forte al mondo intero: donne per la prima volta unite in modo compatto in una lotta coraggiosa. Significativi discorsi sono stati fatti da Frances McDormand, Nicole Kidman, Barbara Streisand, Lara Dern, la quale ha affermato che “insegnare ai nostri figli a denunciare i soprusi, senza aver paura delle conseguenze, sarà la nostra nuova stella polare”. Non a caso il film “Tre manifesti a Ebbing, Missouri”, sceneggiato e diretto da Martin McDonagh, ha ottenuto Golden Globe, come miglior film drammatico e per miglior regia, miglior sceneggiatura, miglior attrice (Frances McDormand), miglior attore non protagonista (Sam Rockwell). Il film in effetti racconta la storia di uno stupro avvenuto a a Ebbing Missouri, dove Mildred (F. McDormand) prova dolore e rabbia contro chi pur avendo violentato e bruciata viva la figlia Angela, non è stato mai scoperto e punito. Individuati sul luogo del delitto tre cartelloni pubblicitari in disuso, decide di affittarli facendovi affiggere tre manifesti con tre frasi: Stuprata mentre stava morendo- E ancora nessun arresto-Come mai, sceriffo Willoughby? La protesta di Mildred scatena reazioni negative contro di lei e il figlio con soprusi e minacce da parte di concittadini che stimano lo sceriffo Willoughby (Woody Harrelson), uomo onesto, oltre tutto in fase terminale per un cancro. Il più accanito tra loro è Jason (Sam Rockwell), giovane poliziotto alcolizzato e violento, conosciuto come torturatore di neri e di gay. Gli eventi si complicano e si susseguono in un crescendo di bassezze e violenze che ogni tanto cedono il posto ad insospettati gesti di umanità e sprazzi di sensibilità perfino in esseri quasi animaleschi, beceri e volgari: non è certo il Paese del “sogno americano”, ma l’America razzista, ignorante e oscura, forse quella più attuale del trumpismo imperante che non è capace di offrire giustizia ai più deboli, ma che consente di girare armati e farsi giustizia da sé. Personaggi strani quelli del film, nei quali il bene e il male non hanno netti confini, quindi ancora più inquietanti, come Jason, il poliziotto violento, attraverso li quale il regista forse vuol dimostrare che se poi da carnefice si diventa vittima e si prova la violenza sulla propria pelle, qualcosa può cambiare e generare finalmente una svolta. Un film senz’altro originale nel denunciare il male generato da uno stupro, ma cupo e violento, in cui si staglia possente la figura della madre che pretende giustizia, interpretata in modo magistrale da Frances McDormand. Giovanna D’Arbitrio
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