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DIGNITA' E CORAGGIO

La telefonata arrivò di notte e ci rattristammo per quella morte, non inaspettata, ma comunque prematura rispetto ai tempi previsti dai medici. Ci comunicarono l’ora e il giorno dei funerali e ci preparammo alla partenza. Il nostro amico, infatti, aveva deciso da tempo di lasciare la sua abitazione romana per trascorrere i suoi ultimi anni in Abruzzo, a Canistro Superiore, per ritrovare persone care e luoghi profondamente amati.

Ci mettemmo in viaggio e percorremmo le strade più convenienti per arrivare lassù senza problemi, evitando il traffico di Ferragosto. Arrivammo a Canistro Inferiore e poi continuammo a salire verso    Canistro Superiore. Man mano che ci avvicinavamo al paese, le strade diventavano sempre più strette e si avvolgevano intorno al monte come un filo intorno ad un gomitolo tra boschi stupendi, folti castagneti  e scorci molto pittoreschi su Valle Roveto.

Arrivammo alla casa, immersa nel verde, piena di persone venute lì per un ultimo saluto e uno dei figli ci condusse nella camera ardente, allestita a pianterreno.  Secondo le usanze locali, il defunto era già nella bara, vestito col suo abito migliore e attorniato da amici e parenti, seduti in semicerchio in rispettoso silenzio. Qualcuno pregava, nessuno piangeva, nemmeno la moglie, una dolce e coraggiosa signora dai limpidi occhi azzurri, la quale ci venne incontro e a bassa voce bisbigliò: - E’ morto in pace, qui, come voleva lui…. -. Guardai quel viso marmoreo, scolpito dalla morte nei suoi tratti essenziali che esaltavano le qualità positive dell’anima: il coraggio e la fierezza di un antico guerriero che ha affrontato e superato le innumerevoli battaglie della vita.

Osservai i visi delle persone e vidi in essi riflesse le stesse caratteristiche, quelle della gente d’ Abruzzo, un popolo di antiche origini, temprato dai duri eventi della storia, provato da dominazioni straniere, calamità e sventure, ma mai sconfitto nell’anima, sempre pronto a rialzarsi e lottare, a ricostruire, come dimostrano ancor oggi dopo l’ultimo devastante terremoto.

Si avvicinava il momento commovente della  chiusura della bara e, nel rispetto dell’intimità dei sentimenti familiari, ci allontanammo per aspettare davanti alla casa, dove sostavano altre persone.  Una signora gentile mi offrì un bicchiere d’acqua fresca, acqua di una sorgente che sgorga dal colle del Codardo, leggera, dalle grandi virtù terapeutiche.  Mi disse che un grande albergo, con annessa casa di cura, era stato costruito su in collina per coloro che vogliono trascorrere un’estate tranquilla, godendo dei  preziosi benefici della natura.

Ci avviammo poi tutti dietro il carro funebre e salimmo su fino alla chiesa, percorrendo  splendide stradine tra case moderne o antiche con balconi carichi di fiori variopinti. Fortunatamente il terremoto questa volta aveva risparmiato il paese. Non fu così nel 1915 quando l’intera popolazione fu costretta a spostarsi in località Santacroce, divenuta oggi capoluogo.

Mentre camminavo, cominciai a pensare alla storia di Canistro che gli amici ci avevano raccontato tempo fa. Pare che esso in origine fosse un “pagus”, un piccolo villaggio in epoca romana, e che forse il suo nome derivi  dal termine “canistri”, cioè dai recipienti di vimini che un tempo venivano realizzati in paese, oppure, secondo una tradizione popolare, da un grande canile che era sul colle. Nello stemma del paese, infatti, c’è un cane che abbaia verso una falce di luna e in basso è disegnato un canestro.

L’arrivo in piazza, davanti alla chiesa, mi riportò alla realtà. La cerimonia fu breve per fortuna: faceva tanto caldo! Uscimmo dalla chiesa e mi accorsi che la gente era aumentata in modo impressionante, ma la faccenda non finì lì, poiché appena riprendemmo il cammino per accompagnare il defunto al cimitero, le persone via via, lungo il percorso, uscivano dalle case in silenzio e si univano al corteo. Tutto il paese era presente! Nessuno piangeva, i visi erano tranquilli: la morte in quel posto non faceva paura, era un evento accettato con serenità. Alcune donne pregavano, mentre altre cantavano dolci nenie religiose, piene di fede.

Nel cimitero, mentre si preparavano le operazioni per la tumulazione,si formarono dei gruppi che parlavano a bassa voce e ogni tanto guardavano preoccupati il cielo nuvoloso che minacciava pioggia con borbottio di tuoni in lontananza. Qualcuno si avvicinò a me e a mio marito e ci chiese se eravamo già stati a Canistro.  Lodai la bellezza  del posto mentre riflettevo sulla nostra strana esterofilia  che ci spinge spesso verso luoghi esotici lontani, trascurando così  stupendi  “angoli” delle nostre regioni. Ci guardò con simpatia e cominciò a parlare del terremoto e di tanti  parenti che avevano perduto tutto. - Terra difficile l’Abruzzo e non solo per i terremoti!  Terra di pastori, di agricoltori, di emigranti! -  disse.

Si  avvicinava la sera e le prime gocce di pioggia cominciarono a cadere. Salutammo tutti e andammo via portando nel cuore quel piccolo paese, dove certamente ritorneremo, poiché  là abbiamo provato  una grande  pace, un “sentire” antico, fatto di amicizia, solidarietà, un selfcontrol austero e dignitoso, talvolta un po’ “selvatico” come lo definisce  D’Annunzio, il grande poeta abruzzese, quando descrive il rapporto con la sua terra nel “Libro Segreto” : - Porto la terra d’Abbruzzi, porto il limo della mia foce alla suola delle mie scarpe, al tacco dei miei stivali. Quando mi ritrovo tra la gente estranea, dissociato, diverso, ostilmente selvatico, io mi seggo. E,ponendo una coscia sull’altra accavallata, agito leggermente il piede che mi sembra quasi appesantirsi di quella terra, di quel poco di gleba, di quell’umido sabbione. Ed è come il peso d’un pezzo d’armatura: un acciaio difensivo… -. Un “acciaio difensivo” che scompare, secondo questa mia positiva esperienza, quando si riesce a stabilire un sincero contatto umano.

Giovanna D’Arbitrio

 

 

Pubblicato il 9/9/2009 alle 8.14 nella rubrica diario.

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